L'embrione, la persona, la fede
di Paolo Ricca
Tratto da Riforma del 20 maggio 2005
Nessun passo della Scrittura (che io conosca) consente di rispondere alla domanda: Quand'è che l'embrione diventa persona? Non lo sa la scienza, che pure sa tante cose e ci aiuta a spiegare e capire diversi enigmi; ma non ci aiuta a spiegare questo. Non lo sa neppure il diritto, che però fa una scelta e dice: L'essere umano diventa persona con la nascita. Questa posizione la facciamo volentieri nostra, pur vedendone chiaramente tutti i limiti: le obiezioni che si possono muoverle sono tante, ma tra le varie opzioni possibili, questa sembra essere la più sensata e, in fin dei conti, la più umana. Certo di più di quella che dice: L'embrione è persona, un'equazione che mi sembra francamente improponibile, non solo sul piano della razionalità scientifica e filosofica, ma anche come affermazione della fede cristiana. Ma allora, che cosa dice questa fede? Come riesce a districarsi in questa complicata materia? Con molta umiltà data l'oggettiva difficoltà di un tema così controverso, e senza pretendere né di esaurire l'argomento e neppure di rappresentare, come mi chiede Fabbri, «la posizione protestante» (non ce n'è una sola!), credo che la fede cristiana possa dire, al riguardo, alcune cose.
1) La prima è che crediamo in Dio nostro creatore. Lo dice stupendamente il Salmo 139: «Sei tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre (...) I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo, e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che m'erano destinati, quando nessuno d'essi era sorto ancora. Oh, quanto mi sono preziosi i tuoi pensieri, o Dio!» (vv. 13, 16-17). Lutero gli fa eco nella sua spiegazione del Credo, sottolineando proprio, nel Piccolo Catechismo, l'aspetto personale della fede nel Dio creatore. Credere nel Dio creatore significa, per Lutero, credere «che Dio mi ha creato assieme a tutte le creature, che mi ha dato e ancora conserva corpo e anima, occhi, orecchi e tutte le membra, ragione e tutti i sensi, inoltre mi ha dato vestiti e scarpe, mangiare e bere, casa, moglie, figlio, campo, bestiame e tutti i beni (...) e tutto questo senza merito né dignità alcuna da parte mia ma per pura, paterna, divina bontà e misericordia. Per tutto questo devo ringraziarlo e lodarlo, servirlo e ubbidirgli. Certa è questa parola».
2) Credere nel Dio creatore significa dunque (il commento di Lutero lo mette chiaramente in luce) ricevere la vita come dono, come invenzione e creazione di Dio e non nostra, come «opera delle sue mani». Come le mani di un'esperta tessitrice compongono la trama di un tessuto e lo creano, così le mani di Dio tessono la trama della nostra vita già nel grembo di nostra madre, e poi nel più grande grembo del mondo. Proprio perché la fede crede in questa miracolosa «tessitura» del nostro corpo nel corpo materno, essa è fondamentalmente contraria all'aborto, pur essendo favorevole alla legge che lo legalizza (per combattere la piaga dell'aborto clandestino), pur considerando moralmente lecito l'aborto terapeutico, e pur affermando senza mezzi termini che l'ultima parola, quella decisiva, in materia di aborto, ce l'ha la donna.
3) Credere nel Dio creatore significa credere che egli è il creatore del corpo e dell'anima. Questo è illustrato molto bene nel racconto della Genesi: dopo aver modellato il corpo umano «dalla polvere della terra» come lo scultore modella una statua, Dio «gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente» (Genesi 2/7). Qui é chiarissimo che l'uomo è un'unità profonda di anima e corpo che, certo, devono essere distinti ma non separati, come è purtroppo accaduto nella teologia cristiana quando ha in parte abbandonato il terreno biblico e ha subito l'influenza determinante della filosofia greca. Nella Bibbia l'uomo non «ha» un corpo, «è» un corpo; non «ha» un'anima, «è» un'anima. Non è metà corpo e metà anima ma integralmente corpo e integralmente anima. L'uomo, potremmo dire, è un corpo animato, oppure, se si preferisce, un'anima corporea. Ma come il corpo non vive senz'anima, così l'anima non esiste senza corpo. Francamente non credo che l'anima «entri» o «esca» dal corpo, come se il corpo fosse il nido e l'anima la rondine che ne fa per un tempo la sua dimora, e poi lo abbandona, al momento di migrare. Secondo me (e non pretendo, ovviamente, di rappresentare tutto il pensiero protestante) l'anima non «entra» nel corpo a un certo punto del suo sviluppo, ma si forma lentamente con esso e in esso, cresce progressivamente nella creatura umana anzitutto come coscienza di sé, poi come coscienza di sé in rapporto agli altri e al mondo e infine, là dove interviene la fede, come coscienza di sé in rapporto a Dio. L'anima è il centro dell'autocoscienza e delle relazioni dell'io, è ciò che caratterizza l'uomo come essere personale e relazionale. L'uomo è persona, l'uomo è relazione. Grande è il mistero della persona umana ed è, credo, impossibile individuare con certezza ciò che fa di un essere umano una persona. Possiamo tutt'al più avvicinarci a questo «pruno ardente», analogo a quello davanti al quale Mosè si dovette fermare, e togliersi i calzari; il pruno ardente dal quale una voce diceva: «Io sono». Era la voce di Dio (Esodo 3/14). Anche l'uomo, ogni uomo, può dire e dice: «Io sono», e così si afferma come persona. Ma nell'io dell'altro pruno ardente umano non possiamo entrare, dobbiamo fermarci prima. Ecco perché la persona resta un mistero (anche rispetto alla persona che noi stessi siamo: siamo, in fondo, un mistero a noi stessi!), possiamo tentare di circoscriverlo, non riusciamo a svelarlo. Nel tentativo di circoscriverlo possiamo dire due cose: la prima è che c'è persona dove c'è o c'è stata coscienza di sé; la seconda è che c'è persona dove c'è o c'è stata capacità di relazioni (e l'embrione, credo, non ha ne l'una ne l'altra).
4) In virtù delle considerazioni sin qui fatte possiamo concludere dicendo che per la fede cristiana evangelica (ma anche per quella cattolica classica: Tommaso d'Aquino docet!), l'embrione non è persona. Dire che lo è, come sostiene la teologia cattolica odierna, è una forzatura logica e teologica che né la Scrittura, né la ragione, né la tradizione cristiana prevalente né, soprattutto, la fede comandano. Se si vuole «difendere l'embrione», non c'è alcun bisogno di ricorrere a questi mezzi. Neppure qui il fine (buono) giustifica il mezzo (non buono). Naturalmente, dire che l'embrione non è persona non significa dire che è una cosa: non è una cosa, è una promessa. Né significa misconoscere o addirittura negare quella sorta di «diritto all'esistenza» implicito in ogni processo vitale avviato. Questo diritto, credo, va riconosciuto, affermato e rispettato, senza bisogno di sostenere che l'embrione è persona. Ciascuno di noi sa bene che se questo diritto non fosse stato rispettato quando noi eravamo embrioni (lo siamo stati tutti noi che viviamo), semplicemente non esisteremmo. Come ci ha insegnato, tra gli altri, Albert Schweitzer, la fede nel Dio creatore produce, fra le altre cose, il «rispetto per la vita». Così è abitualmente tradotta l'espressione tedesca assai più pregnante adoperata da Schweitzer: Ehrfurcht vor dem Leben, cioè, letteralmente «timore reverenziale (o riverente) davanti alla vita». Se ci fosse, nel nostro mondo ci sarebbe meno morte




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