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Discussione: la situazione

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    Predefinito la situazione

    La situazione. Regionali. Chi chiede il rispetto della legge attenta la democrazia, che si difenderebbe violandola. La stravagante logica della PdL

    di Valter Vecellio

    Come dice il detto, il bue dà del cornuto all’asino. Dopo il pasticcio che il PdL ha combinato a Roma, e la sua lista saltata perché non sono è stata presentata come la legge prescrive, gli esponenti della PdL si sono rivolti al presidente della Repubblica, e non si capisce che cosa il capo dello Stato possa mai fare, ammesso voglia fare qualcosa; contemporaneamente si sono scagliati contro i radicali. Come fosse colpa loro quello che è accaduto, e non di quegli sprovveduti cui hanno affidato la consegna della lista.



    Renata Polverini dice di aver creduto che i radicali difendessero la democrazia contro ogni burocrazia, e che non è legalità impedire a delle persone la possibilità di consegnare le proprie liste. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno sostiene che la Bonino per essere fedele alla lunga tradizione di battaglie democratiche portate avanti dai radicali dovrebbe esser la prima a chiedere l’ammissione della lista della PdL; per il ministro Giorgia Meloni, Bonino e i radicali meritano l’Oscar per l’opportunismo; Beatrice Lorenzin, portavoce della Polverini sostiene che i radicali fanno ricorso al più gretto burocratismo e fanno finta di non vedere gli atteggiamenti violenti che hanno impedito al PdL di depositare le liste, e questo perché si avrebbe paura di perdere, e si sarebbe stati contagiati dai comportamenti violenti dell’Italia dei Valori; Margherita Boniver insinua che questo sia un episodio di teppismo politico ai limiti dell’eversione; Fabrizio Cicchetto esclude che ci sia stata imperizia o problemi di organizzazione, ed è sorpreso dai radicali e da Emma Bonino; Denis Verdini parla di comportamento antidemocratico dei radicali; i rappresentanti del PdL assicura alla nona riga della dichiarazione rilasciata all’”Ansa”, erano, oltre ogni ragionevole dubbio, all’interno del tribunale; poi alla quattordicesima riga della stessa dichiarazione riconosce che si sono allontanati dalla stanza per pochi minuti…



    Ora a parte l’ovvia considerazione che è piuttosto stravagante che vengano impartite lezioni di democrazia e di legalità da parte di persone che fino a ieri hanno assistito indifferenti quando non compiaciuti e complici alle quotidiane violazioni della legge e della legalità che venivano consumate ai danni dei radicali e di tutti i cittadini, in queste e nelle passate elezioni; il fatto è che si assiste a un letterale ribaltamento della realtà: chi si batte per il rispetto della legge è accusato di attentare alla democrazia, che si difenderebbe facendo finta che la legge non ci sia; insomma, quello che ci dicono gli esponenti della PdL, è che la legge è uguale per tutti, ma come nella famosa fattoria di Orwell, c’è chi è più uguale di altri. Per il PdL, quando si tratta della PdL, la legge va interpretata, e piegata alle ragioni politiche.



    Fanno dei colossali pasticci quando si tratta di presentare le firme, non si assumono le loro responsabilità e scaricano la colpa dei loro errori su altri; e si candidano a governare la regione Lazio…



    La cifra di quello che sono è data da questo episodio che riguarda la giustizia, e come ad Enna viene amministrata. Enna è un caso particolare: è l’unica procura della Repubblica scoperta al 100 per cento. Il procuratore capo Calogero Ferretti deve fare tutto lui, dal presiedere le udienze all’occuparsi dei buoni benzina. Ha scritto più volte al ministero, esponendo la situazione. Gli hanno risposto: “L’amministrazione della giustizia è cosa difficile, quindi se il giudice Ferretti non se la sente è giunto il momento che si goda il meritato riposo andando in pensione”. Questa la situazione, questi i fatti.

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  2. #2
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    Predefinito Rif: la situazione

    La situazione. Regionali. Il piacere dell’onestà. La madre di Stefano Cucchi: datemi almeno il corpo di mio figlio.

    di Valter Vecellio

    Si può cominciare con Luigi Pirandello; una delle sue commedie più famose è “Il piacere dell’onestà”, forse qualcuno la ricorderà nella memorabile rappresentazione che ne diede Salvo Randone. Andata in scena per la prima volta ormai un secolo fa, nel 1917, ipotizza che una ragazza di buona famiglia che ha una relazione inconfessabile con un marchese, una volta rimasta incinta, non trova di meglio, per evitare lo scandalo, che sposarsi con un marito di comodo che salvi le apparenze. Il tipo si trova, è povero, fallito, non gode di alcun credito, e sembra dunque facilmente manovrabile. Solo che il tipo in questione coglie l’occasione per restaurare, assieme all’onore della ragazza, anche il suo, e recita fino in fondo la parte del marito integerrimo, l’onestà diventa in lui una virtù assoluta. E qui scatta il paradosso: che la sua rigorosa onestà ha messo tutti in una situazione insostenibile, e il marito di comodo finisce con il diventare ed essere l’unica vera figura umana degna di questo nome.



