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    Conservatorismo e Libertà
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    Arrow Religione e vita pubblica,la riflessione di Marcello Pera

    “Affronterò il problema sottoposto alla nostra discussione cercando di rispondere a una domanda normativa: perché la religione dovrebbe svolgere un ruolo nella vita pubblica? La mia risposta riguarda in particolare l’Europa, perché qui la questione è più seria e urgente che altrove. Conseguentemente, il mio riferimento esplicito è alla religione cristiana o giudaico-cristiana, che è la religione tradizionale dell’Europa. Cercando di provare che la religione deve svolgere una funzione pubblica, cercherò anche di provare che, se non vuole perdere se stessa, l’Europa deve tornare alla sua storia religiosa, la quale ha tante volte diviso i suoi popoli, ma ha dato a essi la loro tipica civiltà e identità”. Con queste parole il senatore Marcello Pera ha iniziato la propria relazione durante il convegno Religion in public life, all'interno della diciassettesima edizione del Forum economico internazionale in svolgimento a Krynica Zdrój in Polonia. Le riflessioni dell’ex presidente del Senato ruotano attorno a due concetti: laicismo e cattiva coscienza dell'Europa.

    I FONDAMENTI RELIGIOSI DELLO STATO LAICO - “Quando si cerca di discutere il ruolo pubblico della religione, ci si imbatte immediatamente in una lunga tradizione di pensiero che sostiene la posizione contraria. La religione – secondo questa obiezione – non dovrebbe giocare alcun ruolo nella sfera pubblica perché ciò violerebbe alcune conquiste decisive della nostra civiltà europea, come la separazione fra la sfera spirituale e la sfera temporale, fra la Chiesa e lo Stato, fra il diritto e la fede. In altri termini, la religione nella sfera pubblica metterebbe a rischio quello Stato laico, liberale e democratico, che in Europa abbiamo cominciato a conoscere e apprezzare proprio a séguito delle guerre di religione. Consideriamo meglio questa obiezione. Che cos’è lo Stato laico? Siamo tutti d’accordo su alcune formule negative. Lo Stato laico non è confessionale, cioè non adotta il credo di una specifica confessione religiosa. Lo Stato laico non è subordinato ad alcuna gerarchia della chiesa. Lo Stato laico non è esclusivo né intollerante, ad esempio nel senso in cui lo era lo Stato in cui valeva il principio cuius regio eius religio. Ma, in positivo, che cos’è lo Stato laico? In che senso non è intollerante? Una risposta è che lo Stato laico è neutrale, cioè non prende posizione fra credenti e non credenti o fra diversamente credenti, oppure che è agnostico, cioè non ha alcun credo proprio. La mia opinione è che queste definizioni positive sono entrambe sbagliate, e che è impossibile negare che anche dentro lo Stato laico la religione non abbia alcun ruolo. Al contrario, vi sono due ragioni stringenti per ritenere che questo ruolo sia essenziale. Consideriamo la prima. Essa riguarda i fondamenti dello Stato laico stesso. Allo scopo di tutelare la massima libertà individuale dei suoi cittadini, lo Stato laico garantisce ad essi una serie di diritti fondamentali di libertà. Questi diritti sono così essenziali che le costituzioni liberali, per descrivere la relazione fra essi e lo Stato, solitamente usano il verbo ‘riconoscere’. Ad esempio, la ora defunta Costituzione europea dice: ‘L’Unione riconosce i diritti, le libertà e i princìpi nella Carta dei diritti fondamentali”. E la Carta dei diritti fondamentali dice: ‘l’Unione riconosce i diritti, le libertà e i princìpi enunciati in appresso’”.

