Ebbene, pare che la bolla immobiliare stia per scoppiare. Ciò che colpisce, però, è il silenzio assoluto registrato tra gli economisti sin d’ora; inoltre, anche i commenti di questi giorni sembrano completamente ignorare il fatto che tale crisi speculativa era da attendersi. Il fatto è che chi oggi si occupa di economia non conosce affatto le teorie del ciclo economico, quantomeno quei modelli più interessanti, dinamicamente e storicamente collocati; le attuali teorie dello sviluppo (Harrod, Domar, Solow) appaiono eccessivamente influenzate dal paradigma walrasiano, forzature algebriche dotate di un potere esplicativo che appare scarso. Non bastano i formalismi matematici a conferire autorevolezza alle analisi! L’astrazione è utile solo se aiuta a capire la realtà.
Correndo il rischio di sembrare monotematico, ma avrò modo di riscattarmi in futuro, devo sintetizzare la teoria del ciclo economico di Schumpeter: in essa, abbozzata dall’autore austriaco nel 1911 e completata con nel 1939 (Business Cycles: A Theoretical, Historical and Statistical Analysis of the Capitalist Process, New York and London, McGraw-Hill, 1939; edizione ridotta a cura di Rending Fels, New York and London, McGraw-Hill, 1939 di cui esiste una versione italiana: Il processo capitalistico. Cicli economici, Torino, Boringhieri, 1977) è affermato con chiarezza che l’andamento ondulatorio (ciclo) è la forma che lo sviluppo economico assume nell’era del capitalismo. Ma, presupponendo di partire da un qualsiasi punto di equilibrio statico, cosa mette in moto l’andamento ciclico? Schumpeter individua cause esterne e cause interne al sistema economico; a proposito delle prime (guerre, terremoti, ecc.) l’economista non può dire nulla, mentre le seconde sono le innovazioni tecnologiche, che, essendo un elemento tipicamente economico, possono finire sotto la lente dello scienziato economico.
Schumpeter suppone di partire da una situazione di perfetto equilibrio statico, in cui valgono le ipotesi di concorrenza perfetta, di costanza della popolazione, di assenza di risparmi e tutto il necessario per rispondere ai requisiti di un flusso circolare che si ripete sempre uguale. Si assume anche che, nel modello della società capitalistica, vi saranno sempre possibilità di nuove combinazioni e persone capaci e disposte a realizzarle (la motivazione è costituita dalla prospettiva del profitto). «Certuni, dunque, progettano e realizzano, più o meno celermente, dei piani di innovazione, associati con varie anticipazioni di profitto, e si predispongono per affrontare gli ostacoli connessi con cose nuove e sconosciute [...] supponiamo che quell’uomo trovi una nuova impresa, costituisca un nuovo impianto e commissioni nuove attrezzature alle imprese esistenti. Quanto ai fondi necessari, se li fa prestare dalle banche. Ritira poi il denaro dal saldo monetario così ottenuto, sia per rilasciare assegni a coloro che gli forniscono merci e servizi, sia per disporre del liquido occorrente a pagare queste forniture. [...] egli distoglie dalle precedenti destinazioni le quantità di beni di cui ha bisogno proprio mediante la sua domanda di beni d’investimento. Altri imprenditori lo seguono, e dopo di essi altri ancora in numero crescente, sulla strada dell’innovazione, che diventa sempre più facile per quelli che vengono dopo, grazie all’accumularsi delle esperienze e alla scomparsa degli ostacoli» (p. 161).
Cosa osserviamo nell’esplicarsi di quanto sopra esposto? In primo luogo, Schumpeter suppone che gli imprenditori spendano subito i loro depositi, eccetto una riserva minima. Secondo, non essendovi all’inizio risorse inutilizzate (per l’ipotesi del flusso circolare), i prezzi dei fattori di produzione aumenteranno, e così anche i redditi monetari e il tasso di interesse. Terzo, anche le entrate aumenteranno, in corrispondenza con le spese degli imprenditori in beni d’investimento, con quelle dei lavoratori, momentaneamente impiegati ad un salario più elevato, e con quelle di coloro che ricevono tutti quei maggiori pagamenti. Tuttavia, fino a questo punto, è lecito supporre che ancora non ci sia un aumento della produzione. Ciò è quanto accade fino a quando comincia a funzionare l’impianto del primo imprenditore. «Allora il quadro cambia. Le nuove merci – e cioè i nuovi beni di consumo – entrano nel mercato. Se tutto procede secondo le previsioni, vengono portate via immediatamente, proprio a quei prezzi ai quali l’imprenditore si aspettava di venderle [...] Un flusso di entrate affluirà sul conto dell’imprenditore, a un saggio sufficiente per ripagare, nel corso della vita utile dell’impianto e delle attrezzature inizialmente acquistate, il debito totale contratto, più gli interessi, e per lasciare un profitto all’imprenditore. [...] le nuove imprese, entrando in funzione una dopo l’altra e immettendo i loro prodotti nel mercato dei beni di consumo, aumentano la produzione totale dei beni di consumo [...]» (pp. 163-164).