    “Il piacere dell’onestà”, dunque. Che non è il mero e vano agitare parole d’ordine inconcludenti, l’invettiva demagogica che lascia il tempo che trova. E’ piuttosto qualcosa che in questo paese sembra essere merce rara: chiedere, esigere, pretendere il rispetto della legge, della norma, che non sono una pelle di zigrino che si allunga o si accorcia a seconda della convenienza e del beneficiario.



    Ora, per esempio, si può comprendere dal punto di vista umano lo sconcerto di un candidato come quel tal Celori, che in Lazio aveva cominciato una sua dispendiosa campagna elettorale fin dal giugno scorso, e ora lui e chi lo aveva finanziato e puntava su di lui, si vede tutto pregiudicato perché la lista del PdL va a ramengo grazie alla dabbedagine di un paio di portatori di liste; ma anche questo è il “piacere dell’onestà”, cioè il rispetto delle regole, della legge. E questo vale per Milano, dove forse la troppo prolungata permanenza alla Regione ha fatto credere a Roberto Formigoni di poter fare quello che gli pare e piace, sempre. Ora si lamentano che i radicali, come quel marito di comodo, sono e irriducibilmente vogliono essere rigorosamente onesti; ma sono loro che hanno posto in essere meccanismi al di là del bene e del male per salvare l’apparenza e occultare una realtà fatta di quotidiane, sistematiche, pervicaci illegalità. A questo punto il meccanismo si è ritorto contro di loro. Sono loro la causa del loro male.



    Qualche riga per la vicenda di Stefano Cucchi, morto il 22 ottobre scorso nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini a causa di un pestaggio. A quattro mesi di distanza ancora non è stata fatta chiarezza sulla vicenda. La mamma di Stefano, Rita dice: “Mio figlio non è morto in un parco dove nessuno poteva vedere, ma fra le mura dello Stato. C’è qualcuno che sa. Dal momento in cui lo Stato se l’è preso, mio figlio non è stato più mio figlio. Aspetto ancora che mi restituiscano il corpo”. E la sorella di Stefano, Ilaria: “Siamo stanchi, ci trattano quasi come se fossimo noi gli indagati, ma andiamo avanti”.

    Questa la situazione, questi i fatti.

  3. #3
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    Predefinito Rif: la situazione

    La situazione. Lo spappolamento del regime. Dal delle liste in Lazio a quelle della Lombardia, dal caso Di Girolamo al caso Cosentino…

    di Valter Vecellio

    Parlare di spappolamento non è azzardato, non è esagerato. I casi di inquietante,palese illegalità sono diventati la norma: ci sono i casi delle liste del PdL in Lazio e in Lombardia: frutto e risultato di un incredibile impasto fatto di arroganza, imperizia, supponenza; c’è il non meno grave e inquietante caso campano, dove il candidato presidente del PdL alla regione viene turlupinato all’ultimo momento, con la presentazione di una lista non gradita; in secondo piano sono finite in questi giorni le vicende relative al G8 della Maddalena e de L’Aquila; ma l’ affaire Bertolaso c’è ancora tutto, né si può pensare che una raffica di interviste a giornali compiacenti e compiaciuti sia sufficiente a chiudere la storia. C’è la vicenda del colossale riciclaggio che vede coinvolti tra gli altri l’ex amministratore di Fastweb Silvio Scaglia, e gli sconcertanti intrecci tra politica e malavita: che il senatore Di Girolamo decada è probabilmente cosa giusta; ma certo la questione non si esaurisce con queste dimissioni, e lo sa bene chi fino ad oggi lo ha protetto e ha, con il suo comportamento, ritardato l’accertamento dei fatti. C’è un altro caso esemplare, quello del caso Cosentino: un uomo di governo su cui aleggiano gravissimi sospetti che non sono solo sospetti, voci che non sono solo voci. E’ una persona moderata come Beppe Pisanu, a sostenere, dal suo privilegiato osservatorio di presidente della commissione parlamentare antimafia, che il problema è che la politica sempre più ricopre un ruolo di mediazione tra economia criminale e realtà economica. E’ Pisanu ad esortare il ministero dell’Interno Maroni a non crogiolarsi sugli allori dei successi conseguiti, perché ben altro va fatto e c’è da fare…



