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    Predefinito E’ nero il libro verde di Padoa-Schioppa…

    …sulla spesa pubblica

    Roma. C’è una presa d’atto realistica ad aprire, con la premessa firmata da Tommaso Padoa-Schioppa, il libro verde sulla spesa pubblica.
    La considerazione di partenza, che potrà tornare utile anche a chi dovesse governare dopo Romano Prodi (e anche dopodopo), è che le risorse sono scarse e continueranno a esserlo anche per gli anni futuri e perciò l’unica soluzione per rendere meno ingenti e più produttivi i trasferimenti pubblici è spendere meglio.
    I margini ci sono, ma le soluzioni non sono immediate.
    Questo è il punto più importante, al quale si ispira il lavoro, anche se non sono irragionevoli le critiche di chi – come Maurizio Sacconi, senatore di Forza Italia – nota qualche incongruenza tra l’attività di un ministro che scrive un libro sulla spesa, ma non riesce a impedire certe spese eccessive.
    Da parte di TPS, invece, c’è piuttosto il timore che la questione del risparmio e del miglioramento della qualità della spesa sfugga di mano e finisca subito nelle spire del dibattito anti-casta.
    Il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo è stato a lungo sulla scrivania di Padoa-Schioppa, ma sembra che il ministro ne abbia fatto una lettura omeopatica più che terapeutica, per essere messo in guardia dai pericoli delle soluzioni facili più che per trarne indicazioni operative.
    TPS non vuole andare a caccia di auto blu, ma di risultati qualitativamente rilevanti. Obiettivo complicato, al quale i tecnici della commissione si sono applicati con una lunga ricognizione, inadatta ai titoloni da rotocalco.
    I capitoli sono sanità, università, giustizia, pubblico impiego, efficacia dei meccanismi automatici di riduzione della spesa, amministrazioni locali.
    Dedica molte pagine al confronto sulla spesa per prestazioni equivalenti tra diversi ospedali e aziende sanitarie.
    Il rapporto spiega che c’è molto da fare, in tempi lunghi, per migliorare l’efficienza e la qualità delle prestazioni in alcune regioni, ma non sembra che ci siano margini per significativi risparmi di spesa.
    L’obiettivo, coerente con la strategia dei tempi lunghi, sembra più quello della stabilizzazione della spesa che della sua riduzione in termini nominali. Per l’università le indicazioni operative appartengono tutte all’impostazione che, normalmente, verrebbe additata e criticata come di destra. C’è la critica alla bassa mobilità territoriale degli studenti, la richiesta di aumentare i meccanismi di selezioni degli studenti all’ingresso (l’odiato numero chiuso), la critica alla prevalenza dei finanziamenti agli atenei invece che agli studenti, e la contestazione alla remunerazione rigida dei docenti che non ricompensa il maggiore impegno e la qualità del lavoro prestato.
    Per tutti gli uffici pubblici l’unica soluzione per spendere meglio è la riduzione della capillarità. Anche per il sistema giustizia non si scappa da questa unica via: poiché i risultati del sistema giudiziario – si legge – sono inferiori a quelli esteri, esiste uno spazio di intervento sul terreno organizzativo. Il principale tema da approfondire è la dimensione degli uffici giudiziari.
    Infine il pubblico impiego. Il documento lamenta l’occasione persa con l’ultimo rinnovo contrattuale e segnala gli aumenti delle remunerazioni ai quali non hanno corrisposto aumenti di produttività e di premio al merito. Ma anche con il pubblico impiego le scorciatoie non servono. Altrimenti va a finire come con i blocchi del turn over che, ricorda il libro verde, applicati ma poi mal eseguiti, hanno prodotto solo l’esplosione del lavoro precario nella pubblica amministrazione. Il sindacato non ha apprezzato.
    E soprattutto questa parte del documento è stata attaccata: solita litania, dice la Cgil.

