1
Mario Del Treppo
Prospettive mediterranee della politica economica di Federico II
[A stampa in
Friedrich II. Tagung des Deutschen Historischen Instituts in Rom im Gedenkjahr 1994, a cura di A.
Esch - N. Kamp, Tübingen 1996, pp. 316-338 – Distribuito in formato digitale da “Reti Medievali”]
Per un certo meridionalismo, un po’ piagnone, di cui sembra che non ci si possa ancora del tutto
liberare, e che la storia del Mezzogiorno concepisce come la storia ideale eterna della questione
meridionale, di cui esso si ostina a cercare le più remote ed improbabili cause (soddisfatto quando
crede di averle trovate in un preciso momento storico, e meglio ancora se in un ben individuato
personaggio), Federico II è l’imputato ideale. Trattandosi di una figura, sotto tutti i punti di vista,
di eccezionale statura, le colpe (così come per converso i meriti) non possono che avere la misura
della grandezza, e per questo apparire come cause di assoluta efficacia, decisive nel determinare il
corso della storia. Con Federico II poi, liberarsi della storiografia è impossibile, voglio dire del
carico delle interpretazioni storiografiche attualizzanti, dei condizionamenti di matrice politicoideologica;
e quelli che su di lui finisce per proiettare la questione meridionale non sono che un
aspetto del più generale condizionamento imposto dal suo mito1. Non ci si sottrae però ad esso
rovesciandolo, e riducendo il grande Federico a dimensioni comuni, anche se delle dimensioni di
un
imperatore pur sempre si tratta.
Collocato dentro le linee di svolgimento della storia meridionale, Federico II diventa il
responsabile del “malgoverno economico” del Sud, il suo sciagurato trentennio di regno la causa
della emarginazione della monarchia siciliana: così è per Francesco de Robertis, in un saggio del
1971 dal sottotitolo rivelatore: «per una moderna reinterpretazione della vicenda siciliana»; saggio
pieno di rinvii, oltre che allo Svevo, a Salvemini, Dorso, Compagna e Tommaso Fiore2.
Una volta individuate le matrici, peraltro rispettabili sul piano etico-politico, di questa
interpretazione, non metterebbe conto confutarla, specialmente dopo l’analisi esauriente ed
equilibrata che della politica economica del re di Sicilia ha fatto Erich Maschke, già nel 19663 (il
quale ironicamente obbiettava al meridionalismo storiografico che, dopo i 30 anni federiciani, i
successivi 700 sarebbero dovuti bastare a riparare i guasti prodotti dallo Svevo)4, se gli argomenti
di quel meridionalismo non fossero stati, anche di recente, ripresi con forza in un ampio e
ragionato volume sulla monarchia normanno-sveva, volume destinato al grande pubblico e alla
consultazione. Salvatore Tramontana, che ne è l’autore, ritorna infatti sul tema del mancato
sviluppo del Mezzogiorno e della debolezza della sua classe mercantile e imprenditoriale fin dal
tempo di Federico II, per considerare, tra l’altro, il sistema finanziario e fiscale da lui messo in
opera «come sottrazione e dispendio di risorse», e per sottolineare la «dimensione repressiva della
concezione federiciana del potere e i suoi riflessi – ovviamente negativi – sull’andamento della
produzione»5. La sequenza è questa: instaurazione di monopoli statali, imposizione di corvées alle
popolazioni rurali, abbandono delle terre da parte dei villani, modesti livelli della produzione
agricola e, alla fine, fuoriuscita del Mezzogiorno dal circuito del commercio internazionale.
Libera dai pregiudizi e dalle preoccupazioni della storiografia italiana, quella straniera ha da
tempo posto su basi scientificamente più rigorose la politica economica del re di Sicilia; anche se,
ad esempio, nell’americano Powell la questione meridionale è tutt’altro che rimossa, ed essa gli
suggerisce domande sulle origini storiche della decadenza del Sud che implicano una affermazione
1
M. Del Treppo, Tra miti e ricerca storica, in: Nel segno di Federico II. Unità politica e pluralità culturale del
Mezzogiorno
(Atti del IV Convegno Internazionale di Studi della Fondazione Napoli Novantanove, 30 sett.-1 ott.
1988), Napoli 1989, pp. 11-28.
2
Fr. De Robertis, La politica economica di Federico II di Svevia (per una moderna reinterpretazione della vicenda
federiciana)
, Atti delle Seconde Giornate Federiciane (Oria: 16-17 ottobre 1971), Bari 1974, pp. 27-40.
3
E. Maschke, Die Wirtschaftspolitik Kaiser Friedrichs II. im Königreich Sizilien, Vierteljahrschrift für Sozial- und
Wirtschaftsgeschichte, 53 (1966), 3, pp. 289-328, e anche in: Stupor Mundi. Zur Geschichte Friedrichs II. von
Hohenstaufen
, (Hg. G.G. Wolf), Darmstadt 1982, pp. 349-94, dal quale si cita.
4
Maschke, Die Wirtschaftspolitik cit., p. 392.
5
S. Tramontana, La monarchia normanna e sveva, Torino 1986, particolarmente pp. 250-59.
2
tutta da verificare, anche se generalmente assunta come una verità: la premessa cioè che le
condizioni di sviluppo del Nord e del Sud fossero fino al X secolo egualmente promettenti6.
A distanza di trent’anni, il quadro complessivo della politica economica di Federico, quale è stato
ricostruito da Powell e da Maschke, conserva sostanzialmente intatta la sua validità, e rende
superflua una sua riproposizione in termini generali. La conserva – dobbiamo però subito
aggiungere – dentro di una precisa e delimitata prospettiva, che non può più essere la nostra, una
prospettiva che privilegiava il momento soggettivo della decisione politica, quale si cristallizza e
definisce nella norma legislativa, fuori da ogni considerazione delle possibilità e delle alternative
che la precedono, e delle quali invece andrà valutata la consistenza e probabilità di successo, cioè a
dire il peso delle forze condizionanti del passato così come la carica innovatrice che si apre al
futuro. Questo rilievo tocca in qualche misura anche il lavoro del Maschke, studioso che pur fece
proprio un più duttile e moderno concetto di Wirtschaftspolitik, intesa come il complesso di
provvedimenti dell’autorità politica capaci di influire sulla struttura economica e sui relativi
processi; provvedimenti legislativi da verificare sul campo, e non pure linee di un astratto
programma economico7. Solo che la verifica degli effetti e dei risultati fu dallo studioso tedesco
demandata alla corrispondenza informativa dei funzionari federiciani delle amministrazioni
periferiche, chiamati ad attuare quelle decisioni: Maschke rimase così dentro ad un medesimo
circuito documentario. È necessario invece, in casi come questo, cercare di uscire dalla
documentazione ufficiale e di carattere legislativo per accedere a testimonianze di tutt’altro tipo.
Ancora più importante, in sede metodologica, è vedere quale e quanta parte della “struttura” poté
condizionare le decisioni del sovrano svevo e, viceversa, in quale misura egli seppe rispondere alle
sfide della congiuntura o, perfino, anticiparle. Avevo espresso questa esigenza molti anni fa nella
mia recensione al saggio di Powell8: ora vedo che lo studioso americano la fa propria, e propone
questa linea di ricerca per le indagini future e una possibile reinterpretazione della politica di
Federico II9. Si tratta, per chi ama le formule, di trovare il luogo d’intersezione di due piani, quello
dell’azione personale del soggetto protagonista della storia – e nessuno lo fu più del grande
Hohenstaufen –, e il piano della realtà, delle strutture, che in nessuna parte d’Italia, e forse
d’Europa, hanno conosciuto i tempi lenti e le resistenze della lunga durata come nell’Italia
meridionale.
Fatta questa premessa, ritengo che all’interno della sua politica economica, cui concorrono, com’è
naturale, componenti diverse secondo i diversi campi di intervento, debbano essere individuate
quelle in cui meglio si possa cogliere la capacità di innovazione e di incidenza, secondo il modello
suaccennato. Non v’è dubbio che la creazione di un sistema produttivo e di conduzione nuovo in
agricoltura – quello delle masserie di stato cerealicole e/o di allevamento –, anzi l’introduzione
tout court
della masseria come modo di produzione, sia l’iniziativa più originale.
Atti costitutivi e normativi della masseria regia possono essere considerati il decreto di nomina di
un provisor massariarum con competenze sulla Apulia, che Huillard-Bréholles pubblicò, in una
con altre novae constitutiones posteriori al Liber Augustalis del 1231, con il titolo di Constitutio
sive encyclica super massariis curiae procurandis et provide regendis
10, e lo Statutum
massariarum, da attribuirsi, con qualche dubbio, a Manfredi, e che fa parte dei cosiddetti
excerpta massiliensia
11. La parte sostanziale di questa normativa confluì più tardi in un formulario
della cancelleria angioina di Carlo II, col titolo Forma commissionis officii magistri massarii12. Si
tratta di testi legislativi che, in quanto tali, esprimono sicuramente una volontà politica certa, ma
la cui reale ed effettiva portata andrà verificata su altra documentazione.
