Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    Comunista democratico
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    Predefinito Comunismo democratico: parliamone

    Certo il capitalismo e la mercificazione deforma, e molto, ma la dialettica democratica non è il male, ma la cura dello sfruttamento e dell'oppressione.

    Come scrisse Lenin "se tutti gli uomini partecipano realmente alle gestione dello Stao, il capitalismo non può più mantenersi. E lo sviluppo del capitalismo crea a sua volta le premesse necessarie a che TUTTI possano partecipare effettivamente alle gestione dello stato"
    Stato e Rivoluzione, V, 4.
    Myrddin

  2. #2
    Comunista democratico
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    Predefinito Comunismo e Democrazia

    Comunismo e Democrazia
    Lo sfacelo teorico e pratico del comunismo sovietico impone a ogni riflessione che intende ricondursi al pensiero di Marx di fare seriamente i conti con la sua opera in tutte le sue componenti. Abbiamo qui tentato di misurare la "finitudine" della tradizione marxista non in maniera selvaggia, ma volendo conservare lo spirito di scissione anticapitalistica che per noi rappresenta, secondo la bella formula di Lukács, "una passione durevole". Lo spostamento della tematica della rivoluzione sociale verso la questione della cittadinanza integrale, costituisce senza dubbio il fatto teorico-politico più importante della nostra congiuntura storica. Questo spostamento non sancisce la morte della prospettiva comunista, significa invece che il comunismo ha futuro solo se inteso come comunismo radicalmente democratico, così come, a sua volta, la democrazia può rappresentare un ordinamento di cittadini integrali solo se intesa come democrazia comunista.

    Se la tragica parabola del comunismo storico ha mostrato fino a quali conseguenze può arrivare il rifiuto della democrazia e l’irrigidimento dell’opposizione tra libertà formali e libertà sostanziali, se ha inoltre mostrato l’impossibilità di contrapporre le conquiste della cosiddetta democrazia borghese alle promesse non mantenute della sedicente democrazia proletaria, tuttavia non bisogna dimenticare che a suo tempo l’emergere del comunismo storico ha rivelato la profondità strutturale della crisi immanente alla forma capitalistica dell’essere sociale. Il comunismo storico è nato dall’incapacità della grande socialdemocrazia delle nazioni civilizzate di impedire il disastro della guerra imperialistica e di affrontare le contraddizioni intercapitalistiche. Chi può dunque affermare che oggi la democrazia occidentale, con la sua forma tronca e manipolata, può impedire che la "rivoluzione passiva" imposta dal sistema capitalistico non si traduca nella distruzione del nostro "essere al mondo" e nell’alterazione delle condizioni di vita di enormi masse? Da questo punto di vista, non si potrebbe invece sostenere che la costruzione della tendenza comunista sembra manifestare un’urgenza raddoppiata proprio nel momento in cui sembra tramontare? La lettura critica di Marx, di Gramsci, di Lukacs non dovrebbe spingersi fino a sostenere che questi grandi eretici della libertà che verrà non sono stati sufficientemente comunisti, nella misura in cui hanno concepito la tendenza comunista come prolungamento della missione civilizzatrice del capitale senza dissociarla abbastanza dall’individualismo possessivo che pone al razionalismo dell’Illuminismo il suo limite invalicabile? Non bisogna forse unire comunismo e democrazia tenendo conto delle questioni poste dalla tendenza comunista, tanto più che la missione civilizzatrice del capitale si è conclusa e che il capitalismo non tollera la democrazia se non neutralizzandola e manipolandola? La sopravvivenza della democrazia in questo senso si può realizzare solo con la reincorporazione dell’economia nella più grande politica, ossia come appropriazione delle scelte economiche da parte dei cittadini. Questa potrebbe essere la prospettiva di una democrazia comunista resa urgente dalle contraddizioni dell’economia-mondo capitalistica. In questo senso democrazia e comunismo, lungi dal contrapporsi, devono avvicinare i loro percorsi e possono sussistere solo se intimamente uniti.
    (da André Tosel, L’esprit de scission. Etudes sur Marx, Gramsci, Lukács, Annales Litteraires de l’Université de Besançon, Paris, 1991.)
    Myrddin