    www.ilfoglio.it del 7 09 07 pg 3

    saluti

  2. #2
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    In cosa imitare la Germania

    http://phastidio.net/2007/09/11/in-c...e-la-germania/

    Lo scorso marzo, la Germania ha approvato l’aumento dell’età di pensionamento da 65 a 67 anni. Con l’aumento della speranza di vita e sistemi pensionistici a ripartizione, non vi sono abbastanza lavoratori attivi per finanziare le pensioni delle generazioni anziane. Pertanto, la linea di demarcazione tra i due gruppi anagrafici verrà progressivamente spostata in avanti tra il 2012 ed il 2029. I sindacati hanno fatto campagna contro l’aumento dell’età pensionabile, accusando il governo di derubare i lavoratori e precipitare nella povertà i sessantenni non reimpiegabili, condannandoli ad attendere più a lungo l’assegno pensionistico. Tuttavia, il governo di Angela Merkel ha introdotto la possibilità di consentire ai lavoratori di andare in pensione anticipatamente, applicando una penalità in termini di minore rendimento della pensione per il resto della vita. Inoltre, la riforma delle pensioni ha previsto un programma di sussidi governativi, denominato “Iniziativa 50 Plus“, a favore dei datori di lavoro che assumono persone nella fascia d’età compresa tra 50 e 67 anni.

    Il graduale aumento dell’età pensionabile significa che le persone nate nel 1947 (i primi baby boomers) dovranno attendere fino al compimento dei 65 anni ed 1 mese per poter andare in pensione a rendimento massimo. L’innalzamento progressivo dell’età determinerà che i nati nel 1964 dovranno attendere il compimento dei 67 anni per aver diritto a tutta la pensione pubblica.

    Sempre in marzo il governo tedesco ha licenziato il disegno di legge di riforma della tassazione sulle imprese, che punta a ridurre la pressione fiscale complessiva sulle aziende (oggi tra le più alte del mondo industrializzato) dall’attuale 38,7 per cento al 29,8 per cento. La riforma, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo anno, sarà in parte finanziata con la chiusura di alcuni loopholes fiscali e con l’introduzione di una tassa sui capital gains dal gennaio 2009, ha come obiettivo quello di rendere la Germania più attraente per l’investimento diretto estero, e nei primi tre anni di applicazione dovrebbe determinare una riduzione del gettito di 6,5 miliardi di euro. Come detto, sarà finanziata con la riduzione al minimo dell’”arbitraggio fiscale”, che oggi consente alle imprese tedesche di trasferire i propri profitti all’estero e contabilizzare perdite in Germania, per sfruttare i più convenienti regimi fiscali esteri. Si stima che, attraverso questa forma di elusione, circa 100 milioni di euro riescano ogni anno a sottrarsi all’imposizione tedesca. L’altra misura di finanziamento prevede, come detto, l’introduzione di una cedolare secca del 25 per cento su capital gains, interessi e dividendi da gennaio 2009. Prima che qualche ossimorico liberista di sinistra delle nostre latitudini trovi in questa misura la conferma della bontà dell’invocato aumento di tassazione sul risparmio (marxianamente definito “rendita finanziaria”), giova precisare che l’attuale normativa tedesca prevede la tassazione dei redditi da capitale ad aliquota marginale Irpef, cioè il loro inserimento nella dichiarazione dei redditi.

    Si discute molto, in questi mesi, sul “miracolo” economico tedesco, che ha rilanciato competitività e crescita di un paese che per tre anni consecutivi ha sforato la fatidica soglia di Maastricht del 3 per cento di rapporto tra deficit e pil, e che nel 2007 conseguirà un piccolo ma significativo surplus di bilancio. Ovviamente, non esistono relazioni meccanicistiche tra riforme e crescita economica. Secondo alcuni analisti, anche le leggi Hartz di riforma del mercato del lavoro tedesco, così simili nell’impianto alla nostra legge Biagi, avrebbero contribuito alla “liberazione della crescita” tedesca, per usare la suggestiva immagine sarkoziana. Di certo, sul vigore della ripresa tedesca hanno inciso sia la specializzazione in beni ad elevato valore aggiunto (soprattutto, ma non esclusivamente, macchinari), che hanno beneficiato della forte domanda estera (soprattutto asiatica), sia i tagli alle retribuzioni nominali forzati dalle delocalizzazioni all’Est. Ciò che è sorprendente, almeno in Italia, è il fatto che in molti laender si sono verificati tagli delle retribuzioni nominali anche per un settore protetto quale la pubblica amministrazione, e anche questo ha contribuito al riequilibrio complessivo della finanza pubblica.

    In un periodo in cui i nostri politici discettano garruli di sistema elettorale tedesco, sarebbe invece auspicabile applicare il nostro provincialismo imitativo alla politica economica tedesca. Invece, siamo stati impegnati in lunghi mesi di discussioni solo per arrivare a ripristinare “quota 95″, mentre abbiamo di fatto mandato in malora il sistema contributivo rinviando per l’ennesima volta la revisione dei coefficienti di trasformazione dei montanti contributivi. Dal versante della fiscalità d’impresa, da noi si comincia solo ora ad ipotizzare la compensazione tra tagli ai sussidi alle imprese e riduzioni delle aliquote, l’embrione di quella semplificazione fiscale che rappresenta condizione necessaria ma non sufficiente per attrarre capitali esteri e sviluppare la competitività internazionale delle imprese italiane.

