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    Predefinito Governare la Globalizzazione

    L'Italia e la globalizzazione/Servono interventi radicali per resistere alla competizione
    Sfida economica: il tempo a disposizione sta finendo

    Relazione presentata alla Conferenza programmatica del Pri, Roma, 3 febbraio 2006.

    di Bruno Trezza

    Nel trascorrere degli anni, a partire dal miracolo economico, la capacità dell'Italia di ottenere elevati tassi di crescita è andata sempre diminuendo sino alla situazione attuale nella quale il nostro Paese mostra il più basso tasso di crescita europeo con l'eccezione del Portogallo. In effetti sono ormai anni nei quali il tasso non raggiunge il 2% e le previsioni per il 2005 sono dell'ordine dell'1,4%.

    Questo andamento progressivamente negativo non riflette, tuttavia, un fenomeno unico, ma, a mio avviso, è il risultato di due fenomeni fortemente diversi che vanno compresi nella loro diversità per poter affrontare la complessità e la difficoltà della situazione attuale.

    Il miracolo economico

    Il miracolo economico è stato innescato essenzialmente dai bassi costi del lavoro e dalla consistente immigrazione dal sud; ciò consentì il sorgere ed il rafforzarsi di imprese a media tecnologia in grado di competere efficacemente sul mercato internazionale. La contemporanea apertura degli scambi internazionale, voluta da Ugo la Malfa, diede la necessaria spinta positiva creando uno sbocco prima inesistente.

    A questo fenomeno si aggiunse il sorgere del modello "adriatico" con i distretti formati da medie e piccole imprese, tutte competitive e rivolte contemporaneamente sia al mercato interno e sia al mercato internazionale, un fenomeno, questo, che ebbe non solo interessanti aspetti economici, ma forti caratteristiche sociali e culturali.

    Lo sviluppo economico italiano si collocò in un periodo nel quale tutta l'Europa esibì soddisfacenti tassi di crescita e nel quale il mondo occidentale, nel suo complesso, vide una crescita elevata ed un parziale riequilibrio tra la potenza economica americana, uscita dalla seconda guerra mondiale assolutamente egemone, ed il mondo europeo. La Germania, in particolare, ridivenne uno dei motori economici fondamentali in grado di trainare le altre economie con la forza del proprio sviluppo.

    In un siffatto mondo, l'esistenza di un tasso di sviluppo positivo ed adeguato fu assunto da forze politiche e sociali come un fatto acquisito ed il consenso fu cercato e trovato, anche tramite le strutture del consenso collaterali ai due maggiori partiti, la DC ed il PCI, attraverso una continua re-distribuzione a favore dei consumi a scapito degli investimenti, del lavoro e della rendita. Il potenziamento dei settori protetti dalla concorrenza fu veramente drastico, a scapito dei profitti. Il solo PRI levò la propria voce in difesa dello sviluppo ammonendo che, senza adeguate misure, tale sviluppo si darebbe inaridito lasciando il Paese ed i giovani senza futuro.

    Un modello mai accettato

    In effetti il modello di sviluppo occidentale, di tipo capitalistico, non è mai stato pienamente accettato dalle maggiori forze politiche italiane; oltre ad un'opposizione di tipo ideologico, basata sulla teoria marxista, fatta propria dal PCI e da larga parte del PSI, la stessa DC, specie la sinistra, ha presentato una concezione sostanzialmente distante, basata su una visione cattolico-solidaristica non del tutto coerente con la tipologia di sviluppo propria dei paesi anglosassoni e dei maggiori paese europei.

    Col tempo, la spinta iniziale verso lo sviluppo si andò attenuando senza un adeguato rafforzamento della struttura produttiva italiana e senza riuscire nemmeno a ridurre le gravi differenze territoriali esistenti tra il nord ed il sud del paese. La caduta di produttività relativa fu compensata mediante successive svalutazioni che sostenevano le nostre esportazioni, mentre il sistema fu sempre di più caratterizzato da una struttura rappresentata da piccole e medie imprese sino alla definizione di "piccolo è bello" e "dell'economia del cespuglio".