    C’è insomma, una illegalità di massa e diffusa; e della gravità di questa situazione di illegalità, di come questa pesi e gravi sulla nostra vita quotidiana, sembrano ancora in pochi, ad essersene resi conto, e sono pochissimi, oltre ai radicali, a reagire. Anche dal PD giungono risposte inadeguate, lente, tardive. Sono le risposte di chi è in comprensibile imbarazzo, perché tutto quello che accade oggi non accade solo da oggi, era stato puntualmente segnalato, e non si è fatto nulla, perché, al pari di quei ladri di Pisa che di giorno litigano, ma la sera si spartiscono amichevolmente il bottino. In questo ci sono pesanti, gravi responsabilità politiche senza dubbio, da accertare e riconoscere. E accade così di vivere situazioni da paese di Alice: dove tutto è deformato e rovesciato. Accade che chi lotta perla legalità, difende il diritto ed esige il rispetto della legge sia indicato come violento, intollerante, fazioso; e chi invece la legge la viola cerca di spacciarsi come la vittima di un complotto, di una manovra, mentre è vittima solo della propria arroganza e della propria prepotenza. Pare che Berlusconi sia irritato, minacci fuoco e fiamme. Ha poco da minacciare: quello che accade è semplicemente un contrappasso, è figlio legittimo del suo modo di fare politica, di credere che mistificazione e belletti mediatici possano risolvere i gravi problemi che ci troviamo di fronte e in cui ci dibattiamo per la responsabilità del suo governo.



    Quello che il PdL chiede in queste ore è di sanare una loro irregolarità e una loro inadempienza, con irregolarità e violazioni di gran lunga più gravi. Sembrava esagerato ed eccessivo una decina di giorni fa, Marco Pannella quando diceva che si sta scivolando verso elezioni di sapore caucasico-putiniano; e avvertiva che era in corso una strage di legalità senza precedenti. In Italia lo Stato di diritto non esiste, ovunque le leggi sono violate con la complicità delle stesse istituzioni che dovrebbero vigilare per la sua applicazione.



    Come si ricorda spesso, dove c’ strage di legalità e di diritto, inevitabilmente c’è anche strage di corpi. Il corpo di Stefano Cucchi, per esempio: un caso che non bisogna dimenticare; ha ragione la famiglia Cucchi a insistere, perché vuole sapere la verità. “Mio fratello”, ricorda Ilaria Cucchi, “prima dell’arresto stava benissimo, sia moralmente che fisicamente. Faceva attività fisica tutti i giorni ed era in un momento di grande ripresa”. La morte di Stefano risale al 22 ottobre 2009. Che dopo quattro mesi e passa ancora non si sappia chi ha ucciso un ragazzo dentro un’istituzione dello Stato è cosa che dovrebbe far riflettere; anche questa è “peste italiana”.

    Questa la situazione, questi i fatti.

  4. #4
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    Predefinito Rif: la situazione

    La situazione. La sete di legalità, la difesa del diritto. I radicali, Pisanu, gli immigrati, la scuola Darwin di Torino…

    di Valter Vecellio

    Non sono solo Marco Pannella, Emma Bonino, i radicali, a chiedere e lottare per la legalità, il rispetto del diritto e della legge. Per inciso: bisognerebbe cominciare con l’avere rispetto del significato delle parole. Francesco Damato, su “Il Tempo” di ieri si diceva sorpreso da Emma Bonino, che continuerebbe a “smentire la sua bella e lunga storia di garantista e di libertaria”. Emma e i radicali non smentiscono un bel nulla, piuttosto confermano: perché essere garantisti significa volere che le leggi, la norma, siano rispettate, da parte di tutti, per tutti. Esattamente quello che Emma e i radicali hanno fatto, fanno e faranno. E soprattutto in queste ore: dove molti, a partire dal presidente del Consiglio, non osservano la legge, la violano; poi, quando vengono sorpresi con le dita sporche di marmellata, negano l’evidenza e per uscire dalla situazione in cui si sono ficcati, meditano ulteriori, più gravi violazioni: da un decreto legge per rinviare le elezioni a provvedimenti d’urgenza per a loro dire sanare la situazione che si è creata, e così “inventano” letteralmente interpretazioni delle norme a loro uso e consumo. Per loro vale il detto: la legge per gli avversari si applica, per gli amici si interpreta.



    Ma per tornare alla legalità. L’altro giorno il presidente della Commissione parlamentare antimafia Beppe Pisanu ha tracciato un quadro inquietante: le mafie gestiscono in Italia qualcosa come 120-140 miliardi di euro, e sono in grado di condizionare l’economia legale e la vita delle imprese per qualcosa che oscilla tra il 10-12 per cento del prodotto interno lordo. Mafie che dilagano in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte, Lazio. Le mafie si sono fatte politica, dice Pisanu. Questo significa che scelgono gli uomini e gli schieramenti che nelle amministrazioni locali e a livello nazionale sono in grado di garantire affari attraverso leggi, decreti, appalti, favori…e in cambio ne hanno voti. Testualmente: “Le mafie esprimono un vero e proprio progetto di governo del territorio e del Paese, che implica rapporti complessi con l’economia e la finanza. E la politica è uno degli attori che agevola il passaggio della criminalità alla legalità”. Diagnosi precisa, parole forti, denuncia pesantissima, chiamata a responsabilità evidente; e sarà per questo che le sue parole sono scivolate come inosservate.



