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    Predefinito Su Beppe Grillo: Blondet e Fini

    Su Grillo
    Maurizio Blondet
    10/09/2007


    Beppe Grillo a Bologna durante il V-day

    Ho l'obbligo di rispondere ad un lettore, che scrive:
    «Anche questo sito, come l'informazione ufficiale, tace il successo ottenuto dal
    V-DAY organizzato da Grillo.
    Un comico, l'unico che concretamente cerca di fare qualche cosa di concreto per questo Paese
    (scusate i giochi di parole), l'unico che si comporta in modo trasversale alla destra e alla sinistra.
    Lui si da l'idea che le idee giuste lo sono a prescindere dal colore della camiseta.
    Altri, gli intellettuali, predicano in tal senso ma poi sono ancora legati agli stereotipi di destra e sinistra; viene da pensare che lo facciano per allontanare persone dalla fazione nemica...
    «La preminenza della prassi sull'ideologia»... siamo ancora e solo all'ideologia.
    Capisco che affidarsi a un comico, a un movimento incontrollato del web possa essere pericoloso ma se chi veramente vuole cambiare il Paese, per quello che è possibile, non riesce a superare preconcetti e vede ovunque il pericolo, un nuovo nemico, credo sarà difficile aiutare questo Paese e il futuro dei suoi figli.
    Poche righe per analizzare il fenomeno, per valutarne le positività e le negatività, per vedere a cosa di concreto si possa arrivare penso fosse obbligatorio farle.
    Invece compare un bellissimo, importantissimo e condivisibile articolo sull'omosessualità.
    Sul v-day nulla.
    Poi ci si viene a dire che discussioni sui DICO servono per non parlare di problemi concreti del Paese.
    Allo stesso modo devo interpretare l'articolo in questione, se tanto mi dà tanto...
    Probabilmente ognuno ha le sue verità e idee, se queste sono proclamate e difese da altri, soprattutto se da un comico, non sono da sostenere anche se condivisibili.
    L'unione fa la forza, la divisione, preconcetta, è quello in cui spera il potere.
    Cordialmente vi saluto
    Gradirei risposta, vorrei capire
    Grazie
    ».
    A.B. (Sondrio)

    Prima di tutto, ciò che è discutibile in questa lettera: la certezza preconcetta, che «questo sito, come l'informazione ufficiale, taccia sul successo del V-Day».
    Un'accusa offensiva, visto che questo sito e il suo autore (o autori) subiscono da anni la censura dei media ufficiali, e peggio la demonizzazione («Basta coi cospirazionisti!», come recentemente La Stampa e Il Corriere).
    Ad un simile insulto, potrei replicare facilmente: io taccio di Beppe Grillo, esattamente come Beppe Grillo tace di questo sito.
    Anche lui ci censura e si tiene a distanza, forse per non essere «infettato».
    Ma un simile motivo, così meschino, non mi appartiene.
    Io mi rallegro del successo del V-Day, nella misura in cui è anche la nostra battaglia, contro la corruzione e i privilegi delle burocrazie inadempienti.
    Se non ho scritto «immediatamente» come intima il lettore, è perchè da un lato non ho informazioni particolari da dare.
    Dall'altro, e più seriamente, è che sto riflettendo su quel successo, sulle sue possibilità e i suoi rischi.
    Perchè la cosa è molto seria.
    E l'occasione non va sprecata.
    In questo senso, abbiamo avuto ben altri «comici» - da Bossi a Berlusconi - che hanno promesso di interpretare questo speciale (e fondamentale) sdegno dell'opinione pubblica; si sono fatti dare la legittimazione democratica per agire (i nostri voti) e poi hanno buttato tutto nel cesso, tradendo di fatto il mandato ricevuto, credo più per insipienza e mancanza di cultura politica e di carattere che per disonestà (il che in politica è peggio: la «sottise» è peggio che un crimine).
    Ma il fatto resta: si sono dimostrati incapaci o timorosi di interpretare la parte di opinione pubblica che è vittima della corruzione, intendo i contribuenti, coloro che i soldi allo Stato li danno.

