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  1. #1
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    Predefinito Hugo Chávez e il nuovo Venezuela

    http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=17666
    Hugo Chávez, la nuova Costituzione, il laboratorio venezuelano e le bugie sulla rielezione a vita
    di Gennaro Carotenuto
    su Gennaro Carotenuto.it del 16/08/2007


    Il tam-tam mediatico organizzato dalla NED statunitense per i media mainstream, punta tutto su un solo punto "Chávez presidente a vita". Non solo è falso, ma è un nuovo passo della campagna di diffamazione portata avanti dal governo degli Stati Uniti -che nel 2002 fomentò un fallito colpo di stato in Venezuela- ma serve per occultare l'importanza della riforma costituzionale proposta nella Repubblica bolivariana. Vediamone i dettagli
    Il presidente venezuelano Hugo Chávez ha presentato ieri la sua proposta di riforma costituzionale. Questa dovrà adesso subire ben tre letture da parte del Parlamento e quindi sarà sottomessa ad un Referendum popolare per l'approvazione definitiva. La proposta di Chávez vuole adeguare la Costituzione della V Repubblica venezuelana al nuovo mandato concesso dagli elettori al presidente lo scorso 3 dicembre 2006, con il 63% dei voti: la costruzione del Socialismo del XXI secolo.

    I principali punti della proposta, che riforma la Costituzione bolivariana in 33 dei 350 articoli, e che prevedono l'eliminazione del limite di una rielezione per il Presidente della Repubblica, concernono il dare sostanza all'idea di Potere popolare e di democrazia partecipativa. Tale Potere dovrà stabilire i meccanismi di controllo popolare su ogni scelta degli altri poteri, tra i quali quello esecutivo e legislativo e sovrintendere alla gestione di tutte le risorse pubbliche, dall’acqua all’energia. Come si fa a restituire potere ai cittadini? Intanto bisogna provarci. E in Venezuela, uno stato che negli anni ’80 era arrivato ad appaltare perfino i propri servizi segreti ad un paese straniero, raggiungendo parallelamente un’esclusione sociale di tre quarti della popolazione, ci stanno provando. Magari in maniera imperfetta, ma chi blatera a casa propria di “poteri forti”, di grandi interessi, di multinazionali, di precarietà, dovrebbe guardare con simpatia al tentativo venezuelano.

    Punto sostanziale della proposta è quello che garantisce, nell'ambito del socialismo del XXI secolo, il diritto alla proprietà privata. Una delusione per tutti quelli che aspettavano di poter sparare a vista su Chávez. La proprietà privata resta e anzi viene affiancata da altre forme di proprietà tra le quali quella cooperativa e quella comunale. Quest’ultima è ripresa delle forme di proprietà collettiva tradizionale, spazzate via dal latifondo e dalla modernizzazione capitalista. Un salto indietro per costruire il Venezuela del futuro? Dall’Inghilterra delle enclosures, gli storici sanno come proprio la guerra contro le proprietà comunali, ebbe un ruolo fondamentale nella nascita del capitalismo moderno.

    Avrà inoltre dignità costituzionale il fatto che i venezuelani, per privilegiare lo sviluppo integrale della persona, non potranno dedicare al lavoro salariato più di sei ore al giorno. Sono 36 ore alla settimana, un orario normale, o che era normale in Europa, prima dell’avvento del neoliberismo, ma che desta scandalo nel Terzo mondo delle maquilladoras, dove è considerato giusto che decine di milioni di lavoratori vengano sacrificati al modello, lavorando 14 ore al giorno per salari di fame per produrre beni di consumo a basso costo per i cittadini del Primo mondo.
    E’ il sacrificio di intere generazioni l’unico pass-partout al progresso? In Unione Sovietica pensavano di sì. In Venezuela, il Socialismo del XXI secolo pensa tutto il contrario e lo scrive sulla propria Costituzione.

    Una parte fondamentale della riforma si preoccupa di stabilire poteri per disegnare il Venezuela del futuro, creare dal nulla, nuove provincie e nuove città ecologiche ed entità come un Distretto Federale, che ridisegni l’urbanistica di Caracas. Tutte le grandi metropoli latinoamericane –e non solo- hanno bisogno di ripensarsi, ma la primazia del liberismo economico lo proibisce. Va tenuto presente che il Venezuela è un paese enorme, grande tre volte l'Italia e sostanzialmente vuoto, visto che tre quarti della popolazione di 26 milioni di abitanti vive a ridosso della costa. L'esigenza di dotarsi di strumenti per pensare il paese del futuro (nel 2050 il CEPAL stima che avrà 41 milioni di abitanti) investendo le non eterne risorse petrolifere, è una questione chiave che trova oggi dignità e strumenti costituzionali. Dodici milioni di persone vivono in favelas, addirittura il 60% della popolazione a Caracas, una città cresciuta su di un sistema di vera segregazione tra cittadini, i benestanti nella valle, i poveri abbarbicati sulle colline. Il tutto dovrà avvenire, secondo la proposta di Chávez decentrando, laddove il decentramento dei poteri e l'approfondimento della democrazia partecipativa, sono la premessa e la base della riforma.