    Legalità, rispetto del diritto. Quella che chiedono i reclusi e le recluse del Cie di via Corelli a Milano. Una mobilitazione hanno aderito tutte le sezioni: maschile, femminile e trans.



    "Siamo stanchi – fanno sapere - Viviamo come topi. La roba da mangiare fa schifo. Viviamo come carcerati ma non siamo detenuti. I tempi di detenzione sono extra lunghi perché sei mesi per identificare una persona sono troppi. Siamo vittime della Bossi-Fini. C’è gente che ha fatto una vita in Italia e che ha figli qua, gente che ha fatto la scuola qui e che è cresciuta qui. Non è giusto. Non siamo delinquenti. L’80 per cento di noi ha lavorato anni per la società italiana e si è fatta il culo. I veri criminali non ci sono qui".



    Nella rivendicazione, anche il racconto di un episodio tragico: "Una settimana fa uno di noi ha cercato di suicidarsi. Poi sono arrivati i poliziotti coi manganelli per picchiarci come criminali o animali. Siamo stanchi di questa vita…Sei mesi sono troppi per un’identificazione, qui è peggio della galera. La gente uscita dal carcere viene riportata qui altri sei mesi dopo che ha pagato la sua pena, non è giusto".



    Ancora una richiesta di legalità e rispetto del diritto viene da Rivoli, vicino,Torino, chissà che il ministro della Pubblica Istruzione Gelmini si attivi. Ieri si è svolta l’udienza preliminare per il crollo del 22 novembre 2008 al liceo “Darwin” che ha provocato la morte di uno studente, e una ventina sono rimasti feriti. E’ passato più di un anno, e siamo all’udienza preliminare. Gli studenti del “Darwin” denunciano che i lavori per terminare la messa in sicurezza dell’Istituto sono fermi; sono stati individuati i finanziamenti, ma non è ancora avvenuta la loro approvazione e non si ha alcuna sicurezza circa i tempi dell’inizio dei lavori. Intanto continuano a cadere tegole e le palestre del piano interrato continuano a restare inagibili. Ed è già passato più di un anno dal crollo. Questa la situazione, questi i fatti.

  5. #5
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    Predefinito Rif: la situazione

    La situazione. “Annozero”, “Ballarò”, i dati, le cifre di una pervicace esclusione

    di Valter Vecellio

    Una riflessione (e qualche considerazione) a partire da quanto Marco Pannella sottopone all’attenzione di tutti noi da qualche giorno con i suoi interventi da “Radio Radicale. Un qualcosa che si basa su dati e cifre inoppugnabili, che non temono smentita e rivelano una realtà che si preferisce ignorare.



    Partiamo da qui, dai dati: dalle elezioni europee del giugno 2009 al 23 febbraio 2010, sono andate in onda venti puntare di “Annozero” e ventun puntate di “Ballarò” che hanno visto la presenza di almeno un esponente politico. Il “pieno” l’ha fatto il PdL, con 49 presenze; segue il PD, con 32; l’Italia dei Valori con 12, la Lega con 10, l’UdC con quattro; due presenze i radicali e la Destra; una per Sinistra e Libertà. E vediamo ora le presenze nominative: nove quelle di Antonio Di Pietro; sette il leghista Roberto Castelli; sei il segretario del PD Pierluigi Bersani; poi il forzista di Comunione e Liberazione Maurizio Lupi e via via: Rosy Bindi, Nicolò Ghedini, Nicki Vendola, Luigi De Magistris, Roberto Cota, tanto per dirne di alcuni. Le presenze radicali sono due, Emma Bonino tutte e due le volte. Marco Pannella mai, mentre si sono ospitati Alessandra Mussolini, Debora Serracchiani, Giuseppe Civati; che con tutto il rispetto, sono di spessore neppure paragonabile a quello di Pannella.



    Come sia, i radicali contano una presenza ad “Annozero” e una presenza a “Ballarò”, per di più presenze imposte dalle varie authority, perché fosse stato per loro, probabilmente Emma Bonino non sarebbe stata chiamata neppure quelle due volte.



    Ad “Annozero” la PDL è stata invitata 18 volte; nove volte il PD, sette l’Italia dei Valori; quattro la Lega. A “Ballarò” la PdL è stata invitata 31 volte, il PD 23, la Lega sei; l’Italia dei Valori cinque. Queste sono le cifre, i dati, che sono eloquenti, non c’è bisogno di alcun commento.



    C’è poi un altro elemento che merita attenzione: dal 2003 a oggi il segretario della UIL Luigi Angeletti è stato invitato 24 volte; Renata Polverini 19; Guglielmo Epifani 17; Raffaele Bonanni 16. E già questi dati dicono molto. Ma c’è un fatto ancora più curioso: Angeletti viene chiamato sette volte nel 2006, otto volte nel 2007; poi tra il 2008 e il 2010 tre volte soltanto; praticamente viene sostituito dalla Polverini, che non viene mai invitata tra il 2003 e il 2006, poi dal 2007 al 2010 viene chiamata ben 19 volte. A dispetto di Epifani, che nello stesso periodo di tempo viene chiamato solo sei volte e Bonanni 13. Perché “Ballarò” sponsorizza Polverini? Ecco, questa è una bella domanda che a Giovanni Floris nessuno ha fatto.



