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  1. #1
    are(a)zione
    Ospite

    Predefinito In ricordo di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

    23 agosto 1927. Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, finiranno la loro esistenza su una sedia elettrica. Accusati di aver compiuto una rapina a mano armata, uccidendo due persone. Ma non è vero. Il processo è stato truccato. Nicola Sacco ha 36 anni, viene da Torremaggiore (FG). Bartolomeo Vanzetti ne ha 39 anni e viene da Villafelletto (CN). Sacco e Vanzetti, Nick & Burt come li chiamano tutti qui, saranno uccisi non per il crimine di cui li si accusa ingiustamente. Ma per dare un esempio. Saranno uccisi perché sono due stranieri, due immigrati. E perché sono sovversivi. Sono dei rossi, degli anarchici. Oggi, 23 agosto 1927, la loro vita verrà spezzata. Di loro, ai loro cari, resterà il ricordo di due brave persone, due umili italiani, un ciabattino e un pescivendolo, che partirono in cerca di fortuna e trovarono carcere e morte. E su loro calerà l’oblio. E’ una notte stellata qui a Charleston, nel Massachusetts. C’è una brezza leggera che accarezza dolcemente i rami. Tutto è pronto per l’esecuzione. Nick & Burt, piccoli granelli di sabbia, saranno presto sepolti. I loro cuori smetteranno di battere. In queste ore, le loro ultime ore, scrivono, Nick & Burt. Si vedono i lumi delle loro celle accesi. Scrivono una lettera ai loro cari, certo. Ma stanno anche scrivendo una piccola frase, per tutti gli altri. Un piccolo tratto sul grande muro bianco dell’esistenza. Una frase, poche parole, che tutti noi possiamo leggere.. Se lo vorranno potranno leggerla anche gli uomini che abiteranno il futuro. Basterà ricordarsi di loro, della loro storia, del loro esempio. E ora, qui, sotto questo cielo muto, mentre l’ora finale s’avvicina, il pensiero va a quando Nick & Burt, partirono dall’Italia, a bordo di una nave, assieme a tanti altri. Era il 1908, Nick aveva 17 anni, Burt 20. Ricordiamoli così: due giovani cuori che battono, gonfi di speranza per un mondo migliore, più libero, più giusto, un mondo dove tutti gli uomini sono creati uguali (come dice la Costituzione degli USA). Uomini che attraversano l’oceano guardando le stelle brillare. Milioni di Nick & Burt che vivono, lottano - talvolta, purtroppo, muoiono - in questo strano sogno che è la vita, per un futuro migliore per tutti. Here and There. Everywhere.
    Buon tutto!

    Here's to you Nicola and Bart
    Rest forever here in our hearts
    The last and final moment is yours
    That agony is your triumph!

    Vi rendo omaggio Nicola e Bart
    Per sempre restino qui nei nostri cuori
    Il vostro estremo e finale momento

    Quell'agonia è il vostro trionfo!

    (Joan Baez e Ennio Morricone)

