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    Post Due articoli interessanti sulla precarietà e sull'occupazione

    Il prof invoca i dati? Bene, eccoli: La precarietà non fa bene all'occupazione


    Emiliano Brancaccio
    Liberazione, 4/9/2007

    L'annuncio della manifestazione del 20 ottobre contro la precarietà e per una politica economica alternativa ha già dato avvio ad un acceso dibattito sui temi del lavoro. Il professor Ichino ha auspicato che il confronto che si sta sviluppando attorno all'iniziativa risulti il più possibile fondato su dati ed evidenze oggettive. Vengo incontro alla invocazione di Ichino proponendo una riflessione, dati alla mano, intorno al seguente interrogativo: a cosa sono realmente serviti il pacchetto Treu, la legge del settembre 2001 sull'abolizione delle causali per i contratti a termine, la legge Biagi e in generale le politiche del lavoro che sono state attuate in Italia e in Europa nell'ultimo quindicennio? La domanda, per quanto elementare, ha sempre messo in imbarazzo i sostenitori del cosiddetto "lavoro flessibile". Gli esperti sanno, infatti, che la riduzione delle tutele e la diffusione dei contratti precari non stimolano la ricerca tecnica, né gli investimenti, né tanto meno favoriscono la crescita dimensionale delle imprese. Si può tuttavia ritenere che le politiche di flessibilità del lavoro abbiano almeno contribuito alla riduzione del tasso di disoccupazione e all'aumento del tasso di occupazione? Il professor Giavazzi ritiene di sì. In un editoriale pubblicato domenica sul Corriere della Sera , egli ha dichiarato che "da quando in Europa si è fatto qualche passo avanti nella liberalizzazione del mercato del lavoro, l'occupazione è salita"; ed ha inoltre aggiunto che la richiesta che le forze della sinistra hanno avanzato a Romano Prodi, di rispettare il programma dell'Unione ripristinando la centralità del contratto di lavoro a tempo indeterminato, avrebbe come effetto "di riportare la disoccupazione oltre il 10%". A sostegno della sua tesi, Giavazzi si limita ad affermare che è solo grazie alla maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro che nel decennio 1996-2006 l'Europa sarebbe riuscita a generare un aumento dell'occupazione finalmente prossimo a quello degli Stati Uniti. L'affermazione di Giavazzi in effetti sorprende per la genericità che la caratterizza. Messa in questi termini, essa suona un po' come l'idea, tipica dei Maya, secondo cui più sacrifici umani si facevano, più abbondanti sarebbero stati i raccolti di grano. In realtà, come vedremo, l'affermazione di Giavazzi non trova riscontri attendibili sul piano scientifico: infatti l'analisi dei dati impedisce di stabilire un qualsiasi rapporto di causa ed effetto tra l'aumento della precarietà e il miglioramento degli indici di occupazione e disoccupazione.
    La nostra verifica, effettuata in collaborazione con Domenico Suppa, si basa sui dati degli Employment Outlooks pubblicati nel corso dell'ultimo decennio dall'OCSE. In particolare, abbiamo concentrato l'attenzione su 28 tra i principali paesi industrializzati e sull'andamento di tre variabili: il tasso di disoccupazione, che è il rapporto tra i disoccupati alla effettiva ricerca di un lavoro e la cosiddetta popolazione attiva (cioè la somma di occupati e disoccupati); il tasso di occupazione, che è il rapporto tra occupati e popolazione in età di lavoro; e l'indice del grado di protezione dei lavoratori calcolato dall'OCSE, detto EPL (Employment Protection Legislation). Questo è un indice ad ampio spettro, che comprende le tutele contro i licenziamenti ingiustificati ma anche la tipologia e la diffusione dei contratti a termine ed atipici. L'indice EPL si muove di pari passo con la quantità e qualità delle tutele di cui gode il lavoratore. Ad esempio, per quanto riguarda l'Italia, l'articolo 18 aumenta le protezioni e quindi innalza l'indice EPL, mentre il pacchetto Treu e la legge Biagi lo riducono. Con riferimento all'ultimo decennio, l'OCSE riporta i dati sull'indice EPL relativi agli anni 1998 e 2003. Pertanto abbiamo effettuato la nostra verifica lungo questo arco temporale, introducendo un ritardo di uno e due anni sugli indici di occupazione e disoccupazione in modo da dare tempo agli eventuali mutamenti legislativi di dispiegare pienamente i loro effetti. Sulla base di questa metodologia, abbiamo potuto vedere come si comportano i tassi di