PREFAZIONE AL CONVEGNO
UOMO E NATURA.
RIFIUTARE UNA LOGICA UTILITARISTICA PER RECUPERARE UN RAPPORTO ANCESTRALE
Sabato 24 Novembre 2007 - inizio ore 15,00
Sala Consiliare Quartiere Porto - Via dello Scalo, 21 - Bologna
LA NATURA E’ MORTA
"Chi distrugge il volto della terra, uccide il cuore della terra e priva della loro 'sede' le potenze che ora si sono dileguate nell'etere"
Ludwig Klages
Avremmo potuto scegliere molti nomi per “titolare” queste righe, e forse solamente sostituire ad una parola ormai “vaga” e poco moderna come natura il tanto sbandierato e inflazionato termine di “ambiente”.
Questa non è una scelta lasciata al caso.
Perché nella realtà queste due parole esprimono concetti che, sebbene generalmente utilizzate come sinonimi, hanno in sé profonde differenze: la sensazione (più di una sensazione una certezza) è che oggi la natura sia stata spazzata via dalla mera logica del denaro, cui si può permettere di sradicare foreste e torturare animali, o, nella migliore delle ipotesi, da un “ambiente” che serve solo per produrre ossigeno – che malcapitatamente, ancora oggi, nell’auspicata era dello sviluppo e della tecnica, ci è indispensabile per respirare - , e carne sufficientemente sana per non contagiare mezzo mondo con la BSE o similari, pronta da servire per la prossima cena.
La natura è morta, uccisa da pesticidi, additivi sintetici, fumi tossici, inquinamento. Ma non solo: perché questa è unicamente l’estrema conseguenza, non per sua evoluzione ma per disponibilità di mezzi con cui realizzarlo, di un processo che ha radici lontane e la cui causa è il divario inarrestabile che recide il fondamentale senso di appartenenza che l’uomo ha con la natura.
La natura è morta perché l’uomo l’ha dimenticata. La natura è morta perché è venuto meno quel rispetto per essa che oggi permette all’uomo di sentirsi in diritto di “soggiogarla” e “dominarla”, come un oggetto pronto all’uso che, una volta distrutto, sarà buttato e sostituito.
Allora la domanda sorge spontanea: come si crea il divario sopra evidenziato?
Sicuramente due righe messe ad esempio, possono ben chiarire questo punto:
Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.
Dio li benedisse; e Dio disse loro: <<Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra, soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che si muove sulla terra>>
È l’Antico Testamento, primo libro della Genesi, una manciata di righe che ha fatto da vademecum per la coscienza, ecologica e non solo, dei successivi due millenni.
È la religione giudaico-cristiana che per prima crea l’abisso fra uomo e natura. Essa pone l’uomo al di sopra di tutto il “creato”, e lo legittima quindi a servirsene a piene mani secondo utilità. Solo in quest’ottica, infatti, e non come repentine “folgorazioni scientifiche”, si possono leggere testi come quelli di Lamettrie e Boyle, o dello stesso Descartes (Cartesio).
E, arrivando a oggi, a riprova di quanto affermato, ecco come ha parlato di natura il noto autore Romano Guardini, prete cattolico: “L’immagine dell’uomo europeo è profondamente cristiana. Essa si è formata attraverso la salvazione operata dal Cristo. Egli ha liberato l’uomo dalla necessità della natura e gli ha dato una indipendenza dalla natura e da se stesso che da solo, attraverso uno sviluppo naturale, mai avrebbe potuto raggiungere, perché la natura si richiama a quella legge in base alla quale lo stesso Dio è presente nel mondo”.
L’immanenza del divino appunto. Il grande “postulato” delle religioni precristiane, pagane europee, per le quali ogni essere è permeato dal divino e come tale è ripettato e sacralizzato. L’uomo fa parte di questo cosmo e ne celebra il costante ciclo di morte e rinascita.
Questa sintonia creava quel profondo legame che univa l’uomo e tutto l’esistente.
Quella stessa sintonia e rispetto che condannava colui che sradicava un albero senza preciso scopo, che uccideva un animale senza motivo o deturpava quel mondo di cui egli stesso era una piccola parte integrante.
Siamo all’estremo opposto della realtà in cui troviamo oggi, catapultati in un radicale rovesciamento in (a ben pensarci pochi rispetto a quelli che li hanno preceduti) soli due millenni.
Da anni si pone il problema di come riparare ai danni di una, sembra inarrestabile, rivoluzione. Oggi che giornali e televisioni denunciano il costante innalzarsi delle temperature e dei livelli degli oceani, oggi che l’effetto serra sembra una gabbia senza uscita, i Paesi che governano il mondo sembrano, e sottolineo sembrano, essersi svegliati, e avere tolto dalla polvere una misconosciuta fino ad ora coscienza ecologica.
Allora spuntano puntigliosissimi rapporti sul clima provenienti delle più varie nazioni, tutti culminanti nel famosissimo “Protocollo di Kyoto”, in cui si stabiliscono parametri per l’abbassamento delle emissioni da parte di tutti gli stati al fine di far rientrare l’allarme inquinamento. Uniche eccezioni: i due paesi con le più alte emissioni del mondo, Cina e India. Da aggiungere chiaramente il sommesso diniego dei Signori del Consumo, gli Stati Uniti naturalmente.
Su una cosa non c’è dubbio: strategia decisamente singolare per salvaguardare le sorti del mondo…ma sicuramente stratagemma molto astuto per alimentare una logica ben conosciuta: l’omologazione dei mercati internazionali, la produzione di materiali su scala globale, l’esportazione delle produzione in paesi ad infimo costo di manodopera, l’uso di materiali di ultima scelta, anche velenosi purché concorrenziali, eccetera eccetera, in una sola parola il mondialismo.
Se un tentativo di coscienza ecologica non è quindi da ricercare, né da sperare di trovare, in ambiti internazionali e tra le sedie dei potenti la conclusione è che una vera coscienza ecologica può essere solo ricercata ricucendo e riscoprendo quel legame naturale che l’uomo ha con la natura.
E riacquisire quel legame passa necessariamente attraverso il ritrovamento del sacro vincolo con la propria terra: quella terra che genera e cresce la sua comunità, quella terra che unisce le generazioni passate con le future in un infinito ciclo, quella terra che cresce l’uomo ancora capace di ammirare il sole che sorge e la luna crescente.
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