    http://www.peacereporter.net/dettagl...c=0&idart=8594

  2. #2
    are(a)zione
    Ospite

    Predefinito

    PER RICORDARE SACCO E VANZETTI

    Oggi è l'80° anniversario della morte di Sacco e Vanzetti, finiti sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927 a Charlestown nell'America antisindacale e xenofoba degli anni '20 per una rapina con omicidio mai commessa. Gli emigrati anarchici sono stati ricordati a Berlino, qualche settimana fa, da uno spettacolo di teatro danza, «Sacco e Vanzetti», scritto da Mila Tomsich e prodotto dal comune di Berlino con il patrocinio di Amnesty e allestito in prima mondiale nel teatro Maschinesbaus. È una piéce per 4 ballerini e 2 voci recitanti e canto, quelle degli italiani Sarina Aletta e Valenti Rocamora, con una colonna sonora complessa (Donatoni, Morricone, Stratos, Doors, Schubert, Anarchistes e Puccini). «Ho voluto realizzare - spiega la regista - non solo uno spettacolo che trasmetta pensieri, speranze e sogni di Sacco e Vanzetti, ma ho voluto lanciare un sasso contro la pena di morte». In attesa che lo spettacolo arrivi anche in Italia.
    E' MORTO JON LUCIEN
    Dai toni caldi, ricchi e espressivi, la voce del 65enne Jon Lucien, scomparso il 18 agosto per problemi respiratori mentre si trovava a Orlando per un concerto, ha trovato molti estimatori soprattutto agli inizi degli anni '70, grazie a un album «I'm now» che lo rivelò come talentuoso crooner capace di fondere jazz e ritmi caraibici e brasiliani. Più avanti seppe evolversi su territori diversi, toccando l'apice - prima del declino - con il sofisticato «Mind's eye» prodotto nel 1974 da uno specialista del genere, Dave Grusin.
    ROLLING STONES, ADDIO LIVE?
    È una voce che si rincorre invariabilmente a ogni tour.
    A darla per certa (o quasi) è questa volta l'inglese «Post Chronicle», e a riportarla, con più cautela, è il sito Antimusic.com. Ma l'idea che il concerto con cui i Rolling Stones chiuderanno sabato alla O2 Arena di Londra, il «Bigger bang tour», potrebbe essere il canto del cigno della band capitanata da Mick Jagger, almeno per quanto riguarda gli spettacoli dal vivo, non è poi così peregrina. Organizzare un nuovo tour per settantenni, pare ora più complicato. Anche se con le «pietre rotolanti» nulla è (francamente) impossibile...
    OZ IN SALSA DARK
    «Il mago di Oz» torna sul grande schermo attraverso un'operazione condotta in tandem da Warner Bros. e Village Roadshow Pictures, intenzionati a riproporre nelle sale un «aggiornamento» del celebre romanzo di L. Frank Baum. Ma l'idea del produttore produttore Todd McFarlane non prevede musica e lo script dovrebbe risultare quasi come un sequel del film diretto nel '39 da Victor Fleming e interpretato da Judy Garland. La nuova Dorothy, poi, avrà una connotazione dark.


    http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano...007/art62.html

  3. #3
    are(a)zione
    Ospite

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    Sacco e Vanzetti, una sporca faccenda
    nell'America della pena capitale



    Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti

    di ANDREA CAMILLERI
    Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle appena sette anni fa è stato brillantemente descritto dallo storico britannico Eric Hobsbawm "il secolo breve". Una definizione forse più esatta, però, sarebbe "il secolo compresso", perché mai un periodo di 100 anni ha visto così tante guerre mondiali, così tanti progressi scientifici e tecnologici, così tante rivoluzioni, così tanti eventi epocali ammonticchiati l'uno sull'altro. Il secolo passato sembra come una valigia troppo piccola per contenere tutto quello che è successo: è troppo piena di vestiti vecchi, e ce ne sono alcuni che ci impediscono di chiuderla e metterla via in soffitta una volta per tutte. Uno di questi è il caso di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Nel secolo trascorso, milioni di uomini e donne sono morti in guerre, epidemie, genocidi e persecuzioni, e purtroppo la loro memoria corre serissimo rischio di scomparire.

    Eppure la morte di Sacco e Vanzetti sulla sedia elettrica 80 anni fa, così come la morte di John e Robert Kennedy sotto i proiettili dei killer, sono destinate a rimanere nella nostra mente.


    Forse perché, come per i fratelli Kennedy, troviamo ancora difficile accettare le ragioni, o la mancanza di ragioni, della loro morte. E in Italia, dove l'omicidio insensato (o fin troppo sensato) è stato per lungo tempo un elemento del panorama politico, questo disagio lo si avverte con asprezza.

