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    CIAVARDINI LIBERO
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    Predefinito Gli ultimi martiri d'Italia-Trieste 1953

    Posto questo articolo, che fa riflettere come gli ultimi italiani uccisi da una potenza occupante perirono per mano di quegli "alleati" anglo-americani che dissero di averci "liberato" dal fascismo e "difeso" dal comunismo:










    I caduti nei moti del 5 e 6 novembre 1953 per il ritorno di Trieste all'Italia
    (PIERO ADDOBBATI, ANTONIO ZAVADIL, NARDINO MANZI, ERNESTO BASSA, SAVERIO MONTANO, FRANCESCO PAGLIA)

    di RENZO DE' VIDOVICH
    (nel 1953 segretario generale della Giunta d'Intesa Studentesca)
    Abbiamo ricordato un po' troppo sommessamente quest'anno i Caduti nei moti popolari triestini contro il Governo Militare Alleato anglo-americano.
    E questo è male.
    Perché è in atto un tentativo piuttosto evidente di far credere che l'Italia sia ritornata a Trieste grazie ai giochi diplomatici delle grandi Potenze, perché quel tal funzionario è andato a prendere il thé con tal'altro colonnello americano o con un certo diplomatico inglese ignorando la fortissima spinta popolare e giovanile testimoniata da tanti italiani che hanno rischiato la vita e che spesso hanno dato la vita per l'Italia.
    Ricorderò qui solo fatti concreti, non frasi, non affermazioni che lasciano il tempo che trovano. Senza sminuire l'apporto dato dai triestini, non va dimenticato il contributo alla causa dato dagli esuli se è vero che tra i sei Caduti vi era un istriano, un fiumano ed un dalmata.
    Tra le persone che sono rimaste ferite da colpi d'arma da fuoco o da corpi contundenti, una buona metà apparteneva a famiglie di esuli adriatici. Nulla di nuovo perché la presenza istriana, fiumana e dalmata ha egemonizzato da secoli questa città, dalla fine della Serenissima Repubblica di Venezia del 1797, quando a Trieste sono confluite le popolazioni di questi territori.
    Dopo la guerra un terzo della città era formato dagli esuli che hanno continuato la lotta, insieme ai triestini, per il ritorno di Trieste all'Italia. Non era una novità per chi veniva da quelle terre continuare a Trieste una battaglia contro coloro che volevano snazionalizzare oltre alle terre dell'Adriatico orientale anche la città di San Giusto, Gorizia e l'Isontino.
    D'altronde esisteva una continuità storica e una medesima identità in un popolo di tradizioni venete e romane che si era insediato da millenni da Aquileia a Cattaro, un unico popolo che, di volta in volta, ha combattuto battaglie apparentemente diverse ma in realtà unite da un unico filo.
    Sempre si é trattato di scontri tra le tre diverse civiltà: latina, germanica e slava.
    Coloro che vogliono far perdere la memoria storica a Trieste sono dotati di mezzi poderosi, varano iniziative culturalmente suggestive supportate da importanti campagne dei mass-media.
    In questi giorni sono rimasto molto perplesso ed angosciato perché ho partecipato alle manifestazioni celebrate a Trieste per l'ottantesimo anniversario della fine della guerra 15 -18 e mi sono accorto di una cosa: le foto che ricordano la prima e la seconda Redenzione di Trieste e documentano un eccezionale afflusso di popolo, le riprese cinematografiche che testimoniano l'entusiasmo incredibile di questa e delle altre città per il ritorno all'Italia sono manipolate dai costruttori di realtà storiche virtuali per i quali una folla in delirio diventa un fenomeno legato all'effimero quale la curiosità, la voglia di assistere ad uno spettacolo, la smania di presenziare ad un evento storico.