6
J.M. Powell, Medieval Monarchy and Trade. The Economic Policy of Frederik II in the Kingdom of Sicily (A
Survey)
, Studi Medievali, III Serie, 3 (1962), 2, p. 420.
7
Maschke, Die Wirtschaftspolitik, p. 349.
8
In Rivista Storica Italiana, 76 (1964), 4, pp. 1092-96.
9
J.M. Powell, Economy and Society in the Kingdom of Sicily under Frederik II: Recents Perspectives, in: Intellectual
Life and the Court of Frederik II Hohenstaufen
, (ed. W. Tronzo), Washington 1994, pp. 263-69.
10
J.L.A. Huillard-Bréholles, Historia Diplomatica Friderici II, voll. 6, Parisiis 1852-60, IV, 1, pp. 213-16.
11
E. Winckelmann, Acta Imperii Inedita saeculi XIII, I, Innsbruck 1880, n. 998, pp. 754-59.
12
I Registri della Cancelleria Angioina, ricostruiti da R. Filangieri e archivisti napoletani, XXXI (1306-07), Accademia
Pontaniana, Napoli 1980, pp. 74-79.
3
Non si sa, per l’età normanna, di alcun ordinamento relativo a masserie regie; non si esclude che
qualche masseria di privati ci sia stata e che la si possa rintracciare nella documentazione, ma
senza che essa abbia potuto minimamente conferire al paesaggio agrario meridionale l’aspetto che
esso assumerà soltanto in seguito. Lo dicono quei preziosi indicatori della lunga durata che sono i
formulari notarili. Ancora fino ai primi privilegi di conferma di concessioni normanne emessi da
Federico II a favore di enti monastici e riguardanti possedimenti terrieri, le formule con cui l’atto
si chiude suonano così: cum omnibus possessionibus suis, terris, cultis et incultis, vineis, olivetis,
pascuis… cum ecclesiis, terris, vineis, sylvis
. La prima volta che il termine massaria compare in
formule del genere, è in un privilegio per il monastero di S. Maria degli Eremiti e S. Stefano del
Bosco, del 1224, in cui si dice: concedimus itaque et confirmamus ipsi monasterio […] ecclesiam
Sancti Leonis cum casali suo, hominibus, culturis, prediis, pascuis et
massariis et omnibus justis
tenimentis et pertinentiis suis…13.
La più antica masseria federiciana di cui ci sia ricordo è attestata a Foggia nel 1220, quando in una
pubblica inchiesta viene interrogato, tra gli altri, come testimone il dominum massarium di essa14.
Delle trasformazioni in atto nel paesaggio agrario danno testimonianza anche la onomastica e la
microtoponimia. Verso la metà del secolo si diffonde in area foggiana, e diventa cognome, il
patronimico de Massaro15. Nel 1264 è attestato in area salernitana, e più precisamente cavese, il
microtoponimo ali massari16.
Da ultimo in ordine di tempo vengono, com’è naturale, le testimonianze storiografiche: esse sono
di età angioina, quando l’istituzione, ormai consolidata, è oggetto di analisi e riflessioni. Saba
Malaspina mette in bocca al capitano del popolo di Coriglione un discorso sulle prepotenze di un
magister massariae regie curiae
angioino a danno delle popolazioni locali, e rimpiange il tempo
in cui consuevit habere pingues et fertiles massarias17. Bartolomeo di Neocastro, nella sua
Historia sicula
depreca la politica fiscale di Carlo I e in particolare i suoi decreti sulle masserie
(quid massariarum et forestarum decreta?)18. Ma la testimonianza più interessante è ancora
quella di Malaspina che sulla forma gestionale della masseria apre una digressione per criticare la
proposta di alcuni consiglieri di Carlo I d’Angiò, dal re, pare, accolta: essi lo spingevano a creare
delle società di compartecipazione coinvolgendovi i sudditi più ricchi e intraprendenti, anziché
insistere sulla gestione diretta attraverso i maestri massari di stato, segno evidente che la forma
originaria, sveva, della masseria era stata proprio questa19.
Ribadite le origini sveve della masseria regia, vediamone la diffusione in quell’ambito territoriale e
amministrativo denominato allora Apulia, e corrispondente alla Capitanata: luogo prediletto da
Federico per i suoi soggiorni, ma soprattutto laboratorio di iniziative e sperimentazioni politiche,
economiche, insediative, edilizie. La sua fu effettivamente una grossa operazione di manipolazione
del territorio e di modellamento di uno spazio politicamente e ideologicamente significativo, per
cui il termine progettualità, di cui tanto abusa la storiografia degli urbanisti e dei programmatori
del territorio, qui è del tutto pertinente.
In quest’area, compresa tra il corso del Fortore e quello dell’Ofanto, corrispondente grosso modo
alla attuale provincia di Foggia, sorsero in età sveva non meno di 15 masserie; procedendo da nord
a sud: Apricena, Casal Celano, Casale Sale, Visciglieto, San Chirico, Lama, Versentino20, Lucera21,
Foggia, dove le masserie per un certo tempo erano state due22, Troia, Tressanti, Bonassisa,
Castelluccio de’ Sauri23, San Nicola sull’Ofanto24.
13
Huillard-Bréholles, II, 2, p. 943.
14
J.M. Martin, Les chartes de Troia, I (1024-1266), in Codice Diplomatico Pugliese, XXI, Bari 1976, p. 382.
15
Quaternus de excadenciis et revocatis Capitinatae Friderici secundi [= Quaternus], Montecassino 1903, pp. 31, 47;
T. Leccisotti, Le colonie cassinesi in Capitanata, IV, Troia, Miscellanea Cassinese, 29, Montecassino 1957, p. 125.
16
C. Carucci, Codice Diplomatico Salernitano del sec. XIII, I, Subiaco 1935, p. 310.
17
Saba Malaspina, Rerum sicularum historia, l. VIII, 8, in G. Del Re, Cronisti e scrittori sincroni napoletani, II,
Napoli 1868, p. 338.
18
Bartolomeo di Neocastro, Historia sicula, c. 12, in Del Re, Cronisti cit., p. 427.
19
Saba Malaspina, l. VI, 7, in Del Re, Cronisti, p. 308-09.
20
Quaternus, pp. 28, 51, 58, 62-63, 68, 70-71.
21
I Registri della Cancelleria Angioina, XI (1273-77), Napoli 1958, p. 236, n. 189.
22
Quaternus, pp. 18, 26-30.
23
Quaternus, pp. 6, 10, 14, 16.
4
Per apprezzare l’iniziativa federiciana e coglierne l’originalità s’impone un’attenta comparazione
con le forme di conduzione allora vigenti, e prevalenti, sia nelle terre di proprietà del fisco svevo,
che in quelle monastiche, ecclesiastiche e di privati cittadini.
In un noto passo della Chronica S. Mariae de Ferraria, fondazione cistercense, l’anonimo autore
rileva come su consiglio della curia pontificia Federico accolse conversi da tutte le abbazie
cistercensi del regno, dei quali si servì nella organizzazione e amministrazione delle sue aziende
agricole, così come nella edilizia pubblica25. L’amplificazione data alla notizia dal Kantorowicz, che
sottolineando la singolare esperienza dei cistercensi nel campo dell’economia agraria, la colloca
nel suggestivo contesto dei rapporti artistici e spirituali di Federico con quell’ordine26, di cui, come
si sa, volle in punto di morte indossare l’abito, può far pensare ad un modello cistercense assunto
dal sovrano svevo per la conduzione delle sue masserie. Sennonché l’esistenza e la realizzazione di
un siffatto modello nelle abbazie cistercensi dell’Italia meridionale è oggi messa fortemente in
dubbio. Rinaldo Comba ha recentemente ripreso il problema dell’economia cistercense, per
rilevare anzitutto la nessuna, o quasi, corrispondenza tra le norme statutarie dell’Ordine e la
pratica economica delle sue abbazie. Egli propende, in sintonia del resto con i giudizi emersi, nel
convegno promosso da Cosimo Fonseca, anche al riguardo di altri aspetti della vita dell’Ordine,
verso un regionalismo cistercense (in luogo di un internazionalismo uniforme e centralizzatore),
che nei diversi ambiti geografici e territoriali dovette far proprie le precedenti esperienze, quelle
dei benedettini e dei basiliani ai quali subentrò: c’è insomma continuità tra le grange cistercensi e
gli insediamenti che le hanno precedute, tra la grangia e la curtis. Pur senza arrivare ad una
analisi del modo di produzione nelle proprietà del nuovo monachesimo, Comba ipotizza nelle
grange, a differenza che nelle curtes, la sola gestione diretta, ma non più legata alla corvée27. Ora,
la documentazione relativa ad una abbazia cistercense del tempo di Federico II, S. Stefano del
Bosco in Calabria, consente di guardare più addentro nella sua conduzione. Nel 1221 fu portata
davanti al giustiziere di Calabria una lite tra i villani di alcune sue dipendenze e l’abate che essi
accusavano di imporre intollerabili ed indebiti gravami: 2 prestazioni alla settimana per tutti, che
sono 104 giornate all’anno, più 12 perangarie, così distinte: per chi possedeva una coppia di buoi,
4 giornate alla semina, 4 alla trebbiatura, 4 alla vigna e un censo di otto tarì; per chi non avesse
che le proprie braccia, 4 giornate alla zappatura, 4 alla mietitura, 4 alla vigna. Inoltre per tutti una
giornata al bosco pro faciendis et portandis abinde lignaminibus grangie e una altra ad faciendos
in nemore circulos
28. Federico II nella circostanza mostrò simpatia per i villani calabresi e giudicò
eccessive le pretese dell’abate, ma la giustizia seguì il suo corso, e non potendo quei rustici
documentare le loro buone ragioni, le onerosissime prestazioni furono confermate.
