La civiltà aveva invigliacchito gli uomini: il senso del mistero e della morte, cioè dell'infinito, era stato perduto. Le concezioni della vita e del mondo si erano ristrette; l'universo era limitato dall'orizzonte e il mistero veniva confuso con l'incomprensibile. Mancava all'umanità il contatto dell'inumano, di ciò che sta al di sopra di noi, che non ha limite, che non è relativo.
La notte che scende sui campi seminati e sulle città febbrili, non è la notte che ha riempito di orrore e spavento gli uomini partiti alla conquista di una terra o di un sogno, i navigatori, i conquistadores, le moltitudini slave e germaniche di migratori e di coloni, i mistici pellegrini fiamminghi, gli scrutatori dei cieli, gli uomini tutti partiti alla ricerca del mare, della pianura soleggiata, delle vie lattee, delle città sfolgoranti in fondo all'orizzonte.
La notte che ognun di noi era abituato a contemplare dalle solite strade e dalle solite case, era la notte senza mistero e senza significato, il solito fenomeno che l'elettricità era riuscita a vincere; era divenuta un'abitudine e quasi una tradizione, come tutti i fenomeni che rientrano nel cerchio della nostra vita cotidiana.
Messa in cospetto della notte vera, inumana, nemica, quella di Rabindranath Tagore "nera come una pietra", che non si può rompere, spezzare, che ci schiaccia, che sta al disopra e al disotto di noi, che ci riempie come l'acqua riempie quei protozoi fatti a sacchi trasparenti che han nome amebe; messa in cospetto della notte vergine e eterna, l'umanità fu presa d'orrore e di spavento, si misurò con quel mistero non umano e ritrovo così la sua essenza più profondamente umana. Gli uomini impararano così a capire la notte, cioè l'infinito inumano.




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