    Ora, si consentirà ad un giornalista ultrasessantenne di andare coi piedi di piombo davanti alla discesa in campo di un comico professionale.
    Non per diffidenza preconcetta, ma perchè un ulteriore sciupìo della volontà popolare sarebbe una tragedia per l'Italia.
    Il fatto che 300 mila cittadini si siano mobilitati al richiamo di Beppe Grillo dice molto sul grado cui è arrivata non solo l'indignazione pubblica, ma la voglia di questa parte della cittadinanza (quelli che i soldi li danno, e non ne ricevono dall'erario) di essere «rappresentata», di avere un leader che difenda le loro istanze.
    Dice anche quanto sarebbe facile, ormai, organizzare il dissenso che sta diventando rivolta: di fatto, abbiamo assistito al fatto commovente di quei 300 mila cittadini che si sono organizzati da sè, che si sono messi in viaggio, che hanno fatto volontariato politico, che hanno raccolto firme per i progetti di legge d'iniziativa popolare.
    E' bastato un segnale, il grido «Vaffanc...», e una quantità di persone, casalinghe, pensionati, studenti, si sono mobilitati: senza il viaggio pagato dai sindacati (come i manifestanti CGIL), senza il cestino del pranzo-omaggio, senza i treni speciali pagati dalla Triplice.
    Altro che «qualunquismo»!
    Altro che «anti-politica»!
    Questi cittadini hanno mostrato di essere stufi di pseudo-politica, assetati di politica autentica, ed hanno compiuto l'atto preliminare della democrazia: reclamare la propria sovranità (perchè non si dimentichi che la sola legittima definizione di democrazia è «sovranità popolare») contro una classe parassitaria che vive in lussi indebiti, senza corrispettivo della sua utilità politica (da tempo passata) e che tradisce regolarmente il mandato elettorale.
    Da ultimo con lo scandaloso sequestro delle preferenze da parte dei partiti, dei loro cacicchi e oligarchi.
    Ancor più commovente è che la gente s'è mobilitata non per la difesa di interessi particolari e localisti nè per «il posto», ma per la cittadinanza sequestrata: contro un regime che «si concerta» con lobby, mafie, sindacati, confindustrie, ma mai - mai - con i cittadini in quanto tali, senza aggettivi.

    Questa partecipazione, questa militanza spontanea, condanna i cosiddetti «politici» che ci pesano sul collo e che danno dei «qualunquisti» alla gente stufa di loro, o che vaneggiano di «antipolitica».
    Quest'atteggiamento li mostra incapaci di autocritica, e ancor meno di auto-riforma: sono come Maria Antonietta e il suo famoso detto, falso storico ma ben trovato: «Non hanno pane? Mangino le brioches».
    La mia speranza è che facciano la stessa fine, perchè sono irrecuperabili.
    Come ho spesso ripetuto, i diritti politici non sono mai regalati, sono frutto di lotta e - a volte - sangue.
    Le oligarchie, come le burocrazie, non si auto-riformano mai, non rinunciano mai spontaneamente ai loro privilegi, specialmente se indebiti e colossali come quelli d'oggi.
    Bisogna costringerle alle riforme, e insomma bisogna che il popolo, ogni tanto, faccia loro paura. I 300 mila hanno mostrato il coraggio necessario per cominciare, ed è un bene.
    Ma come continuare?
    Qui emerge qualche dubbio.
    La mobilitazione popolare ha sempre qualcosa di incontrollato e indiscriminato, da guidare, o che va a finir male.
    Senza pensare a precedenti particolarmente sanguinosi e aberranti (la rivoluzione di Cromwell, la Rivoluzione Francese che sboccarono in fanatismo e Terrore giacobino a deriva comunista) che credo impossibili oggi, il rischio di una mobilitazione post-moderna, dell'era della TV, è che finisca, come si dice, in vacca.
    Che magari 'energia della gente venga deviata da qualche marpione.
    In questo senso, non mi preoccupa Beppe Grillo, ma Pecoraro Scanio che «aderisce».
    Ossia l'insinuarsi di istanze «locali», «particolari», e quelle particolarmente insidiose dell'ecologismo, la ideologia di riserva di chi non può più dirsi comunista, e che fa il «verde» pensando al «rosso», il rosso defunto per i propri errori.