    Nel caso di Sacco e Vanzetti, sembrò subito chiaro a molti, in Europa e negli Stati Uniti, che il loro arresto, nel 1920 - inizialmente per possesso di armi e materiale sovversivo, poi con l'accusa di duplice omicidio commesso nel corso di una rapina nel Massachusetts - i tre processi che seguirono e le successive condanne a morte erano pensati per dare, attraverso di loro, un esempio. E questo nonostante la completa mancanza di prove a loro carico, e a dispetto della testimonianza a loro favore di un uomo che aveva preso parte alla rapina e che disse di non aver mai visto i due italiani.

    La percezione era che Sacco, un calzolaio, e Vanzetti, un pescivendolo, fossero le vittime di un'ondata repressiva che stava investendo l'America di Woodrow Wilson. In Italia, comitati e organizzazioni contrari alla sentenza spuntarono come funghi non appena essa fu annunciata. Quando la sentenza fu eseguita, nel 1927, il fascismo era al potere in Italia da quasi cinque anni e consolidava brutalmente la propria dittatura, perseguitando e imprigionando chiunque fosse ostile al regime, inclusi naturalmente gli anarchici. Eppure, quando Sacco e Vanzetti furono giustiziati, il più grande quotidiano italiano, il Corriere della sera, non esitò a dedicare alla notizia un titolo a sei colonne. In bella evidenza tra occhielli e sottotitoli campeggiava un'affermazione: "Erano innocenti".

    Non c'è probabilmente un solo quotidiano italiano che non abbia dedicato un articolo a questo caso, ogni 23 agosto, dal 1945 a oggi.

    Nel 1977 fu dato grande risalto alla notizia che Michael Dukakis, all'epoca governatore del Massachusetts, aveva riconosciuto ufficialmente l'errore giudiziario e aveva riabilitato la memoria di Sacco e Vanzetti.

    In Italia, la loro storia diventò il soggetto di uno spettacolo teatrale, che ebbe grande successo prima di venire trasformato, nel 1971, in un bellissimo film, diretto da Giuliano Montaldo, con splendide interpretazioni e una colonna sonora di Ennio Morricone, che comprendeva anche canzoni di Joan Baez. (Anche l'album di Woody Guthrie, Ballads of Sacco and Vanzetti, del 1960, ebbe un grande successo in Italia.). E nel 2005, la Rai, la televisione pubblica italiana, ha prodotto un lungo programma sui due italiani giustiziati. (Stranamente, per qualche ragione, la Rai non ha mai trasmesso, nonostante ne abbia acquisito i diritti molto tempo fa, The Sacco-Vanzetti Story, un film per la televisione girato nel 1960 da Sydney Lumet.)

    E adesso un sito italiano ospita una vivace discussione sul caso dei due anarchici. Uno dei tanti partecipanti al dibattito scrive: "L'unica colpa di quei poveracci era di lottare contro il razzismo e la xenofobia".

    E un altro: "Che cosa è cambiato? La pena di morte in America esiste ancora, certe volte perfino per degli innocenti, e il razzismo e la xenofobia sono in aumento". E un terzo: "È impossibile fare paragoni fra quel periodo e questo. Oggi i tribunali fanno errori, errori gravi, ma comunque errori, mentre allora fu commesso un omicidio bello e buono, a fini esclusivamente politici. E anche se il razzismo è ancora vivo e vegeto negli Stati Uniti, sono stati fatti grandi passi avanti". Infine, una conclusione: "Fu una faccenda sporca in un'epoca difficile".

    Una faccenda sporca davvero se gli italiani, solitamente indulgenti verso la terra che ha accolto così tanti loro concittadini bisognosi che partivano emigranti, ci si soffermano ancora, dopo tutti questi anni. Il dibattito, a quanto sembra, è tuttora in corso. Un segnale, forse, che la ferita non si è ancora cicatrizzata. E che ancora, per quanto ci sforziamo, non riusciamo a chiudere quella valigia.

