
Originariamente Scritto da
polemiko
....nel genocidio avvenuto in Rwanda, ognuno ha avuto le sue responsabilità compresi i preti cattolici rwandesi...
Quei preti assassini
Un milione di morti. Sono le vittime del genocidio rwandese nel quale la Chiesa di Roma ha gravi responsabilità, avendo fomentato per anni l'odio razziale fra Hutu e Tutsi benché il papa fosse stato più volte avvertito del pericolo che incombeva sulla regione. Un genocidio del quale fra 4 giorni ricorre il tredicesimo anniversario. Molti preti hanno partecipato attivamente al massacro dei Tutsi convinti di combattere il diavolo, di solito attirando i fedeli nelle chiese perché le squadre della morte, gli Interhamwe, potessero bruciarli vivi, mitragliarli o affettarli con i machete. Credete che il Vaticano si sia dato da fare per collaborare con la giustizia? Credete che abbia denunciato i preti assassini? Nemmeno per sogno. Come nel caso dei preti pedofili, la Chiesa reagisce con un’omertà di tipo mafioso manifestando una totale indifferenza per la giustizia, un’immoralità profonda, un egoismo supremo, un totale disprezzo per le vittime.
Nel luglio del 1994, quando le truppe del Front Patriotique Rwandais entrano a Kigali mettendo fine ai massacri, la chiesa cattolica comincia a organizzare una vasta rete per permettere ai suoi membri assassini di sfuggire alla giustizia internazionale. La questione diventerà pubblica solamente nell’aprile del 2001, quando l’Europa stupefatta vede in tutti i telegiornali i volti di due suore rwandesi accusate di partecipazione al genocidio in un tribunale belga. Nell’aprile del 1994 suor Gertrude (Consolata Mukangango) e suor Kisito (Julienne Mukabutera) rispettivamente Madre Superiora e Intendente, hanno consegnato alle milizie Interhamwe, le squadre della morte, da 5000 a 7000 Tutsi che si erano rifugiati nel loro convento di Suvu e incendiato personalmente con bidoni di benzina un hangar contenente 500 rifugiati. Credete che la chiesa le abbia consegnate alla giustizia? Nemmeno per sogno, le ospita in segreto in un convento belga. Le due religiose sono sfuggite alla giustizia grazie a un circuito organizzato dai conventi e dai missionari. Hanno approfittato dei camion dell’operazione militare francese Turquoise nel luglio 1994, lanciata per proteggere gli assassini e coprire le responsabilità della Francia, per rifugiarsi in Zaire dove sono state accolte da religiose spagnole. In seguito sono state imbarcate su un aereo che, dopo una tappa in Francia, le ha condotte in Belgio. E il pubblico scopre che il caso delle due suore non è isolato. Grazie all’aiuto della chiesa cattolica, molti religiosi accusati di genocido se la spassano in Europa invece di trovarsi sul banco degli imputati nel tribunale internazionale di Arusha, in Tanzania, e in quello rwandese di Kigali, dove vengono processati gli assassini. Per esempio Emmanuel Rukundo, che ha denunciato centinaia Tutsi all'esercito durante i massacri, fornendo liste di nomi e aiutando i soldati nelle ricerche, officia la messa nell’idillica parrocchia di Granges-Canal a Ginevra, in Svizzera. E Martin Kabalira, che ha collaborato ai massacri nella città di Butare, officia nella parrocchia di Saint-Béa vicino a Luchon, in Francia.
Un altro assassino se la spassa a Firenze, nella parrocchia di San Martino. Athanase Seromba è accusato di avere attirato 2000 Tutsi nella chiesa cattolica di Nyange, in Rwanda, e poi chiamato le squadre della morte perché li schiacciassero con i bulldozer. Per due anni gli va tutto benissimo, ma 1 milione di morti pesa sulla coscienza dell’umanità. Così African Rights, un’organizzazione simile a quelle israeliane che davano la caccia ai criiminali nazisti, arriva nel quartiere di Montughi a Firenze, dove si trova la parrocchia San Martino. Scatta foto, prende informazioni e riconosce Athanase Seromba. La notizia è una bomba, però in Italia non esplode perché il Vaticano e il governo cercano di soffocarla. Purtroppo per loro il quotidiano britannico
Sunday Times pubblica un articolo sul prete assassino e il caso fa il giro del mondo. Nel 2001 il procuratore del Tribunale Internazionale, la svizzera Carla del Ponte cerca di arrestare Seromba, ma l’Italia rifiuta la sua cooperazione dicendo che la legge non la permette. Non contento di fare leggi per proteggere i ladri, come sostiene l’opposizione, il governo berlusconiano rifiuta di consegnare un assassino alla giustizia. Sotto la pressione internazionale, il Vaticano capisce che per salvarsi deve mollarlo e negozia la sua consegna alle autorità rwandesi purché venga trattato bene e sistemato in una cella singola. Seromba sarà processato, giudicato colpevole e condannato a 15 anni.