    Segue a pag. 4

    continua - Il sistema economico produttivo si è progressivamente indebolito ed in queste condizioni l'Italia è entrata a far parte del sistema europeo delineato a Maastricht, con la implicita carica depressiva connessa alle condizioni di stabilità, in nulla mitigata da concreti impegni per lo sviluppo assunti a livello di UE. Il fatto è che, al di là delle possibili dichiarazioni, il nostro Paese è entrato a far parte della nuova UE in una condizione di debolezza relativa connessa alla struttura del suo sistema produttivo, delle relazioni sociali e del mercato del lavoro, alla struttura del suo sistema finanziario oltre che alla condizione del debito e del deficit pubblico, sulla quale tanta attenzione è stata richiamata.

    Arriva la globalizzazione

    Forse la trasformazione che molte forze politiche hanno subito in questi ultimi dieci anni, a partire dall'abbandono della base marxista nella impostazione politica da parte dei comunisti, in assoluto da considerarsi un fatto positivo, avrebbe potuto essere elemento sufficiente per aprire un adeguato dibattito politico intorno ad una seria strategia economica se, a partire dalla caduta del Muro di Berlino, non avesse avuto inizio, prima lentamente e poi sempre più velocemente, il grandioso processo di re-distribuzione internazionale del lavoro e di delocalizzazione produttiva che va sotto il nome di globalizzazione.

    Le specifiche debolezze dell'economia italiana sono risultate più che rilevanti, esiziali in questo contesto che ha colpito tutto il mondo occidentale, dagli Usa alla Gran Bretagna ai paesi dell'Europa continentale. La stessa concezione di convivenza dei paesi europei è stata ed è messa in forse da un processo la cui ampiezza e forza di gran lunga supera ciò che abbiamo mai visto e conosciuto. Non si tratta solo di recuperare nei confronti di un mondo tradizionale e ben conosciuto, ma di farsi valere in un contesto nuovo, enormemente dinamico, nel quale concezioni e strutture una volta ritenute basilari risultano essere improvvisamente obsolete o nocive.

    Questo processo di globalizzazione vede protagonisti i maggiori stati emergenti come la Cina e l'India e parte del mondo asiatico; si tratta di un percorso che vede entrare nel mercato del lavoro internazionale centinaia di milioni di lavoratori a basso costo e decine di migliaia di ingegneri, fisici, matematici, esperti di computer e comunque soggetti ben specializzati nelle università occidentali ed americane in particolare.

    Produzioni a basso costo

    Non solo, quindi, sono paesi in grado di produrre a costi bassissimi merci a bassa e media tecnologia, ma sono paesi anche in grado di essere presenti nella sfera dei servizi e delle tecnologie più avanzate. L'integrazione tra queste economie e le economie occidentali non è di tipo ancillare, come nel passato, ma di tipo concorrenziale in un contesto dove le tecnologie della comunicazione permettono alle imprese nuove strutture localizzative a livello planetario.

    Non a caso la Cina è entrata nel ramo dei computer acquistando il settore ceduto dalla IBM ed è in primo piano nella ricerca sui super computer, mentre l'India è oggi alla avanguardia nell'offerta di servizi nel campo della redazione di software con un centro come Bangalore, ormai nodo mondiale del settore. Sia i lavori a bassa qualificazione che quelli ad alta sono portati al mercato a prezzi di un decimo rispetto a quelli esistente nel mondo occidentale, dando così luogo ad una concorrenza insostenibile sia sul piano delle merci che su quello dei servizi.

    La dimensione di questi due paesi ne ha già fatto, e ancor di più ne farà nel prossimo futuro, due protagonisti di primo piano dell'economia mondiale, capaci di una forte presenza non solo sul piano economico, ma anche su quello politico facendone attori di primo piano ai quali, al momento, si possono contrapporre solo gli Usa.

