BUDDHISMO: Filosofia, norma di comportamento o religione? E quale Buddhismo? (ma queste domande hanno un senso?)
Premessa:
Non c’è dubbio che la meta del Buddhismo, è -come indicato nel Milindapaña con parole chiare e succinte- la fine del dolore, la liberazione dal ciclo delle trasmigrazioni (samsāra) , in una parola il nirvāna:
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”Ed il re disse: «Quale è l’oggetto, signore, della vostra rinuncia, e quale il sommo bene a cui tendete?»
«Perché lo chiedi? La nostra rinuncia ha per fine che questo dolore perisca e che altro dolore non nasca; il completo trapassare, senza attaccarsi al mondo, è il nostro fine supremo»” (G. Cagnola: “ Dialoghi del re Milinda”, pag. 40)
Infatti il Buddha afferma che uno solo è il suo annuncio al mondo:
«Io annunzio soltanto una cosa, il dolore e l’estinzione del dolore» (Majjhimanikāyo, discorso XXII°: vedi Neumann-de Lorenzo: “Discorsi di Gotamo Buddho”, Vol. I , pag. 217)
ed uno solo è lo scopo della sua Dottrina:
«Così come il mare ha un solo sapore, il sapore del sale, così appunto la Dottrina ha un solo sapore, il sapore della redenzione»( Anguttaranikāya, IV, 202: vedi Burlingame, “Parabole Buddiste”, pag. 137)
Probabilmente il Buddha storico non ha detto nulla di più di questo.
Il Buddhismo originario
Il Buddhismo originario negava l’esistenza del Brahman [l’Essere Assoluto] e del suo riflesso, l’atman [anima individuale].
Non era considerata la esistenza di un Dio, quale essere superiore in grado di interrompere o sovvertire il nesso causa-effetto che lega l’uomo al suo karma, né quella di un Salvatore cui l’uomo potesse rivolgersi per aiuto.
Sakyamuni stesso non era che un uomo, immensamente più illuminato degli altri grazie agli infiniti meriti accumulati nel corso di una serie innumerevole di precedenti esistenze, che aveva saputo trovare la soluzione al male del mondo, individuare la meta da raggiungere ed indicare la via che ad essa conduce. Dopo il parinirvāṇa di lui era rimasta una sola eredità: la dottrina (dharma = norma di comportamento) che il canone aveva codificato e conservato.
Nessun teismo, nessun misticismo: l’insegnamento dal Tathagata, come attestato dai Piṭaka, è tutto nella indicazione pragmatica del sentiero da percorrere, erto, lungo, senza speranza di un qualche aiuto esterno.
Colui che è in cammino verso lo stato di Arahat è privo di legami (a sé ed agli altri), privo di desideri (per sé e per gli altri), non teso a modificare il “mondo del reale”, che non esiste, né verso il bene né verso il male (concetti dai quali egli è al di fuori), incurante del proprio io (insieme di fenomeni fisici e mentali –skandha-, privo di natura propria) e di quello degli altri esseri, egualmente inconsistente.
La dottrina predicata non è una religione, un insieme di verità rivelate di valore eterno e immutabile, ma solo un mezzo, un espediente (“upāya” = mascile: “arrivo, aiuto, mezzo, rimedio, arte, inganno” indica l’abilità nella scelta e nell’uso dei mezzi od espedienti per raggiungere il fine: la salvezza di tutti gli esseri) dettato dalla (“karuṇā” = femminile: “compassione”) che Śākyamuni ha rivelato agli uomini affinché possano liberarsi dal samsāra, ma inutile e da gettarsi una volta raggiunto lo scopo.
“Come zattera, voi Monaci, voglio mostrarvi la dottrina (dharma), atta a salvarsi, ma non a tenere……..
“Così come quasi, voi monaci, se un uomo in cammino pervenisse ad una grande distesa d’acqua, la riva di qua piena di pericoli e paure, la riva di là sicura e senza pericoli.......e l’uomo raccogliesse ora canne e tronchi, fascine e foglie e costruisse una zattera.... e mediante questa zattera transitasse in salvo all’altra riva. E salvato, tragittato, pensasse: «Carissima mi è veramente questa zattera, mediante questa zattera......sono giunto salvo all’altra riva. Dunque se ora io mi ponessi sul capo o mi caricassi sulle spalle questa zattera e me ne andassi dove voglio?»...Tratterebbe egli convenientemente la zattera? ….E se questo uomo, salvato, tragittato, pensasse: «Carissima mi è veramente questa zattera, mediante questa zattera......sono giunto salvo all’altra riva. Dunque ora se io posassi questa zattera sulla riva o la gettassi nell’onda e me ne andassi dove voglio?» Con tale agire tratterebbe egli convenientemente la zattera. Or così anche appunto, voi monaci, io ho esposto la dottrina, come zattera, atta a salvarsi, non a tenere.”