    Ciò che pesa, invece, come un macigno, sono le lapidi dove sono segnati i nomi di coloro che sono caduti per l'Italia. Nessuno può dire che si trattava di curiosi passati di lì per caso. Chi dà la vita non lo fa con leggerezza, perché dona qualcosa di unico e di irripetibile. Ecco perché quelle pietre pesano giustamente come macigni e testimoniano una verità storica che non può essere scalfita dalle chiacchiere.
    Vi dicevo che il taglio delle manifestazioni di questo periodo mi hanno preoccupato perché ricordano un clima che assomiglia maledettamente a quello del '53. Vorrei brevemente ricordare quei giorni, non senza fare presente che cinque anni fa quando alla Lega Nazionale commemorammo il quarantesimo anniversario dei Moti triestini, il Piccolo pubblicò un indecente articolo sostenendo che quei morti erano stati inutili anzi, controproducenti.
    Ebbene, quest'anno a smentita delle tesi del Valdevit promosse del giornale locale a livello di documenti storici, é stato pubblicato il diario del Ministro della Difesa del governo Pella nel 1953-54, persona non vicina particolarmente a noi, Paolo Emilio Taviani, tutt'ora presidente dell'Associazione partigiani d'Italia.
    Egli guardava allora con qualche preoccupazione a Trieste e nel suo diario annota e riporta qualcosa di più di quello che avevamo detto noi cinque anni fa per conoscenza diretta e che oggi trova puntuale conferma nel suo libro di memorie. Per esempio ci rivela che il governo Pella si preoccupò di muovere l'Esercito dopo la grande riunione a Nova Gorica, organizzata dal Maresciallo Tito.
    Questo è un elemento testimoniale di grande importanza perché significa che effettivamente Trieste correva allora un pericolo segnalato e documentato dall'Esercito e dagli organi istituzionali italiani.
    Non era dunque una suggestione collettiva dei giovani triestini che non disponevano di notizie riservate e si sentivano solo soldatini che eseguivano ordini e che non pretendevano certo di programmare manovre politiche.
    Non avevamo solo noi della Giunta d'Intesa studentesca, ben consci delle nostre poche conoscenze politiche e belliche, ad essere preoccupati. Era preoccupato il Ministro della Difesa in possesso di una serie di notizie ottenute dai Servizi segreti e dagli organi istituzionali deputati alla sicurezza internazionale dell'Italia. "L'idea di muovere le truppe scrive nel diario in data 3 dicembre 1953 dopo la notizia della grande adunata partigiana a Nova Gorica è stata sua" (di Pella, ndr) e fornisce altre notizie, riportate in appendice provenienti dai comandi militari italiani sulla posizione delle truppe di Tito dislocate lungo il confine con il costituendo Territorio Libero di Trieste.
    Scrive Taviani: "Ho avuto oggi un nuovo rapporto del Sifar (Servizio di controspionaggio militare italiano, ndr): un terzo dei poliziotti del Tlt sono leali italiani, ex carabinieri, ma ci sono gli altri due terzi: titoisti e italiani venduti". Paolo Emilio Taviani scrive e ci conferma oggi notizie che tutta Trieste conosceva fin troppo bene!. ""Niente può fermarci - scrive il 2 novembre del '53 - ha detto il vice di Tito a Belgrado, "noi siamo sicuri di vincere".
    Da Belgrado, il "Messaggero" pubblica lo stesso giorno questa notizia: "Circola insistente la voce che la Jugoslavia sarebbe disposta a una maggiore collaborazione militare con gli occidentali, fino ad aderire al Patto Atlantico, in cambio di concessioni economiche e territoriali nel territorio di Trieste".
    Una delle fonti che ha messo in circolazione questa voce ha dichiarato al corrispondente dell'"Associated Press": "Pubblicamente i rappresentanti jugoslavi dichiarano di non voler cedere neppure un pollice di terreno, ma privatamente ammettono di essere disposti anche a una soluzione di compromesso.
    La soluzione minima sarebbe l'annessione formale della Zona B, insieme a un accesso diretto al porto di Trieste ed alla concessione della sovranità di una parte delle banchine portuali".
    Notizie preoccupanti.