Tali nuove merci, secondo Schumpeter, entrano nel mercato ad un ritmo troppo sostenuto per essere assorbite senza scosse. In particolare, sono le vecchie imprese, le inseguitrici, che hanno davanti a loro diversi scenari possibili, non prospettabili secondo una regola fissa: alcune si inseriscono in nuovi scenari, altre muoiono non potendosi adattare, altre ancora cercano una razionalizzazione. Tuttavia, anche il vantaggio competitivo dell’impresa trainante tende a smorzarsi, visto che, via via che i prodotti entrano sul mercato e i rimborsi dei debiti aumentano quantitativamente d’importanza, l’attività imprenditoriale tende a diminuire fino a scomparire del tutto. Appena la spinta imprenditoriale cessa di agire, il che allontana il sistema dalla sua precedente zona di equilibrio, il sistema s’imbarca in una lotta verso un nuovo equilibrio. Vediamo quindi il primo delinearsi di uno schema ciclico. Sono osservabili «due diverse fasi, durante la prima delle quali il sistema si allontana da una posizione di equilibrio sotto la spinta dell’attività imprenditoriale, mentre durante la seconda si avvicina a un’altra posizione di equilibrio. Ciascuna di queste due fasi è caratterizzata da una particolare sequenza di fenomeni. È sufficiente che il lettore pensi a quali sono questi fenomeni, per scoprire che sono esattamente esprimibili con i termini “prosperità” e “recessione”» (pp. 170-171). È necessario comunque sottolineare che nulla nello schema indica un qualche tipo di conclusione circa la regolarità dei cicli; la durata dipende per lo più dall’intensità dell’innovazione, pertanto il processo ciclico è strutturalmente irregolare.
Se le innovazioni sono incorporate in nuovi impianti e attrezzature, la spesa per beni di consumo aumenterà almeno tanto in fretta quanto la spesa in beni d’investimento. Entrambe si espanderanno partendo da quei punti del sistema su cui avevano esercitato il primo impatto e creeranno quell’insieme di situazioni economiche, cui diamo il nome di prosperità. Di qui il registrarsi di due fenomeni: primo, le vecchie imprese reagiranno a questa situazione e, secondo, numerose di esse vi “speculeranno”. Coloro che vogliono approfittare della situazione, speculando, agiranno assumendo che i saggi di cambiamento da loro osservati debbano continuare all’infinito; tale atteggiamento anticiperà la prosperità, provocando un boom. In tal modo il credito non sarà limitato ai soli imprenditori e saranno creati depositi per finanziare la generale espansione: ogni prestito ne fa sorgere un altro, così come inizia una successione di aumenti nei prezzi. A questo punto entrano nel quadro quelle transazioni che, per diventare possibili, presuppongono un incremento, effettivo o atteso, dei prezzi. Si ha così, nel processo ciclico, l’insinuarsi di un’ondata secondaria, i cui effetti si sovrappongono a quelli dell’ondata primaria. Le conseguenza della nuova ondata sono anche più visibili delle prime, giacché è più facile osservare l’incendio in espansione che la torcia che l’ha appiccato. A causa di questa difficoltà, spesso si individua nella speculazione la causa del ciclo, mentre si trascura l’innovazione che l’ha provocata, proprio perché di più difficile individuazione.