    Chiaramente – spiega Pera – ‘riconoscere’ è molto diverso da ‘concedere’ o ‘attribuire’ o ‘emanare’. Dire che lo Stato ‘riconosce” (o ‘tutela’ o ‘rispetta’) i diritti fondamentali significa che essi appartengono ai cittadini indipendentemente dall’azione dello Stato medesimo e precedentemente al loro stesso status di cittadini. Non a caso, quando si specificano questi diritti non si fa riferimento alcuno a tale status. Ad esempio, la Costituzione europea usa formule del tipo ‘Ogni persona ha diritto alla vita, ‘Ogni persona ha diritto alla propria integrità fisica e psichica’, ‘Ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza’, e così via. La ragione è ovvia. I diritti fondamentali appartengono all’uomo in quanto uomo, essi cioè sono diritti umani, assai più solidi dei diritti civili, politici, sociali. Un altro modo di definirli è considerarli diritti universali o diritti non-negoziabili o anche diritti sacri e inviolabili. La questione è: da dove vengono questi diritti? La risposta naturalmente è: vengono dai valori corrispondenti. Correttamente, il preambolo della Carta dei diritti europea dice: “l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà”. La questione ora è: come si giustificano questi valori? Da dove sono attinti? Consideriamo il valore della dignità quale si trova nella Costituzione europea: “La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”. Questo è certamente un valore che sta alla base di ogni Stato laico e liberale. Perché? Quale ragione lo impone? Certamente esistono molte giustificazioni, tra queste una in particolare: almeno in Europa e in Occidente, il valore della dignità della persona deriva – sia storicamente che concettualmente – dalla tradizione giudaico-cristiana dell’uomo creato a immagine di Dio. La persona ha dignità perché ha l’impronta di Dio. Conseguentemente, violare la dignità della persona è recare offesa a Dio. Se è così, allora lo Stato laico non può essere uno stato agnostico. Al contrario, lo Stato laico è religioso”.

    “Quella tavola di valori e diritti fondamentali che esso riconosce a tutti, sono il credo, la fede, cioè a dire la religione, a cui lo Stato laico deve ispirarsi proprio per essere laico e tollerante anche nei confronti di chi ha credi diversi. Si potrebbe obiettare che, per lo Stato laico, il valore della dignità della persona non è religioso bensì “umanistico” e che il credo a cui lo Stato laico si ispira quando riconosce i diritti fondamentali della persona non è una religione, in particolare la religione giudaico-cristiana, bensì l’umanesimo, in particolare l’Illuminismo. Questa è esattamente l’interpretazione francese dei diritti umani e la ragione per cui la Francia si oppose ad introdurre un riferimento alle radici cristiane dell’Europa nel preambolo della Costituzione europea. Tuttavia, dire che la dignità è un valore umanistico significa dire che esso è un valore religioso usando un diverso vocabolario. È come parlare in volgare anziché in latino. “Io credo nel valore dell’uomo a immagine di Dio” e “Io credo nella concezione umanistica del valore dell’uomo” sono due enunciati diversi rispetto alla fonte del credo, ma sono due enunciati uguali sia rispetto al loro contenuto sia rispetto al modo in cui tale contenuto è professato. Nell’uno e nell’altro caso, comunque la si definisca, si tratta di una professione di fede. Questa è la prima ragione del perché, secondo me, la religione dovrebbe svolgere una funzione nella sfera pubblica. Se questa funzione è negata, la professione di fede è impedita e lo Stato non saprebbe come riconoscere quegli stessi diritti fondamentali su cui si basa, e dunque non avrebbe fondamenti morali.

    IL LAICISMO COME RELIGIONE DI STATO - “Passo ora alla seconda ragione. Essa riguarda le norme dello Stato. Non c’è dubbio che la maggior parte di esse sono neutrali rispetto ai valori e non sono controverse, perché solitamente definiscono i migliori mezzi per soddisfare il benessere materiale dei cittadini. Altre norme però hanno un contenuto diverso e assai più delicato perché toccano i valori fondamentali o in quanto li interpretano o in quanto li applicano a casi specifici. La varietà e l’ampiezza di tali norme dipendono dalle funzioni attribuite allo Stato, che crescono nel passaggio dallo Stato liberale a quello democratico, a quello sociale. Oggi la crescita è al massimo. Gli Stati moderni si occupano, secondo la celebre formula di Lord Beveridge, dei loro cittadini ‘dalla culla alla bara’. Ma in questo arco di tempo agli Stati accade di prendere decisioni anche su quelle che un tempo si definivano ‘problemi di coscienza’. Lo Stato moderno è paternalistico: cura i cittadini come i genitori curano i figli. Per fare qualche esempio tipico, oggi lo Stato decide su come procreare, se far nascere figli o sopprimerli, su come educarli, su come sposarsi e con chi, se l’embrione sia persona, se e fino a che punto meriti vivere, come sia giusto morire, e una serie di tante altre questioni controverse che un tempo erano di pertinenza della sfera privata, orientata da convincimenti morali e religiosi. Insomma, oggi lo Stato si occupa di (questioni pertinenti alla) religione. La domanda allora è: può uno Stato che si cura di questioni religiose dirsi neutrale, indifferente, estraneo alla religione? Può essere agnostico? La risposta è: no, non può. Ma se lo Stato non è agnostico, allora non si può negare che la religione abbia un ruolo nella vita pubblica. Al contrario, lo Stato deve riconoscere che la religione è un attore delle decisioni pubbliche, è un nutrimento, un punto di riferimento, un freno, un limite. Sta al sentimento religioso della gente decidere quando le decisioni dello Stato sulle questioni di coscienza sono legittime. Eliminate quel sentimento dalla sfera pubblica e lo Stato non avrà più limiti morali, neppure quelli posti dai valori fondamentali”.

