Pagina 1 di 5 12 ... UltimaUltima
Risultati da 1 a 10 di 48
  1. #1
    Forumista junior
    Data Registrazione
    20 Jul 2007
    Località
    Cesena
    Messaggi
    16
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito BUDDHISMO: Filosofia, modo di vita o religione? E quale Buddhismo?

    BUDDHISMO: Filosofia, norma di comportamento o religione? E quale Buddhismo? (ma queste domande hanno un senso?)

    Premessa:
    Non c’è dubbio che la meta del Buddhismo, è -come indicato nel Milindapaña con parole chiare e succinte- la fine del dolore, la liberazione dal ciclo delle trasmigrazioni (samsāra) , in una parola il nirvāna:
    77
    Ed il re disse: «Quale è l’oggetto, signore, della vostra rinuncia, e quale il sommo bene a cui tendete?»
    «Perché lo chiedi? La nostra rinuncia ha per fine che questo dolore perisca e che altro dolore non nasca; il completo trapassare, senza attaccarsi al mondo, è il nostro fine supremo»” (G. Cagnola: Dialoghi del re Milinda”, pag. 40)

    Infatti il Buddha afferma che uno solo è il suo annuncio al mondo:

    «Io annunzio soltanto una cosa, il dolore e l’estinzione del dolore» (Majjhimanikāyo, discorso XXII°: vedi Neumann-de Lorenzo: “Discorsi di Gotamo Buddho”, Vol. I , pag. 217)

    ed uno solo è lo scopo della sua Dottrina:

    «Così come il mare ha un solo sapore, il sapore del sale, così appunto la Dottrina ha un solo sapore, il sapore della redenzione»( Anguttaranikāya, IV, 202: vedi Burlingame, “Parabole Buddiste”, pag. 137)

    Probabilmente il Buddha storico non ha detto nulla di più di questo.

    Il Buddhismo originario
    Il Buddhismo originario negava l’esistenza del Brahman [l’Essere Assoluto] e del suo riflesso, l’atman [anima individuale].
    Non era considerata la esistenza di un Dio, quale essere superiore in grado di interrompere o sovvertire il nesso causa-effetto che lega l’uomo al suo karma, né quella di un Salvatore cui l’uomo potesse rivolgersi per aiuto.
    Sakyamuni stesso non era che un uomo, immensamente più illuminato degli altri grazie agli infiniti meriti accumulati nel corso di una serie innumerevole di precedenti esistenze, che aveva saputo trovare la soluzione al male del mondo, individuare la meta da raggiungere ed indicare la via che ad essa conduce. Dopo il parinirvāa di lui era rimasta una sola eredità: la dottrina (dharma = norma di comportamento) che il canone aveva codificato e conservato.
    Nessun teismo, nessun misticismo: l’insegnamento dal Tathagata, come attestato dai Piaka, è tutto nella indicazione pragmatica del sentiero da percorrere, erto, lungo, senza speranza di un qualche aiuto esterno.
    Colui che è in cammino verso lo stato di Arahat è privo di legami (a sé ed agli altri), privo di desideri (per sé e per gli altri), non teso a modificare il “mondo del reale”, che non esiste, né verso il bene né verso il male (concetti dai quali egli è al di fuori), incurante del proprio io (insieme di fenomeni fisici e mentali –skandha-, privo di natura propria) e di quello degli altri esseri, egualmente inconsistente.

    La dottrina predicata non è una religione, un insieme di verità rivelate di valore eterno e immutabile, ma solo un mezzo, un espediente (“upāya= mascile: “arrivo, aiuto, mezzo, rimedio, arte, inganno” indica l’abilità nella scelta e nell’uso dei mezzi od espedienti per raggiungere il fine: la salvezza di tutti gli esseri) dettato dalla (“karuā” = femminile: “compassione”) che Śākyamuni ha rivelato agli uomini affinché possano liberarsi dal samsāra, ma inutile e da gettarsi una volta raggiunto lo scopo.

    Come zattera, voi Monaci, voglio mostrarvi la dottrina (dharma), atta a salvarsi, ma non a tenere……..
    “Così come quasi, voi monaci, se un uomo in cammino pervenisse ad una grande distesa d’acqua, la riva di qua piena di pericoli e paure, la riva di là sicura e senza pericoli.......e l’uomo raccogliesse ora canne e tronchi, fascine e foglie e costruisse una zattera.... e mediante questa zattera transitasse in salvo all’altra riva. E salvato, tragittato, pensasse: «Carissima mi è veramente questa zattera, mediante questa zattera......sono giunto salvo all’altra riva. Dunque se ora io mi ponessi sul capo o mi caricassi sulle spalle questa zattera e me ne andassi dove voglio?»...Tratterebbe egli convenientemente la zattera? ….E se questo uomo, salvato, tragittato, pensasse: «Carissima mi è veramente questa zattera, mediante questa zattera......sono giunto salvo all’altra riva. Dunque ora se io posassi questa zattera sulla riva o la gettassi nell’onda e me ne andassi dove voglio?» Con tale agire tratterebbe egli convenientemente la zattera. Or così anche appunto, voi monaci, io ho esposto la dottrina, come zattera, atta a salvarsi, non a tenere.
    «Voi che il paragone della zattera bene intendete
    Anche il giusto, taccio l’ingiusto, lasciar dovete» (Majjhimanikāyo, discorso XXII°: opera citata. Vol. I , pag. 209-210.)


