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Antisemitismo e negazionismo nella pubblicistica della destra radicale italiana

Francesco Germinario, Antisemitismo e negazionismo nella pubblicistica della destra radicale italiana, in «Il presente e la storia», IV n. 47, Giugno 1995, pp. 11-42.
1. Nella seconda metà degli anni Ottanta non si è registrata alcuna ricerca approfondita sul dibattito in atto nella destra radicale italiana. Passata la positiva fiammata d’interesse, culminata col convegno di Cuneo e nella pubblicazione della ricerca di Ferraresi e Revelli[1], una coltre di disinteresse - ad esclusione di qualche sparuto contributo abbastanza ripetitivo[2] - si è distesa su tutta l’area della destra radicale.
Probabilmente il disinteresse degli studiosi è provocato dal fatto che allo stato attuale il radicalismo di destra - pur con qualche eccezione su cui torneremo - è contrassegnato da una scarsa capacità di elaborazione teorico-politica. Rispetto agli anni dei dibattiti sulla strategia metapolitica, sul “gramscismo di destra” o dei convegni nazionali aperti a intellettuali e studiosi di una certa fama[3], pare indubbio che a destra si respira aria di una certa ripetitività, di ritorno ai grandi miti, momenti e figure che hanno contrassegnato la storia della cultura della destra del nostro secolo, dall’interventismo al fascismo sansepolcrista, da Codreanu ed Evola alla Konservative Revolution e al cospirazionismo dei Protocolli degli anziani Savi di Sion. Si tratta indubbiamente di un’aria culturale che contrasta con i proclamati piani revisionisti e innovatori della fine degli anni Settanta.
L’impressione è che la destra radicale sia attraversata da un vento di crisi, in cui risultano mischiati atteggiamenti nostalgici ed esplicitamente ortodossi nei confronti della propria tradizione teorico-politica al confuso riconoscimento dell’urgenza di procedere ad una revisione del proprio bagaglio culturale. I segnali che trasmettono l’esistenza di questa situazione di crisi sono diversi. Intanto, gli incontri nazionali risultano essersi diradati o sono limitati a pochi gruppi di militanti[4]. I gruppi effettivamente organizzati sono molto pochi, essendo limitati all’appena sciolto Fronte nazionale, diretto da Franco Freda, e a qualche gruppo regionale di fuoriusciti dal MSI[5]. Le case editrici funzionanti, inoltre, sono poco più di sei: le edizioni dell’Uomo libero, Barbarossa, La Sfinge, le Edizioni all’insegna del Veltro, Il Settimo Sigillo, le Ar e Sentinella d’Italia. Le più attive risultano essere le Edizioni del Settimo sigillo, le Ar e le Edizioni all’Insegna del Veltro; le rimanenti hanno ritmi di stampa e di pubblicazione abbastanza irregolari.
Per venire al settore delle riviste, quelle pubblicate a scadenza regolare da qualche anno sono «Orion», «Avanguardia», «Aurora», «L’Uomo libero»[6]. Hanno cessato le pubblicazioni due riviste, «Heliodromos» e «Ideogramma», che nella seconda metà degli anni Ottanta avevano trovato una certa diffusione nell’ambiente. Un’altra rivista, «Antibancor», è pubblicata come rassegna annuale del Fronte nazionale e ha un taglio dichiaratamente specialistico, privilegiando la pubblicazione di articoli di politica economica[7]. Proprio l’esito della vicenda di «Ideogramma» è significativo della situazione di crisi che attraversa da alcuni anni la destra radicale. Dichiarata l’appartenenza alla destra radicale fin dai primi numeri[8], autodefinitasi rivista di «Nazional-rivoluzionari», la redazione del periodico non aveva esitato a riconoscere che l’area era attraversata da «disgregazioni» e dal riflusso nel privato di diversi militanti. Risulta altrettanto significativa la risposta che la rivista avrebbe fornito al riflusso, dato che si tratta di una soluzione intimistica, una scelta di vita, piuttosto che una prospettiva politica: vivere la cosiddetta «comunità di popolo», piuttosto che propagandarla[9]. La conseguenza è che la rivista, dopo la pubblicazione di alcuni fascicoli, avrebbe aperto una sottoscrizione per costituire una cooperativa agricola gestita dai militanti[10].
L’ultimo aspetto che denota la situazione di crisi dell’area è che i contributi teorico-politici sono molto scarsi. Sembrano tramontati gli anni non solo dell’egemonia esercitata da autori come Evola e Romualdo ma anche quelli della Disintegrazione del sistema di Franco Freda. Alcuni saggi, ad esempio, non sono altro che piatte parafrasi delle posizioni di Evola e Freda; anche quelli di Renato Pallavidini - un teorico della nuova leva di militanti, legato al filone del “socialismo nazionale” -, pur presentando una certa dignità culturale, risultano decisamente inferiori alla capacità che aveva avuto il saggio di Freda di suscitare un dibattito più che decennale e l’attenzione delle altre destre radicali europee[11].
2. Se questo è il quadro che presenta oggi l’area, viene spontaneo chiedersi se sono ancora utili i concetti di «nuova destra» o di «destra radicale»; e questo non perché alcuni gruppi preferiscono definirsi «nazionalcomunisti»[12]. Quando i due termini - peraltro molto felici, sotto l’aspetto cognitivo - divennero di uso comune, nell’area risultavano, in effetti, spinte a ridefinire il proprio bagaglio teorico-politico. Oggi queste tendenze risultano minoritarie e convivono o s’intrecciano con quelle apertamente nostalgiche.
Ma c’è un ultimo aspetto che rafforza i dubbi sull’utilizzo di questi due concetti. Al convegno di Cuneo fu fatto notare che nella destra si dovrebbe distinguere «tra quelle aree che non esprimono teorie o pregiudizi antiebraici […] e quelle invece che, attraverso le proprie case editrici e i propri periodici, teorizzano un’influenza negativa dell’ebreo nella società moderna»[13]. Da alcuni anni questa distinzione fra una destra molto sensibile all’antisemitismo e una in cui le tendenze antisemite sono poco o per nulla presenti, non ha più ragion d’essere: tutta l’attuale destra radicale - almeno quella italiana - risulta schierata su posizioni antisemite. Non c’è un solo fascicolo di «Avanguardia», di «Orion», de «L’Uomo libero» che non contenga più o meno pesanti, più o meno espliciti accenni antisemiti. Fermo restando che si possono trovare oscillazioni fra l’antisemitismo di stampo anticapitalistico e quello - invero abbastanza minoritario e spesso usato da supporto - di natura biologica, fra un filoislamismo radicale abbastanza strumentale e il cospirazionismo che non esita a rifarsi ai Protocolli degli “Anziani Savi” di Sion, per finire alle teorie negazioniste, se non una mistura di queste tendenze, è verosimile che l’antisemitismo è diffuso in tutta la pubblicistica che oggi si muove a destra di Alleanza Nazionale. In altri termini, una destra radicale indifferente all’antisemitismo, oggi, in Italia, non esiste, essendosi pienamente realizzata una situazione politico-culturale già rilevata negli anni Ottanta: «Se la cultura di destra costituisce - fu notato allora in un saggio passato quasi del tutto inosservato - una sorta di caleidoscopio nel quale s’incontrano e si scontrano spezzoni d’ideologie diverse, tenute insieme non da un organico disegno ideologico, ma da mere convergenze pragmatiche e tattiche, vi sono tuttavia grandi tematiche comuni che la percorrono trasversalmente e che le assicurano una parziale unità di atteggiamento. Una di queste tematiche è, appunto, l’antisemitismo»[14]. L’antisemitismo pare essere divenuto un vero e proprio magnete politico anche nei confronti di quei gruppi e periodici che, in un primo tempo, non avevano evidenziato tendenze antisemite esplicite. Emblematico è il caso di «Aurora», attualmente una delle più vivaci e diffuse riviste dell’area. Nato agli inizi degli anni Novanta come un periodico filorautiano interno al MSI, i primi numeri non contenevano articoli dal contenuto antisemita, ad esclusione di una recensione ad un libro di Batault[15]. A partire dal momento in cui , tagliati i ponti col MSI e divenuta mensile, ha scelto il campo della destra radicale, in «Aurora» sono comparsi articoli o espliciti accenni antisemiti[16]. Recentemente, poi, sulle pagine della rivista Claudio Mutti, uno dei maggiori teorici “storici” della destra radicale italiana, ha reinterpretato in chiave spiccatamente antisemita la strage della moschea di Hebron, ad opera dell’integralista ebreo Baruch Goldstein, collegandola alla teoria dell’omicidio rituale, spostata, per l’occasione, dalla festa della Peshà a quella di Purim. «Chi avesse nutrito qualche dubbio - scrive Mutti - circa la fondatezza delle accuse di “omicidio rituale” tradizionalmente rivolte agli ebrei, si è dovuto ricredere dopo la strage della moschea di Hebron. Tale massacro, infatti, è avvenuto in corrispondenza del 13 del mese di Adar, ossia il primo giorno della festa dei “Purim’, nel quale gli ebrei leggono il libro di Ester (segue la citazione da Ester, 9, 56, 9, 17, n.d.r.). Anche nel 1994, dunque, la festa dei Purim è stata pienamente celebrata, con una strage conforme al paradigma esemplare proposto dalla scrittura biblica»[17]. Non diverso è stato l’itinerario di «Heliodromos». Nata nel 1979 come «Bollettino interno del Centro studi di formazione tradizionale», per diversi numeri la rivista non ha mostrato molta attenzione ai temi antisemiti. Certamente c’erano riferimenti a teorici dell’antisemitismo come Evola e Codreanu; in ogni caso, pareva che sia per i redattori che per i collaboratori del periodico il problema dell’antisemitismo fosse divenuto abbastanza secondario. A partire dal numero 13, invece, si è verificata una decisa escalation in senso antisemita, con articoli dei più importanti esponenti dell’area, da Murelli e Mutti a Gian Pio Mattogno, e con la pubblicazione di una lettera inedita di Evola ad Almirante dal contenuto fortemente antisemita[18]. Tenuto conto della diffusione massiccia dell’antisemitismo, probabilmente è il caso di parlare di una destra radicale non solo distante da certi aspetti del fascismo italiano, ma addirittura in via di progressiva nazificazione o comunque molto sensibile a certi aspetti del nazismo come la “comunità di popolo”, lo “spirito cameratesco” ecc. Anche quando si è in presenza di richiami al fascismo, si preferisce privilegiare quello di Salò, piuttosto che quello degli anni Venti. Se di nostalgia e di richiamo alla tradizione è dunque il caso di parlare a proposito della destra radicale, si tratta di nostalgia per la Volksgemeinschaft o per le Waffen SS. Non c’è nostalgia né per lo stato corporativo, né per Rocco[19], bensì per tutti gli aspetti razzistici e antisemiti dei regimi fascisti, visto che si ammette senza remore che i fascismi avevano affrontato «in modo corretto, lungimirante […] la questione della razza»[20], in un’ottica di aperta rivendicazione delle note posizioni naziste in tema di biologia, Volk ecc. Sotto quest’ambito, le componenti più apertamente neonaziste della destra radicale italiana non sono ancora pervenute alla revisione in favore del razzismo differenzialista; e se qualche inclinazione differenzialista compare, è diluita nell’universo ideologico del razzismo classico. «Se Razzismo - scrive uno dei nuovi teorici dell’area, in uno sforzo di puntualizzazione delle posizioni - significa rimanere fedeli alla propria razza, al ricordo dei padri, all’orgoglio dei figli, riconoscere (recuperare) la specifica forma di vita che la segna, rispettare i nessi che la ordinano»[21], allora la conseguenza è che «insieme ai propri padri e ai propri figli, il razzista venera ed onora gli Dei che hanno permesso non tanto la sua vita, ma quella dei suoi antenati e che permetteranno quella dei suoi discendenti. Attraverso la razza l’uomo porta un tributo d’amore a tutto ciò che i suoi avi hanno saputo creare di bello e di buono nel turbine della vita fenomenica, amando e onorando quel Sistema di Valori attraverso il quale risuona la voce degli Dei»[22]. Dunque non il razzismo soft, differenzialista tipico della cultura politica delle altre destre europee di questi ultimi decenni, ma la piatta riproposizione del razzismo “storico”, codificato nel Mein Kampf, impastato di paganesimo e dell’identificazione fra sangue, razza, terra e tradizione. La razza, collocata in una visione esplicitamente paganeggiante della vita, è una sintesi di spirito e corpo e, come nella migliore tradizione del razzismo biologico, è la bussola capace di guidare l’individuo in un tempo storico giudicato quanto mai tempestoso e caratterizzato dall’atomizzazione di un individuo sradicato e, in quanto imbastardito dagli incroci di sangue e di razza, del tutto deprivato di una qualsiasi identità che provenga dalla propria tradizione. La razza, insomma, come nel razzismo biologico non ha storia, ma è la storia contrapposta ad una modernità la cui decadenza è segnata dalla mescolanza razziale e dall’imbastardimento. «Custodire nel fluire del tempo le disposizioni ereditarie del corpo e dell’anima, la stirpe e la virtù ereditate, incarna il presupposto per non smarrirci nel mondo, per indagare chi fummo, sapere chi siamo, affermare chi saremo. Contro la decadenza della storia affidiamo la protezione più solida e la conferma più sicura della nostra continuità vitale a germi originari trasmessici dai nostri antenati che già essi nel tempo custodirono e che noi custidiamo oggi nel sangue»[23].