disoccupazione e di occupazione in rapporto all'andamento dell'indice EPL. Ebbene, in generale rileviamo che non sussiste alcuna correlazione statistica significativa tra queste variabili. A dimostrazione del fatto che l'attacco alle protezioni dei lavoratori è diffuso a livello globale, l'EPL si riduce nella maggioranza dei paesi considerati. Ma nel medesimo periodo i tassi di occupazione e disoccupazione fanno registrare gli andamenti più disparati, in molti casi addirittura opposti a quelli auspicati dai fautori della flessibilità. Ad esempio, nonostante una consistente riduzione dell'indice di protezione dei lavoratori, Austria, Germania, Giappone, Norvegia e Portogallo fanno registrare un aumento del tasso di disoccupazione. Di converso, a fronte di un leggero aumento delle protezioni, Spagna, Francia, Regno Unito, Irlanda e Nuova Zelanda si caratterizzano per una riduzione della disoccupazione (si veda la tabella di accompagnamento).
    Gli esiti di questa nostra verifica susciteranno forse una certa sorpresa nel grande pubblico, abituato da anni a sorbirsi lo slogan liberista secondo cui la precarietà fa bene all'occupazione.
    Ma i medesimi risultati non costituiscono certo una novità per gli addetti ai lavori. Essi infatti non fanno che confermare la mancata correlazione tra precarietà e tasso di disoccupazione, alla quale l'Ocse - da sempre fautrice dei contratti flessibili - si era dovuta arrendere già nel 1999. Con un elemento aggiuntivo, però. All'epoca l'Ocse aveva riscontrato una sia pur minima relazione tra l'abbassamento dell'indice di protezione dei lavoratori e l'aumento dell'altro tasso, quello di occupazione. In realtà il legame tra le variabili era risibile, disperso in quella che gli statistici definiscono una "nuvola di punti". Esso tuttavia venne usato, almeno dai più sfacciati apologeti della flessibilità del lavoro, per tentare di difendere le loro ricette. Ebbene, oggi rileviamo che pure quell'ultimo appiglio è svanito: la correlazione non sussiste nemmeno tra indice Epl e tasso di occupazione.
    Esisterà tuttavia anche oggi una minima eccezione, un singolo caso in cui la precarizzazione dei rapporti di lavoro si sia verificata in concomitanza con un miglioramento dei tassi di occupazione e disoccupazione? Questa eccezione in effetti esiste, ed è rappresentata guarda caso proprio dall'Italia. Dal pacchetto Treu alla legge 30, le riforme del mercato del lavoro attuate nel nostro paese hanno determinato un vero e proprio crollo del nostro indice Epl di protezione dei lavoratori, passato dal 3,57 del 1990 al 2,70 del 1998, per giungere infine all'1,95 del 2003. Forse qualcuno ricorderà che Berlusconi, riferendosi a questi risultati, arrivò a vantarsi del fatto che l'Italia era diventato il paese con la flessibilità del lavoro più alta d'Europa. In quella occasione l'ex-premier non fu troppo lontano dalla verità: infatti il nostro livello di protezione dei lavoratori risulta ormai inferiore a quello di moltissimi paesi europei, tra i quali Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svezia, Finlandia, Norvegia e Spagna. Ora, bisogna in effetti riconoscere che questa picchiata dell'indice Epl italiano si è verificata in concomitanza con un cospicuo miglioramento dei tassi ufficiali di occupazione e disoccupazione. Sulla base di questa evidenza, i nostrani pasdaran della flessibilità si sono quindi nuovamente lanciati a sostenere che la precarietà crea posti di lavoro. Ma basta una lettura un po' meno grossolana delle statistiche nazionali per capire che le cose non stanno affatto in questi termini. Infatti, se i fautori della flessibilità avessero ragione, la forte riduzione dell'indice Epl italiano rispetto alla media europea dovrebbe aver generato dei risultati occupazionali decisamente migliori della media dell'Unione. Accade invece che tra il 1998 e il 2006 il nostro tasso di occupazione cresce pressoché in linea con la media dell'Europa a 15, e dal 1993 (data di inizio della svolta liberista sulle politiche del lavoro) addirittura cresce di meno. Il che, si badi bene, è molto grave, considerato che il livello del nostro tasso di occupazione si situa ancora significativamente al di sotto di quello medio europeo. Ma soprattutto, se si guarda al tasso di disoccupazione nazionale, si scopre subito che la sua buona performance è dipesa in misura rilevante da un fenomeno tutt'altro che positivo, consistente nella crescita