    Dunque, la proposta di cambiamento della Costituzione bolivariana è sul tappeto. Da oggi in decine di migliaia di assemblee, in quel calderone ribollente di idee che è il Venezuela bolivariano, si comincerà a discutere de “La Cosa”.
    Il dibattito andrà avanti per mesi, fino a concludersi con un referendum popolare. Centinaia di migliaia di persone di tutti i ceti e di tutti i livelli di istruzione ne parleranno con passione, con cognizione, si divideranno o si troveranno d'accordo. Si sommeranno speranze, aspettative, delusioni, esperienze, proposte, distinguo. Insomma, tutto quello che la democrazia deve essere: partecipazione popolare.

    Chi è che fa prevalere la diffidenza e non l’ammirazione per un progetto di paese nuovo e più giusto come il Venezuela bolivariano. E’ un progetto che per la prima volta nella storia mette nero su bianco aspirazioni storiche della sinistra e dei progressisti di tutto il mondo, in una Costituzione che vieta la brevettabilità della vita, che difende la biodiversità, che condiziona l'uso delle risorse naturali all'approvazione delle comunità che vivono dove quelle risorse si trovano e che tra aborigeni e multinazionali sceglie senza esitare i primi.

    Questo è quello che sta succedendo in Venezuela, per chiunque ha occhi per vedere. Ma sui giornali di tutto il mondo la notizia vi verrà presentata in ben altro modo: "Chávez vuole essere presidente a vita e propone una serie di riforme velleitarie e ridicole". Tutto il resto, tutto il dibattito, progetti, militanza, inserimento alla vita pubblica, partecipazione attiva di centinaia di migliaia di persone, deve essere svilito, non se ne deve parlare.

    Sgombriamo subito il campo sul punto meno importante ma più polemico. Nessuno al mondo pensava che il Presidente venezuelano Hugo Chávez potesse andare in pensione al termine del presente e secondo mandato. Neanche l’opposizione.

    Il tema della rieleggibilità è complesso in America fin dai tempi di Porfirio Díaz e della Rivoluzione messicana. Chávez propone di superare questo limite. Lo fa per potersi ricandidare, come parallelamente vogliono fare anche Lula in Brasile e Tabaré Vázquez in Uruguay (e Nestor Kirchner passa la presidenza alla moglie Cristina, nella speranza di vederselo restituire poi) senza destare alcuno scandalo. E' legittimo discutere sull'opportunità di tale scelta, e di come i venezuelani si pronunceranno su questo punto con il referendum. Ma non è legittimo, anzi, è canagliesco sostenere che la riforma fa eleggere Chávez ”a vita”, “indefinitamente”, "come Castro". Da dove salta fuori quel “come Castro”, palesemente falso?

    Quel "come Castro" appare adesso, d’improvviso e viene fatto schizzare come fango da un media all'altro, spunta come un fungo da una lingua all'altra, da un lancio d'agenzia all'altro, in maniera identica a quando lo scorso dicembre un pronunciamento di Reporter senza Frontiere, l'ong finanziata dal NED (ovvero dalla CIA) diffuse l'informazione palesemente falsa, che Chávez avesse "chiuso" l'unico media rimasto all'opposizione, la televisione commerciale RCTV. Sorprendente: il giorno prima nessuno diceva che RCTV era l’unico media rimasto all’opposizione e il giorno dopo lo scrivevano tutti, anche se era facilissimo verificare che fosse totalmente falso. Da un momento all'altro quel palese "errore", cominciò a riprodursi a macchia d'olio su centinaia di media. Lo stesso succede oggi con la "rielezione come Castro" e succederà domani con altro. E non è che il NED o RSF o chi per loro, rilancino gli argomenti dell’opposizione. Altrimenti per esempio rilancerebbero l’argomento con il quale la greve opposizione venezuelana attacca TVES, la televisione che ha sostituito RCTV: “è la televisione dei negri”, alludendo al fatto che per la prima volta nella storia televisiva del paese una televisione dia spazio alla cultura degli afrovenezuelani, oltre un terzo del paese. Il NED non seleziona le denunce palesemente razziste che pure sono così tanta parte dell’odio anti-chavista. Seleziona e manipola solo quelle presentabili.

