
Originariamente Scritto da
pietro936
Livorno, indagini sul rogo: l'ipotesi del raid
Rachele Gonnelli

L'avvocato Andrea Callaioli
Le indagini sul rogo del campo nomadi di Livorno dove nel week end prima di Ferragosto hanno trovato la morte quattro bambini stanno andando avanti, anche se tra mille difficoltà, soprattutto culturali e linguistiche. Le due coppie di genitori al momento restano in carcere ma il giudice ha escluso che la morte dei bambini sia una loro responsabilità. Il fermo a loro carico nel carcere delle Sughere è stato convalidato per paura di fuga e di reiterazione del reato di abbandono di minori mentre i quattro sono stati scagionati dall'ipotesi di omicidio colposo. Resta invece del tutto in piedi per ora l'ipotesi di un'aggressione razzista.
Una relazione dei Vigili del Fuoco sui primi referti è stata già consegnata in Tribunale. Venerdì è stato disposto un nuovo sopralluogo tra le baracche incenerite sotto il cavalcavia di via Pian di Rota nella periferia industriale di Stagno. L'accampamento è stato setacciato per oltre un'ora e mezzo dai due esperti nominati dal pm Antonio Giaconi: il chimico Roberto Tartarelli e il tossicologo Mario Giusiani. Sono stati raccolti altri reperti, su cui sono state disposte nuove analisi nel tentativo di ricostruire cosa abbia appiccato il fuoco alle baracche nella notte tra venerdì e sabato 11 agosto. Coperte, materassi, teloni di tipo militare e quel "maledetto" reticolato annerito, forse un canile preesistente, su cui i rom avevano costruito le capanne e che ha fatto da "tappo" alla fuga dei bambini sorpresi nel sonno dalle fiamme. Gli esperti cercano di scoprire la velocità di propagazione dell'incendio, per cercare di stabilire se si sia potuto trattare di un rogo appiccato o fortuito, causato magari da una candela, una cicca o un carbone. Anche gli esami tossicologici sul quantitativo di anidride carbonica nel sangue delle piccole vittime dovrebbero dare degli indizi su questo. Ma non sono ancora pronti. E poi i materiali, la loro infiammabilità, potranno completare il quadro. Quello che è certo è che gli adulti non avevano acqua a disposizione per spegnere le fiamme.
I funerali con le quattro salme si dovrebbero svolgere nel Duomo di Livorno, officiati da un prete ortodosso. I genitori hanno già ottenuto il permesso di parteciparvi. Ma ancora non si sa quando sarà. La cerimonia funebre dovrà attendere fin quando non saranno disponibili i risultati delle autopsie compite giovedì sera. In particolare si attende l'analisi del Dna per stabilire l'effettiva paternità e maternità della quarta vittima, Lenuca una bambina di sei anni. Secondo quanto raccontato dagli zingari del campo di via Pian di Rota la bambina era la sorella e non la figlia di Torel, anche se veniva allevata da questi e dalla moglie come una figlia. Ma l'esame non sarà pronto prima dei primi di settembre. E solo allora i quattro bambini potranno avere una sepoltura.
I quattro genitori hanno sempre sostenuto di aver sentito, pochi minuti prima che le fiamme avvolgessero la baracca, qualcuno minacciare in italiano qualcosa come: «Maledetti zingari, vi diamo fuoco». Dopo le minacce, gli adulti si sono lanciati all'inseguimento dei presunti aggressori, e solo tornando indietro si sono accorti dell'incendio, quando ormai era troppo tardi per salvare i bimbi. «Le loro ricostruzioni su questo sono credibili e sostanzialmente sovrapponibili», dice l'avvocato Andrea Callaioli che li difende . «La pubblica accusa sostiene che i genitori non erano nelle vicinanze delle baracche al momento dell'incendio ma non dice dove potevano essere. E c'è da spiegare che questo gruppo di zingari rumeni è molto diverso dai più conosciuti rom balcanici: non hanno automobili o moto, si spostano a piedi, non hanno lampade a petrolio o fornelli, cucinano con un fuoco di legna lontano una decina di metri dal campo, hanno solo piccole torce elettriche perché si svegliano e si coricano col sole, vivono di accattonaggio, portando i carrelli dei supermercati o lavando vetri ai semafori». Callaioli non crede che le fiamme si possano essere propagato dal fuoco del bivacco. «Aveva piovuto non molte ore prima».Mentre l'elementare vita sociale di questa comunità rumena non sembra poter contemperare una vendetta. Quindi l'unica altra possibilità oltre il raid razzista è che i bambini lasciati soli abbiano appiccato involontariamente l'incendio con i grandi a pochi passi da loro in uno stato di torpore incapaci di accorgersene se non troppo tardi. «ma anche sul reato di abbandono di minori c'è da precisare che la bambina più grande tra i quattro morti aveva 12 anni, un'età che per gli zingari è vicina a quella delle loro nozze», precisa ancora Callaioli.
Gli zingari di questa piccola comunità rom erano arrivati sotto il cavalcavia della morte da pochi giorni, scacciati da un edificio diroccato e pericolante. I livornesi che gestiscono gli orti intorno al cavalcavia avevano regalato frutta e qualche vestito ai loro bambini. Ma in città, vicino alla stazione, altri zingari dediti alla prostituzione delle loro donne qualche settimana prima erano venuti alle mani con dei giovani livornesi. Da questa rissa, nelle vicinanze della stazione, ne era nata una violenta reazione sulle pagine del Tirreno di Livorno, con interventi ripetuti dell'ex leader locale della Lega Nord. Sfoghi a base di frasi come «basta col buonismo, devono andarsene», «degrado» «via gli stranieri», «più sicurezza».
Ora il sindaco di Livorno Alessandro Cosimi ha promesso di accogliere le famiglie del campo bruciato in un alloggio di emergenza. «Un bel gesto - dice l'avvocato Callaioli - ma per ora non abbiamo visto niente».
Pubblicato il 17.08.07

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