    La storia dell'accesso alle banchine del porto di Trieste ha tutta l'aria di una spartizione o di un condominio della città. Umilia l'Italia - conclude Taviani - e perpetua la ragione di conflitto con la Jugoslavia. Significherebbe l'aggravamento dei vecchi problemi e l'apertura di nuovi".
    Queste sono cose che noi ben sapevamo sia pure a grandi linee come avviene a livello di ragazzi e di larga opinione pubblica ma che continuano ad essere messe in dubbio dagli storici di regime che chiedono di avere prove documentali.
    Preferiscono riprendere le "ben documentate" tesi della propaganda jugoslava. Come nella prima guerra mondiale, così anche nel secondo dopoguerra, la propaganda slava è stata, rispetto a quella dell'Italia, più efficace, più pronta e meglio finanziata della nostra. In proposito Taviani annota nel novembre del '53: "Molto importante in questo settore è inoltre l'influenza della propaganda jugoslava (e inglese...), che spendono cifre astronomiche (gli inglesi un milione di dollari all'anno solo a New York), mentre noi siamo totalmente e drammaticamente assenti... Per esempio la televisione, che qui (parla degli Stati Uniti) è un mezzo di penetrazione di eccezionale efficacia e che letteralmente crea la pubblica opinione americana, è sistematicamente filojugoslava, in modo settario, ma abile, evidentemente pagata... e non abbiamo nessun modo per reagire".
    Pare incredibile ma la Jugoslavia che non era certo una delle grandi potenze economiche possedeva una propaganda nazionale superiore a quella dell'Italia. "Mi dispiace non ci sia nella nostra tradizione italiana, ma loro riescono ad avere e a spendere per la loro tesi e per portare avanti le loro iniziative somme ben superiori alle nostre".
    Vi è poi in data 1° novembre '53 una affermazione sulla presenza intorno a Trieste non solo di truppe regolari ma anche di bande partigiane armate: "Pezzi mi assicura - scrive Taviani - che ha dato gli ordini e che le armi chieste da De Castro per i partigiani italiani di Trieste sono partite. Sono armi di dotazione Nato. Ne hanno avuto notizia il presidente Pella e il sottosegretario Andreotti che dirige l'ufficio di Presidenza per le zone di Confine. Musco ne ha informato il collega britannico dell'Intelligence Service. Il complesso delle armi è cospicuo".
    Ho più volte ricordato che noi, componenti della Giunta d'Intesa Studentesca, eravamo troppo giovani per aver fatto la guerra ed eravamo stati esclusi dal servizio militare per cui non sapevamo neppure tenere un fucile in mano. Perciò un bel numero di noi si recava nel territorio italiano, cioè a Monfalcone, la domenica, dove ci impartivano sommarie lezioni di tecnica militare. In pratica ciò comprova che i nostri timori sull'arrivo di bande di infiltrati era una paura fondata che legittimamente preoccupava anche il Governo italiano. Quello che noi temevamo a Trieste non era l'attività di locali elementi slavi ma l'invasione di bande irregolari partigiane per cui chiedevamo che il Governo italiano dotasse Trieste di armi difensive nel caso di un'aggressione da parte di bande di miliziani comunisti non ufficiali.
    Questa è una delle verità storiche che non piace a nessuno: vero è che noi giovani fummo considerati allora dei soldati, tant'è vero che nelle trattative con un colonnello che si faceva chiamare Bianchi quando mi chiese "se rischiate la vita e scendete in piazza che cosa volte in cambio?" risposi "vogliamo in cambio che coloro che moriranno siano considerati alla stessa stregua di soldati italiani".
    Ci fu solo un assenso orale ma lo Stato italiano, per la verità, ha mantenuto questo impegno perché, come sapete, i nostri Caduti del 1953 sono considerati alla stregua di Caduti militari perché agirono secondo le disposizioni date per frenare il tentativo inglese e americano di vendere Trieste a Tito in cambio dell'avvicinamento della Jugoslavia all'Occidente se non addirittura quale contropartita della sua entrata nel Patto Atlantico. Queste sono verità storiche pesanti, basate su documenti ormai pubblici.