Un secondo aspetto da rilevare è che dall’antisemitismo paiono non essere immuni neanche alcuni settori della destra moderata e perbenista. Durante la direzione di Marcello Veneziani il settimanale «L’Italia» - il quale si era avvalso della collaborazione di uno degli esponenti storici dell’antisemitismo di destra, Claudio Mutti[24] - ha pubblicato in qualche numero articoli con accenni antisemiti[25].
L’attuale diffusione dell’antisemitismo nella destra radicale è tale che nei primi numeri del mensile «Orion» compariva una rubrica specifica, ]udaica, con articoli dedicati all’ebraismo e in cui talvolta si affrontavano discussioni di storia della grammatica ebraica e sulla Torah[26]. Nel catalogo delle Edizioni all’Insegna del Veltro, inoltre, è presente una voce, «Giudaica», in cui sono elencate le disponibilità di classici dell’antisemitismo, da Ford a Preziosi, da Celine a Farinacci a Degrelle[27].
3. Le cause della massiccia diffusione dell’antisemitismo nella destra radicale italiana risultano essenzialmente tre. La prima è l’influenza esercitata tuttora da esponenti come Freda, Mutti, Terracciano, tutti autori di saggi, articoli “antisionisti” o antisemiti. I primi due, veri e propri “custodi” della tradizione politica e culturale dell’area, in qualità di editori con un passato ormai più che ventennale, possono essere considerati i maggiori diffusori della pubblicistica antisemita, sia di quella passata (Goebbels, Hitler, Evola, Codreanu ecc.), che di quella più recente (Coston, i nazionalisti russi ecc.). Soprattutto Mutti, autore di saggi tradotti anche all’estero, è, con Terracciano, fra i teorici più originali dell’area, spaziando nei suoi interessi dalla rivalutazione delle culture popolari scomparse[28] a saggi sul pensiero economico di Werner
Sombart[29].
La seconda causa è che l’antisemitismo è stato utilizzato come motivo polemico prima nei confronti del MSI, poi di AN. Rispetto alla destra radicale degli anni Settanta, impegnata nell’opera di revisione-aggiornamento del bagaglio politico-culturale del MSI, la caratteristica di questa destra è quella di avere stabilito un solido legame con la propria tradizione teorico-politica, in particolare col filone antiborghese e anticapitalistico. La radicalizzazione delle posizioni politiche - connesse ai tentativi revisionistici missini, più o meno sinceri, di inserirsi nell’universo di una destra democratica - conduce quasi fatalmente la destra radicale a reagire a questo progetto valorizzando la componente antisemita della propria tradizione. La destra radicale degli anni Settanta non lasciava spazio rilevante all’antisemitismo perché chiedeva una modernizzazione culturale dell’area e quindi una rottura con quasi tutti gli aspetti della propria tradizione teorico-politica, antisemitismo compreso. L’attuale destra radicale ritorna all’antisemitismo come reazione di salvaguardia dell’identità politica a fronte dei progetti di modernizzazione della cultura di destra. Così, una delle critiche rivolte alla destra missina è che fin dalle sue origini è emersa «la vera natura collaborazionista, filo-americana e sionista del Movimento sociale»[30]. A causa dell’atlantismo e delle posizioni filoisraeliane il MSI era agli occhi di tutti i militanti della destra radicale politicamente inaffidabile.
Ma è il terzo aspetto il motivo principale della difussione dell’antisemitismo: la scelta di schierarsi contro il cosiddetto mondialismo. Definito come «un complesso di forze che hanno come base un’ideologia sintetizzabile nell’idea che all’Alta Finanza competa il diritto-dovere di amministrare un Pianeta fatto di una monorazza e di una monocultura»[31], la lotta contro le tendenze all’omogeneizzazione politico-culturale ed economica del pianeta percorre trasversalmente tutta la destra radicale, dai settori più tradizionalisti e più legati a certo evolismo, come il Fronte nazionale, a quelli più “revisionisti” e attenti a certa cultura terzomondista, come la redazione di «Orion» e, sia pure parzialmente, quella de «L’Uomo libero». E necessario precisare che la lotta contro il cosiddetto mondialismo è uno dei collanti - forse l’unico - che tiene assieme la destra radicale con alcuni settori del neofascismo parlamentare. Alcune posizioni antimondialiste era possibile ritrovarle, ad esempio, anche nell’«Italia settimanale» durante la gestione di Veneziani[32]. E fuori dubbio che certe posizioni antimondialiste provenienti da destra sono meno originali di quanto si possa credere, non solo perché si è in presenza della riattualizzazione della corrente che ha dato origine alla cultura della destra, il pensiero controrivoluzionario di fine-inizio Ottocento (De Maistre e Haller, soprattutto), bensì perché si basano sul non meno vetusto cospirazionismo in materia di analisi storico-politica, muovendo dalla ferma convinzione che a tirare le fila dei processi di omogeneizzazione culturale - o di democratizzazione, secondo la pubblicistica di destra - siano le alleanze segrete fra l’alta finanza (ovviamente ebraica), le organizzazioni massoniche con a capo il B’nai B’rith e i circoli sionisti. Da qui, appunto, l’ulteriore accentuazione della tematica antisemita, vista la convinzione che il sionismo è «l’architrave del progetto mondialista» e che i circoli finanziari mondiali siano tutti «casa, borsa e Sinagoga»[33]. Sionismo e mondialismo sono due facce della stessa moneta perché il primo è «una delle componenti più importanti […] del discorso mondialista […]. Il sionismo […] è genocida e razzista […] oggi l’unico vero razzismo esistente al mondo è quello praticato dal sionismo nazionale e internazionale. Un razzismo che affonda le sue radici nella storia, nella cultura e nella religione ma, certamente, l’unico vero e identificabile potere razzista e genocida»[34]. In altri termini, per la destra radicale il mondialismo è la forma che da alcuni decenni - più o meno dalla fine della seconda guerra mondiale -utilizzano i supposti circoli segreti ebraici per estendere il loro potere su scala planetaria. Secondo una definizione niente affatto originale di uno dei redattori di «Avanguardia» si tratta del progetto di «potere oligarchico - depositario della sovranità economica, politica, culturale e religiosa - caratterizzato in un senso tecnocratico-plutocratico, e largamente influenzato dalla componente ebraica e dalle sue connotazioni razziali, religiose e culturali»[35]. L’Occidente è ormai completamente subordinato alle trame dei circoli sionisti, di conseguenza, «non possiamo ormai non dirci tutti ebrei»[36]. Il processo di mondializzazione è dunque avanzato al punto che le culture e i popoli sono totalmente uniformati ai piani delle mire segrete dei circoli sionisti. Anche gli USA e l’ex-URSS, considerata la presenza di forti minoranze di religione israelitica, sono strumento del sionismo. «Si servono Usa e Urss per i loro scopi o non è più vero forse l’inverso? Ci pare più probabile la seconda ipotesi, sia considerando che tra le minoranze ebraiche sparse nel mondo, quella statunitense e quella sovietica sono le più numerose in cifra assoluta e percentuale, sia tenendo conto dell’enorme potere politico che esse detengono nei due paesi, fatto che non deve certo meravigliare sol che si pensi quanto sionismo e internazionalismo si compenetrino»[37]. Queste posizioni spiegano il motivo per cui l’antisemitismo è diventato non un tema aggiuntivo o un aspetto rintracciabile solo in alcune occasioni, ma uno dei veri e propri tratti caratteristici dell’attuale destra radicale: l’ebraismo - alla stregua il cristianesimo, del resto - è giudicato come «lo strumento privilegiato per lo scardinamento di tutti gli assetti tradizionali»[38] e per l’instaurazione di un sistema di potere mondialista, fondato sull’omogeneizzazione politica, economica e culturale. L’identificazione dell’ebraismo e del cristianesimo quali culture che hanno distrutto l’universo della tradizione rivela come la critica del mondialismo sia debitrice della cultura elaborata nella seconda metà degli anni Settanta dagli intellettuali del GRECE e, in particolare, da Alain de Benoist. Rispetto a questa ispirazione originaria la destra radicale italiana ha però introdotto una evidente torsione cospirazionistico-complottistica: se in de Benoist - la cui critica del mondialismo non ha alcuna connotazione antisemita - l’americanizzazione-omogeneizzazione del mondo è un risultato oggettivo, indotto dalla distruzione del pluralismo pagano ad opera del monoteismo giudaico-cristiano[39], per la destra radicale italiana il mondialismo è il prodotto consapevole e volontario dei progetti di omologazione formulati dal suddetto monoteismo. Nell’epoca contemporanea, infine, è il sionismo - inteso come agente distruttore delle culture degli altri popoli, attraverso la diffusione della mentalità tipica dell’ebreo (materialismo, spirito d’arricchimento, monetizzazione dell’economia, feticismo del denaro ecc.) - erede e, al tempo stesso, mente politica dei processi di mondializzazione. In altri termini, la critica al mondialismo della destra radicale ha contenuti specificamente antisemiti: la convinzione che sia in atto un gigantesco processo di riduzione del pianeta ad un’unica razza, la distruzione delle tradizioni nazionali e comunitarie, la scissione fra Volk e Boden, la progressiva riduzione dei rapporti fra uomini a rapporti