Anche nella prosperità secondaria la rottura è indotta da una svolta del processo sottostante. Qualsiasi stato di prosperità, per quanto idealmente limitato ai processi primari essenziali, comporta un periodo di fallimenti che, oltre a eliminare le imprese obsolete al di là di qualsiasi possibilità di riadattamento, determina anche un doloroso processo di riaggiustamento dei prezzi, delle quantità e dei valori, via via che emerge la cornice di un nuovo sistema di equilibrio. Nella prosperità secondaria prendono forma anche iniziative azzardate, fraudolente, o comunque sfortunate, che non reggeranno alla prova della recessione. La posizione speculativa comporta molti elementi insostenibili, che il deterioramento anche minimo del valore degli altri elementi collaterali farà cadere. Quindi buona parte degli affari correnti e degli investimenti subiranno una perdita appena i prezzi cadono, come essi faranno senz’altro in virtù del processo primario. Anche una parte della struttura debitoria crollerà. Se a prevalere in questo caso sono panico e crisi, diventano necessari ulteriori aggiustamenti: i valori cadono e ogni caduta porta con sé un’ulteriore caduta. Per un certo periodo l’aspettativa pessimistica può giocare un ruolo decisivo, anche se poi non regge se non suffragata da elementi oggettivi. Si delinea dunque uno schema ciclico a quattro fasi (ricordiamo che nella prima approssimazione trovavamo solo prosperità e recessione): prosperità, recessione, depressione, ripresa. «Ogni volta che assume un significato quantitativamente rilevante, questa categoria di fatti [l’ondata secondaria] ha un’influenza determinante sul nostro schema. Finché non ne abbiamo tenuto conto, si avevano solo due fasi – “prosperità” e “recessione” – in ogni unità del processo ciclico. Ma ora noi vediamo che, sotto la spinta dell’ondata secondaria e della speculazione al ribasso da essa indotta, il nostro processo, probabilmente, ma non necessariamente, oltrepasserà (di regola, ma può anche rimanervi al di sotto) la zona d’equilibrio verso la quale stava muovendo. E attraverserà una nuova fase, che non c’era nella prima approssimazione, e che sarà definita con il termine di “liquidazione abnorme”, per via del fatto che si ha una revisione verso il basso dei valori e una caduta delle operazioni, le quali si riducono – spesso in modo casuale – al di sotto del livello di equilibrio. Mentre durante la recessione c’è un meccanismo che cerca di portare il sistema verso l’equilibrio, ora si sviluppa un nuovo squilibrio: il sistema si allontana di nuovo dalla zona di equilibrio, come faceva nel periodo di prosperità, ma sotto l’influenza di una diversa spinta. Riserviamo a questa fase il termine “depressione”. Quando la depressione ha seguito il suo corso, il sistema comincia a riprendere la sua strada verso una nuova zona di equilibrio. Questa è la nostra quarta fase, che chiameremo “ripresa” o “recupero”. Ricomincia allora l’espansione fino ai valori d’equilibrio» (pp. 181-182).
Abbandonando l’ipotesi che l’innovazione osservata sia la prima della storia, dobbiamo concludere che ogni fase ciclica attualmente osservabile, e storicamente collocabile, porta con sé gli effetti delle ondate precedenti e influenza quelle successive. Inoltre, senza perdere di rigore e guadagnando in realismo, si deve concludere che la concorrenza perfetta è un fenomeno tutt’altro che frequente nell’ordinarietà del movimento ciclico: la spinta imprenditoriale si basa su un mondo dove regna la concorrenza imperfetta; l’innovazione stessa altera il mercato, creando per l’innovatore una situazione di vantaggio competitivo che costringe le altre ad adeguarsi; in una prima fase, il risparmio di costi che ha l’innovatore gli permette una discrezionalità sui prezzi non osservabile nella concorrenza perfetta. Secondo Schumpeter, l’unica vera concorrenza è quella che si instaura tra il nuovo che emerge e il vecchio che cerca di sopravvivere, e questa sta alla concorrenza neoclassica (miriade di imprese uguali che producono beni omogenei) come un bombardamento sta alla pressione per forzare una porta chiusa.
Schumpeter pubblicò queste cose nel 1939 e sembra descrivano perfettamente quanto accaduto nel mercato immobiliare negli ultimi anni. Ogni economista attento dovrebbe fare tesoro di teorie così potentemente agganciate all’analisi della realtà. E, invece, gli scienziati economici della nostra era preferiscono abbuffarsi di formule come matematici falliti; lasciando che il sistema economico venga sopraffatto, e strozzato, da un sistema finanziario che ha la memoria corta per necessità ontologica: se gli operatori di mercato facessero tesoro delle esperienze passate, allertati da economisti consapevoli e non rinchiusi in torri d’avorio, molti disastri sarebbero evitabili. Invece, l’ondata speculativa descritta da Schumpeter si afferma sempre, la prospettiva dei guadagni facili e veloci agisce come sirena demoniaca sugli uomini deboli, che sperano di riuscire a ritirarsi dal gioco in tempo e con le tasche gonfie. Qualcuno ci riesce. Altri, i più, come il Gollum de Il Signore degli Anelli, cadono nel fuoco pur di non abbandonare il loro tesoro…

Carmelo Ferlito