    Parliamo di cose serie: se la proposta di riforma sarà approvata dal referendum popolare, Chávez si ricandiderà e potrà essere eletto o meno. E’ naturale e perfino opportuno che sia così, semplicemente perché il massimo dirigente politico di una trasformazione così ampia dello Stato, non poteva fare agli oppositori di tale trasformazione il favore di andare in pensione tra cinque anni. E’ quello che le destre e il governo degli Stati Uniti avrebbero voluto e che i media mainstream ammanniscono, ma la verità è che sarebbe stato irresponsabile da parte di Chávez scegliere di ritirarsi!

    Per chi è obnubilato dall'idea che la democrazia abbia una sola forma possibile nel tempo e nello spazio, quella anglosassone (e chissà perché si debba copiare tutto da un solo paese, compreso il numero di elezioni di un presidente), e l'economia abbia un solo ordine naturale possibile nel liberismo, tutto è velleitario in Venezuela. E pericoloso. Ed esecrabile. E per fermare l’esperimento bolivariano, che sta restituendo dignità a milioni di persone, tutto è lecito, dal colpo di stato, come fecero l’11 aprile 2002, alla manipolazione sfacciata dell'informazione.

    Ma chi ha la fortuna di fare informazione, alcune cose ha il dovere di dirle. Ha il dovere di spiegare che, anche così, anche con la possibilità di essere rieletto in elezioni che continueranno ad essere le più monitorate e pulite del mondo (come hanno sempre certificato l'Unione Europea, e l'Organizzazione degli Stati Americani), Hugo Chávez continuerà ad essere il presidente con meno poteri di tutto il continente americano, Stati Uniti compresi ovviamente.

    E continuerà ad esserlo perché la Costituzione bolivariana del 2000, con quella balzana idea della democrazia partecipativa, messa per la prima volta nella storia nero su bianco in una Costituzione, introduceva (e da domani rafforza) un ribilanciamento di potere a favore del popolo minuto, i diritti del quale, la tradizionale divisione di poteri ispirata dalla Costituzione statunitense, negava invece di garantire.


    E lo strumento del referendum revocativo (quello che permette la revoca di qualsiasi carica elettiva a metà mandato) ha funzionato, continuerà a funzionare e sarà invidiata da sempre più paesi, costretti a tenersi per molti anni presidenti con indici di approvazione sotto zero. Altro che "Chávez presidente a vita"! I suoi nemici volevano pensionarlo per normalizzare il paese. Suo dovere era non cadere nella trappola e rispettare il mandato degli elettori e dotare il suo paese degli strumenti costituzionali per costruire il Socialismo del XXI secolo. I venezuelani hanno, e continueranno anche con la riforma ad avere, più strumenti di tutti gli americani (statunitensi compresi, ovviamente) per revocare la fiducia ai loro eletti, a partire dal presidente Chávez. I media che lo negano vi stanno mentendo.

  2. #2
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    chavez sta facendo molto x il venezuela e la stampa filousa continua a diffamarlo..che schifo!

  3. #3
    dubito, ricerco, costruisco
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    Que viva!

    anche in Bolivia e messico stanno succedendo cose che voi capitalisti non potete sognare..

    guarda questo notiziario diretto dal Chiapas:
    http://dignidad-rebelde.blogspot.com/

    un altromondo è sempre stato possibile! ma che aspettiamo noi in italia ad incazzarsi per la mancanza di informazione? che comunisti siamo?

    sono contento che almeno Esserecomunisti abbia scritto qualcosa. Molte cose sul venezuela si trovano anche su Falcemartelo:

    www.marxismo.net

    avanti!!

  4. #4
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    Il tramonto dell'egemonia americana in sud america è vicinissimo

    venezuela: ugo chavez

    bolivia: evo morales

    cuba: fidel castro

    nicaragua: Daniel ortega

    cile: Michelle Bachelet

    colombia: il 40% del territorio è controllato dai farc

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da kortatu Visualizza Messaggio
    Il tramonto dell'egemonia americana in sud america è vicinissimo

    venezuela: ugo chavez

    bolivia: evo morales

    cuba: fidel castro

    nicaragua: Daniel ortega

    cile: Michelle Bachelet

    colombia: il 40% del territorio è controllato dai farc
    che aspettiamo ad importare il comunismo in europa???