Nel caso di questa abbazia cistercense siamo in presenza della più classica forma di economia
curtense, quella che avevano praticato fin dall’alto Medioevo le grandi abbazie benedettine, e che
ancora praticavano: dunque il supposto modello cistercense non è che il modello curtense. Un
analogo regime delle prestazioni angariali era, in quegli anni, imposto ai propri dipendenti dai
monasteri benedettini della penisola sorrentina (e anche dai proprietari laici, i milites di
Sorrento), come si evince da una lite giudiziaria che vide i villani di quelle terre impegnati a
respingere l’imposizione di 104 giornate all’anno, più altre 8 richieste per attendere alla
collocazione sul mercato della produzione vinicola dei monasteri. La sentenza accolse in parte le
richieste dei villani che si videro ridotte le prestazioni a 52 giornate29.
24
Huillard-Bréholles, I, 1, p. 111. Sulle masserie regie, ma specialmente angioine, v. R. Licinio, I «magistri
massariarum» e la gestione delle masserie
, in: Castelli, foreste, masserie. Potere centrale e funzionari periferici
nella Puglia del secolo XIII, (a cura di R. Licinio) Bari 1991, pp. 95-174.
25
Ignoti Monachi Cistercensis, S. Mariae de Ferraria Chronica, (a cura di A. Gaudenzi), Napoli 1888, p. 38.
26
E. Kantorowicz, Federico II imperatore, trad. it. (ed. or. Berlin 1936), Milano 1976, pp. 79-81.
27
R. Comba, Le scelte economiche dei monaci bianchi nel regno di Sicilia (XII-XIII sec.): un modello cistercense?, in:
I Cistercensi nel Mezzogiorno medioevale
, Atti del Convegno internazionale di studio in occasione del IX centenario
della nascita di Bernardo di Clairvaux: Martano-Latiano-Lecce, 25-27 febbraio 1991 (a cura di H. Houben e B. Vetere),
Galatina 1994, pp. 117-164.
28
Huillard-Bréholles, II, 1, pp. 208-17.
29
Huillard-Bréholles, II, 1, pp. 381-83.
5
Prestazioni di minore entità, ma sempre ben più consistenti di quelle consuete nel sistema
curtense delle abbazie benedettine del Mezzogiorno altomedievale, erano imposte dall’abbazia di
Cava, che dai 121 uomini di Passiano e S. Cesareo pretendeva 25 opere all’anno per ciascuno30, e
dalla chiesa arcivescovile di Salerno che ai suoi censiles imponeva 3 settimane di lavoro. La
condizione più favorevole era quella dei censiles di Cava, che dovevano 8 opere all’anno, metà del
vino prodotto e dei frutti raccolti e essiccati, il terratico per i seminativi e qualche donativo31. La
categoria dei censiles, assai diffusa in quell’area e in quel tempo, ha tutte le caratteristiche di una
servitù personale, intuitu persone, ereditaria. L’impressione complessiva che si ricava è di un
appesantimento delle prestazioni, nei primi decenni del sec. XIII, in vista, probabilmente, di una
crescente possibilità di commercializzazione della produzione agricola, sollecitata dal mercato
soprattutto estero. Chiese e monasteri non possedevano soltanto vaste proprietà fondiarie, ma
anche tratti dei litorali prospicienti ad esse, dazi e diritti portuali, nonché approdi, e porti veri e
propri per le loro flotte. Il caso dell’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni (Salerno), che
abitualmente, alla metà del secolo XII, esercitava il commercio con le sue navi, e sui mercati
africani collocava la sua produzione di nocelle, castagne, frutti della terra, legnami ecc., è tutt’altro
che un’eccezione. Parallelamente, il regolamento dei porti della badia, del 1220 circa, mostra come
navi di un certo tonnellaggio (e non modeste saettie), di nazionalità genovese e pisana, li
frequentavano abitualmente32. Evidentemente la crescente domanda dei mercati internazionali,
nel quadro di una economia in travolgente sviluppo, aveva raggiunto anche grandi e piccoli
produttori ecclesiastici, i quali intendevano sfruttare la congiuntura incrementando la produzione,
ma le tradizionali e poco flessibili strutture produttive non consentivano di rispondere alla sfida se
non con un ritorno e un appesantimento del vecchio sistema curtense.
Passiamo ora a considerare le terre di proprietà del fisco federiciano. Ci soccorre un testo
notissimo, edito da gran tempo, apparentemente solo un elenco di beni immobili, case e terre,
caduti in proprietà dello stato, del quale però non si sono mai sfruttate le potenzialità
interpretative, cosa possibile quando lo si tratti come un vero e proprio catasto di beni: mi riferisco
al Quaternus de excadenciis et revocatis, databile tra il 1248 e il ‘49.
Le località in esso documentate sono 33, tutte nella Capitanata: si va da una popolosa città come
Foggia, a centri antichi ed ora in decadenza come Siponto, a città di recente formazione e in
ascesa, come Troia, Fiorentino, Civitate ecc., a casali, ville, castelli; un quadro sufficientemente
articolato e rappresentativo. Nelle 33 località abbiamo individuato 854 unità immobiliari, o unità
produttive, se così vogliamo definirle, riguardanti la proprietà terriera; è una prima
approssimazione, per inquadrare globalmente la consistenza patrimoniale del fisco, la quale
prescinde dalla estensione degli appezzamenti.
Una parte di queste proprietà era gestita in economia diretta, secondo il modello curtense, ma è la
parte minoritaria, e cosa anche più interessante, l’entità delle prestazioni è incomparabilmente
inferiore a quella richiesta nelle proprietà monastiche coeve. Tracce di economia curtense si hanno
solo in 7 delle 33 località documentate dal Quaternus: Gildone, Cerce, Alberona, Santa Croce,
Tufara, Casalvatico e Gibbiza33. Si tratta di piccoli centri della parte appenninica della Capitanata,
a ridosso del Sannio beneventano, poste a 6-700 m. di altitudine.
Complessivamente sono 178 i coltivatori che, in virtù dei fondi che hanno avuto in concessione dal
fisco, sono tenuti ad effettuare, sulla parte del demanio federiciano in economia diretta, opere che
però non eccedono le 3 giornate all’anno. Ai 178 coltivatori, che per la natura degli obblighi cui
sono astretti appartengono alla categoria degli angararii, corrispondono altrettante unità
produttive e immobiliari, sulle 854 censite. Nelle terre federiciane il sistema curtense è minoritario
e, tutto fa credere, ormai volto al tramonto. Altre forme di conduzione erano prevalenti.
30
B. Figliuolo, Un inedito registro cavense di prestazioni d’opera alla fine del XIII sec., Archivio Storico per le
Province Napoletane, III Serie, 21 (1982), pp. 75-100.
31
Codice Diplomatico Salernitano cit., I, doc. n. 86.
32
P. Guillaume, Le navi cavensi nel Mediterraneo durante il Medioevo ovvero Vita di S. Costabile di Lucania
fondatore di Castellabate
, Cava dei Tirreni 1876, p. 55; G. Vitolo, Il registro di Balsamo decimo abate di Cava (1208-
1232), Benedictina, 31 (1974), pp. 114-15.
33
Quarternus, pp. 32, 35, 38, 39, 42, 43, 46.
6
Nelle stesse 7 località dove abbiamo trovato tracce dell’economia curtense, c’erano altri coltivatori
che, per i lotti di terra avuti in concessione, dovevano canoni in natura e/o censi in danaro, mai
opere. Essi sono 56, per altrettante unità produttive. Questa forma di conduzione indiretta era
assolutamente prevalente nelle restanti 26 località. Complessivamente su 854 unità, 662 erano in
conduzione indiretta.