  3. #3
    Comunista democratico
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    Predefinito Misurare i condizionamenti della scelta democratica

    Misurare i condizionamenti della scelta democratica

    Rivalutare la democrazia diretta, presupposto della riforma dell’identità comunista, ci pone di fronte alla questione della via democratica. Il vicolo cieco del dispotismo ci obbliga una volta per tutte a non lasciarci sedurre dalla violenza. Dire che la via democratica è sia un mezzo che un fine è facile, scavarne i vincoli e le contraddizioni molto meno. La scelta dell’autogestione comprende quella di una democrazia radicale. Sarebbe tuttavia ridicolo vederla come una scelta eroica o drammatica. In questo periodo di consenso minimale, l’importante è capire che lo stato attuale della democrazia è quello dello stallo. La democrazia come pratica rivoluzionaria del conflitto di massa è oggi ostacolata dalla democrazia come regime di neutralizzazione di questo conflitto. Bisogna prendere coscienza di ciò che implica il principio del consenso della maggioranza dei cittadini rispetto alle trasformazioni sociali: significa quindi accettare che le scelte della maggioranza possano favorire l’espansione degli interessi delle classi dominanti. Non misurare la portata di questo principio vuol dire riesumare contro la democrazia le stesse argomentazioni sostenute dalle antiche oligarchie, dai monarchici reazionari e dai primi liberali: le maggioranze non hanno esperienza di autogoverno, sono capricciose e imprevedibili. Sono il prodotto di masse cieche ed ignoranti, sempre pronte a lasciarsi manipolare da demagoghi senza scrupoli. Non valutare i vincoli della scelta democratica conduce chi si vorrebbe progressista a condividere questo disprezzo per la viltà delle masse, soprattutto quando queste si mostrano incapaci di volere e di dare impulso alle trasformazioni desiderate.


    Lo sviluppo delle pratiche di democrazia diretta deve unirsi, in una tensione sempre critica, con l’accettazione del principio democratico secondo cui si può giungere a queste trasformazioni seguendo le regole del gioco. Le scelte espresse dai cittadini sono il punto di partenza che bisogna accettare senza alcuna riserva. Tanto vale dire che qualsiasi radicalizzazione della democrazia diretta deve fare i conti con la condizione, stabilita volta per volta, dei rapporti di forza così come essi si esprimono nel consenso, anche se manipolato, degli interessati, oltre a inevitabili compromessi da elaborare. Tale accettazione del sistema delle regole e delle procedure non significa rinunciare a trasformarlo per via consensuale. Se l’identità comunista riformata è quella della democrazia, questa deve interessarsi ai processi che scuoteranno il senso comune democratico delle masse. La socializzazione della politica si sta confrontando con la straordinaria versatilità del senso politico dei cittadini medi. La via democratica è dunque quella della trasformazione, anch’essa democratica, delle regole del gioco democratico stabilito. Il consenso da realizzare si può formare solo all’interno di ciò che Gramsci chiamava lo spirito di scissione anticapitalistico, organizzandone una pratica conflittuale delle regole democratiche, sulla base di argomenti ragionevoli condivisi e universalizzabili. L’identità comunista si caratterizza allora come strategia intransigente dell’ innovazione democratica, come lotta democratica contro una democrazia divenuta fattore di neutralizzazione dei conflitti. Il problema è quello di non semplificare le difficoltà di questa strategia di innovazione democratica e delle sue feconde contraddizioni.