  6. #6
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    Friends, not clones
    Jun 7th 2007 | LA PAZ
    From The Economist print edition


    Reuters

    Much though Evo Morales (left) might want to be another Hugo Chávez, he will not find it easy
    Get article background
    WHEN FIFA, the body that governs world football, decreed last month that international matches could not be played at altitudes above 2,500 metres (8,200 feet), Evo Morales must have been delighted. For once, Bolivia's president could apply his genius for political gesture to an issue that does not divide his countrymen. Mr Morales, a keen footballer, turned out for a few impromptu matches in La Paz's national stadium (altitude: 3,600 metres), cheered on by nearly all of Bolivia's 9m people. They see the FIFA ruling, which cites health worries, as an attack on their competitive advantage.
    Many of Mr Morales's gestures in the 17 months since he took office as Bolivia's first-ever elected president of Andean Indian descent have been more divisive. His most popular policy, the nationalisation of oil and gas, has irritated foreign governments and investors. The “democratic revolution” he promises—a transfer of wealth and power from Bolivia's white and mestizo (mixed race) elite to the mainly Andean Indian poor—alarms the prosperous eastern provinces. He calls the media the “main adversary” of his government and wants to hold them accountable to the people. On June 5th the judiciary staged a one-day strike to counter a presidential assault on its independence.
    In short, his opponents fear that Mr Morales is leading Bolivia down the path that his close friend, Hugo Chávez, has taken Venezuela: one of “21st-century socialism” and a presidential monopoly of power. “Chávez owns the Bolivian government,” says Jorge Quiroga, the leader of the opposition Podemos party.
    Mr Chávez is clearly an ally and an inspiration for Mr Morales, but does that make him a model? His advisers insist not. “It's a mistake to think that Morales is a copy of Chávez,” says Pablo Solón, the government's foreign-trade envoy.
    There are three reasons to think he may be right, none of which assume that Mr Morales would not enjoy wielding absolute power. First, while Mr Chávez is a former army officer who came to national prominence by leading a failed military coup, Mr Morales is the leader of a coca-growers' union and of a coalition of radical “social movements” whose protests brought down two previous governments. Mr Morales is now their unchallenged leader, but they will resist the idea that all change should come from the top down.
    Second, Mr Morales confronts powerful regions headed by elected governors opposed to his plan to “refound” Bolivia. Finally, although natural gas has been a bonanza, its revenues are far more modest than Venezuela's oil billions. Bolivia cannot generate enough growth and jobs without private and foreign investment. In short, Venezuela is a one-man show but governing Bolivia demands alliances.