Nei seminativi nudi, coltivati a grano e orzo, la conduzione indiretta contempla la corresponsione,
da parte dell’assegnatario, di un terraggio. Si possono calcolare in 293 le unità immobiliari
sottoposte al regime dei terraggi. Il terraggio in questione si configura come canone di locazione,
piuttosto che come corrispettivo per il diritto di semina in terre altrui (jus in re aliena). La misura
del terraggio era calcolata in due modi, o come quota variabile del prodotto (ad partem fruguum),
o come quota fissa rapportata alla quantità del seme sparso. Nel primo caso si va da 1/3 a 1/16 del
raccolto, con una netta prevalenza (42 casi su 61) della decima parte. Nei terraggi a seme le misure
più frequenti sono il seme intero, seminatur ad totum terraticum (54 casi), e il mezzo seme, ad
medietatem sementis
(69 casi), cioè a dire un tomolo, o mezzo tomolo, per ogni tomolo di grano
seminato. Nel complesso si può constatare che la forma prevalente è quella del canone fisso (134
casi sul totale dei 195 in cui la misura del terraggio viene specificata, pari al 68%).
Nelle unità immobiliari tenute a colture viticole e olivicole, la conduzione prevalente è sempre
quella indiretta, con corresponsione di canoni in natura, che sono molto più frequenti di quelli in
moneta (149 contro 76 nei 225 casi documentati, pari al 66%).
Riassumendo, le proprietà federiciane di Capitanata si distribuiscono secondo due tipi di
conduzione: la conduzione diretta, nella forma classica curtense, che sopravvive nelle zone
appenniniche, e in quella più moderna, ma ancora assai rara (14 unità) del salariato nelle culture
pregiate delle zone di pianura; la conduzione indiretta, nella forma del terraggio, nei seminativi a
grano e orzo, e in quella dei canoni parziari in natura e/o in moneta nelle colture viti-olivicole.
Su questo sfondo emerge la novità della masseria. Il Quaternus ci consente di coglierla allo stato
nascente, quando tra le tante unità produttive di cui il testo dice che sono in gestione, diretta o
indiretta, della curia imperiale (tenet Curia Imperialis), per significare che appartengono al fisco
federiciano, di alcune di esse invece si dice che tenet eas Imperialis Massaria: appartengono
ovviamente sempre al fisco, ma vengono aggregate a questa nuova realtà. In 10 delle 33 località
nominate esiste una struttura di questo tipo, o almeno delle unità immobiliari che, sottratte alla
generica dipendenza dalla curia imperiale, diventano pertinenze di una masseria. Così a Foggia,
dove 4 unità seminative su 35, 1 vigna delle 39 e 3 dei 6 orti di proprietà della curia vengono
aggregate alla locale masseria imperiale, mentre un’altra unità vitivinicola entra nelle dipendenze
della masseria di Versentino. A Troia un tenimento fino allora locato per 4 tarì l’anno viene
aggregato alla masseria imperiale di quella città. Ma a Casale Novum su 105 unità immobiliari,
ben 60, tra seminativi, vigneti, oliveti ed orti, entrano nelle dipendenze della masseria di
Visciglieto. Complessivamente sono 80 le unità immobiliari aggregate alle masserie di Foggia,
Visciglieto, Versentino, Bonassisa, Tressanti, Lama, S. Quirico, Apricena. Esse rappresentano il
10% dell’intero patrimonio fiscale della Capitanata, ma è una indicazione per difetto, dal momento
che a Casale Sale tutti i tenimenti del luogo, di cui non conosciamo il numero, facevano parte della
locale masseria imperiale.
Con l’istituzione delle masserie, Federico II avviava una grande ristrutturazione della proprietà
demaniale. Terre di maggiore o minore estensione, dislocate in luoghi anche tra loro lontani, con
fisionomie colturali diverse, e tutte frammentate in gestioni distinte, venivano ora ricondotte sotto
un’unica gestione e amministrazione.
Ogni masseria aveva la sua sede in un centro urbano, città o casale che fosse; un complesso di
edifici costituiva quella che potremmo definire la masseria urbana. Nata per aggregazione di
elementi diversi, la parte rurale della masseria si presenta frammentaria e composita, tutto il
contrario di quella massa, compatta e continua, o costituita da terreni contigui, alla quale fanno
spesso riferimento gli studiosi per spiegare l’etimologia di masseria. Sotto il profilo colturale,
vigneti, oliveti, orti si integravano con i seminativi a cereali, e l’equilibrio si rifletteva nei ritmi
compositivi del paesaggio, che solo più tardi verrà stravolto dalla incontrollata espansione dei
seminativi nudi. La masseria non nasce come monocoltura.
7
Ogni singola masseria costituiva una unità operativa, ma non anche amministrativa. Ne era a capo
un massaro, che sovrintendeva ai lavori nei campi e rispondeva della disciplina dei dipendenti. Dei
massari del tempo di Federico II conosciamo soltanto due, ed è singolare che siano tutti e due dei
religiosi, frati mendicanti34.
L’elemento fondamentale e caratteristico di questa conduzione è dato dalla manodopera, che è
esclusivamente costituita da lavoratori salariati. Salariati fissi ad anno erano il massaro, i curatoli,
i vaccari, i porcari e quanti formavano la familia intra domum; salariati stagionali i messores,
vindemiatores
e quanti laboratores venivano impiegati temporaneamente nei lavori dei campi35. I
termini familia e famuli vengono ora a designare questa nuova figura di lavoratore, senza più
nessun riferimento al loro primitivo significato, con cui nel sistema curtense altomedievale
avevano designato i servi prebendari e quanti altri, appartenenti alla familia servile, vivevano a
carico del padrone nella cosiddetta pars dominica, che erano tenuti a lavorare. Lo sviluppo della
masseria nell’Italia meridionale è strettamente connesso con lo sviluppo del salariato, che emerge
come una novità nei primi decenni del secolo XIII. Federico II non fu disattento nei riguardi di
questo fenomeno. Nel 1209 egli accordava la sua protezione ai messores e laboratores dei
monasteri di S. Maria del Gualdo (Faiano) e S. Maria de Sculcula36. Se ne occupa deliberatamente
nel Liber Augustalis, dove il titolo 49 del III libro è tutto dedicato a quanti, vindemiatores,
messores
e simili, lavoravano sub certa mercede: il legislatore imponeva ai baiuli locali di
sorvegliare a che non venissero superati i livelli salariali da essi fissati, e minacciava severe
punizioni per i braccianti che avessero trasgredito37. È questo anche un segno che i rapporti di
forza erano allora favorevoli ai salariati e che la domanda di questa forza lavoro da parte dei
proprietari terrieri era già alta e destinata a crescere. Ma l’indicazione più significativa
dell’estensione del fenomeno è data dalla introduzione di una nuova componente tra le voci fiscali
che costituivano i redditi delle baglie locali: lo starsaticum. Proprio nell’Apulia sveva, culla delle
masserie, è attestata, a Tufara e a Casale Sale, questa singolare nuova imposta, che una preziosa
glossa – starsaticum scilicet iornatas messorum – ci consente di interpretare come una
imposizione che colpiva le contrattazioni salariali sul mercato della manodopera agricola38.
Alla diffusione del salariato si accompagna una crescente divisione e specializzazione del lavoro.
Nella masseria tutte le mansioni sono specifiche, ed espletate da categorie diverse e distinte di
lavoratori, indicate con i loro propri nomi. Anche da questo punto di vista la differenza con il
sistema curtense è grande: lì ad uno stesso lavoratore si chiedevano indifferentemente lavori di
scasso, di zappa, con i buoi e con le braccia, alla semina così come alla mietitura, alla trebbiatura e
alla vigna.
Non è a livello della singola masseria che si possono apprezzare tutte le caratteristiche del nuovo
modello aziendale. Le masserie infatti non erano isolate, ma costituivano, in ambito regionale, un
più complesso sistema organizzativo, di cui era responsabile il provisor massariarum, che alla
fine dell’età sveva cambierà il nome in quello di “maestro massaro”, termine con cui continuerà ad
essere designato anche in epoca angioina e aragonese. Il provisor esercitava funzioni direttive,
organizzative e amministrative. A lui spettava la scelta del personale e la nomina dei massari.
La masseria, nel senso più ampio che abbiamo sottolineato, ha tutti i caratteri di un’impresa,
fondata sulla razionalità, sull’efficienza, e sulla impersonalità dei rapporti di lavoro al suo interno;
è così fin dalle origini sveve. Federico II raccomandava al provisor massariarum di ottenere la
maggiore efficienza dell’azienda attraverso un equilibrato impiego della manodopera, che, rispetto
agli obbiettivi da perseguire, non doveva essere né insufficiente, né sovrabbondante, cioè
sottoutilizzata: videas etiam et diligenter inquiras de qualitate et quantitate famulorum, quos
singuli massariorum retinent, ne insufficientes habeant, vel superflua multitudine delectentur
Un frate Ademario nella masseria di Versentino: Huillard-Bréholles, V, 2 p. 849, nel 1240; e un frate Giovanni in
quella di Casale Celano, Quaternus: p. 63, nel 1249.
35
Huillard-Bréholles, IV, 1, p. 214; Winckelmann, Acta Imperii (vedi n. 11), I, n. 998 pp. 754 e 757.
36
Huillard-Bréholles, I, 1, pp. 149 e 151.
37
Constitutiones Regni Siciliae, l. III, 49, rist. anast. dell’ediz. curata da G. Carcani, Napoli 1786, con introd. di A.
