Berezovski rivuole i soldi pagati per la «democrazia» ucraina
Maurizio Blondet
04/09/2007
Boris Berezovski
LONDRA - Ricordate la «rivoluzione arancione» del 2004?
I media europoidi la descrissero come una spontanea richiesta di democrazia dal basso: spontaneissima.
Come si poteva dubitarne?
Tutti quei giovani in piazza, con le loro bandiere e sciarpe arancione, a chiedere democrazia, a difendere il candidato filo-occidentale contro le oscure trame di Mosca.
Oggi, Boris Berezovski chiede il conto.
Ha finanziato quella rivoluzione, sostiene il mafioso ebraico-russo riparato a Londra, sborsando 16 milioni di euro.
Li rivuole. (1)
Non scherza.
Ha sporto querela davanti ai giudici inglesi, e l’Alta Corte d’Inghilterra e del Galles - su sua richiesta - ha l’ha trasmessa al ministero della Giustizia ucraino con la richiesta di risarcimento.
Il gangster vi chiama in causa due personaggi noti nella politica di Kiev, Aleksandr Tretiakov e David Jvania.
Il primo era all’epoca il braccio destro del presidente Yushenko (che l’Occidente aveva scelto come eroe della «democrazia»), il secondo era ministro del «controllo delle emergenze» (non marginale dicastero, nel Paese che ospita Chernobyl).
Oggi entrambi sono deputati del partito «Ucraina Nostra - Autodifesa Popolare», nato appunto dalla rivoluzione arancione, quella spontaneissima.
Le leggi ucraine vietano ai partiti di ricevere denaro da stranieri.
Berezovski dice di aver mandato i soldi non ai partiti, ma ai movimenti pro-democrazia (gli spontanei movimenti); versandoli, è vero, sui conti correnti dei bracci destri del presidente Victor Yuschenko - il quale smentisce.
Fatto sta che i due sono ora convocati il 5 settembre, per dare chiarimenti, davanti a un tribunale di Kiev, e non è impossibile che l’indagine arrivi fino al democratico Yushenko: ecco cosa succede a mettersi in politica e affari con un delinquente.
Ma non è la prima volta che Berezovski paga per sostenere la «democrazia».
Lo fece anche nel 1996.
Allora era a Mosca, uno dei più influenti intimi di Eltsin e della sua «famiglia», da cui aveva ricevuto, in seguito alle opportune privatizzazioni, immensi benefici monetari e in natura (la compagnia petrolifera Sibneft ottenuta nel ‘92, che aveva trasformato questo ex venditore di auto usate in un miliardario); già allora in spietata concorrenza con un emergente Vladimir Putin per i favori della «famiglia».
Nel 1996 Berezovski ebbe modo di ricambiare.
Si avvicinavano le elezioni («democratiche») e la popolarità di Eltsin era crollata ad un disastroso 30 per cento; tutto faceva prevedere che a vincere la presidenza sarebbe stato il pittoresco Vladimir Zhirinovski, che la libera stampa occidentale andava dipingendo come un pericoloso fascista.
C’era pericolo che le privatizzazioni senza aste, da cui i poteri finanziari occidentali avevano tratto grandi benefici, si bloccassero.
Berezovski diede fondo a somme enormi, e a tutte le sue connessioni con il mondo e sottomondo della affari post-sovietici, per scongiurare il rischio.
Riuscì a mettere insieme un potente gruppo di marpioni detti «oligarchi», beneficiati dalla democrazia e tutti ebrei, perché finanziassero la campagna di Etsin e lo sostenessero con tutti i loro mezzi, compresi quelli mediatici.
Il gruppo, noto come «i sette grandi», riuscì ad assicurare altri quattro anni di presidenza Eltsin, e di profitti per i banchieri occidentali che avevano finanziato gli «oligarchi».
Ma Berezovski non si contentò del business: a quel punto, pensò bene di entrare in politica, ossia nella stanza dei bottoni della «democrazia».
Ottenne da Eltsin e famiglia, dapprima, la carica di vice-segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale (un organo copiato dalla Casa Bianca, il consilium principis), e poi segretario dell’entità che dal Cremlino coordinava la cosiddetta Comunità di Stati Indipendenti (CSI), il corpo che cercava di mantenere i legami politico-economici tra le ex-repubbliche sovietiche, divenute più o meno indipendenti, ma ancora integrate sul piano economico.
E’ in quella veste che Berezovski - così almeno racconta lui - intavolò negoziati segreti con i secessionisti ceceni.
Il tentativo fallì.
Ma l’oligarca allacciò proficui rapporti con quei guerriglieri su un altro piano: da sempre la sua guardia del corpo è formata da criminali ceceni, ed egli è fortemente sospettato di essere uno dei grandi finanziatori-manovratori della ribellione cecena, tanto per mettere i bastoni tra le ruote a Putin.
Nel 1998 la Russia «democratica» fece bancarotta, mancando di pagare i ratei di un grosso prestito concesso dal Fondo Monetario a così promettente democrazia.