    Copyright The New York Times Syndicate. Traduzione di Fabio Galimberti

    http://www.repubblica.it/2007/08/sez...-vanzetti.html

  4. #4
    Nessun vincitore crede al caso
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    http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=17708

    Erano anarchici e dovevano morire


    di Massimo Cavallini
    su Liberazione della Domenica del 19/08/2007


    In ricordo di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti
    «Solo in una stanza d'albergo con Fred, lo implorai di dirmi tutta la verità…e quello che ascoltai mi gettò in uno stato di panico…mi disse che i due erano colpevoli e mi raccontò, in ogni dettaglio, come lui stesso avesse forgiato dal nulla i loro alibi…».
    Sono passati ottant'anni dal giorno in cui Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti morirono sulla sedia elettrica nel carcere di Dedham, in Massachusetts. E trenta da quando, il 23 agosto del 1977, l'allora governatore dello Stato, Michael Dukakis, ufficialmente proclamò - in quello che venne considerato un atto di pubblico pentimento - il "Sacco and Vanzetti Memorial Day". Ma forse vale la pena di celebrare questo anniversario partendo proprio dal polo opposto. Ovvero: dall'ultimo dei tentativi di riaprire (o di chiudere per sempre) un caso divenuto, in America e nel mondo, simbolo d'una tragedia nella quale - citiamo dal "proclama" di Dukakis - «le forze dell'intolleranza, della paura e dell'odio» si «sono unite per sovrastare la razionalità, la saggezza e l'imparzialità alle quali deve aspirare ogni sistema giuridico». Le frasi citate all'inizio provengono, infatti, da una lettera che, poco prima della salita al patibolo dei due condannati, lo scrittore Upton Sinclair apparentemente inviò al suo legale, John Beardsley, narrando del colloquio da lui avuto, in un hotel di Detroit, con Fred H. Moore, l'eccentrico avvocato californiano che, fino alla prima sentenza di condanna, nel luglio del 1921, aveva difeso Nicola Sacco.
    Sinclair non è, ovviamente, un qualunque scrittore. Non lo è in assoluto, avendo marcato con il suo The Jungle - straordinario j'accuse contro l'industria della carne di Chicago - la storia della letteratura americana. E non lo è, in particolare, nella vicenda di Sacco e Vanzetti, avendo egli proprio al caso dei due anarchici dedicato uno dei suoi libri più famosi - Boston , pubblicato nel 1928 - ancor oggi considerato, nonostante si tratti formalmente d'un romanzo, una delle più complete e brillanti ricostruzioni degli eventi che, iniziati il 15 aprile del 1920, con la rapina di South Braintree, culminarono, sette anni, tre mesi ed otto giorni più tardi, con la duplice esecuzione nel carcere di Dedham. Casualmente riesumata, alla fine del 2005, da un intonso pacco di vecchie carte, quella missiva diceva, o meglio, sembrava dire, due cose inequivocabili e, a loro modo, definitive. La prima: che lo stesso avvocato che, con tanta passione, aveva sostenuto in aula l'innocenza dei due accusati, era, non solo pienamente convinto della loro colpevolezza, ma aveva egli stesso provveduto a fabbricare gli alibi esibiti di fronte alla corte. La seconda: che lo stesso Upton Sinclair, uno dei più celebri sostenitori della causa di Sacco e Vanzetti, aveva, per ragioni d'opportunità politica, deliberatamente taciuto questa verità nello stilare il suo romanzo-inchiesta. Ed in questi termini la "scoperta" era stata prevedibilmente ripresa, agli inizi dello scorso anno, da un buon numero di commentatori di tendenza conservatrice. Piuttosto ovvia la natura "revisionista" della campagna. Sacco e Vanzetti, da ottant'anni additati, a sinistra, come vittime d'una palese ingiustizia, erano in realtà colpevoli al di là del proverbiale "ragionevole dubbio". E, nel proclamare la loro innocenza, i loro più vocianti ed illustri difensori erano stati - dall'inizio alla fine, ovvero, da Sinclair, a Dukakis, all'America "liberal" o "socialisteggiante" d'ogni tempo - in perfetta e dimostrabile malafede. Dunque: caso chiuso, per la pace d'ogni coscienza. E che Dio, una volta di più, benedica l'America.