    Il Buddhismo Mahayana
    Il Mahāyāna mostra all’adepto una via più semplice, lungo la quale è possibile ricorrere ad un Salvatore, essere misericordioso e dalle infinite capacità, pronto a soccorrere chi ha bisogno di aiuto: il Bodhisattva. Per il Mahāyana il Bodhisattva non è più l’essere destinato al risveglio, ma colui che, avendo già conseguito la illuminazione, ha fatto voto di non ritirarsi nel nirvāa fino a quando tutti gli altri esseri non abbiano anch’essi raggiunta la Buddhità. Egli può alleggerire il peso del karma sul sentiero verso la salvezza finale, ma anche accompagnare il defunto a rinascere nei paradisi del Buddha o nel cielo Tushita, ove attendere, assieme a Maitreya, la fine dei secoli scuri e poi rinascere nella nuova età d’oro, quando sarà più facile raggiungere l’Illuminazione ascoltando la predicazione del nuovo Buddha che scenderà sulla terra a mettere nuovamente in moto la Ruota della Legge.
    I cambiamenti apportati dall’avvento del Mahāyāna introducono, in questa lettura storicistica della dottrina, un afflato mistico.
    L’emergere della figura del Bodhisattva, con la sua possibilità di intervenire e sovvertire la concatenazione causa-effetto, porta inevitabilmente ad una concezione religiosa della dottrina ed alla deificazione del Buddha.
    Come per il Buddha nel Buddhismo originale anche per il Boshisattva del Mahayana le virtù fondamentali sono due: karuā [compassione] che lo porta a soccorrere gli esseri, in qualsiasi forma dell’esistenza si trovino, e upāya [abilità nell’agire], la capacità di individuare ed utilizzare gli espedienti più efficaci per raggiungere lo scopo: fare raggiungere a tutti lo stato di Buddha.
    Infatti il Canone del Mahāyāna non rinnega il Canone primitivo, che è recepito prevalentemente immutato, ma ne modifica l’ottica di lettura e ne attesta l’incompletezza. Secondo i dottori del Grande Veicolo, Śākyamuni aveva adattato la sua predicazione alle capacità di comprensione delle masse dei suoi tempi ed aveva riservato a pochi discepoli, i più preparati, l’esposizione di quella parte della dottrina, la più difficile, che la gente comune non avrebbe capito. Questo insegnamento per iniziati era stato tramandato oralmente per secoli: e quando finalmente i fedeli erano diventati sufficientemente maturi da comprenderne l’essenza, esso fu rivelato ed i relativi sūtra furono recitati assieme a quelli del canone originario.
    Come esempio di questa rilettura mirata del Canone riporto un brano tratto da uno dei più noti sūtra in sanscrito del Mahāyāna:
    “...un Bodhisattva, una grande creatura, non deve percepire né un dharma, né un non-dharma.
    Ond’è che il Tathagata ha pronunciato le seguenti parole, appunto con questa intenzione:
    «Quanti sanno che il discorso sul Dharma è simile ad una zattera, costoro debbono abbandonare nonché i non-dharma, anche i dharma»” (Vajracchedikā [Fenditrice del Fulmine], noto come “Sutra del Diamante”; Riniero Gnoli: “Testi Bufddhisti ib Sanscrito” pag. 66-67)


    La differenza con il brano citato precedentemente sta nel diverso significato attribuito alla parola dharma nei due sūtra. Nel Majjhimanikāyo la parola veniva usata nel senso morale di “disciplina di vita, norma di comportamento, norma etica”, mentre nel Sūtra del Diamante le viene attribuito il significato, non in senso morale ma metafisico, di “entità, mondo fenomenico”
    Secondo il Mahāyāna quindi il Tathagata aveva affermato, per le menti meno preparate, che, raggiunta la meta, occorreva abbandonare la dottrina e le regole di comportamento perché non più necessarie, e questo era stato tramandato nel Canone Pali del Buddhismo originario. Ma la frase aveva anche un “significato nascosto”: dato che il mondo fenomenico è irreale (esso è solo un mezzo, una zattera), occorre abbandonare la percezione ed il concetto non solo di realtà, ma anche di non realtà delle cose (Quindi sia i dharma [entità del mondo fenomenico] che i non-dharma [negazione dei dharma, vacuità, śūnjatā ], sono entrambi solo strumenti provvisori per raggiungere il fine. Sull’argomento, vedi Edward Conze: “Sutra del Diamante”, pag. 28-30.)

    Si è detto che nel Buddhismo originario la “compassione” è un moto dall’alto verso il basso, un dono senza coinvolgimento emotivo e non un “sentire assieme”, un “patire assieme” (impossibile per chi nega realtà alle sensazioni); non è un porsi sullo stesso piano di chi soffre ed affrontare assieme a lui il dolore: ciò significherebbe immergersi nel mondo dei sei sensi e creerebbe attaccamento, incremento del karma.
    Nel Mahāyāna invece, karuā -la qualità principale di Buddha e Bodhisattva- è un atto di amore attivo, di simpatia verso tutti gli esseri, che coinvolge totalmente.
    Il seguace del Mahāyāna non ignora che tale comportamento non è in sintonia con la dottrina originaria, ma volontariamente commette questo “errore” per sapendo di seguire una realtà relativa ed utilizza tale espediente (upāja) poichè questa è l’unica via che può condurlo alla verità assoluta, alla gnosi (prajñā, la Sophia dei Greci), il fine cui egli tende.