    Ebbene ci sono molti documenti che dimostrano come la volontà inglese e americana di snazionalizzare Trieste producesse frutti pericolosi.
    Vorrei ricordarvi per esempio che alle elezioni comunali che si svolsero in quegl'anni il primo partito era la Democrazia Cristiana con una distacco di voti non enorme sul il secondo partito, che si chiamava Partito Comunista del TlT, perché i comunisti allora a Trieste dipendevano direttamente da Stalin e non dal Pci. Il terzo partito era il Fronte dell'Indipendenza del TlT.
    Il fatto che il secondo e il terzo partito di Trieste propugnassero ufficialmente la costituzione del Territorio Libero di Trieste era un sintomo dell'azione disgregatrice posta in atto dall'Amministrazione del Governo Militare Alleato. Per esempio il Governo Militare Alleato finanziava "Il Corriere di Trieste", un giornale scritto in maniera risibile ad eccezione della terza pagina che era la più bella di quelle di tutti gli altri quotidiani italiani perché costituiva la traduzione della pagina culturale e letteraria del Daily Telegraph.
    Il G.M.A. tentava di creare a Trieste gruppi antitaliani, investiva in giornalisti che non scrivevano, assumeva nella Pubblica amministrazione solo coloro che possedevano requisiti antitaliani come è testimoniato dalle parole di Taviani.
    Nell'Amministrazione pubblica si faceva carriera per meriti antitaliani ed i giovani venivano continuamente bombardati da proposte allettanti a condizione che dimenticassero di essere italiani.
    Vi ricordo che quando decidemmo di scendere in piazza per contestare l'occupazione "coloniale" anglo-americana non più tollerabile, erano passati otto anni dalla fine della guerra.
    Gli americani se n'erano andati da tutta Italia, eccetto Trieste, considerata una base navale strategica indispensabile per dominare l'Adriatico e i Balcani. Ebbene, decidemmo di non più collaborare con questi "alleati" che ci trattavano con disprezzo perché li temevamo fortemente ed avevamo la sensazione che sarebbero alla lunga riusciti a scardinare il senso nazionale dei giovani. Era questa la cosa che ci preoccupava molto perché attraverso discriminazioni sul lavoro, concessione di agevolazioni ed esoneri dal servizio militare, gli anglo-americani tentavano di diffondere una mentalità analoga a quella dei "clientes" della peggior plebe romana.
    Si voleva fare di Trieste una nuova Tangeri, una città morta, senza spirito, priva di dignità e di una classe dirigente propria. I beni di consumo erano a metà prezzo ma, in cambio, scarseggiava una merce oggi svalutata, ma che per noi, allora come oggi, era ed é importantissima: la libertà politica.
    A Trieste i cittadini potevano decidere democraticamente in Consiglio comunale solo atti di ordinaria amministrazione, mentre le grandi scelte nazionali e internazionali spettavano esclusivamente al Governo Militare Alleato sul quale non avevamo alcuna possibilità di influire. Eravamo coloro che ricevevano benefici economici ma delegavamo agli altri il diritto di rappresentarci politicamente.
    Oggi al nostro popolo demotivato questo sembra poco importante (chi si domanda, quando il pericolo sovietico é cessato, da chi ci difendano gli aerei delle basi Usa che affiancano quelle Nato di Aviano ed Istrana o i soldati americani nella caserma Edel di Vicenza?). Ma, allora, per un giovane sentirsi escluso dall'essere "fabbro del suo proprio destino" era una cosa inaccettabile.