mediati dal denaro e dalle ragioni dell’economia, sono dovuti all’opera corrosiva dell’ebreo. La lezione antiamericanista e antioccidentalista di Alain de Benoist è dunque filtrata attraverso Goebbels: «Ed ecco l’Ebreo - scrive Piero Sella, riprendendo numerose suggestioni della tradizione antisemita - anticipatore di tutte le massonerie e di tutte le sette segrete, dedicarsi con impegno alla scaltra diffusione su scala planetaria di un progetto tendente ad annullare, negli altri, ogni particolarità nazionale, a rendere meno saldi in ogni popolo il senso di appartenenza, il legame con la terra, la difesa dei valori tradizionali. Non deve meravigliare che le idee internazionaliste proprie del marxismo e della democrazia liberal-capitalista abbiano sempre trova[to n.d.r.] nell’Ebreo un convinto propagandista che le diffonde sapendosi immune dai danni che esse provocano. Quando tutto è ridotto all’economico, quando l’individuo non ha altra spinta se non quella anarchica dell’egoismo più sfrenato, allora il senso di vigilanza sociale dei popoli, il loro principale meccanismo di difesa, è vicino ad estinguersi. E a questo punto che fatalmente il rapporto di convivenza tra l’Ebreo e chi lo ospita si altera, ovviamente a favore del gruppo che rimane compatto, determinato nel proseguimento dei suoi fini»[40]. In una società atomizzata, individualizzata, imbarbarita dall’edonismo e dall’egoismo quali proiezioni significative dello smarrimento delle proprie tradizioni, l’unico gruppo compatto tenacemente legato alle proprie tradizioni - e dunque proprio per questo capace di esercitare il proprio dominio - è quello ebraico: i famigerati quattro «Etats confédérés» di Maurras si sono ridotti così a uno solo. Dietro Maurras rispunta ovviamente la vecchia teoria che aveva caratterizzato l’antisemitismo dell’Ottocento, da Toussenel a Drumont e che è alla base dei Protocolli medesimi: l’ebreo che cospira segretamente per imporre quei processi di modernizzazione che scardinano tutto l’assetto sociale tradizionale. Non è un caso che nell’attuale destra radicale si sia verificato un massiccio ritorno alla concezione cospirazionista della storia: tutti i fatti storici - almeno quelli che, a partire dalla rivoluzione d’ottobre, sono stati vissuti come episodi di rottura del quadro economico-politico tradizionale - vengono addebitati a gruppi oppure a organizzazioni segrete.
L’analisi della teoria antimondialista ed i rapporti fra questa e la concezione cospirazionista della storia richiederebbero un’analisi più particolareggiata. Gli aspetti che comunque interessa brevemente sottolineare sono essenzialmente due.
Il primo è che il pensiero politico della destra - o, almeno, il pensiero politico controrivoluzionario - fin dalle sue origini ha manifestato una forte inclinazione cospirazionista, nel senso che ha sempre voluto vedere dietro i cambiamenti economici e politici il disegno ordito da organismi segreti[41]. In altri termini, il cospirazionismo - meno presente nell’ideologia fascista, rispetto al nazismo - è il materialismo storico con cui la destra ha letto la storia contemporanea a partire dal 1785, appropriandosi di una visione della storia tipicamente cattolica[42]. Nell’attuale destra radicale non solo si è avuto un recupero delle istanze antisemite in una chiave cospirazionista, ma non è meno significativo il recupero di Barruel e di tutta la scuola di teorici della controrivoluzione che interpretarono l’Ottantanove come un complotto massonico[43].
Il secondo aspetto consiste nel fatto che il mondialismo, come una qualsiasi lettura cospirazionista della storia, tende sempre a soggettivizzare e ad antropomorfizzare il cambiamento. Così recentemente è riapparsa nelle librerie della destra radicale un’edizione anastatica (pirata) dell’edizione del 1938 dei Protocolli degli “Anziani savi di Sion’. Alcuni mesi fa, infine, è stato tradotto un pamphlet di un russo, I veri Protocolli[44]. In un volume dove pure non mancano riferimenti bibliografici a Ricardo e Napoleoni, accanto a quelli a Evola, de Benoist, Faye e Sergio Gozzoli, venga rispolverata la tesi cara all’antisemitismo degli anni Venti - in particolare a quello volkisch - sulla rivoluzione bolscevica come complotto ordito da ebrei russi finanziati da banchieri ebrei di Wall Street[45].
4. Considerata l’omogeneizzazione in senso antisemita che contraddistingue l’attuale destra radicale, uno dei problemi fondamentali riguarda una possibile datazione delle origini italiane del fenomeno negazionista e i suoi eventuali rapporti con il negazionismo straniero, in particolare con quello francese.
Fissare una data precisa sulle origini della versione italiana del negazionismo non è impresa facile. Generalmente le sparute indagini storiografiche propendono per il 1963, quando Preda e il suo gruppo padovano stampano un opuscolo, Gruppo di Ar[46], in cui vengono affacciate tesi negazioniste, con qualche riferimento al volume di Paul Rassinier. Il volume di quest’ultimo sarà poi tradotto in italiano tre anni dopo la pubblicazione dell’opuscolo di Freda, precisamente nel 1966, per una casa editrice dell’area[47]. Nel complesso, pare che la data del 1963 sia accolta anche dalla stessa pubblicistica della destra radicale[48].
È opportuno rilevare che la discussione sulla datazione deve tenere presente una questione metodologica essenziale: la profonda vocazione negazionista della destra radicale del dopoguerra e la sua necessità di “riscrivere” la storia d’Europa dal proprio punto di vista, banalizzando, rivedendo o addirittura cancellando tutti quei momenti della storia dei regimi fascisti che la coscienza comune vede come aberranti. Dopo il 1945 la destra radicale ha dovuto essere necessariamente revisionista o negazionista perché questa era la precondizione per rendersi politicamente più presentabile. Per dire meglio, può pure darsi l’esistenza di un revisionismo che si ispira alla cultura di sinistra; viceversa, un’identificazione con la destra radicale implica l’adesione all’universo negazionista.
Se la storiografia francese è riuscita a ricostruire la rilettura della storia contemporanea, in particolare dei regimi fascisti, condotta dalla cultura di destra[49], in Italia una siffatta ricerca è finora mancata. Il disinteresse si spiega probabilmente con la constatazione che dopo il 1945 l’Italia non ha avuto una vera e propria cultura di destra - al di fuori di qualche eccezione come Evola -, non riuscendo a produrre ricostruzioni storiografiche dotate di una certa dignità scientifica. Anche un intellettuale come Adriano Romualdi in alcuni dei suoi saggi sulla seconda guerra mondiale non è mai andato al di là di un atteggiamento propagandistico inconciliabile con le esigenze della ricerca storiografica[50]. Per altri, addirittura, è scattata, proveniente dall’interno dell’area medesima, l’accusa di avere una conoscenza approssimativa e di seconda mano dei testi “classici” del pensiero di destra[51]. In ogni caso è da rilevare che accanto a quella negazionista, la destra radicale ha sviluppato anche una pubblicistica “revisionistica” sulla seconda guerra mondiale che non sempre si può distinguere da quella negazionista vera e propria[52]. Malgrado tutto il loro antisemitismo e le posizioni palesemente contraddittorie[53], i militanti della destra radicale rifiutano di definirsi come “antisemiti” perché consapevoli che la parola richiama i momenti più nefasti della storia contemporanea[54]. «Nel revisionismo - ha notato Stefano Levi Della Torre - s’incontrano le idee, che su quelle rovine tentano una rivincita, dopo una quarantena di quarant’anni (sic). Finalmente possono riprendere il discorso! Finalmente si esce da quel sistema di divieti e di tabù (tabù intorno alle razze; tabù intorno all’ebreo; tabù intorno al nazismo; tabù intorno al nazionalismo…) che hanno fondato sui rimorsi le mentalità del nostro dopoguerra. Il revisionismo è, insomma, espressione di un processo di grande portata: il disfacimento delle culture del dopoguerra, in corrispondenza con il disfacimento dell’ordine politico ed economico, che dalla seconda guerra mondiale è uscito»[55]. E significativo che un collaboratore della stampa della destra radicale abbia definito la Shoah come «uno spettro che fiacca tanti nostri slanci ideali verso non tutte, ma almeno una buona parte delle invidiabili realizzazioni o tensioni ideali messe in atto dal Terzo Reich»[56]. A questo proposito è ampiamente da condividere l’analisi di uno storico francese secondo il quale «la caratteristica dei “vinti della storia” [è quella di, n.d.r.] essere revisionisti, oppure negazionisti, poiché, per sopravvivere politicamente, si sono trovati tutti nell’obbligo di riscrivere una storia che non gli fosse sfavorevole o quella nella quale potessero continuare ad esistere»[57].
Se, dunque, è accettabile la data del 1963, è anche verosimile che un po’ in tutta la pubblicistica della destra radicale sono disseminati accenni più o meno palesi di negazionismo, anche in quegli esponenti che non risultano più direttamente inscrivibili nel paradigma negazionista. Dopo il 1945 la cultura della destra radicale non poteva essere che esplicitamente revisionista e tendenzialmente negazionista, in quanto la rimozione della Shoà - o almeno la sua normalizzazione-banalizzazione - era la conditio sine qua non per potere continuare ad esistere.