    Il Saddharmapuṇḍarīkasūtra (traduzione di Giovanna Meazza, “Sutra del Loto” BUR 2001) afferma che esistono molti metodi per condurre alla salvazione e che ogni metodo ha una sua funzione; così i tre veicoli, (il Śravaka-yāna [veicolo degli uditori], assimilato al Piccolo Veicolo, l’Hinayāna, il Pratyeka-yāna [Veicolo degli Illuminati Solitari] ed il Bodhisattva-yāna [il veicolo dei Bodhisattva], considerato sinonimo del Grande Veicolo, ii Mahāyāna) non sono in contrasto fra di loro, ma ognuno di essi è il “giusto espediente” (upāya) per condurre gli adepti, in dipendenza del loro grado di preparazione, verso la meta. Essi sono quindi aspetti diversi dell’unico grande veicolo, l’eka-yāna [veicolo unico], detto anche Buddha-yāna [veicolo del Buddha].
    “Invero uno è il veicolo, non ve ne è un secondo, né un terzo si trova in alcun luogo. I diversi veicoli esibiti altro non sono che espediente dei Sublimi fra gli uomini” (II, 54)
    Il Buddha è considerato nel Sūtra del Loto, un essere trascendente, manifestazione del Dharmakāya, -di cui il Buddha storico è una emanazione temporale- che non ha concluso la sua esistenza con il parinirvāņa,
    “Io sono in possesso di forza e poteri miracolosi tali che il mondo insieme ai suoi dei, umani e demoni credono che il beato Śākyamuni, Tathāgata, dopo essersi allontanato dalla famiglia dei Śākya ed essere giunto all’eccelso e sublime seggio del risveglio nella grande città di Gayā, abbia ottenuto il supremo perfetto risveglio. Ma non è così che va inteso” (XV, parte in prosa, pag. 285).
    “Inconcepibili, oltre ogni misura sono le infinite migliaia di kalpa (passate) da quando io ho raggiunto il perfetto risveglio senza che (da allora) abbia mai smesso di insegnare la Dottrina” (XV, 1)
    “Io indico la terra del nirvāa e parlo con un espediente per la salvezza degli esseri, ma ....... non entro nel nirvāa e .......continuo ad insegnare la Dottrina” (XV, 3)
    “...insegno di essere nella pace completa (nirvāa) pur senza esserci” (XV, 21)

    Il Buddhismo Vajrayana
    La speculazione astratta ed i riti religiosi (entrambi misconosciuti nel Buddhismo originario) diventano nel Vajrayāna le due facce di un’unica realtà. L’adepto utilizza, nel suo cammino verso l’illuminazione, la gnosi e la compassione come strumenti. Le immagini divine e le formule magiche (tantra), le sillabe (bhya) sacre, i testi canonici spesso presentati in forma divinizzata, sono l’oggetto della sua sincera venerazione; il mondo esterno e l’introspezione sono l’obiettivo della sua continua e profonda meditazione. Egli è ben consapevole che tutto questo è verità relativa, vuota di essenza propria, creazione della sua coscienza, espediente (upāya) da utilizzarsi fino al momento del raggiungimento dello scopo, quando tutti gli strumenti, esaurito il proprio compito, si dissolveranno nella psiche che li ha creati.
    Reali e degne di venerazione sono le immagini sacre ed i simboli che le rappresentano, reali e degni di profonda meditazione sono i concetti filosofici e metafisici che la coscienza (vijñāna) crea, ma la loro esistenza non è assoluta, entrambi sono destinati a dissolversi una volta esaurito il loro compito, che è sempre lo stesso: condurre alla illuminazione.
    L’adepto, con l’aiuto di un mandala sul quale è ritratto il dio (l’immagine può essere sostituita da un simbolo del dio, o dalla sua sillaba evocatrice o, per i più preparati, da un disegno geometrico o da un campo vuoto), o semplicemente concentrandosi sul proprio corpo, si immerge in profonda meditazione per creare in se stesso l’immagine della entità ed, evocatane la presenza, consustanziarsi in essa. Scopo della meditazione è porre termine al dualismo fra karuā (compassione attiva) e prajñā (conoscenza imperturbabile e profonda), in modo che, accoppiate, acquisiscano appropriatezza ed efficacia e portino alla salvezza (karuā è quindi una manifestazione dell’ upāya, è “il mezzo adeguato”, il “giusto espediente” che deve essere congiunto alla prajñā per il raggiungimento del fine). Tale unione viene, a volte assimilata all’unione sessuale fra principio femminile (la gnosi) e maschile (la compassione), principi simbolizzati nelle immagini, rispettivamente, dalla campanella (gan) e dalla folgore (vajra) o manifestamente espressi dall’abbraccio del dio con la sua controparte femminile nell’atto sessuale (la parte femminile,- śakti nell’induismo-, è chiamata nel Buddhismo, prajñā. Essa rappresenta, la conoscenza, ma anche l’energia attiva in contrapposizione al principio maschile che simbolizza la compassione, ma anche la imperturbabilità).
    Per il Tantrayāna l’immagine è una creazione esoterica che il (maha)siddha [finito, compiuto: titolo riservato ai (grandi) maestri tantrici dotati di poteri soprannaturali] sviluppa mediante il pronunciamento delle formule segrete e la meditazione sulla sillaba sacra propria della entità che intende evocare o con la quale vuole consustanziarsi. La forma visualizzata, raffigurazione di una divinità o di un testo o concetto divinizzati, è poi codificata per essere tramandata a chi voglia ripercorrere lo stessa mistica esperienza. L’immagine ottenuta è un prodotto dell’intelletto, pura apparenza, priva di entità propria, verità relativa, ma mezzo adeguato (upāya) per coadiuvare l’adepto nel cammino verso la verità assoluta. Ciò era vero anche per il Mahāyāna, ma nel Veicolo del Fulmine l’icona è anche oggetto provvisto di grandi poteri che, abilmente indirizzati dall’iniziato, possono conseguire risultati importanti nel campo religioso o, più semplicemente, in quello mondano. L’immagine, come per le sette più antiche, non vuole essere un’opera d’arte ma un simbolo cui però il Vajrayāna assegna certamente una natura sacra propria, con suoi poteri taumaturgici capaci di modificare profondamente il mondo, non certo quello della realtà assoluta, ma sicuramente quello da noi vissuto nel piano della realtà apparente.
    Quando verrà raggiunto l’obiettivo anche queste immagini perderanno ogni utilità, ma il loro potere -nella realtà relativa- non solo è di ausilio nella meditazione ma è anche, -e per la massa dei fedeli soprattutto- aiuto durante la vita attuale, promessa di una vita futura migliore sulla terra o nei felici paradisi dei Buddha. Sempre nell’attesa di raggiungere la meta finale che, al momento, appare eccessivamente distante.