    Ma forse, tra Italia e Germania si tratta soprattutto di differenze culturali, a ogni livello: dal modello di relazioni industriali tedesco, partecipato e partecipativo, contrapposto alla satrapia finto-conflittuale e autenticamente oligarchica dei sindacati italiani; per finire al socialdemocratico Gerhard Schroeder, che rifiuta di allearsi col Linkspartei dei parolai rossi teutonici Gysi e Lafontaine, contrapposto alla grande ammucchiata prodiana, quella che mette nello stesse presepe Carlo Giuliani e Rudy Giuliani. Che volete farci, noi italiani abbiamo una grande tradizione nella commedia dell’arte, e la rinverdiamo quotidianamente. In questo i tedeschi non hanno alcuna possibilità di imitarci.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Mantide Visualizza Messaggio
    In cosa imitare la Germania

    http://phastidio.net/2007/09/11/in-c...e-la-germania/

    Lo scorso marzo, la Germania ha approvato l’aumento dell’età di pensionamento da 65 a 67 anni. Con l’aumento della speranza di vita e sistemi pensionistici a ripartizione, non vi sono abbastanza lavoratori attivi per finanziare le pensioni delle generazioni anziane. Pertanto, la linea di demarcazione tra i due gruppi anagrafici verrà progressivamente spostata in avanti tra il 2012 ed il 2029. I sindacati hanno fatto campagna contro l’aumento dell’età pensionabile, accusando il governo di derubare i lavoratori e precipitare nella povertà i sessantenni non reimpiegabili, condannandoli ad attendere più a lungo l’assegno pensionistico. Tuttavia, il governo di Angela Merkel ha introdotto la possibilità di consentire ai lavoratori di andare in pensione anticipatamente, applicando una penalità in termini di minore rendimento della pensione per il resto della vita. Inoltre, la riforma delle pensioni ha previsto un programma di sussidi governativi, denominato “Iniziativa 50 Plus“, a favore dei datori di lavoro che assumono persone nella fascia d’età compresa tra 50 e 67 anni.

    Il graduale aumento dell’età pensionabile significa che le persone nate nel 1947 (i primi baby boomers) dovranno attendere fino al compimento dei 65 anni ed 1 mese per poter andare in pensione a rendimento massimo. L’innalzamento progressivo dell’età determinerà che i nati nel 1964 dovranno attendere il compimento dei 67 anni per aver diritto a tutta la pensione pubblica.

    Sempre in marzo il governo tedesco ha licenziato il disegno di legge di riforma della tassazione sulle imprese, che punta a ridurre la pressione fiscale complessiva sulle aziende (oggi tra le più alte del mondo industrializzato) dall’attuale 38,7 per cento al 29,8 per cento. La riforma, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo anno, sarà in parte finanziata con la chiusura di alcuni loopholes fiscali e con l’introduzione di una tassa sui capital gains dal gennaio 2009, ha come obiettivo quello di rendere la Germania più attraente per l’investimento diretto estero, e nei primi tre anni di applicazione dovrebbe determinare una riduzione del gettito di 6,5 miliardi di euro. Come detto, sarà finanziata con la riduzione al minimo dell’”arbitraggio fiscale”, che oggi consente alle imprese tedesche di trasferire i propri profitti all’estero e contabilizzare perdite in Germania, per sfruttare i più convenienti regimi fiscali esteri. Si stima che, attraverso questa forma di elusione, circa 100 milioni di euro riescano ogni anno a sottrarsi all’imposizione tedesca. L’altra misura di finanziamento prevede, come detto, l’introduzione di una cedolare secca del 25 per cento su capital gains, interessi e dividendi da gennaio 2009. Prima che qualche ossimorico liberista di sinistra delle nostre latitudini trovi in questa misura la conferma della bontà dell’invocato aumento di tassazione sul risparmio (marxianamente definito “rendita finanziaria”), giova precisare che l’attuale normativa tedesca prevede la tassazione dei redditi da capitale ad aliquota marginale Irpef, cioè il loro inserimento nella dichiarazione dei redditi.