Se un giornalista sbaglia, il direttore paga. Se un impiegato sbaglia, l’azienda paga. Se un prete sbaglia, perché il papa non paga? Perché devono pagare soltanto i subordinati e non i vertici, ispiratori del massacro e colpevoli di complicità con gli assassini? Certo, Wojtyla ha chiesto scusa. Ma che valore hanno queste scuse? E’ come se Hitler, dopo avere massacrato 5 milioni di ebrei, dicesse “scusate, mi è scappato, non lo farò più” e il giudice “d’accordo, per questa volta passi, ma se tocchi ancora un ebreo resterai senza caramelle per una settimana”. Eh, no, caro, hai sbagliato e devi pagare. Invece non soltanto Giovanni Paolo II non ha pagato, ma vogliono addirittura proclamarlo santo. Come dire che vogliono blindare la sua memoria, metterlo al di sopra di ogni sospetto e sottrarlo alla giustizia umana. Un insulto alla memoria delle vittime. Come dice Bertrand Russell, la Chiesa è sempre pronta a rinnegare Dio per salvare se stessa.
http://dragor.blog.lastampa.it/journ...reti_assa.html
Il sacerdote Seromba condannato a 15 anni di carcere (Joshua Massarenti, Vita, 13/12/06)
Il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda ha condannato a quindici anni di carcere un sacerdote cattolico per coinvolgimento nei massacri dei civili di etnia tutsi e degli hutu di tendenze moderate, che sconvolsero il paese africano durante il genocidio del 1994. Padre Athanase Seromba è stato quindi riconosciuto colpevole di "genocidio e sterminio", due dei quattro capi d'imputazione a suo carico. Il verdetto contro il religioso, il primo a essere processato dal Tpir per l'eccidio rwandese, e' stato letto in aula da Andrefia Vaz, presidente del collegio dei tre giudici che hanno pronunciato la sentenza. Le accuse contro Seromba si rifanno al massacro della chiesa di Nyange (provincia di Kibuye, ovest del paese), uno degli episodi più efferati del genocidio: nella prima metà di aprile, 2mila persone furono sepolte vive sotto le macerie dell'edificio, demolito con le bombe a mano e le ruspe. Secondo l'atto d'accusa del Tpir, "Padre Seromba, si sarebbe messo d'accordo con diverse autorità locali, per la preparazione e l'esecuzione di un piano di sterminio contro la popolazione tutsi" locale. All'indomani dell'eccidio, padre Anathase Seromba, riuscì a fuggire e si rifugiò clandestinamente in Italia nel 1997 grazie alla complicità di alcune personalità del Vaticano, cercando di farsi dimenticare. Sotto il falso nome Padre Atanasio Sumba Bura", Seromba fu accolto dall'arcidiocesi di Firenze, dove svolse le sue funzioni sacerdotali , prima nella Parrocchia dell'Immacolata e di San Martino a Montughi, poi in quella di San Mauro a Signa. Nel 2001, l'ex procuratore del Tpir Carla del Ponte spiccò un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti, ma l'Italia si oppose. Poi la svolta nel febbraio 2002 con l'arresto del prete rwandese e il suo trasferimento ad Arusha. (Joshua Massarenti, Vita, 13/12/06)
Processo ex-cappellano accusato di genocidio (Peacereporter, 16/11/06)
Prosegue il processo dell'ex-cappellano militare Emmanuel Rukundo aperto ieri davanti ai giudici del Tribunale penale internazionale a Arusha, in Tanzania. Il sacerdote è accusato di genocidio, omicidio e sterminio per il suo ruolo durante i massacri di massa del 1994 in Ruanda che provocarono tra mezzo milione e 800.000 vittime. Secondo il tribunale, il sacerdote avrebbe svolto un ruolo decisivo nel rapimento e nel massacro di Tutsi nella regione di Kabgayi di cui è originario e avrebbe avuto anche responsabilità nell'uccisione di numerosi religiosi. (Peacereporter, 16/11/06)
Suora condannata a 30 anni per genocidio (Peacereporter, 10/11/06)