    L’altro giorno tutti i principali conduttori da Bruno Vespa a Giovanni Floris a Michele Santoro si sono trovati e unanimi hanno denunciato la chiusura dei programmi di approfondimento politico fino al giorno del voto. “Non doveva accadere che ci togliessero la parola, è molto grave”, hanno detto un po’ tutti. E hanno detto che manifestano per la libertà di esprimersi di tutti e non di uno solo. Sono dei lodevolissimi propositi, però le cifre, i dati parlano chiaro, e dicono in modo che non è contestabile chi toglie la parola, e impedisce di esprimersi. Poi, certo, se si volevano fare altre trasmissioni-monologo, dove il Berlusconi di turno può esibirsi in contratti e promesse, senza contraddittorio e senza possibilità di replica, allora forse è meglio che ci sia la sospensione.



    Prima di chiudere, una notizia che non ha trovato spazio da nessuna parte, del resto si capisce, non è una storia di letti, di escort, di droga, di sesso. Un dissidente cubano, si chiama Guillermo Farinas, non ha telefonato a nessuno, non si è fatto intercettare, non è gentiluomo del papa, pensate che assurdità, sta facendo uno sciopero della fame e della sete per chiedere – nientemeno! – la liberazione di 26 prigionieri politici malati detenuti nelle carceri cubane. “E’ ora che il mondo percepisca che questo governo è crudele”. La notizia è stata data con molto risalto dal quotidiano spagnolo “El Pais”, che ricorda come qualche giorno fa un altro dissidente, Orlando Zapata Tamayo, sia morto dopo un lungo sciopero della fame.

    Questa la situazione, questi i fatti.

  6. #6
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    La situazione. Uno stupidario fatto di banalità e diffamazioni

    di Valter Vecellio

    E’ un corposo stupidario, quello che si può raccogliere in questi giorni, a proposito delle banalità e delle diffamazioni nei confronti di Marco Pannella, Emma Bonino, dei radicali. Si va dalle affermazioni del ministro della Difesa Ignazio La Russa al “Riformista”, secondo il quale “a Roma i radicali hanno commesso un atto di violenza e il magistrato ci ha impedito di presentare le liste”, a quello che si è potuto leggere in questi giorni, un campionario davvero avvilente.



    Il 1 marzo su “l’Unità”, Francesco Piccolo scrive di aver avuto sempre rispetto per le battaglie dei radicali e di Emma Bonino, ma vorrebbe che Emma avesse rispetto per lui che è un suo elettore; e questo rispetto si deve tradurre in questo: smettere di “occuparsi di questioni assolute e facesse la campagna elettorale su questioni concrete. Una cosa minuscola rispetto alle sue lotte di principio. Ma con i radicali va spesso a finire così: nel momento in cui si profila una possibile vittoria, cominciano occuparsi di questioni più importanti. Alla fine Emma Bonino e i radicali hanno voluto sempre insegnarti come si vive, disprezzare il tuo voto, pretendere di essere votati lo stesso, e perdere con una certa soddisfazione”.



    Il 2 marzo Massimiliano Lenzi, sul “Clandestino”,copiando il titolo di un libro di Vittorio Gassman, sostiene che quel che resta ai radicali è un grande avvenire dietro le spalle: oggi essere radicali “non appare così originale ed eversivo come un tempo, Pannella è un leader ingombrante per gli stessi radicali, che sono un movimento, una realtà, una vivacità culturale che si sono andate lentamente assopendo, in un eterno rewind con se stessi.



    Il 5 marzo, Giancarlo Perna, su “Il Giornale”: il Partito Radicale è irriconoscibile; una volta i radicali erano persone degne, un po’ pazzi, con un sovrabbondante tasso di idealismo, buona fede, amore di libertà, rispetto del diritto dei singoli e garantismo. Questo una volta. E ora? Ora i radicali sono totalmente omologati alla partitocrazia, da anni siamo schierati con i catto-comunisti, da altruisti della politica ne siamo diventati i sicofanti, ci si è ridotti a un ectoplasma e si ammanta di pure essenze l’odierna meschinità; si sbandiera la legalità ottusa dei questurini,una volta si facevano digiuni per alti ideali: contro l’invasione della Cecoslovacchia, la fame nel mondo, contro la pena di morte. Ora per i propri intrallazzi.



    Ancora il 5 marzo, Giuliano Ferrara, su “Panorama”: Pannella è venato da un donchisciottismo “letterario, politologico, interessante, dispendioso”; al contrario, Emma Bonino è un “rancho Panza di un pannellismo tutto profitti e niente perdite” e offre della tradizione radicale “un’immagine banale, politicante, mesta, opaca”; e ha una patina micragnosa e opportunista che le rimarrà impressa come un marchio di piccineria.



