Un titolo che vale più di mille battaglie
di Peter Schiesser
Un simbolo, da opporre ai fanatismi. Senza la pretesa di sconfiggerli.
Il titolo di Baronetto inglese per meriti letterari conferito dalla Regina Elisabetta allo scrittore anglo-indiano Salman Rushdie è la risposta più coraggiosa e pacifica che l’Occidente può offrire a chi vuole restringere l’Islam e le sue ricchezze nella rigidità esplosiva di una cintura da kamikaze.
È il coraggio di elevare l’arte (e – perché no? – l’ironia) al di sopra della paura di essere perseguiti per le proprie idee, per il senso critico di una mente libera, a vantaggio di una società intelligente.
Certo, Salman Rushdie avrebbe fatto a meno del ruolo di «martire » della libertà d’espressione – che non è occidentale, ma universale.
Ricordo un’intervista fatta nel 1988 da un settimanale indiano, alla vigilia della pubblicazione dei Versi satanici: alla domanda se la descrizione della passione carnale, umana, di Maometto per le sue numerose donne e i dubbi sulle rivelazioni dell’Arcangelo non avrebbero potuto offendere i musulmani, Rushdie rispose stupefatto « No di certo; perché? ».
Poi invece qualcuno si offese, e il destino fece il suo corso: i musulmani di Bombay (città natale di Rushdie) chiesero a Rajiv Gandhi di mettere al bando il libro, se voleva il loro appoggio politico; Gandhi li assecondò, dipendeva da loro per restare premier dell’India, e vietò il libro; il Pakistan (dove Rushdie passò la giovinezza) non poteva certo permettere che la laica India, l’altra e nemica parte del subcontinente, vietasse un libro anti-islamico senza fare altrettanto; l’Iran di Khomeini, antesignano dei fanatismi islamici (benché di origine sciita, non sunnita e wahabita come Al Qaeda), si appropriò del caso e ne fece un simbolo anti-occidentale, pronunciando una condanna che obbligò lo scrittore ad una lunga clandestinità e sofferenza personale (il suo matrimonio andò in pezzi, il figlio amato rimase lontano per anni).
Sono convinto che quasi nessuno dei suoi detrattori (e dei suoi sostenitori) abbia letto i Versi satanici: mi è sempre mancata un’analisi dei motivi secondo cui il libro sarebbe un’offesa al Profeta dell’Islam, non ho mai sentito alcuno sottolineare che nel libro appare anche una figura, un angelo nero, che ricorda terribilmente l’ayatollah Khomeini. Ma questo è il destino dei simboli, nel bene e nel male: assumono inevitabilmente vita propria.
Oggi l’Occidente e chi si identifica nei suoi (laici) valori universali, ha modo di farlo proprio, senza richiamarsi per forza ai contrapposti valori del Cristianesimo (e poi, quale? Cattolicesimo, protestantesimo, ortodossia? Papa Ratzinger non aiuta a sintetizzarli in un corpus comune…).
Dicevo: la risposta più coraggiosa e pacifica. Aggiungerei coerente.
Poiché tutto il resto affonda nelle paludi dell’ambiguità. Come le strategie che hanno imposto agli Stati Uniti di combattere Al Qaeda facendo affidamento su uno «Stato fallito» come il Pakistan, culla e mentore dei talebani (poi combattuti dagli americani in Afghanistan), governato da un dittatore militare che, come il suo predecessore Zia Ul-Haq, aveva consolidato il potere rafforzando quello degli integralisti islamici, oggi cacciati a forza dalla Moschea rossa (ma non dal Kashmir conteso all’India).
Ecco perché far nostro il sorriso istrionico di Salman Rushdie, in barba ai fanatismi suicidi.
Da: AZIONE Settimanale di Migros Ticino nr. 29 / 2007
http://npo.tio.ch/ee/azione/default.php?pSetup=Azione
-------------------------------
Bah!, vedo la concretezza di un esempio sull'efficacia di una istituzione, la Corona, che non dovendo niente ai suoi ministri e politicanti, smentisce clamorosamente i "repubblicani ad ogni costo" che sostengono essere irrilevante, per la democrazia, il vivere in una republicha o in una Monarchia.
Certo, non mi aspetto che una istituzione o l'altra mi paghi l'affitto o la cena, chè a tal fine non cambierebbe niente l'aver un re o un presidente, ma mi sento espresso, in tutta la mia dignità di uomo e di cittadino, quando il mio "rappresentante" si esprime secondo ciò che sente, secondo ciò che sentiamo, e non per opportunismo riconoscente o, ancor peggio, opportunismo che fa soggiacere la sua "suprema dignità"al ricatto e all'imposizione.




al ricatto e all'imposizione.
Rispondi Citando