«Voi che il paragone della zattera bene intendete
Anche il giusto, taccio l’ingiusto, lasciar dovete» (Majjhimanikāyo, discorso XXII°: opera citata. Vol. I , pag. 209-210.)
Il Buddhismo Mahayana
Il Mahāyāna mostra all’adepto una via più semplice, lungo la quale è possibile ricorrere ad un Salvatore, essere misericordioso e dalle infinite capacità, pronto a soccorrere chi ha bisogno di aiuto: il Bodhisattva. Per il Mahāyana il Bodhisattva non è più l’essere destinato al risveglio, ma colui che, avendo già conseguito la illuminazione, ha fatto voto di non ritirarsi nel nirvāṇa fino a quando tutti gli altri esseri non abbiano anch’essi raggiunta la Buddhità. Egli può alleggerire il peso del karma sul sentiero verso la salvezza finale, ma anche accompagnare il defunto a rinascere nei paradisi del Buddha o nel cielo Tushita, ove attendere, assieme a Maitreya, la fine dei secoli scuri e poi rinascere nella nuova età d’oro, quando sarà più facile raggiungere l’Illuminazione ascoltando la predicazione del nuovo Buddha che scenderà sulla terra a mettere nuovamente in moto la Ruota della Legge.
I cambiamenti apportati dall’avvento del Mahāyāna introducono, in questa lettura storicistica della dottrina, un afflato mistico.
L’emergere della figura del Bodhisattva, con la sua possibilità di intervenire e sovvertire la concatenazione causa-effetto, porta inevitabilmente ad una concezione religiosa della dottrina ed alla deificazione del Buddha.
Come per il Buddha nel Buddhismo originale anche per il Boshisattva del Mahayana le virtù fondamentali sono due: karuṇā [compassione] che lo porta a soccorrere gli esseri, in qualsiasi forma dell’esistenza si trovino, e upāya [abilità nell’agire], la capacità di individuare ed utilizzare gli espedienti più efficaci per raggiungere lo scopo: fare raggiungere a tutti lo stato di Buddha.
Infatti il Canone del Mahāyāna non rinnega il Canone primitivo, che è recepito prevalentemente immutato, ma ne modifica l’ottica di lettura e ne attesta l’incompletezza. Secondo i dottori del Grande Veicolo, Śākyamuni aveva adattato la sua predicazione alle capacità di comprensione delle masse dei suoi tempi ed aveva riservato a pochi discepoli, i più preparati, l’esposizione di quella parte della dottrina, la più difficile, che la gente comune non avrebbe capito. Questo insegnamento per iniziati era stato tramandato oralmente per secoli: e quando finalmente i fedeli erano diventati sufficientemente maturi da comprenderne l’essenza, esso fu rivelato ed i relativi sūtra furono recitati assieme a quelli del canone originario.
Come esempio di questa rilettura mirata del Canone riporto un brano tratto da uno dei più noti sūtra in sanscrito del Mahāyāna:
“...un Bodhisattva, una grande creatura, non deve percepire né un dharma, né un non-dharma.