    Conclusioni

    Il Buddhismo nasce non come religione ma come disciplina di vita, norma di comportamento atta a portare il singolo fuori dal ciclo delle rinascite e quindi del dolore, verso il nirvāa. I Deva (preferisco usare questo termine per evidenziarne la diversità con gli Dei del mondo classico) sono esseri che hanno conseguito, a seguito di innumerevoli vite trascorse nell’ascesi, poteri straordinari, capacità di generare, mantenere e distruggere i mondi, ma che restano pur sempre impermanenti (come ogni cosa nel Buddhismo), con una vita lunghissima ma non eterna, compiutone il ciclo destinati a morte e rinascita nelle condizioni che il proprio karma e la legge universale del samsāra determineranno. Se rinasceranno quali uomini essi potranno, come tutti gli altri uomini, aspirare a divenire un Buddha, vale a dire raggiungere la illuminazione ed il nirvāa. Infatti solo all’uomo è riservata tale possibilità ed in ciò sta la sua superiorità, anche rispetto ai Deva. Il Canone Buddista è pieno di sūtra che narrano l’ossequio portato da Indra (il re dei 33 deva) e Brahmā a Śākyamuni nei vari eventi della di lui vita. Non è quindi considerata nel Buddhismo la esistenza di un Dio quale Essere Supremo e, di conseguenza, non è dovrebbe essere sentita l’esigenza dei riti o del culto richiesti dai fedeli di tutte le religioni.
    Vero è che anche nei paesi ove prospera il Buddhismo degli Anziali (Theravada o Buddhismo originario) è facile vedere. nel Sri Lanka come in Thailandia, folle di fedeli prostrati che pregano il Buddha; file di uomini nei templi di Rangoon in attesa del proprio turno per depositare una sottile lamina d’oro sulla statua di Gautama; povere donne con bimbi macilenti, il corpo spesso segnato da un periodo lunghissimo di guerre e lotte civili, al Bayon, (Angkor Thom, Cambogia), che portano pochi chicchi di riso od un fiore di loto al Signore del Mondo. Guardandoli è difficile avvertire nel loro comportamento una distinzione fra un atto di devozione e l’adorazione, fra la riconoscenza verso un uomo ed il credo assoluto in un dio, fra pūjā (cerimonia di culto)ebhakti (devozione, amore, completa sottomissione al Dio). I monaci, cui il Tathagata ha insegnato a non credere nell’efficacia dei riti, celebrano per loro le funzioni, permettono e, spesso, incoraggiano gli atti di fede. Ma questo è solo un mezzo, un espediente per avvicinare la gente alla predicazione, affinché gli uomini cerchino il loro rifugio nel triplice gioiello, ascoltino la parola del Buddha, in poche parole, a che si avvicinino alla via ed inizino il lungo percorso che porta all’illuminazione.