    Le istanze localistico-ecologiste non mi trovano d'accordo: scendere in questo tipo di manifestazione «contro la TAV» o contro i degassificatori sarebbe tradire l'istanza vera, essenziale, che interessa «tutti i cittadini» prima ancora che ecologisti, comunisti o cattolici, confindustriali o sindacali.
    L'istanza essenziale è, in fondo, «l'uguaglianza di fronte alla legge», infinite volte tradita sotto i nostri occhi: i parassiti che si arraffano i superattici a 200 mila euro, che si diportano in autoblù, che mettono i figli nei consigli d'amministrazione, che vanno in «viaggi di studio» con le amanti e pagati dalle Regioni, che si danno la pensione dopo 5 anni, che cumulano detta pensione con gli altri emolumenti miliardari, eccetera, vìolano questo principio elementare della democrazia e della cittadinanza: l'uguaglianza di tutti di fronte alla legge.
    Dovrebbe essere chiaro - e questo in modo preliminare - che questa è l'istanza per cui ci si mette al seguito di Beppe Grillo: reclamare l'eguaglianza di fronte alla legge.
    Questo il senso delle leggi d'iniziativa popolare che l'organizzazione germinale propone e, spero, continuerà a proporre: ristabilire l'uguaglianza.
    Lorsignori - la Casta - devono essere obbligati ad andare in pensione quando ci andiamo noi, devono non poter cumulare pensioni e stipendi, pagarsi la casa e l'auto come tutti gli altri.
    I loro emolumenti devono essere ridotti al punto, che «fare politica» non sia un affare, bensì un sacrificio civile.
    Il loro numero deve essere ridotto, anche perchè un parlamento di mille membri - come la Cina - è esattamente un parlamento che non rappresenta altro che se stesso, condannato all'inefficacia, ossia alla non-rappresentanza della volontà popolare.
    Soprattutto, devono essere ridotti i centri di spesa pubblica che costoro hanno moltiplicato a dismisura, solo per avere più posti da dare a trombati e cognati.

    Secondo me, la mobilitazione deve avere solo questo scopo, «e non altro».
    Se finisce per porre istanze ecologiste, localiste, anti-TAV, o di qualunque altro tipo particolare, io non ci sto.
    E non perchè non condivida le istanze ecologiste (non le condivido affatto), ma soprattutto perchè sarebbe uno spreco di un'occasione altamente politica, di una battaglia degna di essere combattuta.
    Le istanze ecologiste, le faccia chi ci tiene; ma non è questa la sede, io credo.
    La sede è quella dove si deve reclamare la cittadinanza e l'uguaglianza, lo Stato di diritto.
    Contro cosche, sindacati e lobby di ogni genere, che hanno sequestrato la sovranità al sovrano popolare.
    Spero di essere chiaro.
    Non ho nulla contro Grillo.
    Nè ne diffido per il fatto che è un comico: come ho detto, i comici screditati sono quelli che stanno nel palazzo, e non si può mai sapere chi sia l'uomo giusto in tempi di crisi.
    Solo, Grillo punta molto, troppo sull'ecologismo, coltiva un ecologismo secondo me fantasioso, miracolista.
    Ha la coscienza che questa non è una battaglia per il motore ad acqua, bensì per la cittadinanza?
    Sa tener fermo su questo punto?
    Ha le capacità?
    Perchè sia chiaro che l'occasione che ha suscitato gli pone il problema del leader, e lo pone anche a noi: in molte cose siamo d'accordo con lui, ma poi vogliamo lasciarci governare da Beppe Grillo?
    Ammiro senza condizioni la gente che ha risposto al suo appello, ma è giusto porsi la domanda su di lui, visto che il movimento che ha suscitato può davvero portarlo a quel punto, al governo.

    Piccolo esempio dei dubbi miei: ha proposto la legge per escludere dal parlamento i condannati.
    L'intenzione è buona.
    Ma si rende conto che con ciò dà un'arma invincibile in mano alla magistratura, una delle peggiori burocrazie inadempienti, che ha già dimostrato intenti golpisti da «Mani Pulite» alla persecuzione legale contro il Cavaliere?
    L'idea è ben-intenzionata ma mal-cotta.
    Un leader che rappresenti i cittadini in quanto tali (non in quanto verdi, anti-TAV, giustizialisti, incazzati) deve saper comprendere al volo certe cose.
    Se non le capisce, il dubbio resta.
    Nè il lettore che subito mi sospetta di voler tacere su Grillo, mi tranquillizza.
    Ha già l'atteggiamento settario del piccolo capo-partito, di un partito che deve ancora nascere (e forse mai nascerà): insomma, sei con noi o contro di noi?
    Non è un buon inizio, per una lotta di cittadinanza.
    Anzitutto, aver chiaro chi è l'avversario - la Casta - e non moltiplicarsi dei nemici immaginari, non foss'altro per non disperdere energie.
    Il lettore se la prende con me, un senza-potere, manco fossi Mieli o Mentana, o Mastella: vi pare intelligente?
    Ma soprattutto, il lettore deve capire che una battaglia di cittadinanza chiama a sè cittadini liberi.
    E lui ci vuole intruppare.