    Il 6 marzo, Maria Giovanna Maglie, sul “Giornale”: anche per lei, un passato glorioso, di cui è rimasto solo “un birignao lamentoso…sono veramente alla frutta, al capolinea della loro attività di setta organizzata. E’ un sollievo”.



    Infine, per questa puntata almeno, buon ultimo, Pino Corrias su “Vanity Fair” di ieri: “Un giorno o l’altro Emma Bonino dovrebbe fare lo sciopero della fame conto il suo principale tormentatore, Marco Pannella”, che sarebbe irritato della sua candidatura a presidente della Regione Lazio; talmente irritato che Pannella sarebbe riuscito a convincere Emma Bonino a candidarsi anche in Lombardia, e questo per “sminuire la serietà della posta in gioco e buttarla nella solita caciara radicale”.



    La madre dei cretini è sempre gravida, e ne abbiamo la solare, sia pure sintetica dimostrazione. Verrebbe la voglia di creare un’apposita rubrica, intitolata “Vieni avanti, cretino”. Senonché i protagonisti di quel vecchio sketch erano in realtà tutt’altro che cretini, e facevano ridere. Questi invece non fanno ridere per nulla. Le loro sono solo diffamazioni e corbellerie. Questa la situazione, questi i fatti.

  7. #7
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    Predefinito Rif: la situazione

    La situazione. Il paese vuole legalità. Più di sempre occorre essere responsabili, prudenti, fantasiosi, pragmatici. Una scommessa difficile, ma non impossibile.

    di Valter Vecellio

    Diceva Ernesto Rossi, ed era il tempo, gli anni in cui tutta l’Italia indossava la camicia nera, Mussolini sembrava imbattibile e pochissimi erano gli antifascisti, che anche nella notte più fonda, è importante comunque tenere accesa una fiammella, e che c’è sempre qualcosa che val la pena di fare, anche quando tutto sembra congiurare contro di noi e forte è la voglia e la tentazione di mollare. Non per un caso, il giornale clandestino che Rossi, Salvemini, i fratelli Rosselli e pochi altri facevano si chiamava “Non mollare”.



    Ed è quello che fanno da sempre i radicali, anche quando il possibile appare improbabile, e il probabile sembra impossibile. Perché poi accadono cose, i classici granelli di sabbia, che mandano in tilt sistemi e apparati che sembravano invincibili macchine da guerra. Ora gli avvenimenti si susseguono con una rapidità che richiedono da parte nostra tutta la duttilità di cui siamo capaci. Nessuno poteva immaginare quello che è accaduto a Roma, con la lista della PdL che all’ultimo minuto per pasticci e tresche interne loro non viene consegnata nel tempo fissato dalla legge; nessuno poteva immaginare che a Milano la lista del PdL fosse infarcita di sottoscrittori fasulli; che per risolvere la questione il governo non trovasse di meglio che fare ricorso a una terrificante illegalità, ultimo atto di una catena di abusi e di violazioni di legalità che viene da lontano; un decreto che rimette in pista Formigoni, ma non è – al momento almeno - rimettere in gioco la lista della PdL a Roma. Vedremo nelle prossime ore che cosa accadrà. Nel frattempo, fra poco, alle 10 di questa mattina, i radicali si ritroveranno qui a Roma per cercare di capire che cosa fare, che cosa si può e si deve fare.



    A voler ridurre all’osso la questione sul tappeto, si può dire che prima hanno fatto un buco enorme nel vestito, poi hanno cercato di coprirlo con una toppa ancora più vistosa. Una vera e propria pecionata, avallata in modo perfino scoperta almeno da quell’ala del PD che si riconosce in Massimo D’Alema. Ma come a Berlino esisteva un giudice disposto a riconoscere le buone ragioni del mugnaio, anche in Italia accade che ve ne sia qualcuno. E’ vero: la partita che si sta giocando ci vede opposti ad avversari che ostentatamente, programmaticamente, barano; è forte la tentazione di far saltare il banco; è vero che non sempre Parigi vale una messa. Ma ascoltiamo con attenzione quello che dicono Marco Pannella ed Emma Bonino. Quando Pannella dice che ascolta, sta ascoltando, e che per prudenza si impone questo esercizio di comprensione, non solo dice il vero; ci suggerisce anche un approccio, un comportamento, così Emma Bonino, che riconosce la tentazione – fosse per lei solo – di mollare la partita; ma aggiunge, per senso di responsabilità, che occorre porre tutta la coalizione di fronte alla situazione, alle loro responsabilità e cercare di coinvolgerli; e mette dunque in guardia da decisioni affrettate. Perché se da una parte c’è il rischio di avallare, con la nostra presenza, le illegalità del regime, dall’altra c’è il non meno concreto rischio di imitare il comportamento di quel marito che si automutila per dar fastidio alla moglie che lo tradisce. In un passato non troppo lontano abbiamo ingoiato umilianti rospi, quando abbiamo accettato che i nostri candidati venissero “ospitati” nelle liste del PD che però esplicitamente imponeva l’ostracismo per Pannella e D’Elia. E’ stato faticoso accettare quelle condizioni che erano imposizioni, ma con il senno di oggi quella scelta si è rivelata la più giusta.