Romano, Messina, 1992, p. 204.
38
Quaternus, p. 37 (starsiam) e 63 (starsaticum).
39
Huillard-Bréholles, IV, 1, p. 214; Winckelmann, Acta Imperii, I, n. 998, p. 757.
8
Dovevano prevalere considerazioni di economicità. Un altro principio fondamentale, connesso al
precedente, era quello di evitare il formarsi di solidarietà e clientele personali. Ai massari era fatto
divieto di scegliere i loro collaboratori e gli stessi braccianti tra amici e parenti (ne forte
consanguinei sint massariorum, et ne prodigalitate utantur
)40, e compiacersi di un seguito di
fedeli e devoti, poco attenti all’interesse generale. Il principio della produttività e dell’efficienza
richiedeva non degli amici, ma dei dipendenti, uomini di buona reputazione morale, animati da
spirito di servizio verso l’azienda, solliciti circa servitia.
Elementi di razionalità vengono introdotti nella masseria anche attraverso la tenuta dei conti e la
registrazione dei fatti aziendali. Niente, beninteso, che abbia a che vedere con i metodi contabili
già allora in uso nelle aziende commerciali toscane o veneziane. Ma comunque un significativo
passo avanti rispetto alle precedenti forme di gestione agraria. La contabilità era tenuta dal notaio
che operava accanto al provisor, ma di essa era responsabile solo quest’ultimo. Il maestro massaro
era tenuto a redigere inventari e quaderni relativi alla consistenza patrimoniale al momento della
sua presa di servizio, e poi ogni anno nel mese di ottobre quelli relativi alla sua attività
nell’esercizio appena concluso (de processibus)41. Questo materiale era destinato alla curia
imperiale che lo conservava, e quando sarà istituita la curia dei maestri razionali una copia verrà
trasmessa anche a costoro. Benché certe raccomandazioni di Federico II al provisor massariarum
sembrino investirlo dei rischi dell’impresa (
videbis et considerabis in quibus earum curia nostra
augmentum seu diminutionem receperit
)42, il maestro massaro non è propriamente un
imprenditore; egli non poteva andare al di là di certi limiti, e le scelte economiche non erano di sua
competenza.
Nell’espletamento dei compiti assegnatigli, a lui si chiedevano qualità morali, come fedeltà,
diligenza, sollecitudine, piuttosto che imprenditoriali. Da lui si voleva una corretta
amministrazione. Egli era solo un elemento nel complesso meccanismo nel quale era inserito
insieme a maestri procuratori, camerari, maestri razionali, portolani ecc.
I consistenti capitali che il sistema delle masserie richiedeva erano gestiti dai maestri procuratori, i
quali avevano l’amministrazione del demanio, e con essa il controllo delle masserie. Il loro
rapporto con il provisor massariarum è fissato con chiarezza. Alla presenza di uno di loro si
svolgevano i procedimenti disciplinari promossi dal provisor contro massari colpevoli di
negligenza. Da parte sua il provisor era autorizzato a rivolgersi ai procuratores ogni volta che si
fosse trovato in qualche difficoltà e non fosse in grado di provvedervi con i mezzi a sua
disposizione. Gli investimenti della masseria dipendevano da questo altro organo dello stato. È
interessante quel che il Liber dice a proposito della gestione dei fondi da parte dei procuratori. La
temporanea eventuale mancanza di fondi, specificamente stanziati per una determinata spesa, non
doveva essere addotta a giustificazione per non provvedervi e lasciare conseguentemente che una
attività produttiva si arrestasse (Federico indica esplicitamente i casi in questione, e segnatamente
pro plantandis et colendis vineis seu quibuslibet aliis possessionibus nostre curie procurandis
)43.
I procuratori dovevano subito, senza attendere disposizioni dall’alto, o altri mandati di spesa,
provvedere da soli con altri fondi della loro amministrazione, e ove questi non si trovassero, di
tasca propria – de suo proprio in necessitates vel utilitates nostras confidenter expendant –: non
temessero di non essere rimborsati, ché a questo avrebbero provveduto i maestri razionali in sede
di conguaglio.
Con i maestri razionali entriamo in un’altra sfera di competenza che si salda alle precedenti per la
migliore e più razionale gestione dei beni dello stato.
Le disposizioni impartite da Federico II ai suoi maestri massari si spingono fino ai più minuziosi
particolari tecnici della coltura dei campi e dell’allevamento, secondo lo spirito di osservazione e
l’intento didascalico che gli erano propri, in egual misura e l’uno e l’altro. Non meraviglia che
vengano indicati anche i risultati che in condizioni normali dovevano essere raggiunti nella resa
40
Huillard-Bréholles, IV, 1, p. 215.
41
Ivi, p. 214; sui notai: Winckelmann, Acta Imperii, I, n. 998, p. 757 e n. 915, p. 688.
42
Constitutiones Regni Siciliae, l. I, 90, ed. cit., p. 93.
43
Constitutiones Regni Siciliae, l. I, 90, ed. cit., p. 93.
9
delle sementi. Si tratta di traguardi ambiziosi:
de qualibet salma frumenti seminata teneatur
reddere salmas decem et de ordeo duodecim
44, un rapporto di 1:10 per il grano e di 1:12 per l’orzo.
Se si osserva che in altre terre dei demani federiciani della Capitanata, in regime però di
concessioni a terraggio, i rendimenti erano di 1
45, bisogna convenire che dal nuovo modo di
produzione ci si attendeva un netto incremento.
Alla istituzione delle masserie di stato si accompagnano altri provvedimenti volti all’aumento della
produttività nelle proprietà demaniali e alla commercializzazione della loro produzione.
L’imperatore si preoccupa che i demani non rimangano sfitti; mostra la sua avversione per le
cessioni in gabella, o extalium, che è il modo peggiore per condurre una proprietà, dal momento
che chi prende a gabella non si cura del bene da coltivare, ma solo dei propri immediati interessi e
sfruttandolo lo depaupera46; esprime il suo orientamento per le gestioni unitarie47 e, soprattutto,
intende favorire, sui demani, contratti di fitto di tipo commerciale, non superiori ai 5 anni, e con la
partecipazione del proprietario – che nel caso è lo Stato – alla divisione del prodotto48.
Da tutto ciò si vede che l’elemento più qualificante del nuovo sistema di produzione è l’apertura al
mercato, al mercato interno e a quello estero.
Con un provvedimento che verosimilmente si colloca agli inizi del 1235 e che va sotto il titolo di
ordinatio novorum portuum
, Federico istituiva 11 nuovi porti, due in Sicilia – Trapani e Augusta
–, gli altri nella parte peninsulare del regno: Torre del Garigliano, Pozzuoli, Vietri, Vibo sul Mar
Tirreno; Crotone sullo Jonio; Pescara, Rivoli, Torre a Mare e S. Cataldo di Bari sull’Adriatico49.
Benché il testo sottolinei ripetutamente la novità dell’iniziativa, con espressioni come novus
portus
, statutus de novo, non si tratta sempre di nuove costruzioni portuali, ma piuttosto del
potenziamento e del riordinamento di quelle preesistenti. Del resto, ad esempio, Trapani è già
menzionata come porto regio qualche anno prima, nel 1231. Non solo, ma Ibn Giubair, che la visitò
nel 1185, ne parla già come di un porto tra’ più belli e comodi a’ navigare: e perciò lo frequentano
i Rûm, soprattutto que’ che debbono far vela per la costiera d’Affrica
50. Era stabilmente collegato
con Alessandria; navi genovesi lo collegavano anche con la Spagna e con Ceuta. Lo stesso dicasi di
Vietri, che dal 1086 fu porto molto attivo dell’abbazia di Cava de’ Tirreni51. La novità del
provvedimento è dunque tutta di natura organizzativa; esso consisteva nella individuazione, tra i
tanti minori scali attivi nel commercio delle derrate alimentari, di quelli meglio rispondenti allo
scopo, ad extrahenda victualia, che in virtù anche della conformazione, ampiezza e produzione
del loro hinterland, si vedevano ufficialmente riconosciuta questa funzione.
Veniva così creato un sottosistema di caricatoi del grano – rispetto al sistema dei grandi porti,
Napoli, Bari, Brindisi, Palermo, Messina ecc. –, che disegna una significativa geografia portuale in
cui sono già visibili i successivi sviluppi storici, cioè il prevalere della parte peninsulare del regno
su quella insulare, cioè sulla Sicilia.
Ad ogni “nuovo” porto corrispondeva un ambito regionale vocato alla produzione cerealicola
destinata a confluire in esso. Ben tre erano gli scali autorizzati in Puglia: Regulis o Regola,
corrispondente all’attuale Lido di Rivoli nel golfo di Manfredonia, Torre a Mare, situata a 13 Km. a
sud di Bari, e San Cataldo, anch’esso nelle vicinanze di Bari, come è detto esplicitamente, ad
evitare confusioni con l’omonimo approdo pertinente a Lecce. Questo San Cataldo de Baro è stato
identificato con lo scalo di punta Pinna, già utilizzato in epoca bizantina, dal 1046. La Capitanata,
forte della produzione granaria delle sue nascenti masserie, faceva capo allo scalo di Rivoli. La
sproporzione tra il numero dei nuovi porti in Puglia e i due della Sicilia, fa ritenere che una
maggiore attenzione venisse riserbata alla Puglia perché qui si apriva una nuova fase di grande
44
Winckelmann, Acta Imperii, I, p. 757.
