http://www.repubblica.it/2005/i/sezi...onoscenze.html

ROMA - Nel Sud un laureato su quattro trova lavoro, entro tre anni dalla tesi, grazie a canali "informali". Vale a dire, grazie alle conoscenze. Cosa che accade invece solo al 12 per cento dei ragazzi che si sono trasferiti a Nord per studiare. Lo rilevano le anticipazioni di uno studio di Margherita Scarlato che sarà pubblicato sul prossimo numero della Rivista Economica del Mezzogiorno, trimestrale della Svimez, Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno.

Nel Sud, infatti, laurearsi è importante, si legge nel rapporto, ma "se si proviene dalla famiglia 'giusta', non solo perché ricca ma pure perché inserita in un reticolo di rapporti sociali". Infatti i canali più utilizzati dai neo-laureati restano la conoscenza diretta, la segnalazione da parte di parenti o amici oppure la prosecuzione di un'attività familiare.

Immobilità sociale. Tuttavia la "raccomandazione" non ha solo conseguenze positive (trovare un posto): i "canali informali", infatti, funzionano bene su scala locale, e di solito in piccole imprese o per ruoli modesti. Chi entra nel mondo del lavoro per conoscenze rischia dunque di non fare carriera, anche perché i posti "alti" sono occupati da chi ha alle spalle famiglie più forti. E questo spiega perché la mobilità sociale è bassa: nel Mezzogiorno il 72 per cento dei lavoratori è "immobile", non avanza cioè professionalmente.

Canale fisiologico o patologia. Ma dare lavoro a qualcuno per conoscenza è giusto o sbagliato? Dipende, spiega lo studio. Le reti informali, infatti, sono "un canale fisiologico per rendere più fluido l'incontro tra domanda e offerta". Ma diventano un "problema patologico quando le credenziali del sistema scolastico e universitario sono poco utilizzabili dai datori di lavoro ai fini della valutazione dei giovani".

Collocamento. La conoscenza al Sud sembra però funzionare molto più degli altri metodi per iniziare a lavorare. Gli ultimi dati disponibili risalgono al 2004: allora il 15 per cento dei giovani ha fatto un concorso pubblico per trovare un impiego. Solo per una piccola percentuale il collocamento è servito a qualche cosa. Le società private hanno rimediato un posto a un esiguo 2,3 per cento, peggio ancora sono andate le liste pubbliche: utili solo nell'1,7 per cento dei casi.

Per tutti gli altri resta la "spintarella". Fondamentale è la famiglia che si ha alle spalle: per i nuclei dei ceti sociali più bassi, rileva lo studio, l'investimento negli studi universitari può essere rischioso. "La laurea - si legge nel rapporto - riduce il rischio che lo studente resti disoccupato, ma non riduce il rischio di trovare un'occupazione mal retribuita".

Nord e Sud. Inoltre restare in un luogo "protetto", evitando di allentare i legami familiari e di conoscenze, aiuta a puntare a un contratto a tempo indeterminato. Tra chi è emigrato al Nord si registra infatti la percentuale maggiore di contratti a termine: il 60,3 per cento contro il 41,7. E chi ha lasciato il Meridione risalendo la penisola corre anche maggiori rischi di lavorare senza contratto: si tratta dello 0,9 per cento dei casi contro lo 0,3.

Chi va al Nord, infatti, spesso lo fa proprio perché "l'emigrazione offre un'alternativa alla ricerca di una protezione locale". Chi non ha "agganci" dove è nato, dunque, cerca di farsi una carriera altrove. Anche se, fa notare lo studio, spesso si continuano a usare "le norme e le reti sociali di origine poiché il processo di apprendimento di codici nuovi di comportamento è lento".

(28 agosto 2007)