    Caso chiuso? Di questo documentato ed apparentemente definitivo contrattacco non resta in realtà, ad appena un anno di distanza, che qualche sbiadito ricordo. Perché? Per quale ragione quest'ennesimo tentativo di cancellare dalla memoria collettiva la simbologia del "caso Sacco e Vanzetti" è - nonostante l'evidenza della "confessione" di Sinclair - tanto rapidamente evaporato? Per molte ragioni, alcune contingenti - vale a dire, legate alla natura del documento riesumato - altre di ordine generale, inerenti la vera storia del processo, il suo vero ed ineludibile contesto politico-sociale. Ragioni - le prime e, soprattutto, le seconde, immutate nel tempo - che, a loro modo, offrono un'ideale piattaforma per la celebrazione di un ottantesimo anniversario che ritrova, intatti, tutti i motivi dello sdegno che, il 23 d'agosto del 1927, accompagnarono l'esecuzione di "Nic and Bart".
    Inizialmente citata solo a brani, la lettera di Upton Sinclair - la cui autenticità, peraltro, non è mai stata completamente dimostrata - presentava, infatti, nella sua completezza, un quadro ben più articolato di quel che era a prima vista apparso. Poiché, se vero era che Moore aveva apertamente dichiarato la sua convinzione della colpevolezza dei suoi assistiti - con questo "gettando nel panico" il suo interlocutore - vero era anche che questa rivelazione non era il prodotto d'una loro confessione (né Sacco né Vanzetti avevano mai ammesso, di fronte a Moore, la propria colpevolezza). E vero, soprattutto, era anche che lo stesso Sinclair aveva con molta meticolosità cercato, nelle settimane successive al colloquio, riscontri alle affermazioni di Moore, non trovandone alcuno. Nessuna delle persone vicine all'avvocato californiano, inclusa la moglie, avevano mai avuto il minimo sentore delle convinzioni di Fred nei giorni in cui egli stava "fabbricando alibi". Ed era stato per questo che lo stesso scrittore, pur comprensibilmente pieno di dubbi, era, infine, giunto alla conclusione - come spiegava a Beardsley - che, quelle di Fred Moore, fossero con ogni probabilità le parole d'una persona risentita (il suo "divorzio" da Sacco, nell'estate del 1921, non era stato propriamente consensuale) ed umanamente molto marcata dall'esperienza del processo (Moore, scrive Sinclair, era da molti anni schiavo della cocaina).
    Del resto, chiunque si prenda oggi la briga di andarsi a rileggere Boston , può facilmente constatare come il libro lasci, in realtà, irrisolto il problema della colpevolezza o dell'innocenza degli imputati, sottolineando soprattutto gli orrori del sistema giuridico - e del clima politico - che avevano preventivamente condannato, per le loro origini etniche e per le loro idee, non per i crimini a loro imputati, i due uomini seduti alla sbarra.
    Questa era - e questa resta, ottant'anni dopo - la vera essenza del caso "Sacco e Vanzetti". Moltissime, in questo lungo lasso di tempo, sono state le ricostruzioni del processo e del crimine che ne era alla base. E molte - una significativa maggioranza - sono quelle approdate ad una convinzione di assoluta innocenza; altre sono rimaste nel dubbio ed alcune sono, al contrario, giunte alla conclusione che almeno uno dei due imputati - Nicola Sacco - avesse in effetti preso parte alla rapina. Tutte, in ogni caso, appaiono (e non potrebbe essere altrimenti) concordi su un punto: quello che cominciò il 5 maggio del 1920, con il casuale arresto di Sacco e Vanzetti, e che si chiuse il 23 agosto del 1927, con la scarica elettrica che, nel nome dello Stato, li uccise entrambi, non fu in alcun modo - da qualunque parte lo