    Il Buddhismo Mahayana trasforma la ammirazione e venerazione del Buddhismo originario verso Śākyamuni in una vera e propria religione e culto verso i molteplici Buddha trasformati, secondo la teoria dei tre corpi (trikaya), nei Dhyāni Buddha (Buddha della meditazione) esseri trascendenti, dai quali emanano i Dhyāni Bodhisattva e, ultimi di rango, i Buddha umani (mānushi Buddha) fra i quali Sakyamuni. Nasce così una “religione”, con culto e riti, con i suoi paradisi e le sue ricompense “terrene” per gli atti di merito.

    Nel Buddhismo Vajrayana la divinizzazione interessa anche le immagini, gli oggetti sacri, i testi canonici, in un pantheon che non ha limiti. Ma questo apparente politeismo è trasformato nel monoteismo dell’Ādi-Buddha, Buddha primordiale, imperturbabile, senza tempo né luogo, senza forma definita e fuori da ogni descrizione, del quale, -fonte prima- sono emanazione i Dhyāni Buddha. Egli è ciò che vi è di più simile al dio delle tre religioni monoteiste occidentali.

    Il Buddhismo è quindi trasformato nel corso dei secoli, da una disciplina di vita, “atea”¸ a religione poli o monoteista? Vi sono quindi diversi Buddhismi fra loro inconciliabili?

    Per rispondere a tali domande occorre ricordare che per tutto il Buddhismo,
    - lo meta da raggiungere è la fine del dolore e, quindi, l’uscita dal saṁsāra, il ciclo interminabile di morti e rinascite
    - le virtù che possono portarci a tale fine sono la compassione (karuā) e l’uso dei mezzi adeguati (upāya)
    - esiste una verità relativa ed una verità assoluta

    Riti, culto, religione e divinità, la verità apparente che ci circonda, ma anche i tre Veicoli, i Bodhisattva e lo stesso Buddha sono solo espedienti, mezzi atti a farci raggiungere il fine che vogliamo raggiungere: l’illuminazione ed il nirvāa.
    Se noi non consideriamo come reale il mondo apparente che ci circonda, se non viviamo secondo la norma che il Buddha ci ha insegnato, il Dharma, non abbiamo speranza alcuna di raggiungere la meta.
    «L’insegnamento della Legge da parte degli Svegliati si svolge in base a due verità: la verità relativa del mondo e la verità assoluta.
    Coloro che non discernono la differenza fra queste due verità, non discernono la realtà profonda insita nella dottrina degli Svegliati.
    La realtà assoluta non può essere insegnata senza prima appoggiarsi sull’ordine pratico delle cose (la verità relativa, N.d.A.): senza intendere la realtà assoluta, il nirvāa non può essere raggiunto.
    La vacuità male intesa manda in rovina l’uomo, così come il serpente male afferrato o la formula magica male applicata» (Madhyamakakarikā [Stanze del Cammino di Mezzo]: cap. XXIV, n. 8-11; Riniero Gnoli: op. cit., pag. 367. Vedi anche nello stesso volume il commento di Candrakīrti, pag. 395-399).

    Solo una volta acquisita la verità assoluta, potremo e dovremo lasciare dietro di noi (come zattera che più non serve) non solo la percezione del mondo apparente come se fosse reale, ma anche la predicazione del Buddha, le Quattro Sante Verità, l’ottuplice sentiero, il nirvāa, il Tathagata: tutto sarà trasceso.
    Ma ora l’importante è utilizzare questa realtà relativa, che è solo un’illusione, come zattera che porta alla liberazione, sempre consci però che le percezioni che essa ci fornisce non sono reali, ma semplici strumenti atti a raggiungere lo scopo.
    Dannoso è confutare la realtà relativa fino a che non si è in possesso di quella assoluta.
    La realtà relativa è un mezzo per penetrare la realtà assoluta :
    «non altrimenti colui che desidera attingere acqua deve servirsi di un recipiente» (Prasannapāda [Parole chiare] di Candrakīrti , n. 9. V. Testi Buddisti in Sanscrito, op. cit., pag. 397.)
    Ma una volta attraversata la corrente, conseguito il completo risveglio, riti, culto, religione e divinità, la verità apparente che ci circonda, ma anche i tre Veicoli, i Bodhisattva e lo stesso Buddha saranno solo inutili pesi da gettare.

    L’esistenza del dolore, il difficile sentiero che conduce alla fine del dolore, la dura disciplina di vita che ogni singolo deve affrontare per raggiungere tale meta, senza potere in effetti usufruire di alcun aiuto esterno se non l’utilizzo dei giusti espedienti o mezzi adeguati (upāya) che la infinita compassione (karuā) del Buddha gli ha indicato.

    Il Buddha storico, Śākyamuni, del quale ormai nessuno mette in dubbio la realtà dell’avvenuta esistenza, questo ha insegnato, questo tutti i Buddhismi hanno raccolto, in questo sta la grandezza di Siddhārtha Gautama, il muni della famiglia dei Śākya, l’Illuminato.