    Mr Morales himself seems unsure of where he is heading. His ready acceptance of Venezuelan patronage and his raids on independent institutions feed suspicions. In April 2006 Mr Morales signed up to Mr Chávez's “Bolivarian Alternative for the Americas”, a managed-trade agreement and anti-American alliance also involving Cuba. Venezuelan aid has poured in. It pays for scholarships, a campaign to distribute identity cards and the cheques that Mr Morales hands out to mayors for local development in the Altiplano, Bolivia's vast western plateau. More aid is promised for a network of community radio stations and the upgrading of the main state television station.
    Mr Morales also has Mr Chávez's penchant for subverting rival centres of power, but perhaps less talent for it. Take the latest clash with the judiciary. This began when the Constitutional Tribunal ruled that four Supreme-Court justices temporarily appointed by the president should yield their seats. Mr Morales called for the tribunal's impeachment. The judiciary staged its first-ever strike to resist the government's attempt to “throw out the Bolivian judicial system and implant a totalitarian regime,” said a statement by the Supreme Court.
    In January Mr Morales's supporters tried to unseat the governor of Cochabamba, the country's third most-populous province, for proposing a referendum on autonomy. Three people died in violent clashes. The incident pushed the governor closer to the four opposition-led eastern regions that had already backed autonomy in a 2005 referendum.
    These skirmishes are part of an improvised revolution with uncertain aims. The vice-president, Álvaro García Linera, recently called for a “broadening of elites” and “room for both capitalist and post-capitalist development”. What opponents see as an assault on democracy, the government sees as purging vestiges of “anti-democratic” tendencies.
    Greater clarity should soon come from a constituent assembly that is writing a new constitution (another device used by Mr Chávez to consolidate his power). Mr Morales's Movement to Socialism (MAS) proposes to redefine Bolivia as a “unitary, pluri-national, communitarian” state that gives pride of place to three dozen indigenous “nations”. These groups would control territory and natural resources and would be represented as communities in a single-chamber legislature alongside individual citizens. Private enterprise would be protected when it “contributes to economic and socio-cultural development”. A fourth “social power” would oversee the traditional three.
    This smacks of corporatism, not democracy. The opposition objects to dividing Bolivia ethnically, and to the abolition of the Senate, where small provinces have political weight. The MAS has a majority in the assembly but not the two-thirds required to approve a new constitutional text. Samuel Doria Medina, the leader of a centrist opposition party, thinks compromise is possible. Indigenous “nations”, for example, could become wispier “nationalities”, he says.
    In some moods the government seems open to compromise. “We don't want a constitution approved by 60 or 70% of the country but rejected by the rest,” said Mr García Linera. The final text, due by August 6th, will be subject to a referendum and then to interpretation by the courts, which Mr Morales does not yet control. What he may really be angling for is an end to the current rule that bars presidents from consecutive terms, so that he could run for re-election under the new constitution next year and again in 2013. In return, he would accept the opposition's demands for regional autonomy, says Carlos Toranzo, a political analyst.
    Such deal-making would not be out of character. In January, Mr Morales dropped a campaign for the assembly to approve constitutional articles by simple majority after this provoked huge protests in the eastern regions. With the United States, he has arranged a wary, and perhaps temporary, truce. Some 40,000 jobs, mainly in the poor western highlands, depend directly on American trade concessions, now up for renewal. The United States, eager to avoid rupture, is overlooking Mr Morales's enthusiasm for coca, the raw material for cocaine. Recently, he joined the American ambassador to open a newly-illuminated road tunnel— something it is hard to imagine Mr Chávez doing.
    But charging ahead when he can, and retreating when he must, is not a strategy for governance. The inexperienced, often inept, government has achieved little beyond boosting ethnic and national pride, and gas royalties. Bolivia is enjoying multiple windfalls, from high commodity prices to remittances and debt forgiveness. Even so, the economy grew less than the Latin American average last year, points out Gonzalo Chávez of the Catholic University in La Paz. More than half the population is poor, four-fifths of workers labour in the informal economy and emigration continues. Mining and gas apart, private investment is a negligible 2-3% of GDP. Yet in April Bolivia said it would withdraw from an international arbitration panel that investors use to resolve disputes. If he does not create good jobs, no amount of constitutional gimmickry will sustain Mr Morales's current popularity.

    http://www.economist.com/PrinterFrie...ory_id=9303968

  7. #7
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    te sei al londra, ma io sono sperduto per le campagne toscane: lo si vuole in italiano! razzista nazionalista venduto al capitale straniero...

    non sono ubriaco è il matè argentino...ma vabbene...

  8. #8
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    l'inglese dell'articolo è un po' complicato, ma mi pare diaver capito che the economist punta molto sulla "ditattura" e le repubbiche monocomandate..
    dimmi se sbaglio...

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da due_calzini Visualizza Messaggio
    l'inglese dell'articolo è un po' complicato, ma mi pare diaver capito che the economist punta molto sulla "ditattura" e le repubbiche monocomandate..
    dimmi se sbaglio...

    Scusa per l'inglese.

    Sostanzialmente i punti dell'articolo sono questi

    1) the economist scrive un giorno sì e l'altro pure su Chavez, perchè lo temono come la peste. Non potendolo quasi più attaccare, puntano la canna del fucile su Morales, per screditarlo...vediamo come

    2) Morales non può essere visto come un clone di Chavez, perchè la Bolivia non è il Venezuela (ci voleva l'Economist per capirlo)

    3) Morales è un mezzo pirla, che al massimo ha fatto qualcosa per la propria etnia, ma economicamente non vale nulla.

    4) La bolivia non ha petrolio (almeno non tanto). Quindi non vale il Venezuela

    5) L'opposizione in Bolivia è maggiore, quindi Morales non durerà, oppure non potrà permettersi le riforme di Chavez

    Ho postato questo articolo perchè è sintomatico dell'aria che nei settori capitalistici si respira riguardo al Sud America.

    Mobbing allo stato puro.

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da are(a)zione Visualizza Messaggio

    Mobbing allo stato puro.

    tranquillo per l'inglese! si, mobbing,non si sente NULLA! nemmeno i 300-400 morti in perù finiscono in prima pagina...
    figuriamoci del Chiapas e di Oaxaca, dove il popolo è in rivolta, si formano assemblee tra le tribù, si fanno congressi per incontrare tutti i popoli del mondo, le tribù decidono ormai per se stesse...e di questo non ne sappiamo nulla.

    bisogna che la gente capisca: il socialismo, il comunismo, sono morti e sepolti...e'cavolo...

    e qui in italia c'è da lottare con i prorpi capi per fare una-due cose da comunisti..

 

 
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