    “Anche qui – prosegue la relazione del senatore azzurro – c’è un’obiezione, e anche qui essa è tipicamente francese. L’obiezione è che se lo Stato cessa di essere agnostico, allora non è più laico e diventa discriminatorio. Tutti ricordano le discussioni in Francia a proposito della ‘legge sul velo’. Essa fu preparata da un rapporto di una commissione presieduta dal consigliere Bernard Stasi. In questo rapporto si definisce il principio della laicità dello Stato in questi termini: ‘Le istanze spirituali e religiose non possono avere alcuna influenza sullo Stato e devono rinunciare a una dimensione politica. La laicità è incompatibile con qualsiasi concezione della religione che pretenda di regolare, in nome dei princìpi della religione stessa, il sistema sociale o l’ordine pubblico … La laicità distingue la libera espressione spirituale o religiosa nello spazio pubblico, legittima ed essenziale al dibattito democratico, dall’influenza su quest’ultimo, che è illegittima’. È ovvio che, così inteso, il secolarismo è contraddittorio. Non si può considerare legittima la espressione di sentimenti religiosi nella sfera pubblica e al tempo stesso considerare illegittima la sua influenza sulle decisioni politiche. Lo scopo di quella espressione è precisamente quello di ispirare e influire su tali decisioni. C’è solo un modo per risolvere la contraddizione: consentire alla religione di esprimersi nella sfera pubblica ma obbligarla a sottoporsi a vincoli fissati dallo Stato per quella sfera”.

    “Questo è precisamente ciò che sta alla base della legge francese sul velo e ciò che presumibilmente il Primo ministro francese Jean-Pierre Raffarin intese quando presentò questa legge all’Assemblea nazionale. Egli disse: ‘Laicità significa libertà … essa assicura neutralità allo Stato e ai suoi attori’. Poi aggiunse: ‘Oggi tutte le grandi religioni della storia di Francia si sono adattate a questo principio. Per quelle arrivate di recente, mi riferisco all’Islam, la laicità è un’opportunità di essere una religione francese”. Ma se il secolarismo viene inteso in questi termini, allora esso diventa una sorta di religione nazionale o di Stato. E se il secolarismo è una religione di Stato, allora lo Stato non può essere agnostico o neutrale rispetto alla sua propria religione, e perciò non può essere tollerante verso tutte le religioni. Il principio della laicità ammonterebbe a questo: nessuna religione è ammessa nella sfera pubblica ad eccezione della religione di Stato. O, in positivo: tutte le religioni sono ammesse nella sfera pubblica purché si convertano alla, o siano compatibili con la, religione di Stato. Ovviamente, questo non sarebbe un principio di tolleranza, ma di intolleranza. Se a orecchie francesi ciò può suonare bene, per me è insostenibile. Una religione di Stato, anche se mascherata sotto termini come ‘secolare’, ‘razionale’, ‘umanistica’, ‘illuministica’, è una dittatura di Stato. Non solo riduce le dimensioni dei veli e dei crocifissi che si possono esibire in pubblico, essa riduce anche la dimensione morale e spirituale dell’uomo”.