    Queste contraddizioni rinviano alla contraddizione fondamentale della democrazia, che contrappone i suoi due principi basilari. Il primo principio enuncia che la democrazia si legittima e si fonda a partire da norme universali e forme razionali di consenso. Il secondo principio enuncia che la democrazia permette agli individui e ai gruppi d’interesse di difendere le loro particolarità e i loro diritti e, al limite, di sottrarsi al confronto sul grado di universalità dei loro interessi. La democrazia è, da un lato, governo della legge ed esige che ognuno provi pubblicamente che le sue pretese non si oppongono all’interesse generale e, attraverso il dialogo, deve rendere conto della commensurabilità delle sue pretese con quelle degli altri cittadini. Dall’altro e nel contempo, la democrazia garantisce ad ogni individuo e a qualsiasi gruppo, il diritto inalienabile alla libertà privata e alla diversità, quindi all’incommensurabilità, esonera dunque chiunque dal dover dimostrare razionalmente la validità universale delle proprie pretese. Il primato indiscusso della libertà individuale è in contraddizione con l’imperativo di procedere per negare privilegi immotivati, non sostenibili con argomentazioni razionali condivisibili. Il primo principio prescrive di lottare contro ogni disuguaglianza non giustificata da ragioni universabilizzabili, di introdurre cambiamenti radicali. Il secondo principio costringe alla difesa del proprio stato di diritto e delle diseguaglianze connesse, e rinvia alla realtà di compromessi razionalmente ingiustificabili ma imposti dai rapporti di forza.

    Queste contraddizioni logiche sono strutturali e definiscono la scelta dell’istituzione della democrazia rappresentativa pluralistica. L’emergere, del resto indispensabile, di istanze di democrazia diretta può solo radicalizzare l’antagonismo dei principi democratici. L’accettazione di questa contraddizione strutturale implica anche quella dei gruppi e dei partiti (riformisti e conservatori) che l’accettano a loro volta. Viene dunque esclusa la soppressione violenta dell’antagonista storico se, a sua volta, quest’ultimo accetta le regole contraddittorie che scaturiscono dall’antagonismo strutturale dei due principi. La via democratica impedisce allo stesso tempo di fare della democrazia una tappa provvisoria aspettando qualcosa di meglio, ossia il momento della rivoluzione intesa come violenza risolutiva. Troppo spesso, la politica del Pcf, per esempio, è stata ossessionata da questo riserbo mentale, come se la dittatura del proletariato dovesse subentrare all’anticamera democratica. Tale posizione sembra valersi della speranza in una grande politica in cui i rapporti di forza rendono inutili i compromessi. In realtà, questa è un posizione di debolezza poiché rifiuta di lavorare sull’unica cosa importante: l’unione credibile tra analisi del presente e progetti di un futuro prevedibile. In linea di massima, niente impedisce che alcune trasformazioni radicali possano essere giudicate razionalmente desiderabili da un vasto blocco di forze storiche, nel quadro della democrazia, essendo quest’ultimo il luogo di una rinegoziazione permanente della scelte, con alternanza tra maggioranze e minoranze. Il problema è dunque quello di riuscire a spostare i limiti imposti dalle classi dominanti grazie all’elaborazione di un insieme di proposte teoriche e di pratiche, che verranno considerate le migliori dal punto di vista razionale, in merito ai problemi chiave.

    La prospettiva di una promozione della democrazia dei (neo)produttori viene, in questo modo, a confrontarsi con la presa in considerazione degli inevitabili conflitti richiesti dalla sua realizzazione nell’ambito istituzionale della Repubblica, soprattutto se si prende sul serio l’istanza della democrazia diretta. La radicalità dell’analisi delle contraddizioni non esclude, anzi, esige un immenso sforzo di buon senso teorico e pratico. Si tratta di articolare l’organizzazione della resistenza anticapitalistica e l’elaborazione di scelte etiche e politiche universalizzabili, nel nostro contesto storico. In particolare, resta aperto il compito di riformulare una comunicazione resa dinamica dallo spirito di scissione anticapitalistica, piuttosto che fondata sull’idealiz-zazione di un consenso minimo.