5. Rispetto a quello francese, il negazionismo italiano risulta relativamente giovane. I primi opuscoli negazionisti veri e propri - tutti dedicati alla contestazione dell’universo concentrazionario, così come era stato ricostruito dalla storiografia - risalgono alla seconda metà degli anni Ottanta, quando compaiono nei cataloghi delle Edizioni Sentinella d’Italia e La Sfinge i primi titoli di Carlo Mattogno. Tra il 1963 e i primi anni Ottanta, pure se non sono naturalmente mancati gli accenni e le tesi negazioniste, non si può però parlare di una pubblicistica specifica in materia. A partire dal 1985, invece, sono comparsi una decina di opuscoli, e numerosi articoli o numeri speciali dei periodici della destra radicale dedicati al tema. Il negazionismo italiano, dunque, nasce una decina di anni dopo che Faurisson aveva pubblicato i suoi primi articoli e, di conseguenza, tra quelli europei, è l’ultimo arrivato[58]. E da rilevare che se è certamente a Faurisson che guardano tutti i vari negazionismi nazionali, quello italiano dimostra una propria autonomia, ha obiettivi polemici nazionali, come quelli di presentare versioni negazioniste di lager come la Risiera di San Sabba e Fossoli[59]. Una riprova di questa autonomia di movimento è che, se si scorge la lista delle pubblicazioni antisemite, non risultano esserci molte traduzioni di scritti dei principali esponenti stranieri del negazionismo[60]. Il negazionismo italiano, insomma, pare praticare la via dell’autonomia dal negazionismo di Faurisson. Del resto, anche in Italia, sulla scia di quanto si è verificato in Francia con le edizioni della Vieille Taupe[61], si è assistito ad un marginale quanto significativo slittamento verso posizioni negazioniste di qualche esponente del bordighismo[62]. In ogni caso, nella stampa della destra radicale non ci sono riferimenti a questo negazionismo “di sinistra”. Il negazionismo italiano nasce già schierato a destra; trova ospitalità nelle case editrici della destra radicale e, contrariamente a quello francese, non può vantare “pentiti” di sinistra di una certa notorietà, come Rassinier, o clamorosi revirement da sinistra a destra sulla scia di un Pierre Guillaume o della Vieille Taupe.
6. Com’è noto questo tipo di pubblicistica antisemita si autodefinisce «revisionista», precisando che il proprio “revisionismo” è essenzialmente di natura metodologica: «la normale metodologia applicata in tutte le branchie della storia» che, stando ad un negazionista italiano, non risulta essere stata finora applicata «nell’ambito del presunto genocidio ebraico»[63].
Quale siano gli assi portanti di questa “metodologia”, lo vedremo più avanti. Qui interessa soffermarsi sul problema sotteso all’autodefinizione di “revisionismo”. A questo proposito Vidal-Naquet ha formulato una osservazione meotodologica da cui, a nostro avviso, non si può prescindere: «[…] l’idea che a una “scuola di quelli che credono allo sterminio” andrebbe opposta una scuola “revisionista” è assurda […]. Esistono scuole che si oppongono ad altre, quando nuove problematiche, nuovi tipi di documenti […] fanno la loro comparsa. […] Ma chi direbbe che esiste una scuola che sotiene che la Bastiglia è stata presa il 14 luglio 1789 e un’altra che afferma che è stata presa il 15? Qui siamo sul terreno della storia positiva […] un terreno su cui il vero, semplicemente, si oppone al falso, indipendentemente da ogni interpretazione»[64]. Ma c’è un altro aspetto della questione “revisionismo” su cui è necessario soffermarsi.
L’obiettivo fondamentale del negazionismo è quello di una ricerca di legittimazione - per dire meglio: di accredito scientifico - da parte della storiografia accademica e scientificamente più rispettabile. II negazionismo pare soffrire di un evidente complesso di inferiorità nei confronti della storiografia corrente perché nessun apprezzato studioso del fascismo o del nazismo ha mai mostrato di riconoscere credito scientifico ai negazionisti, men che meno di riconoscere a questi ultimi lo statuto di interlocutore nel panorama del dibattito storiografico. A più riprese, ad esempio, un «fascista dichiarato»[65] come Mattogno ha cercato di farsi riconoscere come uno “storico” super partes, animato da un puro spirito di ricerca sine ira ac studio, tentando anche di presentarsi quale interlocutore credibile nella veste di “storico” presso la redazione di «Shalom» e alcuni centri internazionali di ricerca[66]. La scelta non è né originale, né tipica dei negazionisti italiani. Tutti i negazionisti hanno sempre rivendicato l’indifferenza in materia politica, se non la loro estraneità alla rivalutazione del nazismo, in nome della scissione fra scienza e politica. Così se Faurisson in Francia si atteggia a socialista mitterandiano[67], in Italia si grida al «terrorismo ideologico» messo in opera da non ben precisati «monopoli editoriali», con la conseguente excusatio non poetita per cui «Occuparsi di revisionismo […] non significa fare del filonazismo […]. E necessario non transigere sulla verità storica. E necessario costringere tutti a separare lo studio della storia dall’ideologia e dall’interesse politico»[68].
Autodefinendosi “revisionista”, il negazionismo tenta automaticamente di accreditarsi quale diramazione - se non vera e propria filiazione - del ben più noto revisionismo storiografico in materia di fascismo e nazismo sviluppato dalla scuola noltiana e defeliciana. La speranza, insomma, di questo arruolamento volontario è quella di mimetizzarsi quali allievi o comunque di studiosi vicini a questa tendenza storiografica, col fine di reperire interlocutori scientificamente rispettabili, che ovviamente verrebbero a mancare qualora ci si presentasse quali pubblicisti neonazisti toni court.
È da rilevare che questa pretesa di scientificità del negazionismo, oltre che dal bisogno di cercare credibilità da parte della storiografia, è niente affatto originale, bensì presenta un aspetto che lo riconduce all’antisemitismo classico. Il problema richiederebbe un’indagine supplementare inerente le complesse articolazioni dell’immaginario dell’antisemitismo. In questa sede si può rilevare che il pensiero politico antisemita ha spesso presentato il proprio immaginario come rigidamente fondato sull’oggettività e sulla neutralità scientifica. Prima che nella fase storico-politica dell’antisemitismo statuale promosso dai regimi fascisti - quando abbondarono gli studi “scientifici” sulle caratteristiche razziali -, il caso più emblematico di questa pretesa di scientificità è quello di Edouard Drumont, il quale preferiva presentare se stesso come un sociologo e i suoi saggi antisemiti non come contributi alla polemica politica, bensì come «étude psychologique et sociale de l’epoque actuelle»[69].
La pretesa del pubblicista negazionista di presentarsi, dunque, sotto la veste rispettabile e paludata del disinteressato storico votatosi al servizio delle ragioni di Clio, è perfettamente coerente con l’immaginario del pensiero politico antisemita classico, rispondendo inoltre, nella fattispecie concreta degli obiettivi del negazionismo, alla supplementare esigenza di rivestire con panni accettabili - quelli della neutralità del discorso “storiografico” - un’ottica chiaramente neonazista.
Per tornare ai riferimenti agli storici revisionisti, quelli a De Felice sono pochi[70]. Ben diverso e ripetuto è l’utilizzo del nome di uno storico famoso come Nolte. Degli storici accademici Nolte probabilmente è il più letto e citato nell’ambiente della destra radicale. La sua fantasiosa teoria della «Dichiarazione di guerra» ad Hitler da parte di Chaim Weizmann e del congresso mondiale ebraico nel settembre del 1939 è stata fatta propria dai teorici della destra radicale più inclini all’antisemitismo[71]. Se c’è uno storico che la destra radicale italiana ha eletto come punto di riferimento, questi non è Irving e nemmeno Faurisson, ma Nolte. In qualche caso, i suoi saggi, come Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea 1917-1945, sono stati discussi sulla stampa. Lo stile dello storico tedesco talvolta è giudicato «ambiguo» e «cifrato» perché pretende di «giustificare la Germania», operazione culturale che i «Tedeschi di oggi non meritano affatto» perché definitivamente «americanizzati - cioè giudaizzati». Comunque il suo libro è giudicato «epocale e assai interessante»[72], quasi a conferma delle tendenze all’autoinserimento nelle fila della storiografia moderata. In qualche altro caso, la captatio benevolentiae è esplicita, come quando si scrive che il Nolte «ha espresso all’Institute historical Review il suo apprezzamento per i nostri studi». In un recente articolo è stato infine sostenuto che «l’indagine storiografica cosiddetta “revisionista” […] [si colloca, n.d.r.] all’interno di un quadro storico-culturale anticonformista alimentato da crescenti e approfonditi contributi di studio elaborati ormai anche da storici di provenienza “accademica”»[73]. Storiograficamente più subdolo un punto del questionario che la casa editrice All’insegna del Veltro distribuì ai visitatori del Salone del libro a Torino, nel maggio 1989. In quell’occasione la prima domanda era se il visitatore «era al corrente degli studi della “Scuola revisionista” di Faurisson, Nolte, Rassinier, Mattogno, ed altri, specialmente sulla tematica dei campi di concentramento»[74]. Risulta evidente il tentativo di cercare credibilità storiografica, di fuoriuscire dalla ghettizzazione e dai circoli ristretti di interlocutori, “nascondendosi” dietro il nome di uno storico più che discutibile, ma accademicamente rispettabile e famoso tra gli studiosi di storia contemporanea.
La ricerca della credibilità passa anche attraverso la via della copertura delle posizioni antisemite. Tranne qualche caso[75], nella destra radicale non si è affatto inclini a giudicare antisemite le proprie posizioni: «Noi siamo contro l’antisemitismo. L’antisemitismo - dichiara Maurizio Murelli, il teorico di «Orion» - ha portato alla condanna del popolo palestinese. Il maggior forgiatore di antisemitismo è stata l’ideologia sionista […]. Noi pensiamo che… all’interno del mondo ebraico… un particolare gruppo [quello sionista, n.d.r.] abbia avuto un potere devastante di condizionamento. È questo gruppo criminale che noi prendiamo di punta… E appunto lo stesso ambiente che ha partorito l’ideologia sionista e che fa di Israele lo Stato più criminale sulla faccia della terra a pari merito con gli USA […] »[76]. La preferenza è, dunque, quella di definirsi «antisionisti», oppure «antigiudaici», per evidenti motivi di opportunità politica e di facciata[77]. Nel caso dei negazionisti, accanto alle affettazioni socialiste-libertarie, non solo si nega di essere antisemiti, ma non sono rari gli attestati di stima nei confronti dei deportati. Così Mattogno scrive che «I superstiti dei campi di concentramento nazisti - di Auschwitz-Birkenau in particolare - hanno senza dubbio vissuto esperinze terribili che meritano rispetto»[78], mentre non manca l’esaltazione della testimonianza di Primo Levi, giudicata «ben più seria» delle «false testimonianze» degli altri internati[79].