si voglia osservare - un processo giusto. Fu, piuttosto, il più eclatante, sinistro e permanente riflesso di quella che passò agli archivi come The First Red Scare , la prima grande "paura rossa". "Nic and Bart" vennero giudicati, non come due persone sospettate di omicidio e rapina, ma come stranieri e anarchici. O meglio, come i portatori di quella che una consistente parte d'America considerava un'epidemia mortale, una duplice infezione che veniva dal profondo di un'Europa scossa dalla rivoluzione bolscevica e pronta ad "esportarla". Ovvero: come dagoes - termine dispregiativo usato per definire gli emigranti di origine mediterranea - e come anarchistic bastards . Poiché proprio queste furono le parole che il giudice Webster Thayer - l'uomo che doveva garantire la "imparzialità" del processo - ebbe più volte ad usare nei loro confronti nel privato del suo country club.
    Spolpata dai quattro decenni di feroci polemiche, e di prove e controprove balistiche (relative soprattutto alla famosa "pallottola numero tre", secondo l'accusa sparata dalla pistola trovata in possesso di Nicola Sacco, ma mai approdate a risultati definitivi) la storia di Sacco e Vanzetti, resta di una disarmante semplicità. Alle 3 del pomeriggio del 15 aprile 1920, lungo la via principale di South Braintree, un centro della cintura industriale di Boston, due portavalori della Slater & Morril, una delle molte fabbriche di scarpe della zona (in una delle quali lavorava il calzolaio Nicola Sacco), erano stati assaltati ed assassinati a sangue freddo da una banda probabilmente formata da almeno cinque persone. Consistente (almeno per quei tempi) il bottino: quasi 16mila dollari. Le indagini del capo della polizia di Boston, Michael Stewart, si erano subito concentrate sui "circoli anarchici italiani". Ed era stato nel corso delle indagini relative ad un'auto che si supponeva usata nel corso della rapina (ma poi risultata del tutto estranea ai fatti) che, il 5 maggio successivo, Sacco e Vanzetti erano stati arrestati. Entrambi erano armati. Ed entrambi avevano mentito allorché erano stati interrogati sulla finalità delle due pistole che portavano con sé, e sui loro rapporti con i proprietari dell'auto indagata. La storia del loro processo comincia qui.
    E qui, in buona misura, finisce. Perché proprio questa - quella che gli accusatori definirono allora consciousness of guilt , l'atteggiamento di chi mente perché colpevole - restò la vera "prova regina" contro i due imputati. L'unica prova, in effetti. Nessuna delle testimonianze oculari risultò decisiva. Molte, anzi, finirono per rivelarsi estorte o manipolate dalle autorità inquirenti (e, in particolare dal District Attorney, Frederick Katzmann). E, in ogni caso, tutte vennero più che controbilanciate - in un processo evidentemente privo, tuttavia, d'ogni equilibrio - da testimonianze che confermavano gli alibi degli imputati. Le prove materiali (soprattutto quelle relative alle armi del delitto) non pervennero che a molto controverse conclusioni (ancor oggi oggetto di accesi dibattiti). Nessun rapporto - di nessun tipo - venne mai stabilito dall'accusa tra i due presunti colpevoli, il bottino di 16mila dollari ed i complici d'una rapina compiuta, per l'appunto, da una banda di almeno cinque elementi. Contro il calzolaio Nicola Sacco - definito un lavoratore di «esemplare onestà ed affidabilità» dal proprietario della fabbrica nella quale lavorava - e contro il pescivendolo Bartolomeo Vanzetti (che al momento del delitto stava, a detta d'una soverchiante quantità di testimoni, vendendo pesce) giocarono soprattutto le bugie pronunciate al momento dell'arresto. Bugie che erano, per molti aspetti, nell'ordine delle cose. "Nic and Bart" non erano, infatti, due stinchi di santo. Erano (per quanto completamente incensurati) parte di un'organizzazione anarchica - quella di Luigi Galleani - che propugnava l'azione violenta. L'ordine di scuderia era, per i "galleanisti", in caso d'arresto, quello di negare, negare, negare. Per tutta la sinistra, del resto, erano quelli giorni di più che legittima paura. Le retate "antisovversivi" erano all'ordine del giorno, E poche settimane prima, a New York, un anarchico in stato di fermo, Andrea Salcedo, era misteriosamente volato dalla finestra della stazione di polizia...