    Ricordo che quando al Circolo studenti medi di via Trento riunii tutti i rappresentanti delle scuole per discutere su un possibile scontro con la Polizia civile qualcuno venne a dirci che, in quei giorni, la Polizia era stata dotata di molte munizioni mentre di solito la Polizia civile era dotata di moschetto ma con solo cinque cartucce, per cui, di fatto era disarmata.
    Il tentativo di intimorirci andò a vuoto. Sentivamo di combattere per la nostra libertà e per l'indipendenza del nostro stato il ché significava concretamente che non volevamo rimanere in balia della volontà degli stranieri, inglesi, americani o jugoslavi che fossero.
    Si era verificato un episodio che dimostrava come la Polizia civile non fosse assolutamente in grado di difenderci da un'aggressione di partigiani provenienti dalla Jugoslavia.
    Due soldati americani alticci a bordo di una jeep sconfinarono in Jugoslavia. "I graniciari" salirono sul retro della jeep, li costrinsero a tornare indietro.
    L'autista non si fermò, però, al posto di blocco per cui i due soldati jugoslavi sconfinarono involontariamente in territorio anglo-americano per quasi un chilometro. Fu giocoforza per i due "graniciari", armati di fucile, ritornare indietro. Quando i poliziotti di guardia videro due soldati jugoslavi armati provenienti dall'interno pensarono ad una occupazione jugoslava della città. La polizia civile di frontiera si dileguò ed il posto di confine rimase sguarnito fino a che non fu chiarito l'equivoco.
    Una conferma che i militari dai "cinque colpi", come li chiamavano ironicamente, non erano disposti a combattere. Vi era dunque la volontà di scardinare lo spirito nazionale con metodi diversi da oggi ma con risultati analoghi.
    Trieste è in crisi economica perché si vuol toglierle l'anima nazionale e una città senz'anima non ha la possibilità di sopravvivere. Questa è la verità che a Trieste non si vuol far emergere.
    Oggi tutti sono paralizzati mentre nel 1953 sentivamo la rabbia del popolo italiano che ci sorreggeva e c'era anche nel Governo una sofferta preoccupazione: "Se il TlT - scrive Taviani il 1° dicembre - continuerà ad esistere, la città si tangerizza, si balcanizza e la perdiamo, la perdiamo etnicamente... E a Trieste ci sarà un'azione coperta da parte slava. Non ti fare illusioni. Perderemo Trieste. E salterà la politica estera. Voglio vedere quanti resteranno, fra i giovani italiani ad accettare l'alleanza con gli inglesi e a credere nell'Europa".
    Questo, mi pare sia il punto sul quale non si è voluto mai mettere il dito.
    Se Trieste fosse stata perduta, l'Italia sarebbe uscita dal Patto Atlantico.
    L'azione che noi facemmo a Trieste era dunque un'azione per l'Italia e per l'Europa non solo perché sulle gradinate dell'Università o sulle barricate dei miei studenti medi c'era uno straccetto con una "E" verde, la bandiera europea del tempo, che ci era stata regalata dal principe di Torre e Tasso. E' per questa ragione che sostengo che i Caduti del '53 sono sì caduti per l'Italia ma anche per l'Europa perché se non fossimo insorti in quel momento, se avessimo lasciato che la cancrena si estendesse a tutta Trieste, ci sarebbero state ripercussioni di carattere internazionale che Taviani sottolinea e che ha ben ragione di sottolineare.
    "L'ho ripetuto oggi agli americani: - dice il 25 maggio - se non si risolve Trieste, l'Alleanza Atlantica non regge nell'opinione pubblica italiana". Non è una battutina buttata lì per caso in un diario: "si rendono conto in parole povere che se Trieste continuerà ad essere TlT, staccata dall'Italia, nel giro di dieci anni potrebbe anche realizzarsi la sua slavizzazione di fatto". Trieste nel Tlt significava dunque, anche nel giudizio del Ministro della Difesa, la sua slavizzazione che portava all'uscita dell'Italia dal Patto atlantico in un momento in cui i comunisti facevano di tutto per farla uscire. Infatti erano diventati perfino patrioti.