    Nota: Dharma [letteralmente: portare, tenere], ha diversi significati:
    1) La Legge Cosmica alla quale il nostro mondo è sottomesso, il cui principle aspetto è la legge delle rinascite, predeterminate dal karma dell’individuo .
    2) La Dottrina o Legge del Buddha, verità universale già esistente prima della predicazione del Buddha, che la ha rivelata.
    3) (in senso morale) Insieme delle regole etiche e delle norme di comportamento (śīla)
    4) (in senso fisico) Entità: manifestazione della realtà, le cose, il mondo fenomenico in genere
    5) Pensieri, contenuti psichici, idee, riflesso dei fenomeni nello spirito umano
    6) Termine designante i “fattori esistenziali” che, per l’Hinayāna sono le pietre angolari della personalità empirica e del suo universo.
    (da “Dictionnaire de la sagesse orientale” edito da Robert Laffont – sub verbum, pag.145)

  2. #2
    decolonizzare l'immaginario
    Data Registrazione
    09 Oct 2004
    Località
    Venezia
    Messaggi
    6,260
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Cantoni Luciano l'hai fatta troppo lunga e articolata...così le cose si complicano e invece vanno semplificate e rese più fruibili.

    Sull'interrogativo: buddhismo religione o filosofia...fa ridere.
    Il buddhismo è filosofia.
    Il buddhismo è religione.
    Di più, il Maestro Taisen Deshimaru diceva, "Il buddhismo è la religione prima delle religioni", vale a dire shikantaza, ovvero l'ordine dell'universo.

    I tre punti cardine che enunciano la teoretica buddhista sono:

    - Coproduzione-condizionata (Pratitya-samutpada);
    - Assenza di ego, di natura propria o noumeno dei fenomeni (anatman);
    - Impermanenza/insonstazialità dei fenomeni e Vacuità (Sunyata).

    Attorno a questi punti fondanti si articolano le varie tradizioni buddhiste.

  3. #3
    Forumista junior
    Data Registrazione
    20 Jul 2007
    Località
    Cesena
    Messaggi
    16
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Genyo Visualizza Messaggio
    Cantoni Luciano l'hai fatta troppo lunga e articolata...così le cose si complicano e invece vanno semplificate e rese più fruibili.

    Sull'interrogativo: buddhismo religione o filosofia...fa ridere.
    Il buddhismo è filosofia.
    Il buddhismo è religione.
    Di più, il Maestro Taisen Deshimaru diceva, "Il buddhismo è la religione prima delle religioni", vale a dire shikantaza, ovvero l'ordine dell'universo.

    I tre punti cardine che enunciano la teoretica buddhista sono:

    - Coproduzione-condizionata (Pratitya-samutpada);
    - Assenza di ego, di natura propria o noumeno dei fenomeni (anatman);
    - Impermanenza/insonstazialità dei fenomeni e Vacuità (Sunyata).

    Attorno a questi punti fondanti si articolano le varie tradizioni buddhiste.
    Genyo, ha ragione:

    1) L’interrogativo “Buddhismo: filosofia, norma di comportamento o religione? E quale Buddhismo? (ma queste domande hanno un senso?)” ovviamente anche per me non ha senso.
    2) Ho scritto un intervento troppo lungo, anche se non tanto da farmi capire
    3) Genyo dice “I punti cardine che enunciano la teoretica Buddista sono:
    - coproduzione condizionata
    - assenza di ego
    - impermanenza e vacuità (sunyata)”

    Parole incontrovertibili, ma:
    «La coproduzione condizionata, questo e non altro noi chiamiamo vacuità. La vacuità è una designazione metaforica» (Nagarjuna: Stanze del Cammino di Mezzo” cap. XXIV, n. 18
    «La vacuità, hanno detto i Vittoriosi, è eliminazione di tutte le opinioni. Coloro per i quali anche la vacuità è una opinione, questi li hanno detti inguaribili» (op.cit., cap. XIII, n. 8) ».
    In conclusione ribadisco il concetto già esposto:
    - Buddhismo è il “mezzo adeguato” (upāya) per raggiungere la meta: il risveglio e il conseguimento della Bodhi (quindi il divenire un Buddha), che è (secondo il Buddhismo) la nostra vera natura.
    - Il mondo esterno è una proiezione delle nostre visioni interne, creazione del nostro intelletto (vijñāna) che ce lo fa apparire reale, diverso e distaccato dalla nostra coscienza (vijñāna). Questo dualismo è la causa della sofferenza.(vedi Asanga)
    - coproduzione condizionata, assenza di ego, impermanenza e vacuità (śūnyatā) sono nozioni necessarie per raggiungere la meta, solo infatti vivendo nel mondo apparente come se fosse reale possiamo giungere a scoprire la verità assoluta. Essi sono –ripeto- espedienti, mezzi adeguati (upāya) indispensabili a raggiungere lo scopo. E’ errato non comportarsi come se fossero reali, ma errore maggiore sarebbe il credere nella loro realtà assoluta.
    raggiunta la meta tutto il mondo apparente, compresa la “teoretica Buddista”, il samsāra ed il nirvāa, le quattro nobili verità ed il Buddha stesso saranno trascesi, zattera che ha esaurito il suo scopo, creazioni del nostro intelletto, sogni che si dissolvono al risveglio della nostra coscienza.