    A questa nuova situazione il mondo industriale ha risposto localizzando le attività produttive in modo da sfruttare al massimo i vantaggi presentati dai nuovi costi del lavoro, intensificando la ricerca scientifica e la protezione data dai brevetti (le nuove leggi sulla proprietà intellettuale negli Usa) e dando luogo a concentrazioni ed acquisizioni nei settori più maturi, vedi ad esempio il settore del commercio e quello dell'automobile.

    Mercato mondiale

    In questo senso le imprese, in particolare le imprese appartenenti al mondo occidentale, non si sono sentite più imprese appartenenti a questo o quel paese, ma appartenenti all'economia globale e spinte a giocare sui vari scacchieri alla ricerca del maggiori profitto. Unica eccezione, forse, l'importanza degli Usa a causa della forza preponderante della borsa americana rispetto a quelle degli altri paesi ed al ruolo del dollaro come moneta di riserva e di pagamento internazionale.

    Gli effetti recessivi di questa situazione si fecero sentire anche in Usa ed a partire dal 2001 gli Stati Uniti hanno seguito una politica di reflazione di grande forza. Come risultato si è avuto un continuo accrescimento del deficit della bilancia commerciale del paese, accompagnato da un altrettanto grave deficit pubblico, mentre la distribuzione dei redditi diveniva sempre più ineguale lasciando interi strati della popolazione al di sotto della soglia di povertà.

    La condizione dell'America è risultata sostenibile solo in quanto le banche asiatiche, e soprattutto la Banca centrale cinese, hanno accettato di accumulare dollari sotto forma di riserva; si dice che la Banca centrale cinese abbia riserve per la favolosa cifra di 800 miliardi di dollari. In effetti gli Usa hanno potuto vivere ben al di sopra delle loro possibilità a causa del finanziamento concesso del mondo asiatico ed in questo quadro hanno potuto finanziare i consumi interni mediante il grosso indebitamento delle famiglie.

    A rischio la produzione interna

    Si è così creata una situazione pericolosissima in quanto la difesa dall'inflazione avviene mediante il calmiere delle importazioni dei prodotti finiti, dei semilavorati e dei servizi, erodendo sempre più la capacità produttiva interna, mentre la tenuta dei consumi è finanziata dalla politica espansiva posta in essere dalle autorità con un crescente debito delle famiglie, dello Stato e dell'economia nel suo complesso nei confronti dell'estero. Si tratta in effetti di un vero stato di bancarotta tenuto in piedi dal finanziamento estero, il che rende gli Usa estremamente deboli nei confronti dei paesi creditori.

    Ad aggravare il quadro ci si trova di fonte ad un incremento della disparità tra la condizione economica dei vari strati della popolazione americana. L'incremento di ricchezza, nata dalla crescita del reddito, è andata a beneficio del solo 10% della popolazione, dato questo che non si riferisce solo agli Usa, ma all'intero mondo occidentale che sperimenta la stessa sperequazione nella divisione della ricchezza che si viene a creare. Mentre da un lato la distanza tra alcuni paesi tende a diminuire a causa degli alti tassi di crescita degli uni nei confronti degli altri, la distanza tra le diverse parti delle popolazioni occidentali, ed anche orientali, tende a divenire sempre più ampia: l'un fenomeno è il riflesso dell'altro e viceversa.

    Una doppia conseguenza di ciò è la progressiva sparizione della classe media e la progressiva eliminazione delle strutture di intermediazione che, specie in Europa ed in Italia, hanno sino ad oggi rappresentato larga parte del sistema economico.

    Il lavoro precario, la riduzione del welfare, l'aumento del costo delle abitazioni, le crescenti difficoltà che le famiglie con reddito medio o medio basso incontrano per raggiungere la fine del mese, la mancanza di prospettive per la maggior parte dei giovani, stanno distruggendo le caratteristiche sociali ed identitarie della classe media. Questo fenomeno che è ormai molto avanzato in Usa è ormai fortemente presente anche in Europa dove colpisce la spina dorsale sulla quale è stata nel tempo costruita la base della democrazia europea.