Ond’è che il Tathagata ha pronunciato le seguenti parole, appunto con questa intenzione:
«Quanti sanno che il discorso sul Dharma è simile ad una zattera, costoro debbono abbandonare nonché i non-dharma, anche i dharma»” (Vajracchedikā [Fenditrice del Fulmine], noto come “Sutra del Diamante”; Riniero Gnoli: “Testi Bufddhisti ib Sanscrito” pag. 66-67)
La differenza con il brano citato precedentemente sta nel diverso significato attribuito alla parola dharma nei due sūtra. Nel Majjhimanikāyo la parola veniva usata nel senso morale di “disciplina di vita, norma di comportamento, norma etica”, mentre nel Sūtra del Diamante le viene attribuito il significato, non in senso morale ma metafisico, di “entità, mondo fenomenico”
Secondo il Mahāyāna quindi il Tathagata aveva affermato, per le menti meno preparate, che, raggiunta la meta, occorreva abbandonare la dottrina e le regole di comportamento perché non più necessarie, e questo era stato tramandato nel Canone Pali del Buddhismo originario. Ma la frase aveva anche un “significato nascosto”: dato che il mondo fenomenico è irreale (esso è solo un mezzo, una zattera), occorre abbandonare la percezione ed il concetto non solo di realtà, ma anche di non realtà delle cose (Quindi sia i dharma [entità del mondo fenomenico] che i non-dharma [negazione dei dharma, vacuità, śūnjatā ], sono entrambi solo strumenti provvisori per raggiungere il fine. Sull’argomento, vedi Edward Conze: “Sutra del Diamante”, pag. 28-30.)
Si è detto che nel Buddhismo originario la “compassione” è un moto dall’alto verso il basso, un dono senza coinvolgimento emotivo e non un “sentire assieme”, un “patire assieme” (impossibile per chi nega realtà alle sensazioni); non è un porsi sullo stesso piano di chi soffre ed affrontare assieme a lui il dolore: ciò significherebbe immergersi nel mondo dei sei sensi e creerebbe attaccamento, incremento del karma.
Nel Mahāyāna invece, karuṇā -la qualità principale di Buddha e Bodhisattva- è un atto di amore attivo, di simpatia verso tutti gli esseri, che coinvolge totalmente.
Il seguace del Mahāyāna non ignora che tale comportamento non è in sintonia con la dottrina originaria, ma volontariamente commette questo “errore” per sapendo di seguire una realtà relativa ed utilizza tale espediente (upāja) poichè questa è l’unica via che può condurlo alla verità assoluta, alla gnosi (prajñā, la Sophia dei Greci), il fine cui egli tende.
Il Saddharmapuṇḍarīkasūtra (traduzione di Giovanna Meazza, “Sutra del Loto” BUR 2001) afferma che esistono molti metodi per condurre alla salvazione e che ogni metodo ha una sua funzione; così i tre veicoli, (il Śravaka-yāna [veicolo degli uditori], assimilato al Piccolo Veicolo, l’Hinayāna, il Pratyeka-yāna [Veicolo degli Illuminati Solitari] ed il Bodhisattva-yāna [il veicolo dei Bodhisattva], considerato sinonimo del Grande Veicolo, ii Mahāyāna) non sono in contrasto fra di loro, ma ognuno di essi è il “giusto espediente” (upāya) per condurre gli adepti, in dipendenza del loro grado di preparazione, verso la meta. Essi sono quindi aspetti diversi dell’unico grande veicolo, l’eka-yāna [veicolo unico], detto anche Buddha-yāna [veicolo del Buddha].
“Invero uno è il veicolo, non ve ne è un secondo, né un terzo si trova in alcun luogo. I diversi veicoli esibiti altro non sono che espediente dei Sublimi fra gli uomini” (II, 54)
Il Buddha è considerato nel Sūtra del Loto, un essere trascendente, manifestazione del Dharmakāya, -di cui il Buddha storico è una emanazione temporale- che non ha concluso la sua esistenza con il parinirvāņa,
“Io sono in possesso di forza e poteri miracolosi tali che il mondo insieme ai suoi dei, umani e demoni credono che il beato Śākyamuni, Tathāgata, dopo essersi allontanato dalla famiglia dei Śākya ed essere giunto all’eccelso e sublime seggio del risveglio nella grande città di Gayā, abbia ottenuto il supremo perfetto risveglio. Ma non è così che va inteso” (XV, parte in prosa, pag. 285).