7. Questo gruppo di negazionisti alla ricerca di credibilità scientifica non è comunque Punico. All’interno della destra radicale è possibile distinguere tre sottogruppi, in base alle posizioni e ai giudizi sulla Shoà.
a) i moderati. Più che negazionisti, sono coloro i quali riconoscono resistenza della Shoà, ma intendono ridiscutere l’entità e la cifra degli ebrei sterminati. Sono schierati su questa posizione i settori della destra moderata. La loro convinzione è che la Shoà è stata ingigantita e successivamente strumentalizzata dal sionismo per accreditare la nascita e la politica di Israele. Per Veneziani, all’epoca direttore di «Pagine libere», ad esempio, risulta «salutare la demistificazione compiuta anche sulla dolorosa pagina dell’Olocausto […]». Diventa invece storiograficamente inaccettabile il «teorema sull’[n.d.r.] inesistenza del genocidio degli ebrei. Si può discutere sulla sua entità, ma non sulla sua esistenza. Ci sono persone, reali, documentabili, conosciute e innocenti, che sono morte. Persone reali, non fantasmi della propaganda. […] Si può e si deve confutare l’unicità dello sterminio […]. Si può anche spingersi fino a rivedere il nazismo e domandarsi se sia possibile scorgere e separare un «lato positivo» dal lato negativo dell’olocausto […]. Ma non si può negare l’evento, né il male che è stato fatto nel nome del razzismo»[80].
b) i negazionisti tout court, di cui si è detto, ossia coloro che sono alla ricerca della credibilità scientifica e accademica.
c) I negazionisti utilitaristi. Al contrario dei negazionisti tout court alla Faurisson, Irving, Mattogno ecc., i cui scritti grondano di appelli all’apoliticità delle posizioni storiografiche, di incessanti richiami all’uso di una corretta metodologia storiografica ecc., questi ultimi dichiarano esplicitamente di essere interessati solo ed esclusivamente all’aspetto politico e puramente propagandistico del negazionismo. Si tratta di una posizione più volte ribadita dalla stampa della destra radicale. «A noi […]- non esita, ad esempio, a riconoscere con un linguaggio evocativo che pretende di richiamarsi all’Evola dello spirito legionario - la corrente storiografica revisionista “interessa” in quanto generatrice di riflessi politici e di conseguenze propagandistiche che siano funzionali all’accrescimento del consenso di massa. […] in “ottemperanza” esistenziale alla “consegna” etico-politica del “fare ciò che deve essere fatto”, manifesteremo piena e incondizionata adesione politica alle tesi storiografiche revisioniste»[81]. Del tutto identica la posizione di «Orion»: «Non si tratta di un semplice puntiglio sulla “verità storica”», quanto della difesa del carattere - a dire del direttore - antiusurocratico dell’economia nazista. Da qui il riconoscimento di essere «interessati alla verità storica solo di riflesso. Noi siamo politici e ragioniamo in termini politici»[82].
A conferma di come l’antisemitismo sia divenuto ormai la discriminante fondamentale di quest’area, rileviamo che i negazionisti moderati non hanno alcun diritto di cittadinanza nella destra radicale. Uno dei motivi di polemica negli ultimi anni di vita del del Movimento Sociale consisteva, anzi proprio nel fatto che il MSI pareva accettare la tesi dell’esistenza della Shoà, al fine di distinguere la responsabilità del nazismo e sottolineare l’estraneità del fascismo a tutte le fasi storico-politiche eorganizzative che contrassegnarono il genocidio. Si rimproverava il MSI di «Coltivale] tesi tutte sue e decisamente fuorvianti», piuttosto che di accettare le tesi dei pubblicisti negazionisti[83].
La conseguenza è che lo spazio delle riviste è interamente occupato dai negazionisti tout court e, in funzione di supporto o di commentatori dei loro articoli, dai negazionisti utilitaristi. E significativo che quando è stata avanzata la proposta di non negare la Shoà, ma di riconsiderarne gli effetti distruttivi - più che altro per acquistare una credibilità finora mancata - dai maggiori esponenti del negazionismo si sono levate le accuse di subalternità politica e culturale allo schieramento dei vincitori della II guerra mondiale e di… antifascismo militante[84].
9. Anche per quanto concerne le analisi della Shoà negata è possibile raggruppare le posizioni secondo le varie motivazioni. La posizione più radicale è di provenienza utilitarista e consiste nella negazione pura e semplice «non dell’entità, ma della stessa realtà dell’Olocausto […]. Il vero problema è costituito dai seguenti aspetti: 1) se vi siano stati ordini, scritti o verbali, di sopprimere in massa e metodicamente persone di razza ebraica […], 2) se vi siano stati quegli specifici mezzi costituiti dalle camere a gas»[85]. La posizione che riscuote i maggiori consensi è che la maggior parte dei morti è da addebitare alle epidemie. Mattogno, ad esempio, ha sostenuto che le migliaia di cadaveri riprese dalle telecamere americane nel Lager di Berger Belsen erano dovute all’epidemia di tifo petecchiale[86].
Attribuire lo sterminio alle epidemie nasconde quello che è uno degli obiettivi reconditi di tutta la stampa negazionista: la «banalizzazione della storia», cioè l’impoverimento della Shoà, riducendola a momento comune a tutti i conflitti. La logica negazionista affaccia un ventaglio di ipotesi che oscillano dalla negazione pura e semplice alla teoria per cui se morti ci sono stati - ad alcune decine di migliaia, ovviamente -sono tutti da imputare ai bombardamenti americani che avevano reso molto precaria la situazione generale di vita (scarsità dell’alimentazione, condizioni igienico-sanitarie disastrose ecc.). Il che significa che se genocidio c’è stato è perchè ogni guerra ne ha avuto uno. La storia risulta così completamente banalizzata perchè alla Shoà è sottratta qualsiasi specificità e irripetibilità.
Va da sé che la banalizzazione può assumere diverse forme. Una delle più utilizzate è quella fotografica. La prima e la quarta pagina, di copertina del Rapporto Leuchter tendono a presentare Auschwitz come un Lager dotato sia di una sala da ballo che di un teatro «nel quale venivano organizzati spettacoli per i prigionieri»[87]. In un’altra pubblicazione è riprodotta una foto in cui si mostrano come a Dachau si organizzassero scuole militari per cuochi[88]. La copertina di un’altra pubblicazione, infine, ritrae un gruppo di bambini internati festanti e sorridenti davanti all’obiettivo del fotografo. C’è poi la banalizzazione per paragone, come quando si sostiene che tutte le discussioni sulla Shoà tendono a fare dimenticare i 500.000 morti annuali per incidenti stradali[89]. Come a dire che non c’è stata una specificità della Shoà perché non solo tutta la storia del mondo è (hegelianamente) un immenso mattatoio dei popoli, ma il concetto medesimo di genocidio dell’avversario pare essere stato inventato dagli ebrei, trovando numerosi riscontri nella Torà[90]. C’è infine la banalizzazione che scade in una specie di antropomorfismo di natura pulsionale, come quando si scrive che «Supponiamo che un ufficiale delle SS, la cui famiglia fosse stata sterminata nel bombardamento terroristico di Dresda o di un’altra città tedesca, fosse convinto, a torto o a ragione, ed io ritengo a ragione, che i sionisti fossero i principali responsabili della guerra, e supponiamo, che fosse a guardia di un lager o avesse sotto la custodia un gruppo di ebrei. E possibile,anzi, è probabile, che qualcuno abbia ceduto all’impulso di vendicarsi contro i nemici ed i suoi familiari che aveva a sua disposizione, massacrando anche donne e bambini»[91].
Se in un caso come questo la banalizzazione arriva a livelli poco credibili anche per i militanti - e infatti la tesi dell’«impulso» non è stata più ripresa nella pubblicistica della destra radicale -, nei negazionisti più avvertiti - quelli che abbiamo catalogato fra i tout court - la banalizzazione si presenta più sottile, attenta a mascherare sapientemente le ragioni della militanza antisemita. Così è sempre Mattogno a sostenere che «l’unica cosa certa è che la presunta decisione della “soluzione finale” fu la conseguenza del fallimento dell’obiettivo fondamentale della politica ebraica nazista - l’emigrazione o l’espulsione degli Ebrei -, dunque una soluzione di ripiego dovuta alle circostanze, non già l’obiettivo stesso di tale politica»[92]. E sempre secondo Mattogno l’obiettivo nazista non era lo sterminio, ma la «liquidazione del loro [degli ebrei, n.d.r.] ruolo politico, economico e sociale mediante la “spiegazione” della questione ebraica agli altri popoli, i quali conseguentemente - pensava Hitler - avrebbero adottato nei loro confronti misure restrittive come quelle che già in pochi anni erano state adottate soltanto in Germania»[93]. Com’è dato di vedere, qui la banalizzazione si fa sottile, evitando di ricorrere ai supporti fotografici o alle teorie degli impulsi vendicativi; così si giudicano «misure restrittive» la notte dei cristalli e tutta la legislazione antisemita, mentre non si comprende come avrebbe dovuto essere “liquidato” il ruolo economico-politico degli ebrei, senza ricorrere al genocidio o come avrebbe dovuto realizzarsi la cosiddetta «evacuazione all’Est».
E qui è possibile individuare un’altra caratteristica della pubblicistica negazionista: la tendenza a non soffermarsi quasi mai, se non per rapidi e fugaci accenni, sugli aspetti politici e ideologici dell’antisemitismo nazista prima dello scoppio della guerra. Nessun negazionista ha mai affrontato la questione del rapporto fra il prima e il durante la guerra, quasi che l’universo concentrazionario, il genocidio medesimo siano del tutto estranei alla precedente politica nazista. Ciò che manca è il giudizio storico sul nazismo, - e dunque la prospettiva storiografica dei problemi che si pretende di affrontare - sostituito il più delle volte dal giudizio politico positivo. Per capire come non è il caso di parlare di corrente storiografica o di approccio scientifico alla storia, - quanto di una nuova forma di cultura politica antisemita, da affiancare alle altre correnti che hanno contraddistinto la storia dell’antisemitismo (biologico, populistico ecc.) - basti rilevare che ad avviso dei negazionisti l’esistenza stessa del dibattito storiografico sul genocidio diventa testimonianza del fatto che il genocidio medesimo non è esistito. Come a dire che il dibattito storiografico su un fatto diviene la prova dell’inesistenza di quel fatto medesimo. Così diversi articoli di pubblicisti negazionisti sono costruiti da numerose e prolisse citazioni da storici di parere diverso, dove dalla semplice contrapposizione dei pareri si pretende di dedurre l’inesistenza o l’impossibilità della Shoà. Da qui il lungo corollario di accuse contro gli storici, accusati si essere quasi sempre «”storici di corte” », mentre i congressi sono sempre dei fallimenti solo perchè si confrontano ipotesi storiografiche diverse.
[1]L’interesse per i temi culturalidella nuova destra nella prima metà degli anni Ottanta haprodotto numerosi contributi. Cfr. almeno F. Ferraresi (a cura), Ladestra radicale, in particolare il saggio La nuova destra diM. Revelli, Milano, Feltrinelli, 1984, pp. 119-214; AA.VV., Nuovadestra e cultura reazionaria negli anni ottanta, Atti delconvegno di Cuneo, 19-20-21 novembre 1982, in «Notiziario»dell’Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia, giugno1983, n. 23; M. Revelli, I “nuovi proscritti”:appunti su alcuni temi culturali della “nuova destra”, in«Rivista di storia contemporanea», 1983, n. 1, pp.37-69; Id., La cultura della destra radicale, Milano, Angeli,1985; M. Zucchinali, A destra in Italia oggi, Milano,Sugarco, 1986. Da ultimo, comunque, F. Ferraresi, Minacce allademocrazia. La destra radicale e la strategia della tensione inItalia nel dopoguerra, Milano, Feltrinelli, 1995.