    Lo scempio quotidiano di legalità è ormai un qualcosa di evidente. Emma Bonino, nei suoi incontri nei mercati, nelle piazze dei paesi racconta di incontrare centinaia, migliaia di persone che chiedono trasparenza e onestà. Grazie anche a Berlusconi, al suo governo, alle loro arroganze e prepotenze, questa sete di legalità, trasparenza, onestà sta diventando un qualcosa di massa, di diffuso. Abbiamo il dovere di corrispondere a queste richieste, a questa “sete”. Quello che si vuole dire è che più di sempre occorre essere responsabili anche per chi responsabile non è, pazienti, ragionevoli, prudenti, fantasiosi, pragmatici. Una scommessa difficile, ma non impossibile.

  8. #8
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    Predefinito Rif: la situazione

    La situazione. Lettera aperta a Camilleri: scorrettezze radicali? Al contrario…

    di Valter Vecellio

    Questa potrebbe essere una sorta di lettera aperta ad Andrea Camilleri, il papà del famoso commissario Montalbano, che quelli della mia generazione ringraziano per essere stato produttore di sceneggiati famosi come quelli del commissario Maigret interpretato da Gino Cervi; e – anche – per libretti forse sono la cifra migliore di Camilleri, per esempio “La strage dimenticata”, che racconta di 114 galeotti che nel 1848 in Sicilia si rivoltano per unirsi ai patrioti insorti, e per questo vengono uccisi dalla polizia borbonica. Gli assassini e i loro complici fecero poi carriera, sotto i Borboni prima, nell’Italia unita poi; e nessuna lapide ricorda quella loro strage.



    Per tornare a Camilleri: scrittore impegnato da sempre, schierato a sinistra, comunista quando c’erano i comunisti, ora oscilla in quell’area che spazia tra il PD e il magma che va tra l’Italia dei Valori, la rivista “Micromega”, e i movimenti collegati.



    Camilleri ha firmato ieri l’editoriale di pagina due dell’“Unità”, quello che dà se non la linea, almeno il tono al giornale. “Restiamo uniti”, è il suo appello, e si augura che l’opposizione non finisca “ancora una volta”, scrive, “col perdere non tanto per fattori esterni, quanto per polemiche interne. Si era visto in questi giorni, soprattutto all’indomani del decreto, un certo suo ricompattamento. Ma subito dopo è arrivata la doccia fredda, come se non bastasse la doccia dell’inverno. La prima avvisaglia è stata la voce del possibile ritiro dei radicali. Sarebbe a mio parere una scorrettezza gravissima pari, forse, alle scorrettezze del PdL…”.



    Ora i radicali, Marco Pannella, Emma Bonino avranno mille e un difetto, ma quello di essere scorretti proprio no, non è un rimprovero che meritano. Camilleri, che pure è stato amico di Leonardo Sciascia – sia pure di secondo girone, come lui stesso dice – dovrebbe sapere che mai il “maestro di Regalpetra” avrebbe accettato di stare a fianco di persone scorrette. E se ne sarebbe benissimo reso conto lui stesso se solo si fosse affacciato all’assemblea di ieri a Roma; ascoltando Emma, Mario Staderini, Marco Cappato, gli altri intervenuti, e soprattutto se avesse assistito al bellissimo ed estremamente significativo dialogo tra Pierluigi Bersani e Marco Pannella (per inciso: un documento davvero importante, non ricordo un faccia-a-faccia nella mia pur non breve militanza radicale, come quello di ieri), Camilleri avrebbe compreso che la questione posta va oltre il decreto ad listam del governo Berlusconi; che c’è una quantità terrificante di illegalità e di violazioni di legge che si sono consumate e si consumano in queste elezioni; e prima ancora c’è tutto quello che è descritto nella “peste italiana” quel libro giallo che documenta in modo inoppugnabile che l’Italia pur non essendo un paese totalitario, non può dirsi governato da un regime democratico; non si tratta di formalismi e di cavilli, come vorrebbe far credere la destra; non si tratta solo di quello che è accaduto in questi ultimi giorni, come mostra di credere parte dell’opposizione.