    Perdita di identità

    La perdita di identità della classe media ne favorisce la de-ideologizzazione e la spinge solo alla ricerca delle migliori possibilità di consumo al minor costo possibile; è una lotta per la sopravvivenza e per la difesa di livelli di vita che divengono sempre più stretti. A riscontro speculare di ciò, si colloca l'espansione di grandi imprese finalizzate all'eliminazione di tutti i possibili costi ed al raggiungimento del mercato a prezzi minimi sia mediante l'acquisto dei beni dalle nuove produzioni cinesi sia mediante l'eliminazione dei costi di intermediazione. È il grande successo di Wal-Mart, dell'Ikea, di Zara, di Virgin e tante altre. Come Wal-Mart insegna, è questo un fenomeno che si autoalimenta in quanto da un lato i consumatori beneficiano dei costi più bassi, ma dall'altro i dipendenti della catena sono pagati con salari estremamente bassi mentre i negozi tradizionali sono spinti al fallimento. Considerando l'enorme approvvigionamento che WM fa di merci di provenienza cinese, diviene immediato come tale fenomeno tenda strutturalmente ad impoverire il tessuto produttivo e sociale.

    L'impatto sugli Usa di questo fenomeno è stato molto forte, ma in Europa il disagio è sentito in modo ancora più significativo in quanto la democrazia nel vecchio continente è storicamente e ideologicamente basata sulla solidarietà, mentre nel mondo anglofono essa è basata sull'esistenza di pari opportunità. Per tale fatto l'impatto di questo fenomeno in Europa è devastante in quanto colpisce l'identità stessa della società civile e le ragioni per cui essa si è storicamente costituita.

    In questo quadro la vita pubblica si presenta lontana dai bisogni dei cittadini e non in grado di soddisfare le loro necessità e dare risposta alle loro insicurezze; il voto sulla costituzione europea in Francia ed in Olanda esprime con forza questa condizione, anche i recenti risultati elettorali in Germania la confermano, anche se il costituirsi di una Grande Coalizione potrebbe essere interpretato come la necessaria presenza di tutte le forze politiche per affrontare la gravità del momento. È forte la sensazione che l'Europa debba fare un salto di qualità sia nella direzione della politica estera sia nella direzione di una politica interna in termini sociali ed economici in grado di collocarla come uno dei players mondiali nel prossimo futuro.

    Dimensione locale

    Se da un lato il processo di globalizzazione diminuisce la capacità dei singoli Stati di porre in essere politiche e strategie connesse alla specifica loro condizione, dall'altro viene ad accentuarsi la dimensione locale come elemento essenziale per una adeguata partecipazione al processo di globalizzazione.

    In questo processo l'Italia entra con particolari debolezze sociali, economiche ed istituzionali.

    In primo luogo, l'assenza di grandi imprese e soprattutto di imprese di livello internazionale lascia la struttura produttiva italiana largamente incapace di combattere la nuova concorrenza a prezzi molto più bassi specie in un mondo nel quale i consumatori sono divenuti molto più sensibili alle differenze di prezzo dei prodotti. In particolare le medie e piccole imprese italiane sono carenti sul piano della forza finanziaria e della capacità organizzativa. L'elemento cruciale, tuttavia, sta nella non grande sofisticazione dei prodotti facilmente realizzabili all'estero e senza specifiche protezioni date da particolari specializzazioni o brevetti; tra tutte le produzioni europee sono quelle più facilmente aggredibili da parte della Cina le cui produzioni stanno crescendo a grande velocità.