    A scrivere la vera storia del processo - o, se si preferisce, la parte del processo che davvero ha resistito, per la sua intima durezza, alla prova del tempo - non furono in effetti le prove (inconsistenti o, nel migliore dei casi, non conclusive) presentate dagli accusatori, ma le loro parole. Quelle che Frederick Katzmann usò, nel corso del processo, per rinfacciare ferocemente a Sacco - che a malapena parlava inglese - la natura sovversiva, «antiamericana» delle sue idee, ed a Vanzetti la fuga «antipatriottica» in Messico per evitare la leva e, con essa, una guerra che, da anarchico, aborriva. Quelle con cui, prima dell'ultima camera di consiglio, il giudice Thayer senza ritegno invitò i giurati ad essere, come «i soldati che partirono per il fronte», all'altezza del «dovere patrio» che imponeva loro di «combattere i nemici della nazione». Cosa che i giurati puntualmente ed eroicamente fecero nelle tre ore che separano il breakfast dal pranzo, sancendo con straordinario ardimento e velocità la colpevolezza dei due imputati. Quelle con le quali Lawrence Lowell, presidente dell'Università di Harvard, chiamato dal governatore del Massachusetts, Alvan Fuller, a dirigere la "commissione di saggi" che - tutta composta da "veri" americani - doveva stabilire se salvare o meno dalla forca i due imputati, con quasi sublime ipocrisia definì `nel complesso corretto» un iter processuale che aveva visto il summenzionato Webster Thayer decidere tutto: la sentenza di condanna, la legittimità dell'Appello, la credibilità della confessione con la quale un gangster portoghese, Celestino Madeiros, aveva a tre anni dalla condanna, attribuito a se stesso ed alla banda di Joe Morelli (sosia perfetto di Nicola Sacco) la rapina di South Braintree; e, persino, alla faccia dei checks and balances che sono l'anima della democrazia americana, l'ammissibilità della "legittima suspicione" sollevata nei suoi confronti per i pregiudizi da lui a più riprese testimoniati contro gli imputati. O, ancora, quelle che, con la forza di un macabro epitaffio, l'Attorney General Mitchell Palmer, grande regista del Red Scare , pronunciò quando i corpi di Sacco e Vanzetti avevano ormai cessato di friggere sulla sedia elettrica. «Appartenevano ad una banda di cospiratori che attaccavano cittadini con bombe e dinamite. Erano senza Dio che volevano il socialismo». Insomma: Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti erano due anarchici e dovevano morire. La vera, perdurante ragione del loro processo, della loro condanna e della loro morte è tutta qui.
    Ad eseguire la sentenza, poco prima dell'alba del 23 agosto, fu Robert G. Eliot, lo stesso che, solo qualche anno più tardi, in un nuovo lampo di celebrità, avrebbe tolto la vita a Bruno Richard Hauptman, accusato (ingiustamente secondo alcuni) del rapimento e dell'omicidio di "baby Lindbergh". Fu, il suo, l'impeccabile lavoro d'un vero professionista del patibolo. Ma, quel giorno, ad abbassare la leva furono in effetti - come avrebbe più tardi sancito il proclama di Michael Dukakis - molte mani. Le molte mani dell'intolleranza, della paura e dell'odio che, allora, muoveva un intero pezzo d'America. E che ancora lo muove. Dopo 80 anni, in quest'America, Nic and Bart continuano a raccontare la loro storia con le parole dei loro carnefici. E continueranno a raccontarla per molti anni a venire.

 

 

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