    "Solo con questa preoccupazione si muovono e si muoveranno tutti. Altrimenti il TlT durerà decenni- dice il 24 ottobre 1953 quando si parla della possibilità che a Trieste si verifichino dei moti popolari - ... e se il TlT durasse decenni, Trieste sarebbe perduta per sempre"... "Non si rende conto che se non si risolve, e al più presto, il problema di Trieste, l'Italia nel Patto Atlantico può rimanerci solo giuridicamente, né più né meno come stava nella Triplice?".
    "Sono altrettanto convinto che se non dovesse tornare, non ci sarà barba di partito repubblicano, né di massoneria, né di cattolici e democristiani, che potrà arrestare il moto d'opinione pubblica che ci trascinerebbe fuori dal Patto Atlantico e dell'europeismo: in una pericolosissima neutralità nell'illusione dei non allineati. Perfino Nenni - da quel tribuno che è - ha fiutato gli umori dell'opinione pubblica, ha condannato i metodi degli angloamericani a Trieste e non ha osato attaccare il governo".
    E il 5 novembre, giorno dei disordini, Taviani, annota: "Ma, a forza di star zitti e rassegnarci, finiremo per rinunciare a Trieste". A Moro, che cerca di trovare una soluzione politica e diplomatica, risponde con questa frase: "... e poi voglio vedere dove andranno a finire le buone intenzioni del reinserimento dell'Italia in un pacifico equilibrio europeo e mondiale". Più avanti ancora: "La questione di Trieste condiziona tutta la nostra politica estera: se la città non torna all'Italia, salta, prima ancora della politica europeista, la politica atlantica: salta, non fra i dirigenti, ma nell'opinione pubblica, fra i giovani, nel popolo".
    Quindi - come vedete - quello che ho detto in questi quarantacinque anni trova riscontro e conferma, addirittura continuata e ripetitiva, in tutto il diario del Ministro della Difesa. Annota infine Taviani, il 30 novembre: "Le misure militari sono servite a qualcosa, e così pure i moti degli studenti triestini con il doloroso sacrificio di vite umane".
    Il ministro della Difesa nel proprio diario annota che i moti degli studenti sono stati determinanti per chiudere una fase che il Governo Militare Alleato stava trascinando avanti perché in quel momento gli americani avevano ancora una posizione egemone nel comparto balcanico e l'Inghilterra era ancora antieuropea.
    Credo di aver detto anche troppo ma non volevo che questa fosse una rievocazione fatta solo col cuore. Vi dico responsabilmente che rifarei l'operazione attuata allora con i giovani, che avevano solamente una generica sensibilità politica ma più profonda e veritiera di quella di tanti uomini di oggi che pur dispongono di un grande bagaglio culturale.
    Quella volta noi avevamo capito che qui difendevamo l'Italia, l'Europa e l'Occidente.
    Lo sapevamo senza conoscere i giochetti di Tito o le pastette delle diplomazie.
    Eravamo molto giovani e non conoscevamo gli intrighi internazionali ed interni, ma capivamo che vi era qualche cosa di più grande di noi per cui si poteva dare la vita. Ragazzi, come Pierino Addobbati, che apparteneva a una famiglia che nella storia della Dalmazia aveva dato generazioni di patrioti che si erano battute per l'italianità di quelle terre, come Nardino Manzi che veniva da Fiume, o uomini come Antonio Zavadil che veniva dall'Istria, Erminio Bassa e Saverio Montano che erano triestini sono gli ultimi caduti per la causa nazionale italiana.
    Francesco Paglia assunse le maggiori responsabilità dei moti giovanili perché a 24 anni era il più vecchio di noi e perché rappresentava gli studenti universitari.
    In rappresentanza degli Studenti medi alla sua morte assunsi una responsabilità più grande di me che ancora oggi mi induce a difendere il loro sacrificio e rivendicare il loro ruolo. Sono gli Eroi di ieri, la cui memoria si vorrebbe esorcizzare perché turba i sonni dell'Italia di oggi.