dei cosiddetti "lavoratori scoraggiati", cioè coloro che rinunciano a cercare un lavoro dopo vari tentativi falliti. A questo riguardo, basti notare che nell'ultimo decennio in Italia la popolazione attiva (somma di occupati e disoccupati alla effettiva ricerca di un posto) è cresciuta del 4,55% rispetto alla popolazione totale in età di lavoro. Ma in Europa, nello stesso periodo, l'incremento è stato maggiore: 4,70%. Il modesto risultato dell'Italia si spiega col fatto che nel nostro paese gli "scoraggiati" sono cresciuti molto più della media europea, e questo ha evidentemente comportato una fuoriuscita di persone dalla popolazione attiva. Stando ai dati Ocse sul rapporto tra scoraggiati e forze lavoro, in Italia l'indice addirittura raddoppia, passando dal 2,39% del 2000 al 5,02% del 2005. Al contrario, nello stesso periodo l'indice medio europeo scende dall'1,91 all'1,51%. Ora, il punto chiave è che questo andamento si riflette sul tasso di disoccupazione, facendolo, paradossalmente, migliorare. Le persone che rinunciano a cercare un lavoro, infatti, fuoriescono sia dal novero dei disoccupati sia dalla popolazione attiva, cioè sia dal numeratore che dal denominatore del tasso di disoccupazione. L'effetto aritmetico è che, essendo il numero dei disoccupati solo una parte relativamente piccola della popolazione attiva, l'uscita degli scoraggiati pesa di più sul numeratore e quindi il tasso di disoccupazione si riduce. Se invece gli scoraggiati venissero contemplati nel calcolo del tasso di disoccupazione, questo risulterebbe assai peggiore in Italia che in Europa, sia nei livelli (negli ultimi anni circa due punti percentuali in più per l'Italia) che nella sua dinamica (in Italia il tasso di disoccupazione risulterebbe addirittura crescente negli ultimi anni).
    L'assenza di un legame causale tra precarietà e occupazione crea non pochi problemi ai sostenitori della teoria neoclassica dominante, ma risulta perfettamente spiegabile dagli approcci marxisti alternativi. Questi infatti determinano l'occupazione in base all'andamento dei tassi di accumulazione, delle scelte tecniche, del grado di concorrenza tra i capitali, della politica monetaria e di bilancio, tutti fattori che non presentano relazioni univoche con il grado di flessibilità del lavoro. Ma allora, tornando alla domanda iniziale, dal momento che non contribuisce nemmeno a creare occupazione, a cosa è mai servita la precarizzazione del lavoro di questi anni? La risposta è semplice: a indebolire i lavoratori e quindi a ridurre i salari. Se c'è infatti una correlazione robusta, è quella che sussiste tra Epl e crescita salariale: più basso è l'indice di protezione dei lavoratori, più i salari arrancano. Ecco dunque spiegato il fondamento delle politiche di flessibilità del lavoro di questi anni. Esse costituiscono un tassello decisivo della linea di deflazione dei salari che trova nel nostro paese alcuni tra i suoi più fervidi sostenitori, e che in Italia risulta tenacemente perseguita da oltre un ventennio. Nella "lettera di Liberazione a Prodi" (5 agosto) e in varie altre occasioni, abbiamo avuto modo di chiarire che questa strategia deflazionista è fallimentare, dal momento che non riesce a frenare l'erosione di competitività del paese e la conseguente espansione del deficit nei conti con l'estero (e questo, detto tra noi, non perché la bilancia commerciale sarebbe ormai insensibile al cambio reale, come erroneamente sostiene Halevi - i dati ci dicono infatti che l'elasticità della bilancia nazionale ai prezzi relativi è ancora prossima all'unità - ma perché i salari monetari arrancano ormai in modo sempre più omogeneo a livello europeo, laddove invece le produttività divergono). Abbiamo quindi sollecitato il governo a prendere atto del fallimento della politica di precarizzazione del lavoro e di deflazione salariale perseguita in questi anni, e a riconoscere l'esigenza di una svolta negli indirizzi di politica economica e industriale. Del resto, come si vede, i dati sono dalla parte delle ragioni della sinistra. I professori Ichino e Giavazzi hanno dunque ora molti elementi oggettivi su cui riflettere, e magari potranno ben presto onorarci di un loro commento su di essi. Chissà, potrebbe anche essere la volta buona che essi rivedano i loro entusiasmi in merito agli effetti delle politiche di flessibilità del lavoro. Dopotutto una chance di redenzione non la si nega mai a nessuno.