45
Quaternus, pp. 65-66 e 82, relativamente alle proprietà demaniali site rispettivamente a Fiorentino e Termoli, nel
1249.
46
Huillard-Bréholles, V, 2, p. 870.
47
Huillard-Bréholles, V, 1, p. 633.
48
Constitutiones Regni Siciliae, I, 88, ed. cit., p. 89: demania nostre curie fidelibus nostris ad modicum tempus non
ultra quinquiennium statuenda et ad certam fructuum partem, prout poposcerit qualitas temporum et locorum
Huillard-Bréholles, V, 1, pp. 418, 423.
50
A. Amari, Biblioteca arabo-sicula, Torino-Roma 1880, ed. anast., pp. 164-65.
51
Guillaume, Le navi cavensi cit. p. 6.
10
espansione della produzione agricola, con prospettive crescenti per l’esportazione in direzione di
Venezia e forse addirittura verso l’Austria52.
Il provvedimento doveva restare in vigore solo per un quinquennio, durante il quale nei predetti
porti era assicurata, tanto ai regnicoli che ai forestieri, la libertà di vendere, comprare ed esportare
ogni genere di victualia, nonché gli animali non proibiti, cioè capre, pecore e porci. L’ordinanza
era accompagnata dal divieto di effettuare queste operazioni nei porti da essa non contemplati.
Pare che essa sia stata rinnovata nel 1239, visti i positivi risultati conseguiti, sia per il fisco che per
i sudditi del regno. Il diritto di estrazione era fissato nella misura di 1/7 del valore in Calabria,
Principato, Terra di Lavoro e Abruzzo; di 1/5 invece in Puglia e Sicilia, per la ragione che queste
regioni magis abundant victualibus. Ad ognuno degli 11 porti autorizzati era preposto un custode
di nomina regia, che per la tenuta della contabilità era coadiuvato da un notaio. Il provvedimento,
com’è naturale, suscitò qualche scontento, cui peraltro l’imperatore rimediò subito. I mercanti di
grano di Barletta, in base alla nuova disposizione erano tenuti a caricare nel porto di S. Cataldo
troppo lontano, mentre assai più comodo era per essi il caricatore di Rivoli53. Furono accontentati.
Può darsi che in Sicilia la limitazione delle attività di esportazione granaria ai soli porti di Augusta
e Trapani fosse eccessiva, e che l’imperatore stesso se ne rendesse conto. Fatto sta che quando la
comunità di Eraclea, alle foci del fiume Platani, costituita da coltivatori della terra che
corrispondevano al fisco ben 6.000 salme di grano all’anno come terratico, chiese un intervento
finanziario per adeguare la spiaggia alle esigenze del traffico marittimo e per creare uno scalo
nuovo, questo fu fatto54.
Il sistema delle masserie, ideato da Federico di Svevia, introduceva per la prima volta nel
Mezzogiorno una agricoltura di stato di tipo capitalistico, imperniata sulla razionalizzazione del
processo produttivo, sul lavoro salariato, sul mercato. Questo modello di azienda rientra a mio
giudizio perfettamente in quella tipologia che F. Braudel ha suggestivamente definito «il
Capitalismo in casa d’altri»55.
E. Kantorowicz, tutt’altro che insensibile ai problemi economici della politica di Federico, aveva
concluso le sue pagine sull’argomento con un richiamo al mercantilismo di Colbert, subito
aggiungendo però che c’è di mezzo un mondo tra il freddo razionalismo statale dei secoli
capitalistici e l’azione appassionata dello Staufer, solo e sempre sollecitata dalle necessità
dell’erario56. Il parallelo è meno azzardato di quanto supponesse il grande biografo di Federico, e
la distanza da Colbert meno profonda, e relativa piuttosto alle condizioni generali dell’economia,
nelle due diverse epoche storiche e nei due diversi paesi, che non alla linea politica ispiratrice e ai
suoi presupposti. L’impianto economico messo in opera da Federico II è già razionalistico e
capitalistico; tutt’altro che passionali, empiriche e contingenti le sue decisioni. Siamo in presenza
di una razionale conduzione dell’economia, cioè di una ratio che informa l’azione economica e che
si viene definendo specularmente alla ratio su cui si veniva fondando lo stato.
La forma più immediata ed elementare in cui questa razionalità si manifesta è il calcolo, il
computo aritmetico (la ratio calculandi di Giovanni di Salisbury): il Liber Augustalis dice
ratiocinium
, e quaterna ratiocinii sono i libri contabili. Progressivamente il termine ratio si
sostituirà a ratiocinium, anche nel significato di conto. Il lessico federiciano dell’economia
privilegia questa parola. Essa lo attraversa tutto, con una gamma di significati che va da quello di
prezzo, a quotazione del cambio, a proporzione, misura, rapporto, a ragione, nella sua accezione
più larga. Nel prologo del Liber, il reddere rationem a cui sono chiamati da Dio i principi, in
ordine alle loro responsabilità di governanti, è certamente un calco della Vulgata – Luca, 16,2 –,
52
Huillard-Bréholles, V, 2, p. 677.
53
Huillard-Bréholles, V, 2, p. 849.
54
Huillard-Bréholles, V, 1, p. 633.
55
F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo (secoli XV-XVIII), II, I giochi dello scambio, trad. it. di C.
Vivanti, Torino 1981 (ed. orig. Paris 1979), c. III, specialmente pp. 261-91.
56
E. Kantorowicz, Kaiser Friedrichs der Zweite, Berlin 1936, p. 263: «Es ist kein Zweifel, daß derartige Maßnahmen
an den Merkantilismus eines Colbert erinnern können. Dennoch liegt eine Welt zwischen dem kühlen
Staatsrationalismus der späten kapitalistischen Jahrhunderte und den leidenschaftlichen Verfahren des Staufers,
dessen Anordnungen stets aus einer aktuellen Staatsnotwendigkeit hervorgetrieben wurden».
11
come sottolinea W. Stürner
57, ma non so quanto in esso resti dell’originario riferimento alla
parabola del servitore infedele, e quanto invece quell’espressione non sia venuta impregnandosi
degli usi e delle pratiche amministrative, dove locuzioni come reddere rationem, ponere o
recipere rationem
erano correnti – e il Liber ce ne dà testimonianza – nel significato di dar conto
di una gestione amministrativa e contabile.
Ratio-rationes:
questi termini vanno dunque riferiti ad un modo gestionale fondato sul calcolo e
su una contabilità sempre più complessa; essa implica controllo dei fatti, previsione, verifica dei
dati. È la Rechnung sombartiana, che l’autore del Moderne Kapitalismus individuava già nelle
aziende medievali italiane come lo spirito (Geist) che le informava. Senza essere altrettanto
concettualmente elaborata, anche nelle aziende federiciane e nella pubblica amministrazione di
quella monarchia, la contabilità stava diventando il fondamento di ogni decisione e
comportamento economico, canone e strumento del suo agire.
Ma il segno più eloquente delle conquiste del conto nel secolo XIII (il secolo di Fibonacci), e della
conseguente autonomia della funzione contabile, è la creazione, ad opera di Federico II, di una
magistratura ad hoc, staccata dal nucleo centrale della magna curia con il compito della revisione
dei conti di tutti gli uffici, periferici e centrali, che ad essa, a scadenze precise, dovevano far
pervenire appunto le loro rationes. Non è qui il luogo per riprendere il problema delle origini della
curia dei maestri razionali58, a proposito della quale però va detto che non ne è stato mai
sufficientemente sottolineato il significato, sia in relazione al nuovo assetto dell’amministrazione
statale, che soprattutto ai mutamenti delle strutture mentali che quella istituzione presuppone.
Illuminante al riguardo della funzione contabile e della coscienza che si percepiva del suo ruolo, è
una costituzione di Federico, Quantacumque sibi litigiosa Liguria, con cui nell’anno indizionale
1247-48 veniva decentrato in tre sedi distinte l’ufficio dei razionali fino allora unico e ubicato a
Barletta59. Tralasciamo il contenuto dell’atto, che qui non ci interessa, e rileviamone invece il tono
e l’espressione retorica. L’imperatore si rivolge direttamente a ciascuno dei quattro maestri
razionali chiamandoli per nome, e il tono esortativo, a un tempo familiare e solenne, dà il senso
della responsabilità cui venivano chiamati, dovendo essi quasi rifondare quell’ufficio, e della
fiducia che Federico riponeva in essi. Ebbene, quell’ufficio, o le sezioni in cui esso veniva ad
articolarsi, sono denominate dall’imperatore (che scrive per la penna di Pier della Vigna), schola,
schola ratiocinii
. Schola, nel lessico tardo-antico e medievale, ha i significati distinti e separati di
collegio, corporazione, corpo civile o militare, nonché di sede materiale di un ufficio, e inoltre di
scuola e disciplina scolastica. Nel Liber Augustalis il termine ricorre in quest’ultimo significato.