    Si discute molto, in questi mesi, sul “miracolo” economico tedesco, che ha rilanciato competitività e crescita di un paese che per tre anni consecutivi ha sforato la fatidica soglia di Maastricht del 3 per cento di rapporto tra deficit e pil, e che nel 2007 conseguirà un piccolo ma significativo surplus di bilancio. Ovviamente, non esistono relazioni meccanicistiche tra riforme e crescita economica. Secondo alcuni analisti, anche le leggi Hartz di riforma del mercato del lavoro tedesco, così simili nell’impianto alla nostra legge Biagi, avrebbero contribuito alla “liberazione della crescita” tedesca, per usare la suggestiva immagine sarkoziana. Di certo, sul vigore della ripresa tedesca hanno inciso sia la specializzazione in beni ad elevato valore aggiunto (soprattutto, ma non esclusivamente, macchinari), che hanno beneficiato della forte domanda estera (soprattutto asiatica), sia i tagli alle retribuzioni nominali forzati dalle delocalizzazioni all’Est. Ciò che è sorprendente, almeno in Italia, è il fatto che in molti laender si sono verificati tagli delle retribuzioni nominali anche per un settore protetto quale la pubblica amministrazione, e anche questo ha contribuito al riequilibrio complessivo della finanza pubblica.

    In un periodo in cui i nostri politici discettano garruli di sistema elettorale tedesco, sarebbe invece auspicabile applicare il nostro provincialismo imitativo alla politica economica tedesca. Invece, siamo stati impegnati in lunghi mesi di discussioni solo per arrivare a ripristinare “quota 95″, mentre abbiamo di fatto mandato in malora il sistema contributivo rinviando per l’ennesima volta la revisione dei coefficienti di trasformazione dei montanti contributivi. Dal versante della fiscalità d’impresa, da noi si comincia solo ora ad ipotizzare la compensazione tra tagli ai sussidi alle imprese e riduzioni delle aliquote, l’embrione di quella semplificazione fiscale che rappresenta condizione necessaria ma non sufficiente per attrarre capitali esteri e sviluppare la competitività internazionale delle imprese italiane.

    Ma forse, tra Italia e Germania si tratta soprattutto di differenze culturali, a ogni livello: dal modello di relazioni industriali tedesco, partecipato e partecipativo, contrapposto alla satrapia finto-conflittuale e autenticamente oligarchica dei sindacati italiani; per finire al socialdemocratico Gerhard Schroeder, che rifiuta di allearsi col Linkspartei dei parolai rossi teutonici Gysi e Lafontaine, contrapposto alla grande ammucchiata prodiana, quella che mette nello stesse presepe Carlo Giuliani e Rudy Giuliani. Che volete farci, noi italiani abbiamo una grande tradizione nella commedia dell’arte, e la rinverdiamo quotidianamente. In questo i tedeschi non hanno alcuna possibilità di imitarci.
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    Letta così non vedo come non si possa essere d'accordo....
    ...ma poi, pensandoci bene, e considerando le enormi differenze storiche, sociali, religiose e culturali mi è impossibile dare un giudizio.

    Solo una cosa: è proprio "obbligatorio" fissare un'età massima alla quale si "deve" andare in pensione"?
    Fatte le dovute visite mediche che male ci sarebbe se si potesse chiedere di rimanere "occupati" per altri anni, con lo stesso stipendio aumentato solo della "quota dovuta dal padrone" all'ente pensionistico dato che sarebbe decaduto l'obbligo dei relativi versamenti?

    saluti

  4. #4
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    Con il “Libro verde” Padoa Schioppa cerca di convincere i colleghi a tagliare il budget dei dicasteri

    Un ministro all’ultima spiaggia
    Ma da quando è titolare dell’Economia non fa altro che consentire aumenti di spesa finanziandoli con i salassi fiscali

    di Claudio Romiti da L'Opinione

    http://www.opinione.it/pages.php?dir...t=5812&aa=2007

    Il super ministro Padoa-Schioppa ha preparato un libro verde per dimostrare che la spesa pubblica italiana è qualitativamente la peggiore d'Europa, con l'intento di convincere i titolari dei vari dicasteri con portafoglio ad accettare tagli ai propri budget.
    Ma intanto da quando si è insediato all'Economia il nostro non ha fatto altro che consentire forti aumenti di spesa finanziati da continui salassi fiscali. Tant'è che, nonostante le promesse da marinaio di Prodi e company circa una prossima riduzione delle tasse, anche la Finanziaria 2008 si preannuncia all'insegna di un deciso aumento della pressione tributaria. D'altro canto è storicamente accertato che quando hanno governato i partiti del centrosinistra - compresa la lunga stagione della Prima Repubblica - ad un aumento delle entrate ha sempre corrisposto una incontrollata lievitazione della spesa corrente.