Una corte Gacaca locale in Ruanda ha condannato una suora cattolica a 30 anni di prigione per aver aiutato le milizie a uccidere centinaia di Tutsi nascosti in un ospedale durante il genocidio ruandese del 1994. Le corti Gacaca sono dei tribunali locali la cui origine risale alla tradizione precoloniale. A differenza della giustizia ordinaria, i tribunali Gacaca non possono comminare la sentenza di morte ma solo, come massimo della pena, il carcere. Questa tipologia di corti è stata scelta, in Ruanda, per facilitare lo smaltimento dei casi di genocidio arretrati. Secondo quanto dichiarato da Jean Baptiste Ndahumba, presidente della corte Gacaca che ha condannato la suora, la donna avrebbe selezionato i Tutsi e li avrebbe condotti fuori dall'ospedale per consentire alle milizie di ucciderli. Dalla suora non sarebbero stati risparmiati donne e bambini. (Peacereporter, 10/11/06)
Tribunale ONU : sacerdote a giudizio per genocidio (Carla Amato, Osservatorio sulla legalità, 25/06/07)
E' cominciato la scorsa settimana ad Arusha, in Tanzania, il processo ad un sacerdote nero accusato di genocidio, omicidio e sterminio contro il gruppo etnico dei Tutsi, davanti al tribunale penale internazionale delle Nazioni Unite per il Ruanda. Hormisdas Nsengimana, che fu anche rettore dell'università di Cristo Re, nella prefettura di Butare, ha quattro capi di imputazione: genocidio, cospirazione per commettere genocidio e crimini contro l'umanita' per omicidio e sterminio. Non si tratta del primo sacerdote arrestato dal Tribunale per il Ruanda con imputazioni di genocidio e crimini contro l'umanita'. Fra gli altri - europei o africani - il vescovo anglicano Samuel Musabyimana, il pastore avventista Elizaphan Ntakirutimana ed i preti cattolici Emmanuel Rukundo e Athanase Seromba. Alcuni di essi - come pure alcune suore - sono anche stati condannati. Nelle sue osservazioni preliminari, il procuratore capo, Sylvana Arbia, ha detto che portera' in aula oltre venti testimoni, compresi membri del clero, membri del gruppo etnico Hutu che erano impiegati dell'universita', vittime e superstiti degli attacchi, ex allievi dell'universita' ed esperti che avranno il compito di contestualizzare le attivita' di Nsengimana durante il genocidio del 1994. In particolare l'imputato e' presunto essere uno degli organizzatori del macello dei Tutsi a Nyanza, Butare, nel 1994 ed e' accusato di essere stato un leader dei "Draghi di Les" o "Squadroni della morte", nei quali avrebbe svolto un ruolo chiave nell'omicidio dei Tutsi nei pressi dell'università ed in altre parti della regione. Secondo il racconto di alcuni testimoni, egli avrebbe anche usato gli studenti per far rasare il sottobosco nei pressi dell'universita' per evitare che vi si potessero nascondere dei Tutsi e avrebbe fatto istituire una sorta di posti di blocco presso i quali diversi Tutsi furono individuati e arrestati. E' accusato anche di aver operato di concerto con i soldati della prefettura per commettere questi crimini e di aver collaborato all'uccisione dei preti Tutsi nella sua universita'. In un caso avrebbe pagato parecchia gente per sapere dove erano nascosti tre sacerdoti Tutsi fuggiti dall'universita' e di aver trasmesso le informazioni ai suoi co-perpetratori, che li hanno uccisi. In un caso avrebbe ucciso personalmente una delle vittime, un anziano prete. Secondo il suo difensore, l'imputato nega tutte le accuse, afferma di aver perso negli eventi del 1994 membri della sua famiglia ed amici ed e' convinto che questo processo dimostrera' la sua innocenza. Il 24 aprile, Nsengimana - che era stato arrestato in Cameroon a marzo 2002 - si e' dichiarato non colpevole delle tre accuse piu' gravi. (Carla Amato, Osservatorio sulla legalità,25/06/07)