[2]M. Lenci, La Nuova destraitaliana e le sue tesi politiche, in «Biblioteca dellalibertà», 1992, n. 118, pp. 117-140; non direttamenteinerente al tema della destra radicale, M. GIOVANA, Vecchie enuove destre: un decennio fra crisi della democrazia, legittimazionie “miti triviali”, in «Studi piacentini»,1993, n. 13, pp. 57-68.
[3]Al di là della destrae della sinistra, Atti del Convegno « Costanti edevoluzioni di un patrimonio culturale», Roma, LEDE, 1982.
[4]Cfr., ad es., fra le pocheiniziative, un incontro nazionale organizzato nel giugno 1992 aL’Aquila da «Avanguardia» (cfr. «Avanguardia»,giugno 1992, n. 80, p. 1) e un incontro-dibattito aperto a tutti imilitanti dell’area, dal 20 al 23 settembre, in «Aurora»,maggio 1993, n. 5, p. 14.
[5]Ad « Aurora » fariferimento il Movimento politico Antagonista, poi divenuto Sinistranazionale, che recentemente si è dotato di un ufficio dicoordinamento, fra i quali spiccano i nomi di Luigi Costa, direttoredel mensile, Luigi Pallavidini, commentatore politico del periodicoe autore di saggi di filosofia politica, e Carlo Terracciano,militante “storico” della destra radicale (cfr.Comunicato, in «Aurora», luglio 1993, n. 7, p. 4.Recentemente si è anche costitutito un « comitato perle attività sindacali » (cfr. Comunicati, in«Aurora», settembre 1993, n. 8, p. 16).
[6]Tra le riviste a diffusionenazionale è da annoverare anche «Sentinella d’Italia»,edita da Antonio Guerin. Più che appartenente alla destraradicale, però, il periodico di Guerin è rivolto agliex-appartenenti alla RSI.
[7]Al momento in cui scriviamo, «Antibancor » - pubblicata col sottotitolo di «Rassegnaperiodica di economia e finanza a cura del Fronte nazionale» -è arrivata al secondo numero. Quest’ impresa editoriale delgruppo di Freda richiederebbe un supplemento di ricerca, non fossealtro perché, a quanto ci risulta, è l’unica rivistadella destra radicale a privilegiare l’analisi dei fatti economici.E da tenere presente inoltre che tutta la destra radicale delsecondo dopoguerra (con la sola eccezione di un intellettuale qualeGiano Accame) non ha mai sviluppato un’analisi specifica dei fattieconomici, ad esclusione di qualche tentativo - ovviamente in chiavetutta cospirazionista - di Henry Coston. Finora la rivista hapubblicato interventi di stranieri (Alien ecc.) e di italiani(Verde, Aprile). La veste sufficientemente paludata della rivista egli appelli alla scientificità - l’obiettivo è quellodi procedere oltre l’economia classica, comprendendo in questa lateoria keynesiana e quella post-keynesiana (cfr. il volantinoallegato al n. 1 della rivista) - non sempre riescono a coprire leposizioni antisemite (v. ad es. G. Nicolini, Le “SalomonBrothers” e le miniere di re Salomone, in «Antibancor»,settembre 1992, n. 1, pp. 99-106). La rivista presenta anche unarubrica, «Antecedenti», in cui vengono ristampati saggio articoli dei teorici del corporativismo. Nel n. 2, figuravanoalcuni articoli di O. Spann (pp. 103-121).
[8]Quale follia, Quale logica,in «Ideogramma», 1984, n. 2, p. 3.
[9]Terra di popolo, n.monografico in «Ideogramma», 15 maggio 1985, n. 4.
[10]La scelta esistenziale eintimistica dei redattori - come soluzione ad un iperattivismo che,alla fine degli anni Settanta, era ormai giudicato privo diprospettive politiche -percorre tutta l’esperienza della rivista.Dopo avere raccolto fondi tra i lettori per aprire una cooperativaagricola, a più riprese si teorizza che l’opposizione alpotere politico prevede la costituzione delle “Comunitàorganiche di popolo”(v. ad es. Chiarezza, in«Ideogramma», luglio 1985, n. 5).
[11]Cfr., quale es. di rimasticaturedi posizioni evoliane, Maurizio Lattanzio, Stato e sistema.Appunti di un soldato politico, con una Presentazione diFreda (pp. 9-11), Padova, Ar, 1987; di ben altro spessore teorico,R. Pallavidini, Itinerario politico. Diario di un militante,Milano, Società Editrice Barbarossa, 1992. LaDisintegrazione del sistema, cito dalla III edizione,Padova, Ar, 1980, è stata tradotta in francese nel 1980, perle edizioni Pardès, Paris, a cura di Georges Gondinet. DiFreda risultano tradotte in Francia anche Due letterecontrocorrente, Nancy, 1990 (Cfr. J.-Y. Camus e R. Monzat, Lesdroites nationales et radicales en France. Répertoirecritique, Lyon, Presses Universitaire de Lyon, 1992, p. 333)
[12]Per l’evoluzionenazionalcomunista di riviste come «Orion», v., a titolodi puro esempio, il n. 108, settembre 1993. Le Edizioni all’Insegnadel Veltro, vicine alla riviste milanese, nel giro di pochi annihanno tradotto diversi saggi di scrittori (Dughin e Safarevic) o digruppi nazionalisti russi, come il Pamjat [v. ad es. A. FERRARI (acura), La Rinascita del nazionalismo russo, 1989; A.Dughin, Continente Russia, 1991; I. Safarevic, La settamondialista contro la Russia, 1991, AA.VV., La Russia chedice di no, 1992].
[13]A. Goldstaub, Intervento inNuova destra e cultura reazionaria, cit. p. 173.
[14]B. Cocchianella, L’antisemitismonella cultura e nei comportamenti della destra eversiva (1968-1978).Una ricerca sull’area veneto-emiliana, in AA.VV. (a cura di G.Caputo), Il pregiudizio antisemitico in Italia, Roma, 1984,p. 22.
[15]Durante i mesi in cui ilperiodico aveva fatto riferimento all’area rautiana, uno dei pochiarticoli antisemiti era stato una recensione al libro di G. Batault,Alcuni aspetti della questione giudaica, Padova, Ar, 1991 (v.la recensione in «Aurora», aprile-giugno 1991, n.2, p.8).
[16]Cfr., ad es., A. Ostidich, Lacolonna infame; C. Terracciano, Ancora e sempre: Olocausto,in «Aurora», rispettivamente, febbraio 1993, n. 2,pp. 6-7, giugno 1993, n. 6, pp. 4-5.
[17]C.M. (Claudio Mutti), recensionealla nuova edizione di F. Jesi, L’accusa del sangue,mitologia dell’antisemitismo, Brescia, Morcelliana, 1993, in«Aurora», marzo 1994, n. 3,p. 19.
[18]V. Lettera di Evola adAlmirante, in «Heliodromos», gennaio-febbraio 1982,n. 15, PP-7-13.
[19]Ma la tendenza alla presa didistanza dalla cultura del fascismo italiano è di lunga data,e risale ai giudizi evoliani sul fascismo (cfr. F. Ferraresi, DaEvola a Freda. Le dottrine della destra radicale fino al 1977, inId. (a cura), Ladestra radicale, cit., pp. 32-33.
[20]G. Valli, Semantica delrazzismo, in «L’Uomo libero», luglio 1993, n. 37, p.112.
[21]Ibid.,p. 115.
[22]Ibid.,p. 116.
[23]Ivi, p. 105.Ma di Valli, v. anche Lo specchio infranto, Milano,Edizioni dell’Uomo libero, 1989, un tentativo di fornire dignitàfilosofica a posizioni politiche chiaramente paganeggianti.L’identificazione fra razza e storia - così come emerge dallalinea politico-editoriale de «L’Uomo libero» -, ossia laconvinzione dell’immutabilità dei caratteri razziali nellastoria, non ha niente di revisionistico rispetto alla tradizione delpensiero razzista. Già Lukacs aveva rilevato, a propositodelle posizioni di Rosenberg come la storia dei germani « ètale solo in apparenza. In realtà quanto vi è di buonoin una razza è immutabile» (G. Lukacs, Ladistruzione della ragione, Torino, trad. it., Einaudi, 1959, macit. dall’ed. 1974, v. 2, p. 740).
[24]V. C. Mutti, Aiuto, voglionooccidentalizzarci, in «L’Italia settimanale», n. 17,28 aprile 1993, pp.32-33.
[25]A puro titolo d’esempio, v. M.Blondet, Le anime nere del grande Bill, in «L’Italiasettimanale», n. 2, 30 dicembre 1992, pp. 18-20, in cui sisostiene che «la galassia ebraica che circonda il nuovo astrodella Casa Bianca è immensa» (p. 19).
[26]Alla rubrica «Judaica»,«che raccoglie temi inerenti l’ebraismo, il sionismo e ilgiudaismo» («Orion», ottobre 1986, n. 25, p. 2 dicopertina), è affiancata quella sullo «Sterminazionismo», « Rubrica a base scientifica preposta allosmantellamento della menzogna olocaustica della popolazione ebraicanel periodo 1939-1945» (ibid.). La prima rubrica ètenuta da Gian Pio Mattogno, Maurizio Lattanzio e Carlo Mattogno.Per le discussioni sulla Torah, v. ad es., C. Mattogno, Notesu “Ebraicità ed Ebraismo”, in «Orion»,luglio 1986, n. 22, pp. 170-171.
[27]Alla voce «Judaica »,compare anche un volume sugli omicidi rituali (v. Catalogo delleEdizioni all’insegna del Veltro, inverno 1992-1993, Parma, 1992, pp.18-19).
[28]B. COCCHIANELLA, cit., pp.28-29.
[29]V. L’Introduzione allaraccolta di scritti di W. Sombart, Metafisica del capitalismo,Padova, Ar, 1977, pp. 7-45; poi Introduction àl’oeuvre de Werner Sombart, Paris, 1994.
[30]M. Murelli, Terzo Fronte eprima linea, in «Orion», agosto 1991, n. 83, p. 7.
[31]M.M. (Maurizio Murelli), UnLuna park chiamato Berlino, in «Orion», novembre1989, n. 62, p. 3.
[32]Cfr., ad es., F. Biondi, Forzaebrei, andiamo a destra, in «L’Italia settimanale»,29 giugno 1994, n. 25, pp. 22-23.
[33]C. Terracciano (con lacollaborazione di A. Colla, P.G. e GARS), Caleidoscopio Giugno1987. ‘89 e dintorni: Apocalypse noto, in «Orion»,giugno 1987, n. 33, p. 292.
