Nelle diverse tradizioni vigono regole precise oltre che sulle parole esatte da pronunciare durante le orazioni rituali (usiamo questa formula volutamente generica) anche sulla modalità di pronunzia delle medesime.
Vale a dire che, la medesima orazione, non è indifferente come venga detta: anzi alcune di esse devono essere dette in un particolare modo. Le modalità principali in cui possono essere dette le orazioni sono due: piena voce e silenziosa (che a sua volta può dividersi in pronuncia a mezza voce e recitazione puramente interiore).
Nella tradizione cristiana, ad esempio, vediamo che vigono regole precise per la recitazione della "liturgia delle ore": i salmi si debbono pronunciare in un modo, le orazioni iniziali e conclusive in un altro, le invocazioni di apertura hanno la loro modalità, ed anche quelle di chiusura; e queste regole possono cambiare a seconda che l'ufficio divino sia celebrato nelle ore diurne od in quelle notturne. Così nel sacrificio cristiano della Messa vigono regole analoghe (basti pensare alle cosiddette orationes secretae).
Nel filone esicastico ed in quello dei padri del deserto le diverse modalità sono legate a diverse tappe del cammino di perfezionamento e sono identificate dalle espressioni: pregare con la bocca/lingua, pregare con la mente, pregare con il cuore. Le tre modalità di recitazione rituale parrebbero legate ai "tre mondi", e quindi a modalità diverse di manifestazione. Anche nella tradizione islamica vi sono regole che stabiliscono il modo di recitazione delle sure durante le salat, modo che varia a seconda che le salat siano diurne o notturne; le norme rituali prevedono inoltre variazioni nel caso di eclissi.
La spiegazione di questa differenza viene illustrata dalla dottrina vedica. Nel Taittiriya Samhita (VII,3, 1,4) a proposito di un rito si commenta che: "Per mezzo di tutto ciò che si fa con le formule Yajus, si costituisce (samskaroti, "si integra") questo aspetto di Prajapati che è manifestato e finito, e per mezzo di tutto ciò che si fa silenziosamente (tushnim) si costituisce il suo aspetto non manifestato e infinito". Analogamente si parla di una distinzione fra l'adorazione in modo sottile (sukshma) e quella in modo grossolano (sthula). Nel rito in questione la duplice azione (legata alla preparazione di tre vasi Mahavira) serve alla ricostituzione di Prajapati nella sua totalità, e quindi alla sua reintegrazione. Il senso autentico del rito sacrificale è infatti il suo essere un atto di reintegrazione e di espiazione, una riparazione dell'atto di disintegrazione con cui il mondo ha avuto inizio. Si legge infatti nel Shatapatha Brahmana (XIV,1,2,26;3,1,36 et passim): "l'osservazione della regola è per il rituale come fu per la creazione". Così nella Messa cristiana rivive il sacrificio di redenzione del Verbo incarnato, redenzione che è il coronamento, il perfezionamento, il portare a compimento la creazione operata dallo stesso Verbo; creazione da considerarsi essenzialmente eterna ed atemporale ( In Principio erat Verbum / In Principio creavit Deus). Si legge inoltre nello Zohar (Vayehi, II, 374): "L'impulso del sacrificio mantiene i mondi" ed è grazie all'impulso del fumo in basso che "la lampada (cioè il Sole) è illuminata in Alto". Sulla base di quanto sopra si può pertanto affermare che il sacrificio rituale ha "effetti" che trascendono le limitazioni di tempo e di spazio, e anche quelle di tutte le modalità di esistenza, radicandosi, nella sua origine come nel suo fine, nel Non-manifestato.




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