«Il Leone cinese, un compromesso» (dopo undici ore di lite nella giuria) Müller: se avessimo chiesto di rispettare il regolamento avremmo avuto il verdetto solo nella notte. Non si poteva

VENEZIA — I verdetti come le sentenze non si commentano, sostiene Davide Croff, presidente della Biennale. Il giorno dopo il risultato che ha visto balzare a sorpresa in groppa al Leone il film ad alto tasso erotico di Ang Lee, Lust, Caution (Lussuria, attenzione), né lui né il direttore Marco Müller vorrebbero entrare nel merito delle scelte della giuria capitanata da Zhang Yimou. Un po' stanchi, dopo 11 giorni al volante spericolato del festival, forse un po' perplessi sull'esito. «No, mi pare che i premi siano andati ai film che li meritavano. Se la divisione poteva essere un'altra... Non tocca a me dirlo», si destreggia Croff. Più esplicito Müller: «Il mio Leone? Avrei esitato tra il film di Kechiche, La graine et le mulet, e quello di Anderson, The Darjeeling Limited, una commedia intelligente neanche presa in considerazione dalla giuria». Ma la giuria, ribadisce il direttore, è sovrana. Anche quando chiede ben tre deroghe al regolamento? Pretende di reintrodurre gli aboliti ex aequo o di raddoppiare i premi su un unico titolo? «Il regolamento è una camicia a volte un po' stretta, dovrebbe avere maggior flessibilità», sostiene Croff. «No, va bene così com'è — ribatte Muller —. E' stato fatto per non far concentrare troppi premi sugli stessi film». Perché allora non farlo rispettare? «Perché si rischiava di avere il verdetto troppo tardi. Alla vigilia del finale, dopo che i giurati avevano discusso per 11 ore senza trovare accordi, se avessimo detto no a una mediazione fuori dalle regole, non avremmo potuto avvisare i premiati in tempo utile». E nessuno dei sette naturalmente era disposto a cedere... «Sette registi — sottolinea il direttore della Mostra — vuol dire sette personalità forti, sette modi diversi di vedere il cinema e il mondo. Per questo il verdetto diventa più difficile ma anche più interessante. Non è bastata la grande diplomazia di Zhang Yimou».

CAPOLAVORI SOLO IN CINA?- Certo, è il terzo anno consecutivo che Venezia dà il Leone d'oro a un film cinese. I capolavori nascono tutti lì? «Non è la prima volta che due premi importanti vanno allo stesso artista a breve distanza. E' successo per Kluge e per lo stesso Zhang Yimou, entrambi con un Leone d'oro e uno d'argento un anno dopo l'altro». E il pericolo è che la Mostra venga etichettata filocinese come il suo direttore? «Lo dicevano anche quando non la dirigevo. Nell' 89 ero un consulente e avevo selezionato La città dolente di Hou-Xiao-Xien. Il film vinse il Leone d'oro e subito ci fu chi me ne addossò le "colpe". Io sono solo il pennino del sismografo, seguo i movimenti del cinema. E in questo momento il cinema va verso l'Est». I film italiani: capitolo spinoso. Critica e pubblico ne hanno bocciati tre su tre. «Erano i migliori che abbiamo visto — ribadisce Müller —. Ma per un italiano Venezia è sempre insidiosa. C'è un'attenzione speciale, quasi feroce, per il nostro cinema. Sono certo che anche il film di Zanasi, pur tanto lodato, se fosse entrato in gara avrebbe ricevuto meno consensi. C'era un film sì, che mi rammarico di non aver potuto inserire, quello di Mazzacurati. Ma purtroppo non era finito». E' vero che ha accettato il film di Kechiche solo a patto che lo tagliasse? «Sì, di ben 45 minuti. Sono comunque rimaste due ore e mezzo, sufficienti per conservare l'intensità della storia». Il regista franco-tunisino però non è stato della massima cortesia, definendo «modesto» lo Speciale della Giuria. «Ha fatto male verso i giurati e anche verso se stesso. Il suo film trasuda grande umanità, ma lui si è dimostrato antipatico». A fine settembre scadono i vostri mandati. Cosa auspicate? Müller: «La Mostra ha bisogno di un'attività permanente che la faccia vivere tutto l'anno e la intrecci con le altre sezioni della Biennale». Croff: «Qualunque siano, spero che le decisioni vengano prese in fretta. Le programmazioni buone si fanno con larghi anticipi. Quella che lasciamo è una Mostra cresciuta e in buona salute. Quando anni fa venivo qui come semplice spettatore veneziano, era il deserto. Adesso, è pieno di giovani, gli abbonati sono cresciuti, le sale sempre piene. E il nuovo Palazzo, finalmente, non è più un sogno».

Giuseppina Manin - 10 settembre 2007 (www.corriere.it)