    LA CATTIVA COSCIENZA DELL’EUROPA - “Poiché, come ho detto all’inizio, la cornice delle mie riflessioni è europea, concludo il mio contributo con un’osservazione sull’Europa. L’Europa ha fatto molti tentativi per unificarsi, ma il risultato non è stato conseguito. L’unificazione economica, che è la più avanzata, produce – se li produce – grandi vantaggi ma non il senso di appartenenza a una singola comunità. Il supermercato riempie i carrelli della spesa ma non scalda i cuori. L’unificazione monetaria ugualmente aiuta le transazioni, ma non produce più unità o cittadinanza di quanto lo faccia una carta di credito. La Borsa si rivolge al portafogli, non parla allo spirito. Lo stesso vale per l’integrazione giudiziaria. Un uomo arrestato in un paese a opera di un procuratore di un altro paese non fa sentire i due paesi più vicini del vecchio mandato di estradizione. Solo l’unificazione politica produce unità, ma essa richiede identità e l’Europa oggi non ha il senso della sua propria identità perché soprattutto il secolarismo glielo impedisce. Propagandato come il migliore strumento per dare cittadinanza a chiunque, esso in realtà produce risultati perversi. Oggi in Europa è in corso una nuova guerra di religione. Non fra confessioni cristiane come accadde nel XVI secolo dopo la Riforma. E neppure fra cristianesimo, ebraismo e islam. La guerra oggi è fra credenti e laicisti, fra coloro che credono che la religione abbia un senso profondo, e un valore anche civile, e quelli invece che lo negano e confinano la religione nella sfera libera ma strettamente privata, come i gusti, le mode, i costumi, le tendenze culturali. Il crocifisso come un monile o una suppellettile”.

    Non si deve credere però che i laicisti siano privi di religione. Loro stessi fanno le loro professioni di fede, anche se credono che siano teoremi della ragione. Solo che professano una religione anticristiana, quella del Dio della Ragione, della Libertà, della Democrazia e di tutte le altre divinità del vecchio e nuovo Illuminismo. I laicisti hanno riportato una vittoria simbolica quando hanno imposto di eliminare dalla Carta europea dei diritti e poi dalla Costituzione europea il richiamo alle radici cristiane dell’Europa. Ma hanno mostrato la loro cattiva coscienza quando hanno usato, per compiere questo atto di violenza alla storia dell’Europa, l’argomento che quel richiamo escluderebbe dalla cittadinanza i non credenti o i credenti in altre religioni, in particolare l’Islam. Come può una carta che si basa su valori universali, a partire dalla dignità della persona, escludere qualcuno? Il cristianesimo esclude forse qualcuno dalla dignità dell’uomo? In realtà, la preoccupazione dell’Europa non è quella di escludere, ma quella di includere. Qui sta la sua cattiva coscienza e qui sono i risultati perversi che ne conseguono. L’Europa vuole evitare la guerra di civiltà e di religione. Ottiene l’effetto opposto: le provoca, perché il suo secolarismo è ciò che i fondamentalisti islamici più odiano. L’Europa vuole integrare i musulmani o aprirsi ai paesi musulmani. Produce il risultato contrario: la sua mancanza di identità la trasforma in una terra di conquista. Siamo ancora nel mezzo della battaglia. Il punto di svolta sta nella coscienza della gente. Se essa si lascerà convincere che la religione è un ostacolo da abbattere, un relitto da abbandonare, un simbolo da rimuovere, allora la battaglia sarà perduta. Fortunatamente – conclude Pera – alcuni sintomi fanno pensare che esiste un risveglio religioso, una nuova coscienza, un nuovo bisogno spirituale. Se gli intellettuali sapranno interpretarlo, i politici farne tesoro e le chiese non trasformarlo in una forma di clericalismo temporale, allora le conseguenze perverse del secolarismo europeo potranno essere contrastate”.

    http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=407445#407445

    L'articolo,come si vede,è molto lungo ,ma con un pò di pazienza (che non guasta mai) si può leggere e magari ricavare qualche buono spunto.
    Per comodità ho messo in evidenza alcune parti;tuttavia è un "ritocco" personale e come tale va considerato.

  2. #2
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    Putacaso interviene sull'argomento anche il Pontefice Benedetto XVI:

    "Il Relativismo relativizza tutto e alla fine bene e male non sono più distinguibili": il Papa, intrattenendosi con i giornalisti a bordo dell'aereo che lo ha portato in Austria, questa mattina, ha affrontato così il tema della secolarizzazione, spiegando che nel corso del suo "pellegrinaggio" austriaco intende "semplicemente confermare la gente nella fede e nel fatto che anche oggi abbiamo bisogno di Dio". "La vita senza un orientamento, senza Dio, non riesce, rimane vuota", ha aggiunto.
    http://notizie.alice.it/notizie/poli...,13100227.html

  3. #3
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    Questa giornata si chiude bene;ho trovato un altro ampio articolo che riporta le riflessioni di Marcello Pera circa la "crisi morale" dell'Europa,tratta dalla relazione "Democrazia senza Dio"?