“Inconcepibili, oltre ogni misura sono le infinite migliaia di kalpa (passate) da quando io ho raggiunto il perfetto risveglio senza che (da allora) abbia mai smesso di insegnare la Dottrina” (XV, 1)
“Io indico la terra del nirvāṇa e parlo con un espediente per la salvezza degli esseri, ma ....... non entro nel nirvāṇa e .......continuo ad insegnare la Dottrina” (XV, 3)
“...insegno di essere nella pace completa (nirvāṇa) pur senza esserci” (XV, 21)
Il Buddhismo Vajrayana
La speculazione astratta ed i riti religiosi (entrambi misconosciuti nel Buddhismo originario) diventano nel Vajrayāna le due facce di un’unica realtà. L’adepto utilizza, nel suo cammino verso l’illuminazione, la gnosi e la compassione come strumenti. Le immagini divine e le formule magiche (tantra), le sillabe (bhya) sacre, i testi canonici spesso presentati in forma divinizzata, sono l’oggetto della sua sincera venerazione; il mondo esterno e l’introspezione sono l’obiettivo della sua continua e profonda meditazione. Egli è ben consapevole che tutto questo è verità relativa, vuota di essenza propria, creazione della sua coscienza, espediente (upāya) da utilizzarsi fino al momento del raggiungimento dello scopo, quando tutti gli strumenti, esaurito il proprio compito, si dissolveranno nella psiche che li ha creati.
Reali e degne di venerazione sono le immagini sacre ed i simboli che le rappresentano, reali e degni di profonda meditazione sono i concetti filosofici e metafisici che la coscienza (vijñāna) crea, ma la loro esistenza non è assoluta, entrambi sono destinati a dissolversi una volta esaurito il loro compito, che è sempre lo stesso: condurre alla illuminazione.
L’adepto, con l’aiuto di un mandala sul quale è ritratto il dio (l’immagine può essere sostituita da un simbolo del dio, o dalla sua sillaba evocatrice o, per i più preparati, da un disegno geometrico o da un campo vuoto), o semplicemente concentrandosi sul proprio corpo, si immerge in profonda meditazione per creare in se stesso l’immagine della entità ed, evocatane la presenza, consustanziarsi in essa. Scopo della meditazione è porre termine al dualismo fra karuṇā (compassione attiva) e prajñā (conoscenza imperturbabile e profonda), in modo che, accoppiate, acquisiscano appropriatezza ed efficacia e portino alla salvezza (karuṇā è quindi una manifestazione dell’ upāya, è “il mezzo adeguato”, il “giusto espediente” che deve essere congiunto alla prajñā per il raggiungimento del fine). Tale unione viene, a volte assimilata all’unione sessuale fra principio femminile (la gnosi) e maschile (la compassione), principi simbolizzati nelle immagini, rispettivamente, dalla campanella (gantā) e dalla folgore (vajra) o manifestamente espressi dall’abbraccio del dio con la sua controparte femminile nell’atto sessuale (la parte femminile,- śakti nell’induismo-, è chiamata nel Buddhismo, prajñā. Essa rappresenta, la conoscenza, ma anche l’energia attiva in contrapposizione al principio maschile che simbolizza la compassione, ma anche la imperturbabilità).
Per il Tantrayāna l’immagine è una creazione esoterica che il (maha)siddha [finito, compiuto: titolo riservato ai (grandi) maestri tantrici dotati di poteri soprannaturali] sviluppa mediante il pronunciamento delle formule segrete e la meditazione sulla sillaba sacra propria della entità che intende evocare o con la quale vuole consustanziarsi. La forma visualizzata, raffigurazione di una divinità o di un testo o concetto divinizzati, è poi codificata per essere tramandata a chi voglia ripercorrere lo stessa mistica esperienza. L’immagine ottenuta è un prodotto dell’intelletto, pura apparenza, priva di entità propria, verità relativa, ma mezzo adeguato (upāya) per coadiuvare l’adepto nel cammino verso la verità assoluta. Ciò era vero anche per il Mahāyāna, ma nel Veicolo del Fulmine l’icona è anche oggetto provvisto di grandi poteri che, abilmente indirizzati dall’iniziato, possono conseguire risultati importanti nel campo religioso o, più semplicemente, in quello mondano. L’immagine, come per le sette più antiche, non vuole essere un’opera d’arte ma un simbolo cui però il Vajrayāna assegna certamente una natura sacra propria, con suoi poteri taumaturgici capaci di modificare profondamente il mondo, non certo quello della realtà assoluta, ma sicuramente quello da noi vissuto nel piano della realtà apparente.
Quando verrà raggiunto l’obiettivo anche queste immagini perderanno ogni utilità, ma il loro potere -nella realtà relativa- non solo è di ausilio nella meditazione ma è anche, -e per la massa dei fedeli soprattutto- aiuto durante la vita attuale, promessa di una vita futura migliore sulla terra o nei felici paradisi dei Buddha. Sempre nell’attesa di raggiungere la meta finale che, al momento, appare eccessivamente distante.