[34]Così nel commento alManifesto del 17-5-1987, in occasione del primo convegnointernazionale di «Orion», luglio 1987, n. 34, p. 339.
[35]M. Lattanzio, Stato esistema, cit., p. 63.
[36]E. Ronzoni, II sensorecondito della lezione di Celine, in «L’Uomo libero»,aprile 1983, n. 14, p. 60.
[37]P. Sella, Europa 1939-1979,in«L’Uomolibero», 1980, n. 1, p. 41.
[38]Anonimo (ma attribuibile aMaurizio Murelli), Caleidoscopio, in «Orion»,dicembre 1987, n. 39, p. 82.
[39]Per una discussione di questiaspetti del pensiero politico di Alain de Benoist, v. P.A. Taguieff,Sur la Nouvelle droite, Paris, De Noél, 1994.
[40]P. Sella, Indipendenzaeuropea e questione palestinese, in «L’Uomo libero»,aprile 1986, n.23, p. 8.
[41]Per una rassegna sui problemiconnessi alla dottrina cospirazionista, con particolare riferimentoall’antisemitismo, sia permesso rimandare a F. Germinario,Cospirazionismo e antisemitismo. Appunti su Les Protocoles dessages de Sion. Faux et usage d’unfaux di P.A. Taguieff, in«Teoria politica», 1993, n. 3, pp. 135-147.
[42]«Soprattutto, lastoriografia di parte cattolica […] svelava nel modo piùevidente la povertà a cui il pensiero cattolico era ridotto,e persino la sua trivialità o puerilità; perché[…] essa, com’è risaputo, tutto il moto della storiamoderna considerava nient’altro che orribile perversione, e autoricolpevoli di tanto male accusava i Luteri e i Calvini, i Voltaire ei Rousseau, e gli altri “corruttori” e la “setta’,che a suo dire, tessendo secretamente una tela d’nsidie, avevariportato temporaneo e diabolico successo; e, insomma, invece distoria, se ne stava a contare fole di orchi da spaurire bimbi»(B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, a cura diG. Galasso, Milano, Adelphi, 1991, pp. 34-35).
[43]V. i riferimenti a Barruel daparte di G.P. Mattogno, il maggiore esperto di storia dellamassoneria nella destra radicale italiana, in La massoneria e larivoluzione francese, Parma, Quaderni del Veltro, 1990, pp.70-71; L’abate Augustin Barruel e la rivoluzione del 1789, in«Origini»,supplemento a «Orion», 1989, n. 61; tutto in chiavecospirazionista, anche Id., La rivoluzione borghese inItalia (Dalla Restaurazione ai moti del 1831), Parma, Edizioniall’Insegna del Veltro, 1993.
[44]A. Volskij, I veri protocolli, Parma, Edizioni all’insegnadel Veltro, 1993. Il volume costituisce un’esaltazione della figuradel mistico russo Nilus, il primo curatore dei Protocolli, lacui stesura invece viene attribuita ad un ebreo sionista AsherGinzberg. Ma l’aspetto essenziale della pubblicazione consiste nelmantenimento dell’alone di mistero che circonda i Protocolliclassici. Così, stando alla Nota introduttiva diClaudio Veltri, «i capitoli di questo libro (sono n.d.r.)estratti da un manoscritto redatto in francese nel 1985 e intitolatoProphètes et visionnaires de Russie» (p. 5).
[45]L. Ragni, Il mondialismocapitalista. Mercato globale e società multirazziale, Milano,Edizioni dell’uomo libero, 1992, p. 52 sgg. Una dilettantesca (maindicativa comunque dell’influenza esercita dalla logicacospirazionista) ricostruzione della rivoluzione d’ottobre comecomplotto ebraico vedila in M. Lattanzio, Russia 1917: “Golpe”ebraico, in «Heliodromos», aprile-maggio-giugno1985, n. 23, pp. 34-41; e, sia pure riferito al marxismo, conpretese di confutazione filosofica, G.P. Mattogno, Ilmarxismo come problema storiografico e politico, in«Heliodromos», nuova serie, estate 1986, n. 1, pp.22-43.
[46]M.T. Pichetto, L’antisemitismonella cultura della destra radicale, in «Italiacontemporanea», dicembre 1986, n. 165, p. 72.
[47]P. Rassinier, La menzogna diUlisse, Milano, Le Rune, 1967.
[48]AA.VV., Gruppo di AR, Padova,1963. Alcune pagine dell’opuscolo - quelle più esplicitamentenegazioniste - sono state ristampate in un n. monografico di«Avanguardia», tutto dedicato al tema (Cfr. Campidi concentramento nazisti: menzogna e realtà, in«Avanguardia», gennaio 1989, n. 45, pp. 1923).
[49]H. Rousso, La syndrome deVichy de 1944 à nosjours, Paris, Seuil, n. ed. 1990.
[50]A. Romualdi, Il Fascismo comefenomeno europeo, Roma, 1984.
[51]V. ad es. la decisa stroncaturadel libro di M. Veneziani, La rivoluzione conservatrice inItalia, Milano, Sugarco, 1987, in Quidam (pseud. di SilvanoPanunzio), La “conservazione rivoluzionaria”, in«Metapolitica», 1988, nn.1-2, n.3-4.
[52]Per le operazioni piùrecenti di storiografia di destra, v. P. Sella, Cinquantannidopo:Repubblica Sociale, fascismo, Germania nazionalsocialista, n.monografico de « L’Uomo libero», 1993, n. 36; L.E. Longo(a cura di), R.S.I. Antologia per un’atmosfera, Milano,Edizioni dell’Uomo libero, 1995. Il concetto di storiografia didestra è certamente improprio perché in genere itentativi neofascisti di presentare una lettura dei regimi fascistidiversa da quella degli storici di mestiere quasi mai si sonoelevati al di sopra di atteggiamenti meramente propagandistici.Rimane però il fatto che il modo con cui il neofascismoitaliano ha riletto i regimi fascisti in sede storiografica (sipensi a Rauti e Pisano) non è finora stato oggetto dinumerose ricerche specifiche [ad eccezione di qualche saggio di D.Cofrancesco, come ad es., Le destre radicali davanti al fascismo,in P. Corsini e L. Nova-ti, L’eversione nera. Cronache di undecennio (1974-1984), Atti del Convegno di Brescia, 25-26 maggio1984, Milano, Angeli, 1985, pp. 57-134 e di M. Revelli, La RSIe il neofascismo italiano, in «Annali della Fondazione”Luigi Micheletti”», La Repubblica Socialeitaliana 1943-1943, Atti del Convegno di Brescia, 4-5 ottobre1985, Brescia, 1986, pp.417-430)] malgrado la soddisfacente mole distudi sul neofascismo italiano. Qui è il caso di fare solouna constatazione. Come s’è già detto, dopo il 1945 inItalia la cultura neofascista non è riuscita a produrrericerche di una certa credibilità scientifica, al di fuori dialcuni saggi di Adriano Romualdi. Anche il famoso saggio di Evolasul Fascismo visto dalla destra, n. ed., Roma, Il SettimoSigillo, 1989, non ha pretese di bilancio storiografico, in quantointende giudicare il regime fascista attraverso la lente delleposizioni filosofiche evoliane. L’unico storico di destra, le cuiposizioni sono state prese in considerazione dalla storiografia dimestiere, risulta essere così il politologo americano J.A.Gregor - autore di diversi studi sui teorici del socialismonazionale, l’ideologia fascista, Sergio Panunzio, Michels ecc. - lecui opere figurano nei cataloghi delle Edizioni di Giovanni Volpe edelle Edizioni del Borghese.
[53]Indicativo quanto scritto inChiarificazione: per un verso, dichiarano di non riferirsialle «posizioni razzistiche di stampo biologico», percui si dicono convinti che «non tutti gli ebrei collaborano alpiano mondialista »; per l’altro, il razzismo biologico,espulso dalla porta, rientra dalla finestra: così “ebreo”è un «collaboratore consapevole o inconsapevole delpiano sionista di conquista mondiale, a cui partecipa perconvinzione culturale e/o religiosa o per nascita» (corsivonostro) in «Orion», gennaio 1987, n. 28, p. 94.
[54]V. a questo proposito, ***(attribuibile a M. Murelli), Caleidoscopio. Il bue e l’asinocornuto, in «Orion», dicembre 1987, n. 39, in part.p. 82.
[55]S. Levi Della Torre, Nuoveforme della giudeofobia, in «Rassegna mensile di Israel»,maggio-agosto 1984, nn. 5-8, p. 253.
[56]M. Menegatti, La veritàstorica si fa avanti sullo sterminio dei 6.000.000 di ebrei, in«Avanguardia», 1991, n. 1, p. 12.
[57]H. ROUSSO, La Seconde Guerremondiale dans la mémoire des droites francaises, inJ.-F. Sirinelli (a cura), Histoire des droites en Vrance, v.IL Cultures, Paris, Gallimard, 1982, p. 555 (ma v.tutto il paragrafo 1. Présence et usage du passe enpolitique, pp. 551-556). Le esplicite rivendicazioni del nazismonon sono molte. Per tutte, v. comunque, M. Lattanzio, RapportoLeuchter, in «Avanguardia», giugno 1993, n. 91, p.9.
[58]V. una bibliografia esaustivadella pubblicistica negazionista precedente in C. Mattogno, Ilmito dello sterminio ebraico. Introduzione storico-bibliograficaalla storiografia revisionista, Monfalcone, Sentinella d’Italia,1985, in part. pp. 42 sgg.
[59]C. Mattogno, La Risieradi S. Sabba, un falso grossolano, Monfalcone, Sentinellad’Italia, 1985; le affermazioni di Mattogno sono state poi ripreseda un altro pubblicista negazionista, Dagoberto Bellucci, in LaRisiera di San Sabba: un falso grossolano, in«Avanguardia», giugno 1993, n. 91, pp. 22-24; Id., Unfalso in Italia: il lager di Fossoli, in «Avanguardia»,cit., pp. 16-17.
[60]A parte la ristampa di alcuneinterviste a Faurisson ecc., per una delle poche presenze dipropagandisti stranieri del negazionismo v. la Presentazionedi D. Irving e la Prefazione di R. Faurisson al RapportoLeuchter, Parma, Edizioni all’insegna del Veltro, 1993,rispettivamente, pp. 5-8, pp. 9-15.
[61]Per le note vicende che hannocondotto una delle più prestigiose case editrici dellasinistra libertaria francese a pubblicare testi negazionisti, v. pertutti, Th. Maricourt, Les nouvellespasserelles de l’extreme droite, Paris, Manya, 1993, in part.pp. 90-93.
