
Originariamente Scritto da
Myrddin-Merlino
La precarietà che si nasconde dietro ai numeri
di Sara Farolfi
su Il Manifesto del 19/08/2007
Le assunzioni a tempo determinato hanno superato, nel 2006, la soglia del 51%. I lavoratori precari sono circa il 20% del totale degli occupati, ma per i pasdaran della legge 30, solo il 13%
Poco più di tre milioni, o oltre cinque milioni? Poco più del 13, o il 20% dell'occupazione complessiva? Una cosa è certa. E' difficile avere dati numerici precisi sul bacino della precarietà in Italia, da cui tra l'altro non si può disgiungere il fenomeno del lavoro sommerso. Ma la questione non è di poco conto, non fosse altro per il fatto che tutte le battaglie ideologiche hanno a supporto una (consona) produzione, e interpretazione, di dati e sondaggi. I numeri insomma, e non è una novità, sono tutt'altro che imparziali.
Tanto più se si parla di precarietà, quel fenomeno che i sociologi definiscono come assenza di sicurezza, e che spesso si nasconde nelle pieghe del lavoro falsamente autonomo. Basti pensare a quello che è l'unico criterio adottato dal nostro istituto di statistica per rilevare gli occupati. Secondo l'Istat, occupato è chi ha lavorato almeno un'ora, dietro compenso, nel corso della settimana precedente (precedente, s'intende, al momento dell'intervista che è il metodo utilizzato dall'Istat per effettuare le statistiche). E al fatto che sugli istituti di statistica (in tutta Europa) pesa la pressione dei governi, del tutto interessati a dimostrare che l'occupazione aumenta.
I pasdaran della Legge 30, che si preparano a scendere in piazza il prossimo 20 ottobre, snocciolano i dati, riportando le statistiche dell'ultimo rapporto Cnel e riferite al 2006: l'occupazione atipica riguarda il 13,3% dell'occupazione totale, per un totale di poco più di 3 milioni di persone. Ma il 13% è una percentuale che tiene conto solamente degli occupati dipendenti con un lavoro a termine, con contratti cioè a tempo determinato (2,2 milioni di persone nel 2006, secondo l'Istat).
Il sociologo Luciano Gallino parla di altre cifre e, sulla base dei dati Istat relativi al primo trimestre 2007, quantifica il numero dei lavoratori precari «per legge» in 4,5 - 5,5 milioni di persone, il 20% del totale dell'occupazione. Il numero comprende i 2,1 milioni di persone che hanno un contratto a tempo determinato, gli occupati permanentemente a tempo parziale (1,8 milioni) nella supposizione che il tempo parziale sia imposto dal datore di lavoro, e poi le collaborazioni, i contratti a progetto e tutta quella serie di figure minori, dai contratti di apprendistato al lavoro intermittente. A questi poi sono da aggiungere tutti i lavoratori precari «al di fuori della legge», tutti coloro cioè che fanno parte dell'economia sommersa (1,8 milioni di persone secondo le stime dell'Istat riferite al 2004) e coloro che hanno un secondo lavoro, o un lavoro parzialmente in nero (3 milioni di persone). E se in quanto a precarietà l'Italia si attesta su percentuali non molto più alte di quelle europee, in quanto a lavoro sommerso, recenti indagini ci assegnano il primato in Europa, con percentuali mediamente doppie rispetto a quelle di altri paesi.
Sappiamo che nel corso del 2006, per la prima volta, nelle nuove assunzioni il lavoro a tempo determinato ha superato la soglia del 51%. Era lo stesso ministro del Lavoro, Cesare Damiano, lo scorso aprile, nel corso di un'audizione alla Camera, a fare l'esempio di «contratti a tempo determinato stipulati fino a 3 anni per testare il lavoratore neoassunto, eludendo così l'ordinario periodo di prova legale o contrattuale», oppure «del fenomeno della continua reiterazione dei contratti a tempo determinato». Eppure, stando al neonato protocollo sul Welfare, i contratti a tempo determinato continueranno a essere rinnovati. Certo, dopo tre anni si dovrà farlo davanti alla Direzione provinciale del lavoro, ma solo nel caso che questa procedura non venga rispettata, il contratto sarà da considerarsi a tempo indeterminato.
Per quanto riguarda invece i lavoratori parasubordinati, i dati del rapporto dell'«Osservatorio sul lavoro atipico» (a cura di sociologi dell'università La Sapienza), dicono che nel 2006 gli atipici, che afferiscono alla gestione separata Inps, sono cresciuti di oltre il 6%. Oltre 800 mila persone, forzatamente «giovani» a più di 36 anni, con un reddito che non supera i 10 mila euro lordi all'anno. Per gli uomini però, perchè le donne arrivano circa alla metà.