Qui credo che il logoteta Piero l’adoperi volutamente con tutta l’ambiguità che viene dai due
significati, amministrazione e scuola. Scuola non perché nella curia dei maestri razionali
s’imparasse una professione, ma perché l’esercizio altamente professionale e tecnico che vi si
svolgeva – direi la celebrazione dei suoi riti – aveva una dimensione etica, e un valore formativo
per i funzionari dello stato federiciano; che era appunto quello che Federico intendeva
sottolineare. Egli raccomandava ai suoi razionali di lavorare insieme communi consilio, ad
invicem:
non perché la sua natura sospettosa volesse, almeno in questo caso, garantirsi dalla
infedeltà dei funzionari; ma perché la discussione, il confronto dei pareri, la critica e il dubbio,
avrebbero elevato loro stessi, oltre che migliorato i risultati; perché ubi multa sunt consilia, lì c’è
laus et salus
. Una traduzione preoccupata solo della intelligibilità del passo farebbe torto alla
pregnanza di quei due sostantivi, carichi di tutta la tradizione classica e medievale, e con i quali
Federico suggellava l’elogio del nuovo ufficio, concepito come scuola e disciplina.
Questo generale processo di burocratizzazione dello stato e di razionalizzazione dell’economia
ebbe come immediata conseguenza una tale produzione di libri contabili, quaderni, registri,
inventari quale mai si era avuta in passato. L’impressione è quella che ci trasmette lo stesso
57
W. Stürner, «Rerum necessitas und divina provisio». Zur Interpretation des Proemiums der Konstitutionen von
Melfi (1231)
, Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters, 39 (1983), p. 471.
58
V. da ultimo R. Delle Donne, Alle origini della Regia Camera della Sommaria, Rassegna Storica Salernitana, 15
(1991), pp. 25-61.
59
Il testo in Huillard-Bréholles, IV, 1, p. 216 ss., Winckelmann, Acta Imperii, I, n. 922, p. 700, e Petrus de Vinea,
Friderici II imperatoris Epistulae
, l. III, 14 (edd. J.R. Iselius), Basel 1740, ed. anast. di H.M. Schaller, Hildelshein
1991, p. 409. Sullo stesso argomento anche Ep., l. III, 64, p. 483.
12
Federico quando, nell’atto di richiamare l’attenzione dei suoi razionali (
oculos apertos specialiter
habere precipimus
) sulla gestione di un suo camerario, parla di quei conti come di un pelagus
ratiocinii60.
Sarebbe sbagliato, partendo da punti di vista che solo il successivo e molto più tardo svolgimento
della storia meridionale autorizzerebbe, considerare tutto questo come un paralizzante ciarpame
burocratico. Erano, invece, i nuovi e necessari modi di controllo; nell’ambito dell’economia
necessari a governare la crescente complessità delle iniziative e delle procedure. Questo processo
di razionalizzazione non contraddiceva né soffocava la naturale ricerca del profitto, che anche
Federico, come ogni capitalista italiano dell’epoca, si proponeva, quando dava ai suoi funzionari le
indicazioni e i suggerimenti per spuntare, nella vendita dei suoi prodotti, i prezzi più alti.
Tutto questo però dentro limiti morali certi, come quelli posti dalle disposizioni federiciane
sull’usura, sulla misura degli interessi, sul giusto prezzo, sulla liceità del deposito. Nessuna
tensione tra ragione di mercatura e le ragioni della morale, le quali imponevano anche, e Federico
se ne faceva interprete, la difesa del lavoro e dei lavoratori, così come quella dei consumatori, dalla
smodata brama di lucro e dalla tirannia di proprietari terrieri, mercanti, usurai.
Federico re di Sicilia fu imprenditore come non lo furono i suoi predecessori normanni, e come
invece saranno, dopo di lui, Carlo I e Carlo II d’Angiò, e in misura maggiore di tutti, per capacità di
programmazione e per adesione ai nuovi valori che l’incremento generale della ricchezza e lo
sviluppo delle borghesie imprenditrici comportavano, Alfonso d’Aragona. Il richiamo al re
aragonese, cronologicamente così lontano, non sembri fuor di luogo; cade in proposito ricordare
che quando, intorno al 1450, il Magnanimo si mise a ricostruire ex novo le regie masserie in
Capitanata, egli riprese integralmente il modello di Federico, e come lo Svevo aveva
immediatamente collegato il sistema delle masserie al potenziamento di un sistema portuale, così
anche Alfonso inserì il programma di sviluppo della cerealicoltura meridionale nel quadro dei
rapporti commerciali con i suoi domini, industrialmente più sviluppati, di Spagna, in una
prospettiva di integrazione mediterranea61.
Ma se struttura e sistema finivano per essere sostanzialmente identici e costituire una
interconnessione di fondo, tra ‘200 e ‘400, nella storia del Mezzogiorno, diversi erano lo spirito e
la mentalità (Geist e Gesinnung, per usare i termini di Sombart), perché in consonanza con le
rispettive epoche storiche. Federico II, al vertice di uno stato bene ordinato, opera già con la
razionalità e l’avvedutezza di un imprenditore, ma la prassi mercantile non lo coinvolge fino al
punto di scoprire o, in qualche misura, addirittura far propri i nuovi valori borghesi, come farà, in
una identica situazione di coinvolgimento in operazioni mercantili e cambiarie, Alfonso
d’Aragona; il quale identificava il mercante con l’uomo dabbene (com deven fer mercaders e
persones de be
), e, per sua parte, ambiva più di ogni altra cosa a che il suo comportamento di
sovrano fosse credibile quanto quello del mercante onesto62. La fides mercatorum, invece, che
suggestivamente campeggia nel titolo di una costituzione federicina (Liber Augustalis, III, 49) non
è la proposta, o l’idealizzazione, di nessun nuovo valore, di cui l’uomo di affari fosse ritenuto il
legittimo portatore nella società, ma è il risultato minimo che il legislatore intendeva conseguire
stroncando i comportamenti fraudolenti di mercanti e artigiani63. C’è in Federico II un pregiudizio
ostile nei loro confronti e quasi una presunzione di disonestà, proprio il contrario di quel che
pensava il Magnanimo. Mercatores qui manus consueverunt habere veloces ad lucrum64, ripeteva
lo Svevo; né diversa era la sua opinione sui cambiavalute: campsores qui manus suas
consueverunt habere mendaces
65, per cui si compiaceva caldamente con un funzionario messinese
che aveva ben operato ad tollendas solitas fraudes campsorum et aliorum regacteriorum, e così
60
Huillard-Bréholles, IV, 1, p. 218.
61
Del Treppo, Il regno aragonese, in Storia del Mezzogiorno, diretta da G. Galasso, IV, 1, Roma 1986, pp. 154-57, pp.
95-98.
62
Del Treppo, Il regno aragonese, p. 132, e anche Id., Il re e il banchiere. Strumenti e processi di razionalizzazione
dello stato aragonese
, in: Spazio, società e potere nell’Italia dei Comuni (a cura di G. Rossetti), Europa Mediterranea.
Quaderni, 1, Napoli 1986, pp. 285-86.
63
Costitutiones cit. III, 49: De fide mercatorum in vendendis mercibus adhibenda, p. 201.
64
Huillard-Bréholles, V, 1, p. 491.
65
Huillard-Bréholles, V, 1, p. 587.
13
aveva sottratto alle loro grinfie alcuni pellegrini diretti in Terrasanta. Ciò non toglie però che
proprio Federico II abbia aperto ai mercanti e a cambiatori le porte dell’amministrazione dello
stato, come ha dimostrato Norbert Kamp in saggi meritatamente apprezzati66. La sola fides nella
quale egli credeva, come valore ideale e come cardine di una società aristocratica, era la fides
nobilium
. Una norma di legge, che riguardava il pignoramento dei beni del debitore moroso,
rispecchia questa ideologia e dà quasi la misura aritmetica della gerarchia dei valori sociali: essa
stabiliva che nella dichiarazione di sussistenza d’un credito si tenesse conto della qualità della
persona, per cui un conte era creduto, in virtù del solo giuramento e senza bisogno di altre prove,
fino alla concorrenza di 100 once, un barone fino a 50, un miles fino a 25, e un borghese, ancorché
uomo di buona fama e ricco, solo fino a 12 once67.
