Tra superstizione e dèmoni, la città conserva una ricca "archeologia" del magico

Antichi scritti parlano di acque portentose in Montenapoleone, e di esorcismi in piazza Missori

A un serpente di bronzo che si trova ancora oggi dentro Sant Ambrogio, i fedeli attribuivano proprietà miracolose.

Dèmoni a Porta Genova, acqua miracolosa in Montenapoleone, scongiuri in piazza Missori, streghe al Quadronno. Sotto il frastuono del traffico, Milano conserva un ricca archeologia del magico con pochi uguali in Italia. Lo rivelano gli scritti e li testimonianze di studiosi e storici locali. I Visconti, signori di Milano dal 1277 a 1477, furono governanti dediti alle arti magiche tanto da essere scomunicati più d una volta. Matteo Visconti, padre di Galeazzo, ebbe molta dimestichezza con l'occulto. I suoi convegni magici si svolgevano nell'eremo di San Calogero, nei pressi dell'attuale corso di Porta Genova. Lì grazie ai buono uffizi di un eremita, si narra chi Visconti evocasse il demonio Oriens, sul buon amico, al quale chiedeva i più svariati consigli. Lo scrive Elisa Ghiggini nel suo «Milano Magica» (Horus 1989). Era quella una Milano superstiziosa al punto che non si salvavano nemmeno i simboli più genuini della fede. Secondo alcuni storici la basilica di Sant'Ambrogio venne costruita sui ruderi di un tempio dedicato a Esculapio, padre della medicina anticamente venerato sotto le sembianza di un serpente. E fu proprio un rettile di bronzo al quale erano attribuite proprietà benefiche quello che si trova ancor oggi in Sant'Ambrogio su una colonna di marmo. Tanto che fino agli inizi del secolo scorso le madri milanesi facevano sostare davanti al «biscione» i loro figli il giorno di Sant'Angelo, pensando di preservarli dalle malattie. Anche le ossa umane rappresentarono per i milanesi un magico antidoto contro le avversità: una superstizione tramandata dai Celti ai quali Milano deve probabilmente la sua origine. Questi credevano che le ossa fossero dotate di poteri magici per la loro incorruttibilità. Forse anche in seguito a questa credenza fino al 1700 fu in vendita nella farmacia dell'Ospedale Maggiore polvere di cranio umano, ritenuta efficace contro l'epilessia. Il potere magico dell'acqua non fu da meno. Sorgenti benefiche si troverebbero nel pozzo della chiesa di San Calimero, vicino a Porta Romana, perché secondo una convinzione popolare vi sarebbe stato gettato lo stesso martire alla fine del III secolo (avvenimento però contestato dagli studiosi). Anche la chiesa di Santa Maria alla Fontana deve il suo nome a una sorgente famosa per i miracoli elargiti fin dal XVI secolo. Tanto che qualcuno si ostina a berne anche oggi credendo che si tratti davvero di un'acqua portentosa. Per chi volesse verificare di persona, la fonte viene aperta tutte le domeniche dalle 10 alle 18. Ma le sorgenti miracolose non furono appannaggio esclusivo delle chiese. Giorgio Giulini nel suo «All'insegna della vecchia Milano» (ed. Cebes, 1946) scrive: «Nessuna medicina valeva a guarire qualsiasi mal d'occhio meglio dell'acqua del pozzo di casa Videserti, situata al numero 35 di via Montenapoleone». Era distribuita gratuitamente dai portinai a chiunque lo chiedesse. Il pozzo fu chiuso d'autorità in epoca risorgimentale per arginare questa superstizione. E torniamo al Medio Evo. Nell'odierna piazza Missori sorgeva la chiusa di San Giovanni in Conca. Dove nei periodi di grande siccità si svolgeva un singolare esorcismo. Centinaia di cittadini accendevano un falò sul piazzale antistante e mettevano a scaldare un pentolone d'acqua colmo di carni salate e verdure. Seguivano tre giorni di banchetti, nenie e libagioni in cui tutti i sacerdoti di passaggio venivano inseguiti e spruzzati col brodo. Questo «scongiuro» pare avesse radici nella vicenda di San Giovanni, gettato in un calderone d'olio bollente dai persecutori e salvatosi grazie a un provvidenziale acquazzone. Del resto il "caldaio", era l'attrezzo principe in dotazione alle streghe. E Milano di streghe ne ebbe a bizzeffe. Nella zona del Quadronno, fino all'anno Mille, c'era un bosco nel quale, secondo la superstizione, le streghe celebravano i loro Sabba (dal francese s'esbattre, sollazzarsi). Sulla scorta di tali suggestioni si ha notizia certa di due popolane. Sibillia Zanni e Piccina Bugatis, bruciate in piazza Sant'Eustorgio nel 1390 con sentenza del podestà che le aveva dichiarate «fattucchiere recidive». Dai documenti dell'epoca riproposti da Luisa Muraro ne «La Signora del gioco» (Feltrinelli 1976) si apprende che le streghe milanesi organizzavano i Sabba il 2 febbraio (la Candelora); la vigilia della notte del 1 maggio; il 1 agosto e la vigilia di Ognissanti. Vero o falso? Per molti storici questi riti si svolsero veramente e sono riconducibili ad alcuni culti precristiani, in particolare ai rituali con cui veniva adorato Giano, dio di iniziazione ai misteri della natura.

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