    http://www.arcipelagoadriatico.it/In...vento37bis.htm

  2. #2
    legione muti
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    Predefinito Ottimo

    Ottimo tread.
    Ieri, oggi, domani: l'Inghilterra è il cancro del genere umano. Il Nemico dell'Uomo, per usare l'espressione della Resistenza Nazionalrivoluzoonaria palestinese.

  3. #3
    legione muti
    Ospite

    Predefinito Maria Pasquinelli

    Ricordiamola. Lo merita.

  4. #4
    Enclave MUSSOLINISTA
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    Predefinito La Pasionaria Dell'istria Tricolore. Maria Pasquinelli

    Citazione Originariamente Scritto da legione muti Visualizza Messaggio
    Ricordiamola. Lo merita.

    LA PASIONARIA DELL'ISTRIA TRICOLORE. MARIA PASQUINELLI UCCISE IL GENERALE INGLESE CHE DOVEVA CONSEGNARE QUELLA TERRA AGLI JUGOSLAVI

    Giovanni Morandi


    Bergamo - Non si è pentita di averlo fatto, ma per tutta la vita ha pregato per l'uomo contro il quale quel giorno puntò la rivoltella. Non lo aveva mai visto prima di allora, lo riconobbe perché portava sul berretto una striscia rossa. Segno del suo grado, generale comandante le forze alleate in Istria, l'uomo che formalmente avrebbe consegnato quella terra agli jugoslavi. Lui, inglese, era sposato e aveva una bimba di pochi mesi. Lei, italiana, era un'insegnante, che con furore pari all'ingenuità amava l'Italia. In Africa aveva perfino dismesso la divisa da crocerossina e si era travestita da soldato per andare a combattere al fronte. Robin De Winton agli occhi di quella giovane donna era il simbolo della perduta libertà della terra istriana. A Pola lui era il massimo esponente dei Quattro Grandi. Lo uccise con tre spari, mentre entrava al comando; era il 10 febbraio del '47, il giorno della firma del trattato di pace a Parigi. Maria Pasquinelli fu condannata a morte da un tribunale alleato, poi consegnata agli italiani per non farne una martire e la pena commutata in ergastolo.
    Oggi ha 84 anni, vive con la sorella a Bergamo e non ha voglia di parlare del passato.
    Per quale motivo non vuole ricordare. Ritiene di aver fatto un errore?
    «Non voglio parlare perché il fatto è quello che è, ed è assolutamente inutile che io ne parli a posteriori. Il fatto è quello e ognuno lo interpreti secondo il suo punto di vista. Ovviamente se si fanno certe azioni si spera possano dare un vantaggio, mettiamo, storico, ma in ogni caso di quelle azioni si impadronisce l'opinione degli altri, di chi le approva e di chi le condanna. Per me volerne parlare è inutile»
    Ma il caso in cui maturò quel fatto è ancora aperto e dunque ha un senso parlarne.
    «Certo che è ancora aperto, ma se fossi stata uccisa come era nelle mie previsioni non parlerei più e voi dareste le interpretazioni che vorreste».
    Quanto tempo è rimasta in carcere?
    «Ho fatto tre anni a Perugia, sei o sette mesi a Venezia e il resto dei 17 anni, sette mesi e 20 giorni a Santa Verdiana a Firenze. Sono uscita nel '64, il 22 settembre».
    Ed è subito venuta a Bergamo.
    «No, solo da sei anni. Mia madre era bergamasca e di questa gente io ho la spregiudicata schiettezza. Mio padre invece era marchigiano, di Jesi. Sono nata a Firenze con altri due miei fratelli, in via delle Panche, dove c'è l'Opera della Madonnina del Grappa di don Facibeni e don Facibeni veniva sempre a trovarmi in carcere. Lo fece fino a pochi giorni prima di morire. Fu lui che mi aveva battezzata, era molto amico di mio padre».
    Le deve essere stato di grande aiuto.
    «Era un uomo molto semplice e molto caro. Venne a trovarmi anche il 25 aprile nel '58. Il giorno prima era stato sul Grappa, perché là era stato combattente, medaglia d'argento. Era andato a far visita al suo capitano che era gravissimo. Fu l'ultima volta che lo vidi. Morì in giugno. Sino alla fine rimasi in contatto con lui e gli facevo sempre celebrare una messa tutti i 10 del mese, per ricordare la morte del generale di Pola».
    Mai avuto contatti con la famiglia De Winton?
    «Lui era sposato e aveva un bimba di pochi mesi. Ma queste notizie io le ho apprese dopo il fatto. Io non sapevo niente della famiglia di lui. E il parroco di Castelfiorentino, si chiamava don Dina, che era stato segretario del vescovo di Pola, monsignor Radossi, una volta venne in carcere a visitarmi e mi disse che era andato all'università di Friburgo, dove aveva conosciuto un sacerdote, che era il fratello del generale e questo fratello gli disse che a sua cognata, la moglie del generale morto, rincresceva che io stessi in carcere. Così mi disse».
    Lei non ha mai cercato un contatto con la moglie?
    «No, perché di fronte a certi fatti le parole sono inutili. Comunque so di avere avuto la sua comprensione».
    Come giudica la revisione storica che di recente è stata fatta anche dalla sinistra ex comunista sulla verità delle foibe e del problema istriano?
    «Come tutti sappiamo c'è stata la congiura del silenzio su tutta la storia del confine giuliano. In omaggio al comunismo italiano, nessun partito ha avuto il coraggio di affrontare l'argomento. Adesso si comincia a parlarne. Il silenzio è stato motivo di grande sofferenza per gli esuli e per i parenti di quelli che furono uccisi solo perché italiani. Dei 30 mila abitanti di Pola, 28 mila furono costretti a venir via. Questo dice tutto».
    Con don Facibeni parlò di quel delitto?
    «Sapeva chi ero ma non abbiamo mai affrontato l'argomento».
    Lei non aveva il bisogno di parlarne?
    «E perché avrei dovuto parlare con lui? Il problema l'avevo già risolto molto prima».
    Inutile chiederle se abbia mai avuto il dubbio di aver sbagliato. Si ha l'impressione che lei non si sia mai posta la domanda.
    «A volte trovo qualcuno, che mi chiede: se tornasse indietro? Io rispondo: se tornassi indietro avrei la stessa età, sarei ancora a quei tempi, sarei ancora quella».