    Convincetevi, non c'è nessun beneficio dalla precarietà

    Emiliano Brancaccio
    Liberazione, 4/9/2007

    L'aspetto più rilevante della cortese replica di Ichino al mio articolo di sabato è che egli si dissocia dalla tesi di Giavazzi, il quale aveva sostenuto che l'aumento della precarietà riduce la disoccupazione. Si tratta di un evento niente affatto trascurabile sul piano sia analitico che politico, poiché segnala che in tema di legislazione del lavoro il fronte dei sostenitori della flessibilità non è più così compatto come in passato. Ichino, a differenza di Giavazzi, dichiara infatti di non aver mai scritto che le rigidità del lavoro abbiano prodotto in Italia un aumento della disoccupazione. Egli ha ragione, e difatti io non l'ho mai accusato di ciò. Per dovere di cronaca, tuttavia, ricordo a Ichino che tempo fa qualche parola in tal senso gli sfuggì non per iscritto ma in televisione (la qual cosa ispirò il mio "Lo strano caso del Prof. Ichino", pubblicato su Liberazione nel lontano 1° maggio 2003 e al quale fece seguito uno scambio molto interessante nei giorni successivi). Ad ogni modo, ripeto, qui non c'è tanto da far le pulci al giuslavorista, quanto da rallegrarsi per la palese distanza che è emersa tra i due influenti editorialisti del Corriere della Sera .
    Per il resto, mi pare di rilevare in Ichino un atteggiamento difensivo molto diffuso oggi tra i fautori delle più recenti riforme del mercato del lavoro. Come Treu ed altri, egli infatti dichiara che la precarietà del lavoro sussiste in fondo da decenni, da molto prima delle famigerate leggi del 1997, del 2001 e del 2003. L'affermazione di Ichino mi sembra lapalissiana: non mi risulta che in Italia i cosacchi siano mai riusciti a far abbeverare i cavalli a San Pietro, ed è ovvio quindi che anche nei periodi di massima avanzata del movimento operaio le protezioni fossero stratificate, mai sufficientemente omogenee.
    Faccio però notare ad Ichino che l'idea secondo cui le leggi Treu e Biagi non hanno generato cambiamenti di rilievo è palesemente smentita dai dati: a causa di quei provvedimenti, tra il 1998 e il 2003 l'indice di protezione dei lavoratori calcolato dall'Ocse si è ridotto in Italia di quasi un punto. Da questo momento in poi, dunque, suggerirei di evitare di raccontare la storia secondo cui le norme degli ultimi anni non avrebbero accresciuto la precarietà in modo significativo rispetto ai decenni precedenti.
    Riguardo poi alla necessità di superare il dualismo tra protetti e precari, Ichino contesta le proposte di legge avanzate da Rifondazione e dalle altre forze della sinistra sostenendo che è irrealistico pensare di estendere a tutti i lavoratori le tutele che sussistono nelle grandi aziende, poiché ciò provocherebbe "un enorme aumento del lavoro nero". Ebbene, anche in questo caso Ichino si sbaglia: incrociando i dati Ocse e Ilo, si scopre infatti che non c'è correlazione significativa, e che in moltissimi paesi la riduzione degli indici di protezione dei lavoratori si è verificata in concomitanza con un incremento anziché una riduzione del lavoro sommerso. Con riferimento poi allo specifico caso italiano, basti notare che nell'industria la percentuale di lavoro irregolare sul totale degli occupati nel Mezzogiorno supera il 40%, mentre nel Centro-Nord non raggiunge il 15%. Considerato che le norme di protezione dei lavoratori si applicano ancora pressoché uniformemente sull'intero territorio nazionale, si comprende allora facilmente che queste norme non sono in grado di spiegare il divario nei livelli di sommerso che sussiste tra le due aree del paese. Se dunque Ichino, come dice, vuole davvero impostare la discussione in termini non ideologici, allora lo invito a pensarci bene prima di avanzare nuovamente ardimentose relazioni causali tra l'aumento della precarietà e la riduzione del lavoro nero. Ma soprattutto, mi permetto di far notare che, dal punto di vista dell'analisi del capitalismo italiano, quella di Ichino rischia di costituire una posizione retriva e controproducente. Talvolta, infatti, egli sembra volersi accodare a coloro che, allentando i vincoli o chiudendo un occhio sulla loro applicazione, per anni hanno preteso di assecondare tutte le deficienze del capitalismo nostrano, a partire dalla sopravvivenza di una infinità di imprenditori non concorrenziali. Questo diffuso atteggiamento, come sappiamo, ha contributo in modo decisivo al perdurare del nanismo delle imprese italiane, e rientra oggi tra le cause prime della crisi di competitività del paese.
    La replica di Ichino pare insomma una testimonianza ulteriore delle crescenti difficoltà in cui versano i sostenitori della ricetta del lavoro flessibile. Essi usano presentarsi come dispensatori di modernità, laddove invece le loro indicazioni risultano ormai largamente applicate e palesemente fallimentari. Il giuslavorista parla di continuo della "flessibilità di cui il sistema ha bisogno", ma non sembra ormai molto convinto di sapere perché il nostro sistema avrebbe bisogno di ulteriore flessibilità. Di certo questa non è significativamente correlata agli indici di occupazione e di regolarizzazione del lavoro. Ed invece, come abbiamo avuto occasione di ripetere più volte, la flessibilità contribuisce alla deflazione salariale, che tuttavia non serve a rimettere in ordine la competitività e i nostri conti esteri, i quali peggiorano di giorno in giorno senza che i vertici del governo o del partito democratico diano segni di ripensamento. Il giuslavorista su questo svicola, non risponde, e sarebbe invece bene che si pronunciasse. Va dato merito comunque ad Ichino di avere accettato il confronto diretto su un terreno che, per i "liberisti del lavoro", è sempre risultato molto insidioso. Resta solo da augurarsi, adesso, che anche il Prof. Giavazzi ci onori di un suo chiarimento. Sarebbe opportuno, a questo punto, visto che le sue relazioni sembrano aver suscitato qualche perplessità sia tra i sostenitori della manifestazione del 20 ottobre, sia a quanto pare tra i critici della stessa.