    Invito tutti alla lettura,come ho già riferito si possono trarre degli spunti davvero interessanti.




    “Affronterò il nostro oggetto sollevando una domanda: che cosa sta accadendo in Europa? La mia risposta è quella stessa che George Weigel ha sostenuto più volte: una crisi morale di civiltà”. Così il senatore di Forza Italia, Marcello Pera, ha iniziato la propria relazione “Democrazia senza Dio?” nell’ambito del Forum economico internazionale Krynica Zdròj in Polonia.

    CRISI MORALE DELL'EUROPA - “Consideriamo la situazione. L’Europa – ha spiegato l’ex presidente del Senato – oggi sta portando avanti un altro di quegli esperimenti contro la sua propria storia cominciati con l’Illuminismo: costruire una società senza Dio. Il vecchio esperimento cercava di sostituire il Dio giudeo-cristiano con la dea della Ragione. Secondo il nuovo esperimento, Dio deve essere sostituito da nuove divinità, la democrazia, il liberalismo, la libertà individuale, lo Stato laico, eccetera. Benché lo scopo sia lo stesso, i mezzi sono diversi. Il vecchio Illuminismo usava il linguaggio dell’universalità: esistono un’unica, vera e universale ragione, scienza, morale, politica. Oggi il nuovo Illuminismo parla in termini di pluralità: ci sono, e devono esserci, molte culture, tradizioni, stili di vita, cornici concettuali, ciascuna con le sue proprie regole, standard, criteri, ciascuna con la sua propria dignità e il suo proprio valore, e ciascuna meritevole di rispetto quanto qualunque altra. L’idea sottostante, tuttavia, non è cambiata: per l’uno e l’altro esperimento, Dio è morto comunque. E in effetti non può esserci posto per Dio né se la religione deve essere confinata ‘nei limiti della sola ragione’, né se essa è un gioco linguistico da lasciare solo a coloro che desiderano ancora praticarlo. E anche il risultato dei due esperimenti è lo stesso: la separazione fra religione e politica, la scissione fra stato e chiesa, un fossato fra ciò che la tradizione dice e la neo-lingua sostiene, un effetto di alienazione nella vita della gente. In una parola, una crisi morale di civiltà. L’Europa politica e delle élites intellettuali oggi non è semplicemente secolare o agnostica o indifferente al fenomeno religioso”. (segue)
    “L’Europa – ha proseguito Pera – oggi è anticristiana. Le prove sono molte e impressionanti e parlano da sé. Quando l’Europa ha cercato di darsi una costituzione e ha elencato i princìpi e valori su cui intende basarsi, si è rifiutata di menzionare la radice cristiana che ha ispirato quei valori. Quando l’Europa ha esaminato un candidato italiano alla commissione europea lo ha bocciato perché egli ha osato dire che la sua morale cristiana non gli consente di approvare il matrimonio omosessuale. Quando l’Europa è stata attaccata dal fondamentalismo islamico perché un giornale danese aveva pubblicato delle vignette satiriche sull’Islam, ha chiesto scusa, come mai fa quando la satira riguarda la religione cristiana. Quando l’Europa è diventata bersaglio di aggressioni perché Benedetto XVI aveva sostenuto nella sua lezione di Regensburg che il cristianesimo è la religione del Logos e non della spada, non ha reagito e ha lasciato solo il Papa. Quando l’Europa esibisce o manda in scena i classici cristiani della sua cultura, dalla pittura al teatro alla musica, censura le opere per non offendere i non cristiani. Non c’è da meravigliarsi se questa Europa ritira le truppe dall’Iraq, offre il dialogo a quegli stati che vogliono distruggere Israele, considera democratici i gruppi terroristici, si divide dall’America. Non solo il cristianesimo non è più il cemento dell’Europa; esso è considerato un ostacolo alla convivenza, un simbolo da nascondere in casa per il bene della tolleranza, una cultura come qualunque altra. In Francia, il crocifisso al collo è ancora ammesso, ma purché di piccole dimensioni, come un monile di poco valore. Molta gente reagisce ma l’esperimento illuministico di costruire una società senza Dio procede. L’Europa pensa che, una volta che le distinzioni religiose siano o eliminate o nascoste, sarà più facile costruire una comunità sovranazionale democratica, aperta e tollerante. Personalmente, ho un’opinione esattamente contraria. Credo che, in una società senza il senso religioso, la democrazia sia a rischio. Di più. Credo che, in una società senza il senso di Dio, la democrazia sia essa stessa un rischio. Cercherò qui di provare queste due tesi e di concludere avanzando una proposta”.