    Una tale tendenza si manifesta in via generale perchè i professionisti della politica che militano nella maggioranza di governo tendono ad usare i soldi pubblici come un mero strumento di consenso e, pertanto, premono nei confronti di chi tiene i cordoni della borsa affinché si adotti la più sbracata manica larga sul piano delle uscite (da qui deriva il continuo assalto alla diligenza del Tesoro che sta caratterizzando ampi settori della maggioranza, costringendo il governo a premere con più forza sulla leva del prelievo fiscale). In questo modo si creano i presupposti per riprodurre quel perverso meccanismo finanziario che ha determinato il più colossale - in rapporto al Pil - debito pubblico d'Occidente: una spirale perversa in cui le tasse rincorrono invano la crescita incontrollata delle spese. Tutto ciò comporta delle catastrofiche conseguenze. A cominciare da una sostanziale distruzione di risorse le quali, anziché alimentare lo sviluppo di una economia potenzialmente molto forte e dinamica, non potranno mai essere reintegrate dalla impostazione cicalesca seguita dagli impresentabili al potere.

    Attualmente il Paese sta beneficiando della favorevole congiuntura internazionale, ciò ha permesso al governo in carica di conseguire un forte aumento del gettito fiscale. Ma cosa accadrà quando, con una spesa corrente enormemente cresciuta, l'economia subìrà l'inevitabile rallentamento? A quel punto sarà evidente a tutti la catastrofe prodotta da un uomo, Romano Prodi, e dalla sua maggioranza che pur di restare in sella non hanno esitato un attimo a raschiare il fondo del barile. E coloro i quali si sono assunti la responsabilità di mandare al governo l'eterogeneo partito delle tasse e della spesa pubblica, soprattutto la parte più moderata dell'elettorato dell'Unione, saranno finalmente costretti a trarre le conseguenze di una scelta di campo a dir poco catastrofica, per tutti noi e per i nostri figli.

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Mantide Visualizza Messaggio
    In cosa imitare la Germania


    Ma forse, tra Italia e Germania si tratta soprattutto di differenze culturali, a ogni livello: dal modello di relazioni industriali tedesco, partecipato e partecipativo, contrapposto alla satrapia finto-conflittuale e autenticamente oligarchica dei sindacati italiani; per finire al socialdemocratico Gerhard Schroeder, che rifiuta di allearsi col Linkspartei dei parolai rossi teutonici Gysi e Lafontaine, contrapposto alla grande ammucchiata prodiana, quella che mette nello stesse presepe Carlo Giuliani e Rudy Giuliani. Che volete farci, noi italiani abbiamo una grande tradizione nella commedia dell’arte, e la rinverdiamo quotidianamente. In questo i tedeschi non hanno alcuna possibilità di imitarci.
    Ogni paragone tra Angela Merkel e la corte dei miracoli di Berlusconi è improponibile.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da Ragioniamo! Visualizza Messaggio
    Ogni paragone tra Angela Merkel e la corte dei miracoli di Berlusconi è improponibile.
    ...psss, ehi! sì, tu!! ma lo sai che al governo Berlusconi non c'è più da un anno e mezzo?
    SVEGLIAAAAA!!!!

  7. #7
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    Tps fa mea culpa: le nostre Caste travolgono la spesa

    di Cicero

    http://www.loccidentale.it/node/6398

    Il recente Libro verde sulla spesa pubblica, redatto dalla Commissione tecnica per la finanza pubblica del Ministero dell’Economia e delle Finanze, oltre a contenere un’interessante analisi della travolgente crescita della spesa pubblica in Italia e delle sue determinanti, offre giudizi taglienti, supportati con ampia dovizia di dati, su incredibili disfunzioni e straordinari privilegi di cui beneficiano gli appartenenti ad alcune delle “caste” più intoccabili del nostro sistema.