[62]V. di C. Saletta, oltre aititoli cit. da P. Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria,Roma, Editori Riuniti, 1993, p. 158, n. 64, anche Noterassineriane (con appendice sulla persecuzione giudiziaria di R.Faurisson), Estratto da «L’Internazionalista», dicembre1981-marzo 1982, n. 11, pp.27-37; Una messa a punto del signorVidal-Naquet e un’ulteriore messa a punto su di lui, SalaBolognese, per conto dell’autore, 1987. Una raccolta di alcuniscritti di Saletta vedila ora in Id., Per il revisionismo storicocontro Vidal-Naquet, Genova, Graphos, 1993, con in Appendice latrad. it. di un art. di R. Faurisson, Il revisionismo in Canada.I processi Zundel, pp. 96-111, uscito negli «Annalesd’histoire révisionniste », estate-autunno 1988, n. 5.Saletta, insieme a Gilberto Loforno, è anche il traduttoreitaliano di un saggio uscito nel 1979 su una rivista bordighistafrancese, Dallo sfruttamento nei Lager allo sfruttamentodei Lager. Una messa a punto marxista sulla questione delrevisionismo storico, Genova, Graphos, 1994. Di areasituazionista (a cura di Andrea Chersi), i7 Caso faurisson,Bagnolo Mella, s.d. (ma presumibilmente 1982); da ultimo,infine, v. l’intervista a Corrado Basile, responsabile delleEdizioni Graphos in A. Cucchi, A colloquio con le EdizioniGraphos, in «Orion», agosto 1994, n. 119, pp.404-41.
[63]C. Mattogno, La soluzionefinale. Problemi e polemiche, Padova, Ar, 1991, rispettivamente,p. 17, p. 186.
[64]P. Vidal-Naquet, Gliassassini della memoria, cit., pp. 17-18.
[65]La definizione è di P.Vidal-Naquet, cit., p. 158, n.64.
[66]V. C. Mattogno, Undeformatore della verità storica?, in «Orion»,1987, n. 30, pp. 203-206.
[67]Così R. Faurissonnell’intervista a U. Munzi, in «Il Corriere della sera»,18 novembre 1992, p. 33, ma cit. da «Avanguardia»,giugno 1993, n. 91, pp. 20-21).
[68]Fabio, Ancora sulrevisionismo, in «Orion», luglio 1991, n. 82, p. 43.
[69]E. Drumont, Le Testament d’unantisemite, Paris, Dentu, 1890, p. VI; La Dernièrebaiatile, Paris, Dentu, 1890, ha poi come sottotitoloNouvelle Etude psychologique et sociale, mentre quello dellaFrance juive, Paris, Flammarion, s.d. (ma 1886), èEssai d’histoire contemporaine. Nella pur vasta bibliografiasull’antisemitismo francese di fine secolo non esiste, a quanto cirisulta, una ricerca esaustiva incentrata sull’analisi delle pretesedi neutralità scientifica di Drumont. Molto brevemente, sipuò osservare che le pretese drumontiane di fornireun’interpretazione scientifica dei fenomeni sociali - confermata dalconsiderare sé stesso un sociologo e non un giornalista - èprobabilmente da attribuire all’influenza profonda esercitata dallacultura tardopositivista sul pensiero drumontiano.
[70]V. M. Menegatti, La veritàstorica si fa avanti sullo sterminio dei 6.000.000 di ebrei, in«Avanguardia», 1989, n. 45, p. 12.
[71]V. P. Sella, Prima diIsraele, Palestina Nazione araba questione ebraica, Milano, Ed.L’Uomo libero, 1990, p. 199, p. 209. Ma per un’ulteriore provadell’attenzione della destra radicale italiana per le tesi di Nolte,v. l’intervista allo storico tedesco, in E. Wolken, Ernst Nolte:la storiografia senza complessi, in «La Spina nel fianco»,luglio-agosto 1993, n.l, p. 13 e la trad. it. di Drammadialettico o tragedia? La guerra civile mondiale a altri saggi, acura de II Settimo Sigillo e Perugia University Press, Roma, 1994.Le posizioni di Nolte com’è noto hanno provocato un vivacedibattito anche in Italia, oltre che in Germania. Qui èappena il caso di accennare che al successo di Nolte presso lacultura italiana della destra radicale hanno contribuito anche altridue motivi. Il primo è che 1* “appropriazione” diNolte surroga i mai decollati tentativi dei vari Rauti, Pisano,Adriano Ro-mualdi ecc. di fondare una storiografia di destra chepotesse godere di un certo credito scientifico tra gli storici. Inun certo senso, quindi, il successo di Nolte è una cartina ditornasole delle difficoltà rivelate dalla cultura italianadella destra radicale dopo il 1945 in materia di riflessionestoriografica. Il secondo motivo risiede nelle posizioni diFrancesco Coppellotti, il traduttore italiano dello storico tedesco.Coppellotti non è negazionista, limitandosi molto piùprosaicamente a sostenere che risulta «inadeguata] »perché «scritta dai vincitori» l’interpretazione«sterminazionista e simbolica, per cui l’annichilimento totaledei corpi degli ebrei nel processo “industriale” digasazione-cremazione diviene simbolo della volontà nazista diannientare tutta la razza, ma anche simbolo di male assoluto.»La strana storia diSchindler, in «L’Italiasettimanale», 13 aprile 1994, n. 14, p. 50. La sua udienzapresso la destra radicale italiana si spiega colla polemica neiconfronti della cultura politica italiana antifascista. In diversePrefazioni e Postfazioni (v. L’inutile menzogna antifascista e lasua necessaria catastrofe, Postfazione a E. Nolte, Il giovaneMussolini. Marx e Nietzsche in Mussolini socialista, tr. it.,Milano, Sugarco, 1993, pp. 153-164; // Gulag, Auschwitz el’eloquenza delle marionette; Appendice 1. Un dramma didattico: laricezione necessariamente falsa di Nolte in Italia-, Appendice 2.Moesta et errabunda: la “riduzione” Sansoni dei testi diNolte, tutti in E. Nolte, Dramma dialettico o tragedia? Laguerra civile mondiale e altri saggi, cit. rispettivamente, pp.9-30, pp.153-170, pp.171-177) Coppellotti polemizza aspramentecontro «La casta intellettuale tuttora dominante, [dejgliazionisti e [de]gii stalinisti che hanno fatto dellaguerra-civile-per-procura 1943-1945 il paradigma della veritàdella storia italiana, i cattedratici e le grandi firme deiquotidiani nazionali, consci del sostanziale fallimento dellapedagogia antifascista […]» {Un dramma didattico cit.,p. 153; ma così anche in L’inutile menzogna cit.,pp.153-158). Ovviamente nihilnovi…, visto che non mancanoné una certa visione complottistica delle vicende culturaliitaliane, né le accuse alla storiografia azionista- comunistaecc. di avere censurato o stravolto le posizioni noltiane. L’unicorisultato degno di rilievo, almeno ai fini del nostro discorso, èquello di presentare in una chiave di lettura radicalmentepoliticizzata posizioni, quelle noltiane appunto, che, almeno nelleintenzioni originarie dello studioso tedesco, pretendevano di esseresemplicemente storiografiche.
[72]F. R., Ernst Nolte e la«giustificazione del genocidio », in «Aurora»,ottobre-dicembre 1992, pp. 9-10.
[73]M. Lattanzio, RapportoLeuchter, in «Avanguardia», giugno 1993, 1991, n.91, p. 6.
[74]C. Mattogno, La soluzionefinale, cit., p. 191.
[75]«Quanto a noi,personalmente, - riconosce Maurizio Lattanzio - la questione tecnicainerente alle modalità esecutive miranti alla soluzionefinale del problema ebraico, non ci interessa più di tanto[…]. La valenza mitica, il rilievo storico e la validitàpolitica della forma rivoluzionaria “scolpita” neglistilemi d’acciaio del Terzo Reich permarrebbe-ro comunque intatti.La rivoluzione crociuncinata rappresenta un’esperienzastorico-polti-ca che non deve “dimostrare” niente anessuno […] ». M. Lattanzio, Rapporto Leuchter, in«Avanguardia», giugno 1993, n. 91, p. 9.
[76] «Aurora» (maquasi sicuramente da attribuire a Luigi Costa), Intervista aMaurizio Murelli, in «Aurora», gennaio 1993., n. 1,p. 9.
[77]V. per tutti M. Waintrater, Lemauvais juif de Sion. Antisionisme et antisémitisme: lesfortunes d’un concept, in L. POLIAKOV (a cura), Histoire del’antisémitisme 1945-1993, Paris, Seuil, 1994, pp. 19-32.
[78]C. Mattogno, La soluzionefinale, cit., p.193.
[79]Ibid., p.201,n.2.
[80]Anonimo (ma attribuibile aMarcello Veneziani), L’olocausto nel “revisionismo”italiano, in «Pagine libere», gennaio 1991, n. 1,pp. 40-41, corsivo nostro. Per una collocazione di queste posizioninel più generale panorama della destra conservatrice, v. M.Gio-VANA, Orientamenti e ipotesi politiche nella pubblicisticadella “Nuova Destra”: evoliani, jun-geriani, “socialismotricolore” e neo-gollismo tra gli anni ottanta e novanta, in«Il presente e la storia», giugno 1993, n. 43, in part.p. 82.
[81]M. Lattanzio, RapportoLeuchter, in «Avanguardia», cit., p. 6.
[82]Risposta alla lettera di unlettore, in «Orion», marzo 1987, n. 30, p. 208 (larisposta, anonima, è da attribuire a Maurizio Murelli).
[83]D. B., Il revisionismo inItalia, in «Avanguardia», 1989, n. 45, p. 28.
[84]G. Valli, RiabilitareVoltaire? Discorso alle anime pie del “revisionismo”olocaustico, in «Orion», aprile 1991, n. 79, pp.10-15 (per l’accusa di antifascismo militante nei confronti diVeneziani, v. p. 15); F. Deana, Lettera aperta al signor MarcelloVeneziani, in «Orion», luglio 1991, n. 82, pp.47-48, poi ristampata anche in «Avanguardia», settembre1991, n. 71, pp. 33-34.
[85]G. Valli, art. cit., p. 12.
[86]C. Mattogno, La Soluzionefinale, cit., p. 209.
[87]V. le didascalie alle due fotoin Rapporto Leuchter, cit., p. 1, p. 4 di copertina. V. anchela copertina de II mito dello sterminio ebraico, cit. di C.Mattogno, in cui sono raffigurati bambini in divisa dei Lager chesalutano festanti l’obiettivo.
[88]P. De Martin, Il segreto diDachau, Monfalcone, Sentinella d’Italia, 1989, foto pubblicata ap. 26.
[89]La tesi è sostenuta inOlocausto, in «Heliodromos», giugno 1979, n. 6,pp. 21-22.
[90]G. Valli, Semantica delrazzismo, in «L’Uomo libero», cit., p.107.
[91]F. Deana, Lettera aperta alsignor Marcello Veneziani, in «Orion», luglio 1991,n. S2, p. 48 (ripreso in «Avanguardia», settembre1991, n. 71, p. 33).
[92]C. Mattogno, cit., p. 47.
[93]Ibid., pp. 111-112, ma cosìanche P. Sella, cit., p. 201.