    No, noi restiamo liberi: di seguire Grillo dove ha ragione, di criticarlo dove ci pare abbia torto.
    Non ho dietro «le masse», nè ho mai appartenuto ad un partito; ciò che dico e scrivo lo faccio a mio rischio personale, e a mio nome, cercando di convincere, non di forzare.
    Se non si capisce questo, la battaglia è già perduta: anche fosse vinta, sarebbe un'altra cosa.

    Maurizio Blondet

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    Predefinito

    Ecco perché ero su quel palco
    di Massimo Fini


    Sarebbe un grave errore pensare che la folla che ha partecipato al
    riuscitissimo "'V-Day", organizzato da Beppe Grillo in Piazza Maggiore a
    Bologna e in altre 150 città italiane, rappresenti una parte del
    cosiddetto "popolo di sinistra" deluso dall'operato del proprio governo.
    Così come fu un errore pensare che il milione di persone che si radunò qualche
    anno fa in piazza San Giovanni a Roma per protestare contro le vergognose
    leggi "ad personam" fosse composto esclusivamente da gente "di sinistra" (la
    sinistra, oggi, in piazza, mobilitando tutti gli apparati e le "truppe
    cammellate", è in grado di mandare, al massimo, trecentomila adepti).

    Ho partecipato ad entrambe le manifestazioni, in piazza Maggiore sono
    intervenuto anche dal palco, insieme ad Alessandro Bergonzoni, Marco Travaglio,
    Sabina Guzzanti, al giudice Norberto Lenzi, oltre a Grillo che ovviamente si è
    riservato, con un'energia incredibile per un uomo che è vicino alla sessantina,
    la parte del leone, e credo di sapere di che cosa parlo. Si tratta di un
    movimento trasversale, formato da una miriade di gruppi non sempre omogenei,
    alcuni dei quali sono venuti allo scoperto, in piazza, come quelli di Grillo,
    di Flores D'Arcais, dei NoTav, del mio Movimento Zero, ma il cui grosso si
    trova, per il momento, su Internet, ed è formato in grande prevalenza da
    giovani, i quali chiedono certamente il ritorno ad un minimo di decenza legale
    e formale (i punti qualificanti del "V-Day" erano: via gli inquisiti dal
    Parlamento, non più di due legislature per ogni deputato o senatore, poter
    votare per nominativi singoli e non solo per liste dove gli eletti sono già
    decisi, di fatto, dagli apparati dei partiti), ma che, nella sostanza, hanno
    perso ogni fiducia nei partiti in tutti i partiti, e nei loro uomini, nelle
    classiche categorie politiche vecchie di due secoli - liberalismo e marxismo,
    con i rispettivi derivati, nella destra e nella sinistra - e anche, nel
    profondo e magari inconsciamente, nella democrazia rappresentativa.

    Lo deduco anche dal modo in cui è stato recepito il mio intervento che andava
    ben oltre i temi del "V-Day". Pensavo che sarebbe stato accolto gelidamente da
    una platea fortemente legalista (le maggiori ovazioni sono toccate a Marco
    Travaglio che della legalità ha fatto il suo cavallo di battaglia). Ho infatti
    detto che ero d'accordo con i temi del "V-Day" (figuriamoci se non lo sono,
    anch'io batto, da anni, sul tasto della legalità come sanno i lettori di questo
    giornale), ma che rischiavano di mascherare la questione di fondo che riguarda
    proprio l'essenza della democrazia rappresentativa. Che è un imbroglio, una
    truffa, "un modo, sicuramente sofisticato e raffinato, per ingannare la gente,
    soprattutto la povera gente, col suo consenso". E che questo non è un problema
    italiano, anche se certamente il nostro sistema presenta aspetti degenerativi
    specifici, ma di tutte le democrazie occidentali, particolarmente inquietante
    in un periodo storico in cui queste stesse democrazie pretendono di omologare a
    sè, con la propaganda ideologica, la propria economia e, se del caso, le bombe
    e l'intero esistente. Ma che la rivolta contro la "democrazia reale", quella
    che concretamente viviamo, inizi dal nostro Paese è molto interessante perchè
    l'Italia, nel bene e nel male, è sempre stata uno straordinario laboratorio di
    novità (l'ascesa della classe mercantile, che porterà alla Rivoluzione
    industriale che ha cambiato il nostro intero modo di vivere, inizia a Firenze e
    nel piacentino, il fascismo nasce qua, persino il berlusconismo, che io
    considero un fenomeno postmoderno - non è vero che Berlusconi imita Bush, è
    vero il contrario - è un fenomeno che prende il via dall'universo mediatico
    italiano).