    DEMOCRAZIA A RISCHIO – “Consideriamo ancora l’esperimento dell’Illuminismo. C’è una differenza importante fra quello vecchio e quello nuovo. Il vecchio Illuminismo fu certamente antiecclesiastico, soprattutto contro la Chiesa di Roma, fu prevalentemente deista, ma raramente fu antireligioso. Esso fu un movimento di liberazione e emancipazione dell’uomo basato su una concezione ottimistica e espansiva della ragione, la quale avrebbe dovuto trionfare in ogni campo, inclusa la religione. Non a caso Kant scrisse ‘La religione nei limiti della sola ragione’. Ma né per Kant né per i maggiori illuministi ciò significava che la ragione avrebbe sostituito la religione, piuttosto che la avrebbe ‘superata’, cioè al tempo stesso assorbita e conservata in una cornice più ampia. Per l’Illuminismo, la ragione è antidogmatica ma non profana o pagana. La prova più stringente di ciò è data dal fatto che, quando l’Illuminismo fissò i suoi valori morali e politici fondamentali – libertà, uguaglianza, fratellanza, tolleranza, e così via – e quando poi questi valori furono incorporati nelle varie dichiarazioni dei diritti e di indipendenza, essi risultarono essere delle repliche laiche e razionali di valori cristiani. L’imperativo categorico di Kant è una regola cristiana, come tanti suoi concetti ‘laici’ o ‘razionali’, come ‘il regno dei fini’, ‘il male radicale’, eccetera. E la famosa frase all’inizio della Dichiarazione di indipendenza americana – ‘Queste verità per noi sono autoevidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali, eccetera’ – esprime anch’essa una verità cristiana. Il nuovo Illuminismo la pensa diversamente e tradisce il vecchio, facendo due passi avanti. Il primo consiste nel trasformare la ragione in sola ragione scientifica. Il secondo consiste nel trasformare la ragione in uno stile di pensiero. Con il primo passo si esclude la dimensione religiosa dalla sfera della ragione. Con il secondo si riduce la religione a un relitto della storia o dell’evoluzione della specie umana. Il primo passo conduce dal razionalismo allo scientismo. Quando pensatori come Richard Dawkins o Daniel Dennet considerano la religione superata o confutata dalla scienza, non avanzano propriamente una pretesa scientifica”.
    “Se uno prende la teoria di Darwin – ha ragionato Pera – la trasforma nel darwinismo, cerca di spiegare ogni comportamento umano in termini naturalistici e riduce ogni disposizione umana a reazioni utili a qualche pressione dell’ambiente circostante, chiaramente lascia il terreno della scienza sperimentale, cioè la fisica, e entra in uno diverso, quello della meta-fisica. Entrambi i giochi, ovviamente, sono liberi e uno può praticarli entrambi, ma non si possono mischiare, ancor meno si possono trasferire le regole dell’uno nel dominio dell’altro. Seguendo Darwin, si può dire che le facoltà umane, le inclinazioni, le emozioni, i sentimenti, risultano da vantaggi del cervello come risposte utili alla pressione ambientale. Questa può essere la fine della spiegazione scientifica. Ma non è la fine di tutto. Perché spiegare come questi comportamenti sono nati non è lo stesso che spiegare quale è il loro significato. Più precisamente: spiegare non è conferire un senso. Il secondo passo avanti del nuovo Illuminismo conduce dall’universalismo razionale all’etnocentrismo, e dal realismo morale al relativismo. Specialmente questo secondo passo avanti è una corsa verso il precipizio. I moderni illuministi vorrebbero essere liberali, democratici, egualitari, tolleranti al pari dei loro padri, e per niente al mondo rinuncerebbero alle conquiste politiche dell’Europa e dell’Occidente, ma non ne hanno gli strumenti concettuali. Il punto è questo: se la ragione è universale e se è ‘pratica’, cioè non soltanto strumentale ma anche sostanziale, come il vecchio Illuminismo, in particolare kantiano, sosteneva, allora si può sperare che essa conduca a diritti universali (cioè validi per tutti) e fondamentali (cioè definitivi e non negoziabili); se invece la ragione è frammentata, come sostiene il nuovo Illuminismo, allora anche i diritti finiscono con l’essere spezzati e scomposti a seconda della geografia, dei gruppi, delle comunità, delle tradizioni”.