David Abulafia ritiene che non si possa parlare di un programma economico di Federico II; che
manchi in lui una visione coerente e previdente del ruolo dello stato nella vita economica; e che
alla fine ogni sua decisione in questa materia sia riconducibile alle pure e semplici necessità
finanziarie68. Credo che sarebbe addirittura improprio pretendere dal sovrano svevo, come da
qualsiasi altro sovrano del tempo, un programma preliminarmente definito e perseguito con
lineare consequenzialità negli anni, fino alla sua completa realizzazione. Ciò non toglie che una
scelta, come quella della conduzione agraria, in difformità alla tradizione e alle forme allora
prevalenti, costituisca un intervento di largo respiro e originale, quasi una creazione ex nihilo,
anche dopo aver messo nel debito conto i condizionamenti dell’ambiente fisico e la naturale
vocazione dell’agricoltura meridionale, i quali potevano spingere in quella direzione, ma
assolutamente non determinare meccanicamente quella soluzione.
Così tra la Constitutio super massariis e la Constitutio novorum portuum c’è una coerente e logica
connessione, di cui siamo ancor più convinti per il fatto che i contenuti di quelle leggi si
realizzarono. Il programma c’è: non un modello astratto da imporre alla realtà, né un disegno
unitario nella ispirazione, come un’opera d’arte, ma alcune scelte sufficientemente coerenti e
consapevolmente perseguite da costituire, guardate retrospettivamente, appunto un programma,
un programma costruito seguendo la necessità delle cose, con i mezzi che la situazione gli metteva
a disposizione, ma anche con la percezione, o l’intuizione, di prospettive meno immediate, e
trascendenti l’atto compiuto.
I provvedimenti sulle masserie e sui porti cadono negli avanzati anni ‘30, in concomitanza con i
crescenti costi di una politica imperiale ambiziosa, impegnata sul fronte lombardo dei comuni e su
quello pontificio; sarebbe però assai riduttivo cercarne le ragioni solo, o anche prevalentemente,
nelle contingenti difficoltà finanziarie. La prospettiva di quei provvedimenti è più ampia, e va
riferita alla “modernizzazione” dello stato e alla volontà del sovrano di restaurare il suo demanio.
Ma possiamo andare anche più in là, e collocare queste iniziative nel grande quadro mediterraneo
dei secoli XII-XIII, dove si venivano verificando profonde modificazioni strutturali, e si
affermavano nuove egemonie politiche e soprattutto economiche. La politica del re di Sicilia, nelle
componenti che abbiamo ritenuto di dover privilegiare, fu anche una risposta alle sollecitazioni
della congiuntura internazionale, che al Mezzogiorno chiedeva un eccezionale, e diverso rispetto al
passato, incremento della sua produzione agricola, mentre ad esso assicurava nuovi sbocchi, anche
e soprattutto nel bacino occidentale del Mediterraneo.
Rientrano nelle nuove prospettive della politica mediterranea di Federico anche i provvedimenti,
del 1239, di riforma dell’ufficio dell’ammiragliato, ed il connesso potenziamento di due antichi
porti e dei loro arsenali: Brindisi, il cui arsenale, rifatto in muratura, fu portato alla capienza di 20
navi, e Napoli, al riguardo del quale l’ammiraglio dell’imperatore, il genovese Spinola, rilevava che
esso era appena in grado di contenere due galee (e così era stato nel passato) e che era opportuno
66
N. Kamp, Von Kämmerer zum Sekreten. Witschaftsreformen und Finanzverwaltung im staufischen Königreich
Sizilien
, in: Probleme um Friedrichs II. (Hg. J. Fleckenstein), Sigmaringen 1979, particolarmente pp. 65-69; Id., Die
sizilischen Verwaltungsreformen Kaiser Friedrichs II. als Problem der Sozialgeschichte, Quellen und Forschungen
aus italienischen Archiven und Bibliotheken, 64 (1984), pp. 132-37.
67
Constitutiones, I, 101, pp. 107-08, e Huillard-Bréholles, IV, 1, p. 69.
68
D. Abulafia, Lo Stato e la vita economica, in: Federico II e il mondo mediterraneo (a cura di P. Toubert e A.
Paravicini Bagliani), Palermo 1994, p. 165.
14
portarlo a 6 o 8
69. Siamo però ancora assai lontani dai livelli che rapidamente il porto di Napoli
raggiungerà sotto gli Angioini. Ed anche lo sviluppo delle masserie di stato, cerealicole e
armentizie, riceverà da Carlo I d’Angiò un incremento quantitativo incomparabilmente maggiore:
l’orientamento sarà verso la moltiplicazione di queste aziende (in Capitanata, il loro numero
raddoppierà), verso la maggiore estensione e coerenza delle rispettive superfici coltivate, verso la
specializzazione monoculturale (il rapporto tra seminativi a grano e orzo e le colture viti-olivicole
si ridurrà, ai primi del ‘300, rispetto alla metà del secolo precedente, da 1:9 a 1:16, secondo un
sondaggio che ho fatto per la Capitanata).
Il processo, una volta avviato, si concluderà alla metà del secolo XV, con un nuovo equilibrio, ma
questa volta tra cerealicoltura e pastorizia transumante, a spese di ogni altra coltivazione di
maggior pregio economico e ambientale. Era una direzione che Federico II forse aveva intravisto,
ma che, sensibile anche, e in grande misura, agli equilibri dell’habitat in cui aveva scelto la sua
dimora, non aveva inteso percorrere fino in fondo.
Così si è venuta formando nel Mezzogiorno una struttura di lungo periodo che sarà operante nella
sua storia fino ai tempi moderni: un meccanismo con cui lo stato promuoveva la formazione di un
grande mercato interno, da esso coordinato e regolamentato grazie alla disponibilità di un
apparato amministrativo affidabile e competente: maestri massari, maestri procuratori, maestri
portolani, maestri razionali, tutti coinvolti nel processo di produzione delle masserie regie. Un
meccanismo collegato ad una rete di distribuzione commerciale altrettanto razionale ed efficiente,
sempre più saldamente nelle mani di uomini d’affari ed armatori genovesi, pisani, veneziani,
capaci di una superiore organizzazione dei traffici a medio e lungo raggio. È impensabile che un
meccanismo del genere potesse essere realizzato per altra via, cioè da parte dei tanti piccoli e medi
produttori che nel Mezzogiorno operavano nel settore agricolo in ambiti limitati e separati, con
vecchie strutture (curtes, condomae di servi, coltivatori costretti, intuitu personae, a prestazioni
angariali, ecc.), e con il prevalente obbiettivo dell’autoconsumo, e parallelamente, sotto l’aspetto
commerciale, da parte dei pur vivaci e intraprendenti mercanti-armatori del Sud – amalfitani,
pugliesi, messinesi ecc. –, abituati anch’essi ad operare entro settori circoscritti e sulle rotte
tradizionali del Mediterraneo islamico-bizantino, dove uno spazio non trascurabile erano riusciti a
ritagliarsi come “imprenditori”, fino al secolo XII, anche monaci e abati, ai quali è difficile
attribuire sensibilità e propensioni al rischio e all’innovazione, e destinati pertanto, in una mutata
situazione, a sparire.
Le iniziative di Federico II dettero una indubbia spinta a che il Mezzogiorno, fino al XII secolo
ancora ambiguamente sospeso tra Oriente e Occidente, a un tempo stesso «oriental-type luxury
market and as occidental-type agricultural producer» (secondo la definizione di Abulafia)70, si
inserisse, come grande spazio regionale, produttore di materie prime e di derrate alimentari – e ne
diventasse parte integrante –, in quell’area mediterranea euro-occidentale che, imperniata sulle
città iberiche e d’Oltralpe, veniva assumendo nel XIII secolo le dimensioni e la struttura di una
vera e propria “economia-mondo”. È tutt’altro che scontato – come crede la storiografia
meridionalistica – che i produttori meridionali – agricoltori, mercanti, armatori – abbiano pagato
pesanti costi a causa di questa generale ristrutturazione dei rapporti inter-mediterranei, e non
abbiano invece ricavato dei benefici (ma con questa osservazione non intendo rovesciare
polemicamente il giudizio di quella storiografia, dalla quale il mio dissenso non è
pregiudizialmente sul merito dei contenuti, ma sul metodo e l’ispirazione storiografica). Su
quest’ultimo problema però si dovrà andare ancora molto più a fondo. È invece chiaro fin d’ora
che, nel Mezzogiorno, fattore di innovazione e di progresso economico fu lo Stato, ogni qual volta
esso pervenne in mani forti, così con Federico II come con Carlo I d’Angiò, come con Alfonso V
d’Aragona e suo figlio Ferrante.
69
Del Treppo, La marina napoletana nel Medioevo: porti, navi, equipaggi, in: La fabbrica delle navi. Storia della
cantieristica nel Mezzogiorno d’Italia
(a cura di A. Fratta), Napoli 1990, pp. 40-44; P. Corrao, Arsenali, costruzioni
navali e attrezzature portuali in Sicilia (secoli V-XV), in: Arsenali e città nell’Occidente europeo (a cura di E.
Concina), Roma 1987, p. 36 ss.
70
Abulafia, The two Italies. Economic Relations between the Norman Kingdom of Sicily and the Northern
Communes, Cambridge 1977, p. 283.