Conclusioni
Il Buddhismo nasce non come religione ma come disciplina di vita, norma di comportamento atta a portare il singolo fuori dal ciclo delle rinascite e quindi del dolore, verso il nirvāṇa. I Deva (preferisco usare questo termine per evidenziarne la diversità con gli Dei del mondo classico) sono esseri che hanno conseguito, a seguito di innumerevoli vite trascorse nell’ascesi, poteri straordinari, capacità di generare, mantenere e distruggere i mondi, ma che restano pur sempre impermanenti (come ogni cosa nel Buddhismo), con una vita lunghissima ma non eterna, compiutone il ciclo destinati a morte e rinascita nelle condizioni che il proprio karma e la legge universale del samsāra determineranno. Se rinasceranno quali uomini essi potranno, come tutti gli altri uomini, aspirare a divenire un Buddha, vale a dire raggiungere la illuminazione ed il nirvāṇa. Infatti solo all’uomo è riservata tale possibilità ed in ciò sta la sua superiorità, anche rispetto ai Deva. Il Canone Buddista è pieno di sūtra che narrano l’ossequio portato da Indra (il re dei 33 deva) e Brahmā a Śākyamuni nei vari eventi della di lui vita. Non è quindi considerata nel Buddhismo la esistenza di un Dio quale Essere Supremo e, di conseguenza, non è dovrebbe essere sentita l’esigenza dei riti o del culto richiesti dai fedeli di tutte le religioni.
Vero è che anche nei paesi ove prospera il Buddhismo degli Anziali (Theravada o Buddhismo originario) è facile vedere. nel Sri Lanka come in Thailandia, folle di fedeli prostrati che pregano il Buddha; file di uomini nei templi di Rangoon in attesa del proprio turno per depositare una sottile lamina d’oro sulla statua di Gautama; povere donne con bimbi macilenti, il corpo spesso segnato da un periodo lunghissimo di guerre e lotte civili, al Bayon, (Angkor Thom, Cambogia), che portano pochi chicchi di riso od un fiore di loto al Signore del Mondo. Guardandoli è difficile avvertire nel loro comportamento una distinzione fra un atto di devozione e l’adorazione, fra la riconoscenza verso un uomo ed il credo assoluto in un dio, fra pūjā (cerimonia di culto)ebhakti (devozione, amore, completa sottomissione al Dio). I monaci, cui il Tathagata ha insegnato a non credere nell’efficacia dei riti, celebrano per loro le funzioni, permettono e, spesso, incoraggiano gli atti di fede. Ma questo è solo un mezzo, un espediente per avvicinare la gente alla predicazione, affinché gli uomini cerchino il loro rifugio nel triplice gioiello, ascoltino la parola del Buddha, in poche parole, a che si avvicinino alla via ed inizino il lungo percorso che porta all’illuminazione.
Il Buddhismo Mahayana trasforma la ammirazione e venerazione del Buddhismo originario verso Śākyamuni in una vera e propria religione e culto verso i molteplici Buddha trasformati, secondo la teoria dei tre corpi (trikaya), nei Dhyāni Buddha (Buddha della meditazione) esseri trascendenti, dai quali emanano i Dhyāni Bodhisattva e, ultimi di rango, i Buddha umani (mānushi Buddha) fra i quali Sakyamuni. Nasce così una “religione”, con culto e riti, con i suoi paradisi e le sue ricompense “terrene” per gli atti di merito.
Nel Buddhismo Vajrayana la divinizzazione interessa anche le immagini, gli oggetti sacri, i testi canonici, in un pantheon che non ha limiti. Ma questo apparente politeismo è trasformato nel monoteismo dell’Ādi-Buddha, Buddha primordiale, imperturbabile, senza tempo né luogo, senza forma definita e fuori da ogni descrizione, del quale, -fonte prima- sono emanazione i Dhyāni Buddha. Egli è ciò che vi è di più simile al dio delle tre religioni monoteiste occidentali.
Il Buddhismo è quindi trasformato nel corso dei secoli, da una disciplina di vita, “atea”¸ a religione poli o monoteista? Vi sono quindi diversi Buddhismi fra loro inconciliabili?