    “Possiamo esprimere lo stesso concetto in termini diversi. Se non esiste, neppure come obiettivo finale, una essenza dell’uomo in quanto uomo a cui lo sviluppo morale ci può avvicinare, più di quanto non esista una realtà ultima della natura che il progresso scientifico può gradualmente scoprire, allora la verità morale circa l’uomo così come la verità scientifica circa la natura vanno perdute. Quello che un tempo era il diritto naturale razionale si decompone nei mille pezzi dei diritti comunitari culturali. Il multiculturalismo è una conseguenza tipica di questa frammentazione della ragione. E così pure lo sono le carte dei diritti distinte a seconda delle confessioni religiose, ad esempio la carta islamica. E la democrazia? Siccome, secondo il nuovo Illuminismo, non c’è più una ragione universale che ne faccia un diritto universale, un bene in sé, essa diventa semplicemente un regime particolare fra molti altri regimi particolari, buono per una cultura ma non per un’altra. Cioè a dire, diventa uno ‘stile di vita’, un bene che si può godere dove c’è ma non promuovere o esportare dove non c’è. Questo è il rischio. In una società che la coltiva come un dono di Dio, la democrazia è un valore non negoziabile, in una società invece senza Dio, diventa un bene permutabile. Questo rischio ha due aspetti. Il primo è che, una volta distaccata dalla natura dell’uomo, la democrazia non ha più fondamenti solidi e noi non sappiamo più come giustificarla, se non facendo riferimento a ragioni di utilità. Il secondo è che, non sapendo più come giustificarla, non siamo più neppure in grado di difenderla se siamo chiamati a farlo. La cultura del nuovo Illuminismo europeo oggi si trova esattamente in questa situazione. Questa è la ragione profonda per cui l’Europa non reagisce quando è attaccata e si oppone a qualunque politica di esportazione della democrazia.
    DEMOCRAZIA COME RISCHIO – “L’altro punto che intendo sollevare è che non solo oggi la democrazia è a rischio, ma che essa stessa è un rischio. Questo rischio fu ben visto da Giovanni Paolo II quando nella enciclica Centesimus annus parlò delle conseguenze perniciose della ‘alleanza fra democrazia e relativismo’. In linea di principio, questa alleanza è innaturale e concettualmente impossibile, perché la democrazia è l’opposto del relativismo. Ciò che invece la rende possibile è esattamente il distacco della democrazia dal suo fondamento religioso. A causa di questo distacco, la democrazia è diventata solo una procedura, in concreto la regola della maggioranza in un’assemblea deliberativa. Essere democratici significa partecipare, discutere, votare e accettare la decisione prevalente. Da questo punto di vista, anche i gruppi terroristici possono essere democratici, e non è un caso se alcuni politici europei sostengono che occorre ‘dialogare’ anche con i partiti armati, compresi quelli che hanno come obiettivo di distruggere altri popoli o stati: non sono forse stati eletti secondo una procedura legale e corretta? E dunque non sono forse anch’essi democratici? Naturalmente, non è così, e naturalmente non tutto ciò che emerge dalla maggioranza di un’assemblea può essere considerato democratico. Democratico è colui che rispetta i diritti di tutti. Democratico è colui che riconosce che ciascun uomo è dotato di un valore intriseco. Democratico è colui che ritiene che la dignità della persona sia la sua essenza tipica. Per questo la democrazia crede nei valori universali dell’uomo. E per questo la democrazia è nata nell’Europa cristiana, così come la scienza moderna è figlia dell’Europa cristiana: perché il modo migliore di scoprire una verità scientifica della natura è credere nel Dio cristiano che ha creato e dato ordine all’universo, e il modo migliore per scoprire una verità morale è credere nel Dio cristiano che ha generato l’uomo come un padre. Quando il Dio cristiano è negato, la democrazia è sia a rischio che un rischio. Il rischio è che la democrazia si converta nel suo opposto. Priva della fede che la nutre, la democrazia potrebbe ignorare che essa si basa su valori fondamentali e non negoziabili e perciò potrebbe decidere di considerare come un valore tutto ciò che una maggioranza, di volta in volta, decide. Questo è esattamente ciò che Giovanni Paolo II temeva e che purtroppo oggi sta accadendo. Diamo un rapido sguardo alla nostra situazione. Il convento europeo passa