    Una possibile difesa consiste nella ricerca di nicchie di qualità a prezzi maggiori, un particolare made in Italy sul quale impostare la costruzione di un mercato specifico per le produzioni italiane. Tuttavia, data la maturità delle produzioni, queste stesse nicchie possono essere trovate con più profitto spostando le produzione nell'est europeo, come di fatto sta avvenendo, con notevoli vantaggi in relazione ai costi di produzione italiani. Si tratta di vedere se possa risultare possibile una coesistenza sul mercato delle produzioni italiane e cinesi dando alle prime collocazione di nicchia.

    A questo riguardo va osservato che le dimensioni della Cina, e dell'India, per quel che riguarda i servizi, implicano che il fenomeno può assumere dimensioni tali da compromettere larga parte della struttura produttiva italiana tradizionale della piccole e medie imprese.

    In secondo luogo, i costi del lavoro sono ormai troppo elevati e le strutture sociali, i sindacati in particolare, troppo limitanti, anche dopo l'approvazione dell'art18, per imprese che raggiungano dimensioni, e quindi una robustezza finanziaria ed organizzativa, in grado di reggere la competizione estera. Un importante elemento di raffronto è dato dalle ore lavorate in Italia che sono circa il 64% delle ore lavorate in Usa ed il 73% di quelle lavorate in GB: come si vede, un raffronto pesantemente negativo.

    Tre parti

    Il capitale italiano si è diviso in tre parti, quello che ha investito nel settore dei servizi, come il gruppo Benetton, Mediaset, Telecom ed altri, quello che ha trovato la forza di internazionalizzarsi, ad esempio Luxottica e molte imprese minori, e quello che arranca in difficoltà. Ciò che manca sono vere multinazionali nei settori produttivi dove l'unica impresa effettivamente rimasta è, con tutti i suoi problemi, la Fiat.

    In un mondo dove il capitale si è del tutto separato dalle realtà territoriali di origine, ma si organizza internazionalmente solo in relazione alla migliore funzionalità ed alla minimizzazione dei costi, le realtà geografiche formate dagli Stati si presentano solo come opportunità per la localizzazione di attività. Da questo punto di vista l'Italia non si presenta come un territorio favorevole e preferibile ad altri, per cui il capitale, italiano o straniero che sia, trova convenienza investire altrove a meno che non vi siano particolari condizioni di privilegio dovute, ad esempio, a domanda interna che non può essere soddisfatta dall'estero.

    Ovviamente le zone relativamente arretrate come il Mezzogiorno soffrono anche di più ed hanno perso qualsiasi possibilità di sviluppo giacché non presentano alcun vantaggio relativo a compensazione dei molti svantaggi che esibiscono. In gran parte, come in Campania, si tratta anche di cattiva gestione, soprattutto di tipo esclusivamente clientelare, degli ingenti fondi ottenuti dallo Stato o dalla UE, ma molto è, soprattutto, dovuto alla mancanza di prospettive ed alla incapacità di progettazione. Va a tal proposito osservato come oggi sia possibile innescare progetti avanzati di sviluppo anche in territori fortemente degradati, come ad esempio è avvenuto a Calcutta; ci si trova in questi casi, di fronte a stupefacenti accostamenti ed a salti nella qualità della vita che coesistono territorialmente in modo del tutto impensabile sino a pochi anni fa.

    I fatti vanno interpretati

    Dal governo tuttora in carica, ed ancora adesso in molti commenti ed in larghissimi strati dell'opinione pubblica, il fenomeno in atto non è stato compreso nella sua qualità strutturale ed epocale, ma il trend negativo realizzatosi è stato interpretato in chiave congiunturale e quindi temporale e reversibile. Non è così, tuttavia, e ben diverso deve essere l'atteggiamento e la strategia da assumere. L'Europa tutta e l'Italia in particolare debbono dotarsi di una strategia adeguata per riacquistare la capacità allo sviluppo e divenire aree di attrazione di capitale internazionale e di produzione di beni e servizi. La sfida è questa e questa è l'unica via di salvezza, altrimenti non si potrà che assistere al progressivo degrado economico, sociale e politico di questa parte della Terra ed alla incapacità dell'Europa a giocare un ruolo mondiale negli avvenimenti che il prossimo futuro ha in serbo.