    A questo prezzo, la teoria critica del prossimo secolo potrà misurarsi con il problema attuale, malgrado le apparenze, di una democrazia comunista. Questa può tradursi solo attraverso la logica mista delle strategie basate sull’opposizione degli interessi privati e della logica della comunicazione razionale-ragionevole. Le forze che pensano di occupare il luogo della società nel quale meglio si definisce l’interesse generale sono invitate a mostrare e dimostrare che i loro interessi sono razionalmente argomentabili e definibili come interesse compreso da tutti. La teoria critica adatta ad un comunismo del futuro non può essere che unione di dialogo e di conflitto, di ragione e di lotta, di logos e di polemos. Ritrova così l’istanza originaria della nostra civilizzazione: la dialettica che congiunge polemica e logica nella città dei cittadini diventati produttori, ma produttori sempre più liberati per attività di formazione individuale e collettiva.

    (da André Tosel, L’esprit de scission. Etudes sur Marx, Gramsci, Lukács, Annales Litteraires de l’Université de Besançon, Paris, 1991.)
    Myrddin

  4. #4
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    Togliatti: intervista a Nuovi Argomenti

    Dall’intervista a Palmiro Togliatti concessa alla rivista Nuovi Argomenti diretta da Alberto Moravia e Alberto Carocci. Nel numero 20 del maggio-giugno 1956 la rivista aveva rivolto «9 domande sullo stalinismo» a uomini politici e di cultura di diversa parte politica. La legittimità del potere è il grande problema del diritto pubblico; e il pensiero politico moderno tende a indicare la fonte della legittimità nella volontà popolare. Le democrazie parlamentari di tipo occidentale ritengono che la volontà popolare abbia bisogno, per esprimersi, della pluralità dei partiti. Ritenete che il potere in regime di partito unico con elezioni senza scelta fra governo e opposizione sia legittimo?(…)

    Partiamo pure, se si vuole, dall’esame della legittimità del potere e della sua fonte, ma cerchiamo di liberarci dal formalismo ipocrita col quale trattano questa questione gli apologeti della «civiltà occidentale». Abbiamo letto Stato e rivoluzione, né abbiamo dimenticato la sostanza di quell’insegnamento, per fortuna nostra! Non è la critica degli errori di Stalin che ce la farà dimenticare.
    Nella realtà delle cosiddette civiltà occidentali la fonte della legittimità del potere non è affatto la volontà popolare. La volontà popolare è, nel migliore dei casi, uno dei fattori che contribuiscono, esprimendosi periodicamente con le elezioni, a determinare una parte degli indirizzi governativi. Nelle elezioni, però (e valga pure l’esempio dell’Italia, tipico, per alcuni aspetti), entra in azione un molteplice sistema di pressioni, intimidazioni, esortazioni, falsificazioni, artifici legali e illegali, per cui l’espressione della volontà popolare viene ad essere assai gravemente limitata e falsificata. E il sistema opera nelle mani e a favore non solo di chi sta in quel momento al governo, quanto di chi detiene nella società il potere reale, che è dato dalla ricchezza, dalla proprietà dei mezzi di produzione e di scambio, e da ciò che ne deriva, incominciando dall’effettiva direzione della vita politica, sino alla immancabile protezione delle autorità religiose e di tutti gli altri gangli di potere che esistono in una società capitalistica.
    Noi sosteniamo che oggi, dati gli sviluppi e la forza attuale del movimento democratico e socialista, si possono operare strappi assai larghi in questo sistema che impedisce la libera espressione della volontà popolare, e si può quindi aprire un varco sempre più ampio alla manifestazione di questa volontà. Per questo ci muoviamo sul terreno democratico e senza uscire da questo terreno riteniamo possibili sempre nuovi sviluppi. Ciò non vuol dire, però, che non vediamo le cose come sono e che del modo come si svolge la vita democratica del mondo occidentale (guai, poi, a spingersi un po’ troppo in là, in questo mondo, sino a trovarvi la Spagna, o la Turchia, o il Sud America, o il Portogallo, o il sistema elettorale discriminato degli Stati Uniti d’America, ecc. ecc.!) noi ci dobbiamo fare un feticcio, il modello universale e assoluto della democrazia!
    Anzi, noi continuiamo a pensare che la democrazia di tipo occidentale è una democrazia limitata, imperfetta, per molte cose falsa, che richiede di essere sviluppata e perfezionata attraverso una serie di riforme economiche e politiche.
    Myrddin

 

 

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