di tutto: aborto, sperimentazione sugli embrioni, clonazione, eugenetica, eutanasia, poligamia, pedofilia. Ogni giorno una violazione di princìpi cristiani, consumata con una corretta procedura democratica, viene presentata come un ‘progresso civile’ o una ‘conquista di libertà’. E ciò accade perché, mancando il senso religioso di ciò che non è moralmente negoziabile, manca anche il senso del limite di ciò che non è politicamente accettabile. C’è da meravigliarsi se le nazioni che ancora conservano un forte senso religioso considerano l’Europa come una nuova dittatura? Noi oggi siamo avvolti in una serie di contraddizioni. Cerchiamo più libertà e otteniamo più licenza. Desideriamo più tolleranza e produciamo più conflitti. Vogliamo essere più autonomi e ci rendiamo schiavi di un pensiero unico. C’è un rimedio a questo stato di cose?
    LA PROTEZIONE DEL LOGOS – “Concludo spendendo qualche parola su questo problema. Credo che Benedetto XVI abbia offerto a tutti, credenti e non, una soluzione possibile. Il Papa ritiene che la crisi morale dell’uomo moderno sia diffusa ma abbia il suo epicentro in Europa “L’Europa – egli ha scritto in L’Europa di Benedetto (Cantagalli, Siena 2005) – ha sviluppato una cultura che, in un modo prima d’ora sconosciuto all’umanità, esclude Dio dalla coscienza” (p.36). Oppure: “in Europa si è sviluppata una cultura che costituisce la contraddizione in assoluto più radicale non solo del cristianesimo, ma delle tradizioni religiose e morali dell’umanità” (p.37). Questo accade perché, secondo il Papa, quella stessa cultura europea che fin dall’inizio aveva alleato la fede giudaico-cristiana con la ragione dei Greci, e da cui dipende molto della civiltà occidentale, sta ora cercando di sostituire Dio con la scienza e la vita religiosa con una concezione e una pratica laiciste. Il risultato complessivo è la “assolutizzazione di un pensare e di un vivere che si contrapppongono radicalmente, fra l’altro, alle altre culture storiche dell’umanità” (p.53). A coloro che temono lo scontro di civiltà il Papa ricorda che “la vera contrapposizione che caratterizza il mondo di oggi non è quella tra diverse culture religiose, ma quella tra la radicale emancipazione dell’uomo da Dio, dalle radici della vita, da una parte, e le grandi culture religiose dall’altra” (p.53). In altri termini, secondo il Papa oggi il gioco rischioso non è tra cristianesimo e islam, ma tra laicismo, da un lato, e cristianesimo, giudaismo, islam e ogni altra fede religiosa, dall’altro. E se mai ci sarà uno scontro di civiltà, la responsabailità principale ricadrà sullo scientismoo, che ci rende ciechi alla dimensione spirituale della vita, e il laicismo, che ci rende insensibili ai fondamenti religiosi della libertà. Ciò che dovremmo fare non è un passo indietro”.
    “La vecchia alleanza tra fede e ragione, come pure i sogni del vecchio Illuminismo sono finiti per sempre. Piuttosto, dovremmo fare un passo avanti. ‘Nell’epoca dell’Illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide etsi Deus non daretur, anche nel caso che Dio non esistesse. … anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse’ (pp. 61, 63). Dal mio punto di vista, ciò è possibile perché, a parte una tradizione storica, non c’è alcun bisogno né di confinare la ragione umana nei limiti della sola ragione scientifica né di frammentarla in una miriade di stili di vita incommensurabili. Sempre dal mio punto di vista, ciò è anche fattibile, perché la ragione può ammettere e aprirsi anche a dimensioni diverse da quelle scientifiche. L’ipotesi di Dio – più precisamente l’ipotesi del Dio cristiano – ci chiede di allargare i confini del concetto scientifico di ragione, non di abbandonare gli standard migliori che la modernità ha conquistato. ‘Questo è un semplice rifiuto dell’illuminismo e della modernità? – si chiede il Papa –Assolutamente no. Il cristianesimo, fin dal principio, ha compreso se stesso come la religione del Logos, come la religione secondo ragione’ (p.57). Sono d’accordo. Una religione del Logos, o, per coloro che non si sentono ancora preparati, un Logos inteso, professato e praticato come una religione, è il miglior antidoto contro i rischi che la nostra libertà e democrazia oggi hanno di fronte”

    http://www.ilvelino.it/articolo.php?Id=408372#408372

 

 

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