    La ricerca delle condizioni di sviluppo e di convenienza per l'investimento del capitale internazionale deve diventare la stella polare da seguire e non la distribuzione della ricchezza proveniente da uno sviluppo più o meno assicurato, come nel passato. Da questo punto di vista la struttura stessa del consenso (e le connesse strutture collaterali dei partiti) deve cambiare e, con essa, il rapporto tra mondo politico e cittadini. Tutta la tradizione della sinistra europea, ed italiana in particolare, si oppone a ciò e costituisce un ostacolo intrinseco di non facile superamento. Il travaglio culturale ed ideologico della sinistra è evidente, ma i tempi che si richiedono non sono compatibili con le pressanti necessità operative. In Germania la svolta connessa all'elezione del cancelliere Merkel sta già dando qualche frutto, ma il cammino è lungo e penoso.

    Si tratta quindi, innanzi tutto, di porre alla base di qualsiasi strategia di governo il fine della collocazione dell'Italia nel circuito internazionale del capitale al fine di recuperare al massimo le possibilità dello sviluppo, ma al contempo si tratta anche di individuare delle priorità che diano senso concreto a questa strategia e ne inneschino i primi risultati.

    Le priorità

    La prima di queste priorità è data dall'energia. Il paese non può dipendere, oltre certi limiti, dall'importazione di energia pagata con esportazioni in settori dove la concorrenza internazionale è forte e la domanda può diminuire senza creare seri problemi, come abbigliamento, mobili, beni di immediato consumo, ecc.; il paese si presenta così strutturalmente fragile e poco stimolante per gli investimenti. È vero che esiste un mercato mondiale dell'energia, ma è altrettanto vero, ed i fatti di questi giorni lo confermano, che esistono grandi protagonisti in regime di oligopolio che sanno far sentire il loro peso. L'Italia non ha risorse proprie significative e quindi l'unica soluzione per l'energia in chiave di sviluppo implica il ritorno al nucleare.

    La seconda priorità riguarda le tecnologie avanzate ed in particolare le biotecnologie e le nanotecnologie. Sia le une che le altre riflettono le frontiera della scienza attuale alla quale l'Italia deve partecipare necessariamente anche utilizzando le molte risorse di italiani attualmente impegnati in università e laboratori esteri.

    Le prime di queste tecnologie riguardano anche gli OGM verso i quali occorre assumere una posizione scientificamente oggettiva ed evitare che il paese resti separato da un filone di ricerca estremamente importante, pur divenendone poi necessariamente consumatori; ma il trend oggi sembrerebbe quello di massimizzare i temuti danni senza ottenere i possibili benefici

    Le seconde di queste tecnologie hanno a che fare anche con i nuovi materiali che nel prossimo futuro saranno alla base di nuove applicazioni che si troveranno progressivamente presenti in uno spettro sempre più ampio di produzioni, specie quelle riguardanti prodotti di qualità come aeroplani, applicazioni per l'energia e simili.

    Per l'uno e l'altro filone di tecnologie occorre che l'Italia abbia uno o due centri di ricerca a livello internazionale soprattutto dotati di mezzi, di personale internazionalmente noto e di relazioni col mondo internazionale della ricerca scientifica e delle applicazioni produttive. Non si tratta di fare solo teoria, ma di superare il ponte, oggi in Italia amplissimo, tra ricerca pura e ricerca capace di trovare applicazione nel mondo produttivo.

    La terza priorità riguarda il mondo delle imprese con la necessità di semplificare e chiarire il contesto giuridico della vita dell'impresa con leggi chiaramente scritte ed altrettanto univocamente applicate; non secondario a tal riguardo è il rapporto tra imprese e PA per tutto ciò che è relativo ad incentivi, permessi ecc.: occorre sicurezza nei tempi e capacità di rivalsa.