  2. #2
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    ottimi articoli. Brancaccio è un economista da tener sempre presente. Non è certo un rivoluzionario, ma è estremamente chiaro e veritativo nella sua ricerca economica e volontà di smascherare le panzane liberali che racconta la grande stampa.
    Chi ha tempo legga, perchè è istruttivo.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    ottimi articoli. Brancaccio è un economista da tener sempre presente. Non è certo un rivoluzionario, ma è estremamente chiaro e veritativo nella sua ricerca economica e volontà di smascherare le panzane liberali che racconta la grande stampa.
    Chi ha tempo legga, perchè è istruttivo.
    ...mi sto preparando per il corso...e faccio vedere al professore che sono preparato!

  4. #4
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    OMNIA SUNT COMMUNIA

    TeA, sbrighiamoci ad iniziare questo corso, anche perchè fra poco dovrò chiudere le iscrizioni per eccesso di domande, nun ride!!!

    ARDITI NON GENDARMI

  5. #5
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    comapgni, prima della metà di novembre non ce la farò. In ogni caso il lavoro della tesi che inizio a compiere ( su stato sociale e sistema pensionistico) mi porta su binari utili anche al mettere ordine e accumualre materiale per il corso venturo.
    metà novembre metà dicembre potrebbe essere il periodo buono...
    a proposito ma anche sandokan è economista, non è he magari è in Italia e mi da una mano ( a ma forse non è di Roma vero??).

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da terraeamore Visualizza Messaggio
    comapgni, prima della metà di novembre non ce la farò. In ogni caso il lavoro della tesi che inizio a compiere ( su stato sociale e sistema pensionistico) mi porta su binari utili anche al mettere ordine e accumualre materiale per il corso venturo.
    metà novembre metà dicembre potrebbe essere il periodo buono...
    a proposito ma anche sandokan è economista, non è he magari è in Italia e mi da una mano ( a ma forse non è di Roma vero??).
    Potrebbe sicuramente aiutarti, ma non dal vivo. Non è di Roma ed attualmente non è in Italia.

 

 

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