Immensi capitali, perfino l’oro della Banca Centrale sovietica, fuggirono all’estero; il rublo crollò, la povera gente cominciò a morire di fame.
La sfarzosa, arrogante ricchezza mostrata dagli oligarchi di Sion cominciò ad incidere sulla loro popolarità, tanto più che Eltsin non poteva più presentarsi ad ulteriori liberissime elezioni.
Perseguito da guai giudiziari, Berezovski decise di «scendere in campo», anche per lucrare l’immunità parlamentare.
Riuscì a farsi eleggere - con denaro, ovviamente - deputato della regione Karachevo-Cherkessiya, dove la corruzione è regola (là «the money talks», dicono gli inglesi), che oltretutto è significativamente vicina all’amata Cecenia, che tanto aspira alla «democrazia».
Al sicuro dai processi per quattro anni.
Dalla Duma, Berezovski osservò con crescente dispetto l’ascesa di Putin, il piccolo ex agente segreto - cui Eltsin ormai quasi demente si appoggiava sempre più - e ai suoi sforzi di risanare la Russia.
A fine ‘99 fu chiaro che Elstin aveva scelto Putin come successore.
La Russia colpì crudelmente la Cecenia.
Berezovski sentì giunto il momento di cambiare aria.
Anche perché i giudici, senza più Eltsin a proteggere gli oligarchi, tornavano a farsi domande sul suo pacchetto azionario nella compagnia di Stato Aeroflot e sulla legittimità della sua proprietà della Logovaz, l’azienda di Stato sovietica che faceva automobili, privatizzata.
Durante una delle sue frequenti visite a Londra, scelse di restarvi.
Aveva venduto nel frattempo i suoi interessi nei media, fra cui il controllo del giornale economico «Kommersant».
Lasciò così a metà il suo ultimo progetto politico: nel 2000 aveva creato dal nulla uno spontaneo partito politico, «Russia Liberale», che secondo le sue intenzioni doveva unire in un blocco tutti gli uomini d’affari (del suo stampo) «sostenitori del libero mercato».
Partito finito nel nulla da quando manca di spontanei finanziamenti.
Ma a Londra Berezovski ha fondato un gruppo altrettanto spontaneo, chiamato «Civil Rights Foundation», con cui continua la sua battaglia ideale.
Tale «Civil Rights Foundation» non appare quasi mai, ed è poco promossa dal suo creatore: ma si ritiene che attraverso questa facciata egli faccia arrivare fondi a tutti i gruppi d’opposizione che nell’ex-URSS possono dar fastidio a Putin.
Dalla spontanea rivoluzione arancione in Ucraina, appunto, alla «causa cecena»: Berezovski è ritenuto né più né meno che il mandante della strage nella scuola di Beslan, atto gratuito (e di nessuna utilità per la causa cecena) a cui si sono dedicati i suoi criminali ceceni di riferimento.
Dopo Beslan, è un fatto che i salotti buoni di Londra hanno smesso d’invitare Berezovski.
Ma a lui importa poco: sicuro della protezione ufficiale britannica (i Rotschild, pare, gli devono molto), continua a vivere come viveva in Russia nella villa sfarzosa che s’è comprato: fra guardie del corpo armate e immensi SUV corazzati coi finestrini affumicati, a scanso di attentati (ne ha subiti parecchi in Russia, e ancor più ne ha ordinati).
Torna alla ribalta quando qualcuno dei tizi da lui spontaneamente finanziati, come il povero Litvinenko, o come la povera giornalista democratica, finiscono male in modo clamoroso quanto misterioso: allora Berezovski ripete alla stampa che la colpa è di Putin, o lo fa ripetere al suo portavoce Alex Goldfarb, quell’ebreo che parlò per conto di Litvinenko quando Litvinenko giaceva morente, avvelenato come sappiamo, in rianimazione.
Tutte le interviste a Litvinenko apparse in quei giorni sui media sono uscite dalla voce di Goldfarb: la stampa occidentale le ha accolte come oro colato.
Di sicuro, spontaneamente.
Ma ora Berezovski torna alla ribalta perché rivuole indietro i soldi pagati per la rivoluzione arancione.
Perché un tale gesto, al prezzo di svelare il trucco delle spontanee democrazie dell’Est?
Forse le sue attività «politiche» hanno intaccato le sue fortune?
O forse - dopo la crisi dei subprime - le banche d’affari di Londra gli chiedono di rientrare dal denaro che gli hanno fornito per il suo shopping di patrimoni del popolo russo durante le privatizzazioni di Eltsin?
Può darsi.
E’ il bello del capitalismo globale, ragazzi: il pescecane trova sempre uno squalo più grosso di lui.
Maurizio Blondet
Note
1) «Berezovski veut récupérer une partie de l’argent alloué à la ‘révolution orange’ en Ukraine», RIA Novosti, 3 settembre 2007.
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