    La quarta priorità riguarda gli ordini professionali e la barriera alla concorrenza che questi esercitano. Nel mondo attuale questo è un anacronismo ed una fonte di rendite ingiustificate che appesantiscono i costi e non rendono beneficio alle categorie il cui benessere è connesso alla prosperità dell'offerta di beni e servizi da parte delle imprese.

    La quinta priorità riguarda il settore bancario. In tal senso due aspetti sembrano essenziali. Da un lato migliorare la concorrenza in modo che gli utili delle banche non rinvengano significativamente dalla gestione dei servizi connessi ai servizi di pagamenti e di tenuta di conti, ma, come è loro mestiere, dalla capacità di intermediare tra liquidità ed investimenti; dall'altro occorre creare meccanismi in modo da finanziare le nuove iniziative, specie quelle aventi rilevante contenuto tecnologico. Al momento la struttura del sistema bancario italiano non consente il reperimento di fondi per nuove iniziative, fatta eccezione per l'edilizia, a meno che queste non siano poste in essere dai pochi grossi gruppi esistenti; nessuna concreta possibilità viene offerta all'ingegno ed alla piccola e media impresa. È necessario ricostituire la capacità del settore bancario e finanziario a valutare le iniziative e saper scegliere il rischio del finanziamento.

    La sesta ed ultima priorità riguarda le opere pubbliche. Al momento l'elenco delle opere in cantiere è molto vasto, ma occorre scegliere; occorre definire un quadro di priorità finalizzato sia alla creazione di produttività sia all'inserimento dell'Italia nel contesto europeo ed internazionale. Una volta definite queste priorità alle opere scelte dovranno essere indirizzate le risorse disponibili in modo da costituire una forza per l'avanzamento del paese. Da solo il ponte di Messina non serve a nessuno, mentre il collegamento con la rete ferroviaria europea, oggi fonte di tante polemiche, assume priorità assoluta.

    Ad un ministro repubblicano si deve la redazione del PICO che rappresenta l'unico documento organico in grado di presentare una valida strategia dello sviluppo sul piano economico per l'Italia, presentata in connessione alla Strategia di Lisbona. Purtroppo questo documento è stato proposto alla fine del mondato governativo e quasi in concomitanza con il periodo elettorale. Gli obiettivi perseguiti dal PICO e gli strumenti proposti sono pienamente coerenti con il quadro internazionale in atto e con la necessità dell'Italia di giocare un ruolo attivo all'interno della UE e dell'intera struttura internazionale.

    Non è facile affrontare un mondo nel quale è possibile assumere un operaio a 100 euro al mese od un ingegnere informatico a 1.500/ 2.000 euro. Proprio per questo il PICO prevede la mobilitazione di tutte le risorse ed anche profonde innovazioni relative a leggi e normative che governano cittadini ed imprese in modo da ampliare l'area di libera scelta di questi soggetti.

    In futuro, tuttavia, il PICO non basterà e tutta l'azione di governo a livello centrale e locale, nonché l'impegno dei partiti dovrà essere centrato sul recupero delle condizioni per lo sviluppo; e, allo stesso tempo, alla migliore difesa, in questa difficilissima transizione, delle condizioni di vita dei cittadini; per questo sono state indicate delle specifiche priorità che i repubblicani intendono sostenere. Questa dovrà essere la linea di fondo dell'azione politica alla quale i repubblicani daranno, come sempre hanno fatto ed hanno saputo fare, tutto il loro apporto ed il loro impegno.