  4. #4
    decolonizzare l'immaginario
    Data Registrazione
    09 Oct 2004
    Località
    Venezia
    Messaggi
    6,260
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Caro Cantoni Luciano,
    hai un problema di sostanzializzazione, hai bisogno di sostanziare qualcosa, in questo caso upaya, per indicare il suo superamento, ma di fatto sei fermo nella tua sostanzializzazione, ipostatizzazione.
    Non è facile farne a meno...
    Quando studiavo Nagarjuna e la scuola Madhyamika, il primo punto cui si faceva molta attenzione era appunto evitare di ipostatizzare la vacuità, e nella traduzione di Raniero Gnoli, che citi, è riportata la nota di Chandrakirti molto simpatica al riguardo e molto comprensibile...tuttavia, un conto è leggere, un'altro è essere.
    Le tue notazioni scolastiche possono avere una finalità divulgativa, tuttavia dovresti quantomeno calibrare il tuo intervento in relazione all'interlocutore, non tutti hanno bisogno della lezioncina...

  5. #5
    decolonizzare l'immaginario
    Data Registrazione
    09 Oct 2004
    Località
    Venezia
    Messaggi
    6,260
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Tutto il Canone nel corso dei secoli è stato elaborato e rielaborato continuamente.
    Nagarjuna è stato superato.
    Il Majima Nikaya è stato superato.
    E così via..
    Ci sono passaggi dottrinali che pur restando fondamentali, sono necessariamente stati superati da altri che li integrano e sviluppano ulteriormente.
    E se per Cantoni Luciano non sono chiari i due piani di realtà, vale a dire paramartha satya e smrti satya, e che qui si sta parlando inevitabilmente su un unico piano di realtà, che è quello convenzionale, significa che non è chiaro il concetto stesso di teoretica, e va benissimo lo stesso, l'importante però è non usarla a proprio piacimento per poi dire che alla fine non esiste.

    Esiste, esiste.

  6. #6
    Forumista junior
    Data Registrazione
    20 Jul 2007
    Località
    Cesena
    Messaggi
    16
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Genyo Visualizza Messaggio
    Caro Cantoni Luciano,
    hai un problema di sostanzializzazione, hai bisogno di sostanziare qualcosa, in questo caso upaya, per indicare il suo superamento, ma di fatto sei fermo nella tua sostanzializzazione, ipostatizzazione.
    Non è facile farne a meno...
    Quando studiavo Nagarjuna e la scuola Madhyamika, il primo punto cui si faceva molta attenzione era appunto evitare di ipostatizzare la vacuità, e nella traduzione di Raniero Gnoli, che citi, è riportata la nota di Chandrakirti molto simpatica al riguardo e molto comprensibile...tuttavia, un conto è leggere, un'altro è essere.
    Le tue notazioni scolastiche possono avere una finalità divulgativa, tuttavia dovresti quantomeno calibrare il tuo intervento in relazione all'interlocutore, non tutti hanno bisogno della lezioncina...
    Caro Genyo,
    è fuori dalla mia indole, dalla mia formazione professionale (dopo molti anni di attività quale ingegnere resto un tecnico, non certo un professore) e soprattutto dalla mia volontà il dare “lezioncine” né a interlocutori particolari né a gente, come me, normale. Ritengo “forum” essere un luogo di incontro ove confrontare le proprie opinioni e convinzioni con quelle degli altri, al fine di verificarne, con se stesso, la validità e non un mezzo per imporre una Verità Rivelata che io non possiedo.
    Dici che sono portato a dare una sostanza ai concetti, che per me l’espediente, il mezzo adeguato, è anche esso sostanza, che trasformo la realtà fittizia in sostanza: mi pareva di avere sostenuto il contrario, di non essere io colui che -a chi dice di non avere nessuna merce- “chiede la merce chiamata nessuna”.
    So di essere soggetto ad errori, molto lontano dal Risveglio, che, a dire il vero, non è il primo dei miei problemi. Sono appassionato di iconografia ed iconologia Buddiste ed in questo ambito lo studio del pensiero e della disciplina Buddista sono un ausilio, contorno importantissimo, ma non oggetto principale. E’ quindi probabile che tu abbia ragione ed io torto: non ne sono completamente convinto, ma mi hai dato diversi elementi su cui pensare.
    Grazie quindi ed un cordiale saluto.

  7. #7
    decolonizzare l'immaginario
    Data Registrazione
    09 Oct 2004
    Località
    Venezia
    Messaggi
    6,260
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Cantoni Luciano Visualizza Messaggio
    Caro Genyo,
    è fuori dalla mia indole, dalla mia formazione professionale (dopo molti anni di attività quale ingegnere resto un tecnico, non certo un professore) e soprattutto dalla mia volontà il dare “lezioncine” né a interlocutori particolari né a gente, come me, normale. Ritengo “forum” essere un luogo di incontro ove confrontare le proprie opinioni e convinzioni con quelle degli altri, al fine di verificarne, con se stesso, la validità e non un mezzo per imporre una Verità Rivelata che io non possiedo.
    Dici che sono portato a dare una sostanza ai concetti, che per me l’espediente, il mezzo adeguato, è anche esso sostanza, che trasformo la realtà fittizia in sostanza: mi pareva di avere sostenuto il contrario, di non essere io colui che -a chi dice di non avere nessuna merce- “chiede la merce chiamata nessuna”.
    So di essere soggetto ad errori, molto lontano dal Risveglio, che, a dire il vero, non è il primo dei miei problemi. Sono appassionato di iconografia ed iconologia Buddiste ed in questo ambito lo studio del pensiero e della disciplina Buddista sono un ausilio, contorno importantissimo, ma non oggetto principale. E’ quindi probabile che tu abbia ragione ed io torto: non ne sono completamente convinto, ma mi hai dato diversi elementi su cui pensare.
    Grazie quindi ed un cordiale saluto.
    Lungi da me l'idea di essere io rappresentativo di una ragione che è tutta della tradizione buddhista.
    Un punto tento di chiarire, la "realtà", non è mai fittizia. E' priva di sostanza propria o noumeno, ma esiste. L'importante è non attribuirle una sostanza propria. Per questo si dice che la verità coincide con la vacuità, ed è espressa dalla coproduzione condizionata o origine dipendente dei fenomeni, che possono essere quello che sono perchè privi di sè.
    Mi scuso io con te che sei un giovane forumista e hai posto la questione in modo garbato, anche se un pò prolisso, ma fondamentalmente corretto.
    Ciao.