    Innanzitutto non si è mai capito bene cosa sia davvero la democrazia. È un
    animale proteiforme, mutante, cangiante, sfuggente. Lo stesso Norberto Bobbio,
    che pur ha dedicato a questo tema la sua lunga e laboriosa vita, scrive in un
    passaggio che i presupposti fondanti della democrazia sono nove, in un altro ne
    indica sei, in un altro ancora tre e alla fine ne dà una definizione talmente
    risicata da perdere qualsiasi senso. In ogni caso si può dire che
    la "democrazia reale" non rispetta nessuno dei presupposti che, almeno
    nella "vulgata", le vengono attribuiti. Prendiamone, a mo' di esempio, solo
    due. 1) Il voto deve essere uguale. Il voto di ogni cittadino non deve valere
    nè di più nè di meno di quello di qualsiasi altro. 2) Il voto deve essere
    libero. Deve ciè essere conseguenza di una scelta spontanea e consapevole fra
    opzioni effettivamente diverse. I governanti devono avere un reale consenso da
    parte dei governati.

    Bene. Il voto non è uguale e il consenso è taroccato. Sul primo punto ha detto
    parole definitive la scuola elitista italiana dei primi del Novecento: Gaetano
    Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels. Scrive Mosca ne "La classe
    politica": «Cento che agiscano sempre di concerta e d'intesa gli uni con gli
    altri trionferanno sempre su mille presi uno a uno che non avranno alcun
    accordo fra di loro». Il consenso è taroccato perchè ampiamente indirizzato dai
    massmedia, in mano alle oligarchie economiche e politiche, che non per nulla
    vengono, spudoratamente, chiamati gli "strumenti del consenso". E lo stesso si
    può dire per tutti gli altri presunti presupposti della democrazia che Hans
    Kelsen, che non è un marxista nè un estremista talebano, ma un giurista
    liberale, considera una serie di "fictio iuris".

    Nella realtà la democrazia rappresentativa non è la democrazia ma un sistema di
    minoranze organizzate, di oligarchie, di aristocrazie mascherate, politiche ed
    economiche, strettamente intrecciate fra di loro e, spesso, con le
    organizzazioni criminali - quando non siano criminali esse stesse - che il
    liberale Sartori definisce, pudicamente, "poliarchie", che schiacciano il
    singolo, l'uomo libero, che non accetta di sottomettersi a questi umilianti
    infeudamenti, cioè proprio colui di cui il pensiero liberale voleva valorizzare
    meriti, capacità, potenzialità e che sarebbe il cittadino ideale di una
    democrazia, se esistesse davvero, e invece ne diventa la vittima designata.

    Del resto senza tanti discorsi teorici lo vediamo tutti, lo sentiamo tutti che
    noi cittadini non contiamo nulla. La nostra unica libertà è di scegliere, ogni
    cinque anni, legittimandola, come l'unzione del Signore legittimava il Re, da
    quale oligarchia preferiamo essere dominati, schiacciati, umiliati. Non siamo
    che sudditi.

    Kelsen scrive: «Si potrebbe credere che la particolare funzione dell'ideologia
    democratica sia quella di mantenere l'illusione della libertà». E si chiede
    come «una tale straordinaria scissione fra ideologia e realtà sia possibile a
    lungo andare».

    Me lo chiedo anch'io da tempo. E ho concluso così il mio intervento: «Le
    democrazie (inglese, francese, americana) sono nate su bagni di sangue. Ma non
    accettano, nemmeno cencettualmente, di poter essere ripagate dalla stessa
    moneta. Anzi hanno posto, come una sorta di "norma di chiusura" per dirla con
    lo Zietelman, che la democrazia è il fine e la fine della Storia. Saremmo
    quindi tutti condannati, per l'eternità, a morire democratici. Ma la Storia non
    finisce qui. Finirà, con buona pace di Fukujama e di tutti i Fukujama della
    Terra, il giorno in cui l'ultimo uomo esalerà l'ultimo respiro. Non sarà
    certamente la nostra generazione, quella mia e di Beppe Grillo, non sarà questo
    ludico "V-Day" a cambiare le cose, ma verrà un giorno, non più tanto lontano,
    in cui la collera popolare abbatterà questa truffa politica, come, in passato,
    è avvenuto con altre». Ovazione.

    Massimo Fini

    www.massimofini.it

 

 

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