    Marzo 1947. I VERBALI DEL PROCESSO: “Ho sparato contro il trattato di pace”

    Questo il racconto che Maria Pasquinelli fece davanti ai giudici, nel corso del processo che si tenne nel marzo-aprile 1947, in cui fu condannata a morte.
    «L'ho colpito per protesta contro il trattato di pace e solo perché era il massimo rappresentante dei Quattro Grandi a Pola. Lo avevo visto, di spalle, una volta sola, il martedi precedente l'attentato. Non sapevo nulla di lui, non conoscevo nemmeno il suo nome. Quando lo colpii, il generale non ebbe l'impulso di scappare. Dapprima sparai due colpi, anche se mi parve di sentire un solo colpo. Lui ebbe l'impulso di voltarsi per vedermi in faccia. Ho nettamente presente lo sforzo che fece per voltarsi verso di me. Mi sfuggì... sparai il terzo colpo. Solo allora il generale barcollando si allontanò verso il comando. Rimasi sola. Mi accorsi che la sorpresa mette l'attentatore in enorme superiorità rispetto agli altri. Non intendo dire che i soldati presenti si comportarono da vili. Di fronte alla sorpresa dei colpi chiunque sarebbe potuto scappare. Tornò poco dopo un soldato, avanzò verso di me con il fucile puntato e l'evidente intenzione di non spararmi. Non si avvicinò direttamente. Ma camminava cercando quasi di aggirarmi. lo tenevo la rivoltella in mano, ma puntata verso terra. Gli feci cenno che non intendevo sparare, ma egli non poteva capire. Allora posai la rivoltella per terra. Mi prese e mi condusse al comando». [Giovanni Morandi]



    Riportato da: LA NAZIONE del 5 Febbraio 1997. Firenze.



    http://francocolombo.ilcannocchiale.it
    CsFC "ENCLAVE ITALIANA"

  5. #5
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    Predefinito

    ottimo lavoro!

  6. #6
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    Predefinito Dopo l'attentato

    Maria Pasquinelli fu processata due mesi dopo il fatto dalla Corte Militare Alleata di Trieste Il dibattito si svolse senza tumulti né colpi di scena. L'imputata si dichiarò colpevole e spiegò le ragioni che l'avevano indotta a compiere l'attentato. Una sola volta l'aula fu fatta sgombrare dal presidente Chapman. Accadde quando il difensore avv.Giannini, invitato dal presidente ad adeguarsi alla procedura seguita dalla Corte alleata, rispose:

    "Prima di ogni altra cosa, signor presidente, io mi considero un italiano che difende un'italiana"

    Nell'aula il pubblico applaudì e si udirono gridi "Viva l'Italia". Fu allora che l'aula venne fatta sgombrare.
    Il 10 aprile la Corte alleata pronunciava la sentenza che la condannava a morte, l'imputata si raccolse in silenzio, il pubblico rumoreggiò e le donne scoppiarono in singhiozzi. Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto:

    "Dal pantano d'Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli"

    In seguito, la pena capitale fu commutata nel 1954 in ergastolo e fu trasferita nel penitenziario di Perugia.
    Nel 1964 tornò in libertà, ma non ha mai concesso interviste. Maria Pasquinelli ha cercato di farsi dimenticare da allora e tuttora vive a Bergamo.

  7. #7
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    Predefinito


    Maria Pasquinelli (Firenze, 1913) si era diplomata maestra elementare e successivamente laureata in pedagogia a Bergamo. Fascista fervente, frequentò la Scuola di Mistica Fascista. Divenne famosa per aver ucciso il comandante della guarnigione britannica di Pola nel febbraio 1947, come protesta per l'esodo istriano.

  8. #8
    legione muti
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    Predefinito Maria Pasquinelli

    Eroe, Fascista mistica.

  9. #9
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    Predefinito Maria Pasquinelli

    Citazione Originariamente Scritto da legione muti Visualizza Messaggio
    Eroe, Fascista mistica.
    [SILVIA] Maria Pasquinelli: Eroina Fascista Mistica !!![/SILVIA]

  10. #10
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