    Non c’è nulla di scorretto chiedersi se si possa giocare al tavolo dei bari, e domandare consiglio a tutti su quello che si può e si deve fare; non c’è nulla di scorretto a porre la questione di un’informazione che non c’è e di istituzioni che boicottano il processo democratico, violando precise norme; non c’è nulla di scorretto nel cercare di spiegare al PD che, grazie ai loro errori, alle loro miopie, ai loro meschini calcoli di bottega, di fatto sono stati – e qualcuno lo è ancora – complici e sodali di chi ha consumato e consuma lo scempio di legalità e diritto. Se fosse venuto all’assemblea radicale di ieri Camilleri avrebbe visto persone che lottano per la trasparenza e la legalità, con prudenza, responsabilità, fantasia, pragmatismo. E soprattutto correttamente.

    Questa la situazione, questi i fatti.

  9. #9
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    Predefinito Rif: la situazione

    La situazione. Pietrino Vanacore e le tante vittime di una giustizia ingiusta

    di Valter Vecellio

    Non c’è giornale di oggi e dei giorni passati che non si sia occupato alla penosissima vicenda di Pietrino Vanacore, l’ex portiere dello stabile di via Poma dove venne uccisa Simonetta Cesaroni. Una vicenda che risale a vent’anni fa, uno di quei delitti che nonostante il tempo, continua a rimanere nell’immaginario collettivo per quell’alone di mistero che nessuna indagine o processo potrà mai del tutto fugare. Molti ora sostengono che Vanacore, alla fine è stato schiantato da quel mistero, dai sospetti che su di lui gravavano: che quantomeno sapesse qualcosa e non tutto avesse detto; e se ne sia liberato, del mistero e dei sospetti, con quella morte atroce che si è voluto dare. Nel dirlo, cinicamente, quei sospetti vengono riproposti, e si continua a dar corpo a quel mistero; sicché quel suicidio gli potrà aver dato la pace che in vita non aveva, ma ci sarà sempre, comunque, qualcuno che nel ricordo solleverà un dubbio.



    Non è arbitrario dire che la vicenda di Vanacore richiama in qualche modo quella di Girolimoni: che si volle mostro stupratore e assassino di bambine, e in un tempo – il fascismo – in cui era vanto poter dire che si potevano lasciare “le porte aperte”, tanto il regime garantiva la sicurezza. Cosicché bisognava acciuffare subito un colpevole, e pazienza se il colpevole non era tale. Girolimoni non si è ucciso, ma nel bel film con Nino Manfredi che nel 1972 ne ricavò Damiano Damiani, indimenticabile è la figura del vetturino interpretata da Mario Carotenuto: accusato anche lui ingiustamente, da tutti guardato con sospetto; e che alla fine si uccide platealmente, ingoiando acido muriatico.



    La si è presa alla lontana, chiedo scusa. In questa nota di oggi si voleva in qualche modo porre l’attenzione ai tanti che, per qualche ragione, hanno a che fare in un momento della loro vita con la giustizia, con l’apparato giudiziario, non reggono, ed evadono uccidendosi.



    Non ne ha parlato nessuno, per esempio di Giusepe Sorrentino, un uomo di 35 anni che si è ucciso domenica mattina, era detenuto nel carcere di Padova. I compagni di cella erano fuori, per l’ora d’aria, lui con un lenzuolo si è impiccato alle sbarre della finestra del bagno.



    Quando sono arrivati i soccorsi, Sorrentino era già morto. C’erano stati segni premonitori, era reduce da un lungo sciopero della fame, era stato più volte ricoverato in Ospedale e in Centro Clinico Penitenziario. E’ il secondo in meno di due settimane nella Casa di Reclusione di Padova, dove il 23 febbraio scorso, nella stessa Sezione, si tolse la vita Walid Alloui, che aveva soli 28 anni.



    Tredici detenuti dall’inizio dell’anno si sono tolti la vita, e trentuno in totale sono morti in carcere. Per ognuna di queste morti Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, gli altri parlamentari radicali hanno presentato interrogazioni al Governo, chiedendone ragione e spiegazione. La risposta non arriva quasi mai: anche questo è il segno della considerazione che questo governo ha delle prerogative e della funzione ispettiva del parlamentare. Ma è bene comunque che ostinati queste interrogazioni, queste “domande” parlamentari siano fatte: per lasciare comunque un segno in un atto della Camera o del Senato: a futura memoria, perché si deve sapere che non tutti sono indifferenti, sono inerti, non sono preoccupati e inquieti per quello che accade nelle nostre carceri, e ostinati ogni giorno lottano, non si scoraggiano e non si danno per vinti.



    Nella prefazione a un libro ormai introvabile che raccoglieva storie di innocenti finiti in carcere e dall’esperienza del carcere stritolati, Leonardo Sciascia sosteneva paradossalmente (ma non tanto), che i magistrati, nella loro formazione, avrebbero dovuto mettere in conto un soggiorno di una settimana nel carcere dell’Ucciardone a Palermo o di Poggioreale a Napoli: per misurare così in corpore vili cosa significa la denzione. E’ una misura che andrebbe estesa anche ai giornalisti. Forse scriverebbero con meno leggerezza, meno cinismo, più rispetto, maggiore pietà.

    Questa la situazione, questi i fatti.

  10. #10
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