    tratto dal sito web del
    Partito Repubblicano Italiano

    http://www.pri.it

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    Crisi mondiale liquidità

    di Fulvio Giulio Visigalli

    Sulle cause di questo tracollo finanziario mondiale molte parole sono state spese e fiumi di inchiostro si sono riversati sulle pagine dei quotidiani. Cercare la spiegazione ultima e definitiva di questo momentaneo panico internazionale non è facile. Molti autorevoli commentatori si sono allineati contro l’ex presidente della Fed Alan Greenspan. Il motivo?
    Semplice: il Maestro, per ridurre l’impatto della crisi economica degli anni 2000-2001 aveva dato il via ad una straordinaria fase di politica monetaria espansiva con la conseguenza diretta di un aumento spaventoso della liquidità nel sistema economico. Denaro facile e a buon mercato. Una vera manna per tutti gli operatori. Sicuri anche di poter contare sugli interventi della Fed nel momento in cui la situazione dovesse diventare rischiosa tutti gli operatori hanno cominciato a diversificare gli investimenti cercando rendimenti più alti (ricordiamo che è stata propria l’immensa liquidità immessa ad abbassare tutti i rendimenti degli investimenti in essere). Il tempo scorreva intanto. L’ingegneria finanziaria nel frattempo partoriva nuovi strumenti finanziari in grado di alzare “artificialmente” i rendimenti. Tra i più noti agli addetti del settore erano le cartolarizzazioni dei mutui bancari. Non entrando nei particolari di questi strumenti basterà dirvi che si tratta di carta straccia. La logica sottostante è semplice: un lavoratore privo di sufficienti garanzie economiche decide di comprarsi una casa al di sopra delle proprie capacità di reddito. La banca chiude un occhio e gli concede il prestito. La banca a sua volta trasforma il suo credito in una sorta di obbligazione da lanciare sul mercato. Gli investitori si incuriosiscono di tale nuovo strumento e lo comprano perché la banca concede un tasso di rendimento maggiore di altri investimenti sicuri (tipo i titoli di stato). La banca è sicura che il flusso di pagamento delle rate del mutuo potrà coprire la sua uscita per le cedole (e il rimborso) che dovrà versare all’acquirente dell’obbligazione. Finché il lavoratore paga tutto fila liscio. Ultimamente però il nostro lavoratore non è più riuscito a pagare e tutto il sistema è saltato. Colpa solo del nostro lavoratore americano che si è visto infranto il proprio sogno americano (ovvero la casa con giardino e un buon lavoro nella vicina città)? Non proprio. Le colpe sono del sistema finanziario che è andato oltre alle sue funzioni. La ricerca infinita di profitti ad ogni costo è arrivata alla fine della propria folle corse? Siamo di fronte, grazie agli interventi concertati della Banche Centrali mondiali, ad un nuovo ordine mondiale? Non credo. Le conseguenze saranno disastrose. Non è una crisi confinata ad uno stato preciso (come nel caso delle crisi valutarie). Questa crisi è una crisi di sistema: dura, feroce e violenta. La voce autorevole del Fondo Monetario è assente. La Banca Mondiale si nasconde e non si espone. La nostra Banca Centrale Europea tentenna e per ora lascia intendere che non alzerà i tassi a Settembre. Il motivo è logico: ci penserà infatti il prossimo rallentamento mondiale a raffreddare la spinta inflazionistica europea (che poi, in tutta confidenza, non è poi così grave). Sospensione di una assurda politica monetaria restrittiva? Si. Ed è meglio così. Altrimenti saremmo stati costretti a vedere uno scontro inedito tra politica e autorità monetaria: i premi segnali lanciati da Sarkozy in merito alla gestione della politica monetaria europea non ci tranquillizzano. Quando la politica bussa alla porta dell’indipendenza delle Banche Centrali non è mai buona novella. Aspettiamo con calma il botto dei mercati finanziari. Ma ricordiamo tutti quanti che, secondo gli analisti finanziari, gli anni che finiscono con un sette (dal lontano 1927 passando per il 1987 per arrivare al 2007) non sono mai stati tranquilli…ancora tre mesi e poi la cabala finanziaria ci rassicurerà un poco.


    Fulvio Giulio Visigalli - Responsabile economico F.G.R.

    tratto dal sito nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana
    http://www.fgr-italia.it/index.php?o...d=204&Itemid=1

 

 

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