  8. #8
    anarchico
    Data Registrazione
    03 Apr 2009
    Messaggi
    5,819
     Likes dati
    0
     Like avuti
    2
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Mi pare che si è dimenticata una terza forma di buddhismo: quello della scuola cinese Ch'an, successivamente diffusosi in Giappone con il nome di zen. Si tratta di una forma di buddhismo priva di quei rituali che caratterizzano le scuole buddhiste più note.
    Credo che questo sia un ottimo sito per chiunque desideri avere maggiori informazioni: www.centronirvana.it

  9. #9
    Forumista junior
    Data Registrazione
    20 Jul 2007
    Località
    Cesena
    Messaggi
    16
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da oggettivista Visualizza Messaggio
    Mi pare che si è dimenticata una terza forma di buddhismo: quello della scuola cinese Ch'an, successivamente diffusosi in Giappone con il nome di zen. Si tratta di una forma di buddhismo priva di quei rituali che caratterizzano le scuole buddhiste più note.
    Credo che questo sia un ottimo sito per chiunque desideri avere maggiori informazioni: www.centronirvana.it
    Non è stata dimenticata. Mi sono fermato "prima" perchè era già troppo lungo quello che avevo scritto. La scuola cinese Ch'an e lo Zen Giapponese (specie come "scuola soto", versione molto diffusa) sono certamente forme di buddhismo non trascurabili sia per la vasta massa di seguaci che per la profonda articolazione del pensiero, di estremo interesse anche per un non-buddhista.

  10. #10
    SARVA MANGALAM
    Data Registrazione
    05 May 2007
    Messaggi
    71
     Likes dati
    0
     Like avuti
    1
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Secondo il punto di vista della via del bodhisattva (bodhisattva-yana) l'insegnamento del Buddha viene diviso in due veicoli o yana : Hina-yana e Maha-yana. Il secondo yana viene suddiviso a sua volta in Sutra-yana e Vajra-yana (il Tantrismo).
    Il Chan (più conosciuto con la pronuncia giapponese di Zen) è uno "Zong" che si è sviluppato all'interno del Sutra-yana.
    Bisogna aver chiaro il significato del termine cinese di Zong - che viene tradotto con "scuola" o ancor peggio "setta" - per non incorrere in errori e affermare, come fa "Oggettivista": "Mi pare che si è dimenticata una terza forma di buddhismo: quello della scuola cinese Ch'an, successivamente diffusosi in Giappone con il nome di zen".
    Il Chan non è la "terza forma di buddhismo" ma una della dieci "scuole" o Zong sviluppatesi in Cina.
    Come esempio veloce cito soltanto alcune di queste "scuole"per darne una vaga idea:
    lo Huanyan-Zong (che si basa sul Sutra Avatamsaka), il Tiantai-Zong (scuola famosa per la centralità che accorda ai Sutra Saddharmapundarika e Mahayana-parinirvana), lo Zhenyan-Zong (scuola tantrica chiamata anche Mi-jiao o insegnamento esoterico), il Jingtu-Zong ( la scuola della Terra Pura,in assoluto la scuola più conosciuta e praticata in Oriente e per ironia la meno conosciuta in Occidente) e, tralasciando tutte le altre "scuole", naturalmente non meno importanti, vi è appunto anche lo Chan-Zong (in giapponese Zen-Shu).

    KD

 

 
Pagina 1 di 5 12 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Buddhismo ed atman
    Di Malaparte nel forum Filosofie e Religioni d'Oriente
    Risposte: 77
    Ultimo Messaggio: 27-05-11, 16:00
  2. Il Buddhismo tibetano: religione spietata e sanginaria
    Di Red Shadow nel forum Politica Estera
    Risposte: 76
    Ultimo Messaggio: 29-03-08, 01:44
  3. buddhismo...
    Di Sùrsum corda! (POL) nel forum Tradizione Cattolica
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 24-11-06, 23:50
  4. Tra psicologia e Buddhismo
    Di Mark nel forum Filosofie e Religioni d'Oriente
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 03-10-06, 21:39
  5. W il buddhismo
    Di Eyes Only (POL) nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 74
    Ultimo Messaggio: 18-05-04, 18:19

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito