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Discussione: Sul barone von Ungern

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    Predefinito Sul barone von Ungern

    Secolo d’Italia
    9 giugno 2007-08-27

    Luigi De Anna

    Vecchi fusti. Il titolo di una fortunata rubrica che appariva alcuni decenni fa sul Borghese, la rivista di cui la Destra non sentirà mai abbastanza la mancanza, mi torna in mente ogni volta che incontro il nome di Mario Appelius. Tra le due guerre si affermò una generazione di straordinari inviati speciali, poi diventati giornalisti al fronte; oltre a Indro Montanelli, l'ultimo arrivato in ordine cronologico, infatti si affermò con la guerra di Finlandia del novembre 1939-marzo 1940, abbiamo Luigi Barzini, Virgilio Lilli, Dino Buzzati, Curzio Malaparte (ma sono solo i primi che mi tornano in mente) e Mario Appelius. Appelius (1892-1946) è forse quello che nel dopoguerra è restato più in ombra, certamente per motivi politici, infatti non fece in tempo, o non volle, riciclarsi dopo la guerra. Soffrì anche dell'ostilità di alcuni colleghi, a cominciare da Montanelli che non lo poteva soffrire. Eppure Appelius, corrispondente del Popolo d'Italia, e noto come "la voce radiofonica del regime" durante il conflitto, è stato uno degli osservatori più acuti di un mondo che tra gi anni venti e trenta era ancora, in molte sue parti, misterioso ed affascinante. Ho appena terminato di leggere un suo libretto, anzi una libretta, come curiosamente recita l'editore, dedicato ad uno dei personaggi più incredibili del Novecento (M. Appelius, La cosacca del barone von Ungern, Le librette di controra, Salerno 2006, 10 euro). Si tratta del barone Roman Fiodorovic von Ungern Sternberg, conosciuto anche come "l'imperatore della Mongolia". Elogiato da Oswald Spengler nel 1924, è diventato famoso grazie al libro di Ferdinand Ossendowski, Bestie, uomini e dèi, pure del 1924, e da noi perché Hugo Pratt gli dedicò uno dei suoi album più riusciti della serie di Corto Maltese. Già noto a René Guénon e Julius Evola, il barone ha avuto più recentemente un revival nell'ambito della cultura politica "eurasiatica", quella cioè che guarda all'unione dell'Europa con la grande Russia. Von Ungern Sternberg fu effettivamente un europeo. Nato in Estonia nel 1886 da una famiglia della nobiltà feudale tedesca, morirà nella odierna Novosibirsk nel 1921. L'origine della famiglia è ungherese, attestata in un documento del 1232. Forse quella sua incomprensibile crudeltà, unita ad una altrettanto incomprensibile generosità che caratterizzano questo personaggio, hanno le loro radici proprio nell'origine unna ed ungara di questi nobili della steppa euroasiatica. Il barone, dopo aver studiato al ginnasio di Tallinn in Estonia, entrò nella scuola dei cadetti di San Pietroburgo. Nel 1909 fu distaccato presso un reggimento cosacco nella Transbaikalia, da dove passò in Mongolia. Qui approfondì le sue conoscenze nel campo della religione buddista ed entrò in contatto col Buddha vivente di Urga, Qutuqtu, che nel 1911 gli affida un incarico nella cavalleria mongola. Nel 1912 viaggia in Europa. Quando scoppia la grande guerra, da Parigi rientra in Russia; combatterà in Galizia e in Volinia. Ferito quattro volte, viene decorato delle massime onorificenze al valore zariste. Scoppiata la rivoluzione d'ottobre è ovviamente dalla parte dei Bianchi, per i quali organizza una divisione di cavalleria asiatica, vero crogiolo di stirpi e popoli della steppa, che opererà fino al 1918 tra Siberia orientale e Manciuria. Nel 1921 conquista Urga, liberandola dal soviet locale e dai cinesi. Il Buddha vivente lo nomina"Primo Signore della Mongolia". La leggenda di Ungern Khan si diffonde con la rapidità del vento dalla Mongolia alla Siberia. Il barone, oramai diventato imperatore, intende istaurare una monarchia lamaista e unificare i popoli della Grande Mongolia per poi piombare sulla Russia, novella Orda d'Oro. Per ottenere questo scopo si abbandona ad una efferata crudeltà nei confronti dei nemici, ma anche dei propri stessi soldati. In realtà non mira solo a distruggere il comunismo, ma a creare un ordine teocratico e tradizionale. Nel 1921 inizia la sua folle avventura. Il 21 agosto viene tradito e consegnato ai bolscevichi, che lo processano e fucilano.

    Mario Appelius racconta di lui nel 1940, in un ritratto pubblicato insieme ad altri. Si trova nella Manciuria sotto controllo giapponese, sorvegliato dalla polizia del Sol Levante. Liberatosi della occhiuta presenza, si rifugia in un bagno pubblico, dove il tenutario gli offre la compagnia di una russa siberiana. La donna, la cui straordinaria bellezza ancora si intravedeva sotto i segni del tempo e delle sventure vissute, gli racconta di aver conosciuto il barone von Ungern Sternberg. Il giornalista italiano, più interessato alla incredibile vicenda che alla stanca carne della "principessa cosacca", riporta quanto da lei narratogli. Appelius si rivela magistrale tessitore di una vicenda che sta tra la storia e la leggenda. In poche pagine riesce a tracciare un ritratto completo e disincantato, seppur affascinante, di Roman Fiodorovic. Dal deserto dei Tartari balena nuovamente la spada del suo imperatore.
    ----------------------------------

    M. Appelius, La cosacca del barone von Ungern, Edizioni di Ar, 2006, 10 euro

    www.edizionidiar.com

    Saluti

  2. #2
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    Citazione Originariamente Scritto da margini Visualizza Messaggio
    Secolo d’Italia
    9 giugno 2007-08-27

    Luigi De Anna

    Vecchi fusti. Il titolo di una fortunata rubrica che appariva alcuni decenni fa sul Borghese, la rivista di cui la Destra non sentirà mai abbastanza la mancanza, mi torna in mente ogni volta che incontro il nome di Mario Appelius. Tra le due guerre si affermò una generazione di straordinari inviati speciali, poi diventati giornalisti al fronte; oltre a Indro Montanelli, l'ultimo arrivato in ordine cronologico, infatti si affermò con la guerra di Finlandia del novembre 1939-marzo 1940, abbiamo Luigi Barzini, Virgilio Lilli, Dino Buzzati, Curzio Malaparte (ma sono solo i primi che mi tornano in mente) e Mario Appelius. Appelius (1892-1946) è forse quello che nel dopoguerra è restato più in ombra, certamente per motivi politici, infatti non fece in tempo, o non volle, riciclarsi dopo la guerra. Soffrì anche dell'ostilità di alcuni colleghi, a cominciare da Montanelli che non lo poteva soffrire. Eppure Appelius, corrispondente del Popolo d'Italia, e noto come "la voce radiofonica del regime" durante il conflitto, è stato uno degli osservatori più acuti di un mondo che tra gi anni venti e trenta era ancora, in molte sue parti, misterioso ed affascinante. Ho appena terminato di leggere un suo libretto, anzi una libretta, come curiosamente recita l'editore, dedicato ad uno dei personaggi più incredibili del Novecento (M. Appelius, La cosacca del barone von Ungern, Le librette di controra, Salerno 2006, 10 euro). Si tratta del barone Roman Fiodorovic von Ungern Sternberg, conosciuto anche come "l'imperatore della Mongolia". Elogiato da Oswald Spengler nel 1924, è diventato famoso grazie al libro di Ferdinand Ossendowski, Bestie, uomini e dèi, pure del 1924, e da noi perché Hugo Pratt gli dedicò uno dei suoi album più riusciti della serie di Corto Maltese. Già noto a René Guénon e Julius Evola, il barone ha avuto più recentemente un revival nell'ambito della cultura politica "eurasiatica", quella cioè che guarda all'unione dell'Europa con la grande Russia. Von Ungern Sternberg fu effettivamente un europeo. Nato in Estonia nel 1886 da una famiglia della nobiltà feudale tedesca, morirà nella odierna Novosibirsk nel 1921. L'origine della famiglia è ungherese, attestata in un documento del 1232. Forse quella sua incomprensibile crudeltà, unita ad una altrettanto incomprensibile generosità che caratterizzano questo personaggio, hanno le loro radici proprio nell'origine unna ed ungara di questi nobili della steppa euroasiatica. Il barone, dopo aver studiato al ginnasio di Tallinn in Estonia, entrò nella scuola dei cadetti di San Pietroburgo. Nel 1909 fu distaccato presso un reggimento cosacco nella Transbaikalia, da dove passò in Mongolia. Qui approfondì le sue conoscenze nel campo della religione buddista ed entrò in contatto col Buddha vivente di Urga, Qutuqtu, che nel 1911 gli affida un incarico nella cavalleria mongola. Nel 1912 viaggia in Europa. Quando scoppia la grande guerra, da Parigi rientra in Russia; combatterà in Galizia e in Volinia. Ferito quattro volte, viene decorato delle massime onorificenze al valore zariste. Scoppiata la rivoluzione d'ottobre è ovviamente dalla parte dei Bianchi, per i quali organizza una divisione di cavalleria asiatica, vero crogiolo di stirpi e popoli della steppa, che opererà fino al 1918 tra Siberia orientale e Manciuria. Nel 1921 conquista Urga, liberandola dal soviet locale e dai cinesi. Il Buddha vivente lo nomina"Primo Signore della Mongolia". La leggenda di Ungern Khan si diffonde con la rapidità del vento dalla Mongolia alla Siberia. Il barone, oramai diventato imperatore, intende istaurare una monarchia lamaista e unificare i popoli della Grande Mongolia per poi piombare sulla Russia, novella Orda d'Oro. Per ottenere questo scopo si abbandona ad una efferata crudeltà nei confronti dei nemici, ma anche dei propri stessi soldati. In realtà non mira solo a distruggere il comunismo, ma a creare un ordine teocratico e tradizionale. Nel 1921 inizia la sua folle avventura. Il 21 agosto viene tradito e consegnato ai bolscevichi, che lo processano e fucilano.

    Mario Appelius racconta di lui nel 1940, in un ritratto pubblicato insieme ad altri. Si trova nella Manciuria sotto controllo giapponese, sorvegliato dalla polizia del Sol Levante. Liberatosi della occhiuta presenza, si rifugia in un bagno pubblico, dove il tenutario gli offre la compagnia di una russa siberiana. La donna, la cui straordinaria bellezza ancora si intravedeva sotto i segni del tempo e delle sventure vissute, gli racconta di aver conosciuto il barone von Ungern Sternberg. Il giornalista italiano, più interessato alla incredibile vicenda che alla stanca carne della "principessa cosacca", riporta quanto da lei narratogli. Appelius si rivela magistrale tessitore di una vicenda che sta tra la storia e la leggenda. In poche pagine riesce a tracciare un ritratto completo e disincantato, seppur affascinante, di Roman Fiodorovic. Dal deserto dei Tartari balena nuovamente la spada del suo imperatore.
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    M. Appelius, La cosacca del barone von Ungern, Edizioni di Ar, 2006, 10 euro

    www.edizionidiar.com

    Saluti
    All'ultimo Signore degli Arii .

    LA CANZONE DI ATAMAN

    Si inoltran cento Cosacchi in un bel bosco fiorito
    E portano sulle spalle, un compagno ferito.
    Le nubi danzano in cielo, la nebbia vien dal mar
    Raccontaci a che pensi, raccontaci Ataman.

    Questa barella guardate, non è fatta per i vili
    Per largo è fatta di spade, per lungo di fucili.
    Le nubi danzano in cielo, la nebbia vien dal mar
    Raccontaci a che pensi, raccontaci Ataman.

    Su questa bandiera guardate, c'è il sangue di un uomo ferito,
    nell'ultima sua battaglia è il sangue di un bandito.
    Le nubi danzano in cielo, la nebbia vien dal mar
    Raccontaci a che pensi, raccontaci Ataman.

    Un giorno ritorneremo in questo bosco tra i fiori,
    addio compagno nostro che a sol vent'anni muori.
    Il sole è alto nel cielo e arriva il vento dal Mar
    Il bosco ci narra le leggende è il bosco di Ataman

  3. #3
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    Ungern Khan, l'eurasiatista a cavallo:

    http://www.claudiomutti.com/index.ph...g=1&id_news=51

 

 

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