Per rispondere a tali domande occorre ricordare che per tutto il Buddhismo,
- lo meta da raggiungere è la fine del dolore e, quindi, l’uscita dal saṁsāra, il ciclo interminabile di morti e rinascite
- le virtù che possono portarci a tale fine sono la compassione (karuṇā) e l’uso dei mezzi adeguati (upāya)
- esiste una verità relativa ed una verità assoluta
Riti, culto, religione e divinità, la verità apparente che ci circonda, ma anche i tre Veicoli, i Bodhisattva e lo stesso Buddha sono solo espedienti, mezzi atti a farci raggiungere il fine che vogliamo raggiungere: l’illuminazione ed il nirvāṇa.
Se noi non consideriamo come reale il mondo apparente che ci circonda, se non viviamo secondo la norma che il Buddha ci ha insegnato, il Dharma, non abbiamo speranza alcuna di raggiungere la meta.
«L’insegnamento della Legge da parte degli Svegliati si svolge in base a due verità: la verità relativa del mondo e la verità assoluta.
Coloro che non discernono la differenza fra queste due verità, non discernono la realtà profonda insita nella dottrina degli Svegliati.
La realtà assoluta non può essere insegnata senza prima appoggiarsi sull’ordine pratico delle cose (la verità relativa, N.d.A.): senza intendere la realtà assoluta, il nirvāṇa non può essere raggiunto.
La vacuità male intesa manda in rovina l’uomo, così come il serpente male afferrato o la formula magica male applicata» (Madhyamakakarikā [Stanze del Cammino di Mezzo]: cap. XXIV, n. 8-11; Riniero Gnoli: op. cit., pag. 367. Vedi anche nello stesso volume il commento di Candrakīrti, pag. 395-399).
Solo una volta acquisita la verità assoluta, potremo e dovremo lasciare dietro di noi (come zattera che più non serve) non solo la percezione del mondo apparente come se fosse reale, ma anche la predicazione del Buddha, le Quattro Sante Verità, l’ottuplice sentiero, il nirvāṇa, il Tathagata: tutto sarà trasceso.
Ma ora l’importante è utilizzare questa realtà relativa, che è solo un’illusione, come zattera che porta alla liberazione, sempre consci però che le percezioni che essa ci fornisce non sono reali, ma semplici strumenti atti a raggiungere lo scopo.
Dannoso è confutare la realtà relativa fino a che non si è in possesso di quella assoluta.
La realtà relativa è un mezzo per penetrare la realtà assoluta :
«non altrimenti colui che desidera attingere acqua deve servirsi di un recipiente» (Prasannapāda [Parole chiare] di Candrakīrti , n. 9. V. Testi Buddisti in Sanscrito, op. cit., pag. 397.)
Ma una volta attraversata la corrente, conseguito il completo risveglio, riti, culto, religione e divinità, la verità apparente che ci circonda, ma anche i tre Veicoli, i Bodhisattva e lo stesso Buddha saranno solo inutili pesi da gettare.
L’esistenza del dolore, il difficile sentiero che conduce alla fine del dolore, la dura disciplina di vita che ogni singolo deve affrontare per raggiungere tale meta, senza potere in effetti usufruire di alcun aiuto esterno se non l’utilizzo dei giusti espedienti o mezzi adeguati (upāya) che la infinita compassione (karuṇā) del Buddha gli ha indicato.
Il Buddha storico, Śākyamuni, del quale ormai nessuno mette in dubbio la realtà dell’avvenuta esistenza, questo ha insegnato, questo tutti i Buddhismi hanno raccolto, in questo sta la grandezza di Siddhārtha Gautama, il muni della famiglia dei Śākya, l’Illuminato.
Nota: Dharma [letteralmente: portare, tenere], ha diversi significati:
1) La Legge Cosmica alla quale il nostro mondo è sottomesso, il cui principle aspetto è la legge delle rinascite, predeterminate dal karma dell’individuo .
2) La Dottrina o Legge del Buddha, verità universale già esistente prima della predicazione del Buddha, che la ha rivelata.
3) (in senso morale) Insieme delle regole etiche e delle norme di comportamento (śīla)
4) (in senso fisico) Entità: manifestazione della realtà, le cose, il mondo fenomenico in genere
5) Pensieri, contenuti psichici, idee, riflesso dei fenomeni nello spirito umano
6) Termine designante i “fattori esistenziali” che, per l’Hinayāna sono le pietre angolari della personalità empirica e del suo universo.
(da “Dictionnaire de la sagesse orientale” edito da Robert Laffont – sub verbum, pag.145)




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