    Partiamo dal mondo dell’Università, dove, secondo quanto scritto nel rapporto della Commissione, il sistema di governance presenta una marcata tendenza alla autoreferenzialità, riflessa nella composizione e nei ruoli del Senato accademico e del Consiglio di amministrazione; il sistema di remunerazione rigida dei docenti, non premia la qualità del lavoro prestato e meccanismi concorsuali inefficienti non sempre hanno premiato la qualità dei candidati e il numero; ma, cosa ancora più grave, il numero di professori ordinari e associati (rispettivamente 18.000 e 20.000) é eccessivo rispetto al numero di ricercatori, perché per anni le Università hanno preferito spendere risorse per garantire la progressione di carriera dei docenti, piuttosto che per assumere nuovi ricercatori, con il conseguente invecchiamento del corpo docente.

    Nel settore del Pubblico impiego, il Libro verde evidenzia che le retribuzioni dei dipendenti sono aumentate negli ultimi anni a tassi ben superiori all’inflazione e alla produttività totale dell’economia. A onor del vero, nel testo si riconosce che il complesso delle retribuzioni dei dipendenti della PA in rapporto al Prodotto interno lordo, in Italia è in linea con la media dei paesi della UE (intorno all’11 per cento). Ma, mentre in altri paesi (Germania, Francia, Spagna) tale rapporto è diminuito negli ultimi anni, nel nostro paese esso è aumentato; senza contare – aggiungiamo noi - che un’analisi corretta andrebbe effettuata confrontando la qualità dei servizi pubblici erogati nei diversi paesi a fronte di un eguale ammontare di risorse spese. Infine il Libro verde documenta la sostanziale mancanza di mobilità all’interno dalla PA, che comporta squilibri territoriali e funzionali nell’offerta di servizi. Come efficacemente illustrato in alcune tabelle, la maggior parte dei funzionari ministeriali non ha effettuato spostamenti di ufficio nel corso degli ultimi sei anni; nell’ambito dello stesso Ministero, soltanto un dipendente su cinque ha cambiato ufficio, pur potendosi ritenere che vi sia in molti casi equivalenza di funzioni e di competenze richieste.

    Le osservazioni e le critiche più devastanti del Libro verde riguardano, tuttavia i privilegi della casta dei magistrati......

    Innanzitutto, gli esperti della Commissione, evidenziano che da un confronto internazionale, non risultano carenze strutturali del nostro paese: il numero di magistrati e l’impiego di risorse finanziarie non è inferiore, e talvolta é anche superiore, ad altri importanti paesi europei. Sono invece nettamente inferiori, nel confronto internazionale, gli indicatori di produttività del nostro sistema giudiziario. I tempi medi di risoluzione di alcune tipologie di controversie vedono l’Italia sistematicamente all’ultimo posto. Per un’inadempienza contrattuale, in Italia il giudizio si conclude dopo 1210 giorni; in Francia e Germania, paesi con ordinamenti giuridici simili al nostro, in meno di un anno.

    Il paese ha investito tantissimo nel sistema giudiziario. La spesa per la giustizia, documentano gli esperti della Commissione, nel nostro bilancio pubblico è risultata una delle voci in maggiore crescita; nei soli anni novanta è aumentata del 140 per cento e il numero di magistrati in servizio è cresciuto del 15 per cento; dal rapporto del Consiglio d’Europa, citato nel Libro verde, i magistrati italiani risultano percepire uno stipendio più che doppio rispetto a quello dei colleghi austriaci e tedeschi. Eppure negli ultimi venti anni lo stock di cause civili arretrate si è pressoché triplicato!

    Il Libro verde – a nostro avviso - non approfondisce a sufficienza le cause di tale insoddisfacente performance, limitandosi a evidenziare la eccessiva frammentazione dei tribunali, che risultano quindi sottodimensionati e non consentono di sfruttare le economie di scala e di specializzazione che si ottengono nei tribunali di maggiori dimensioni. Tuttavia si offrono alcune indicazioni interessantissime in merito a un aspetto che - ad avviso di chi scrive – concorre a spiegare la scarsa produttività della nostra magistratura: l’automatismo delle progressioni di carriera.

    Come ben documentato nelle tabelle contenute nel Libro verde, nell’ambito degli uffici giudiziari con funzioni giudicanti (Corte di Cassazione esclusa) attualmente ben il 67 per cento dei magistrati ha un ruolo – e corrispondentemente una retribuzione - superiore alle funzioni svolte (la percentuale scende al 52 per cento nel Sud e nelle isole e sale al 74 per cento nell’Italia centrale ) con un notevole aggravio di costi, uno spreco di risorse non indifferente e l’assenza di qualunque incentivo all’efficienza e al merito.



    ....poveretti...non hanno la benzina per le auto di Stato e devono fare la colletta per i fogli della fotocopiatrice...

 

 

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