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Il Romanista
09/09/2007
(AS_ROMA | 09/09/2007) - DANIELE GALLI
Il PerEffetto: la chiamava così chi le voleva male, Serra. Qualcun altro la definiva "il Prefetto tifoso". Ora è Alto commissario per la corruzione. Dica la verità, l’ha mai danneggiata questa sua passione per la Roma?
«Il brutto sarebbe stato se mi fossi fatto condizionare sul lavoro. Bisogna avere il coraggio di dimostrare passione per la squadra che si porta nel cuore. Avevo otto anni quando cominciai a frequentare la Sud. Mi ricordo ancora il derby del ’56, quello della grande nevicata. Entrai con un compagno di classe due ore e mezza prima del fischio d’inizio. Alle 14.20 fecero ingresso i giocatori, ma l’arbitro Orlandini decise che non si poteva giocare e il derby venne rinviato. Eravamo stati due ore e mezza sotto la neve solo per la mia grande passione per la Roma. Prima come Questore, poi come Prefetto ho girato tutta Italia. Ma la mia fede giallorossa me la sono sempre portata dietro».
E non le ha mai creato problemi sul lavoro?
«Mai. Anche perché sul lavoro ho seguito sempre uno stesso metro di giudizio».
Qualche romanista le rimprovera...
(Serra interrompe)«Non confonderei i romanisti con i tifosi violenti. Quelli non sono romanisti. I veri romanisti sono il 95% di coloro che seguono la Roma. Io sono romanista, il violento è un’altra cosa: è il primo nemico della Roma. Facendo pagare multe salatissime al club o causando la squalifica del campo, non dimostra amore per la maglia. Però, tornando alla sua domanda, quel gruppo cosa mi rimprovera?».
Fiorentina-Roma, l’anno del terzo scudetto, da Prefetto di Firenze spostò da domenica a lunedì la partita. I romanisti emigrarono in massa lo stesso, al grido di "semo tutti parrucchieri" (che il lunedì non lavorano, ndr). Ricorda?
«Come no. Mi segnalarono la possibile partenza di circa 15mila romanisti. La Roma vinceva lo scudetto, Firenze è una piazza vicina. Feci delle riunioni anche molto accese con i capi curva della Fiorentina. Dissi loro che la Roma era in una situazione particolare, che sarebbe stato giusto farla seguire da tanti tifosi e che per una volta dovevano avere la bontà di collocarli non nel "Formaggino" (settore ospiti dell’Artemio Franchi, ndr), ma di dare loro una curva intera. Del resto, la Fiorentina non aveva alcuna ambizione di classifica e nel "Formaggino" c’era posto solo per duemila spettatori. Gli altri tredicimila dove li avremmo messi? Di quelli, dodicimila erano brave persone, ma gli altri mille avrebbero potuto devastare il centro di Firenze, non facendoli entrare al "Franchi". Convocai un rappresentante della Lega calcio, uno della Fiorentina, che era Sconcerti e Lucchesi della Roma. Insieme decidemmo che era giusto spostare la partita a lunedì. Quando fioccarono le proteste, presero tutti le distanze. E rimasi solo».
Però l’esodo dei romanisti ci fu lo stesso e foste costretti a spostare lo stesso i tifosi della Fiorentina.
«Sì, ma perché convincemmo quelli della corrispondente tribuna Tevere del "Franchi" a spostarsi. Ma nello stadio non entrarono tutti e tredicimila i romanisti».
Caso Frisk, l’arbitro di Roma-Dinamo Kiev ferito dalla monetina in Champions. È il 2004.
«Frisk, già. Beh, pagina amara. Ma non per il fatto in sé, per il deficiente che gettò la monetina, quanto perché non ci fu una testimonianza, anonima o non anonima, che arrivò alla polizia. Anche perché la monetina che colpì Frisk venne lanciata da una parte dello stadio che dovrebbe avere più coscienza e da cui mi sarei aspettato un atteggiamento differente. Quando ero Questore a Milano e a Tancredi arrivò quel "bombone" che lo stordì, i milanisti ebbero la forza di testimoniare. A Roma niente, tutti zitti».
Lei promise che avreste identificato il responsabile. E invece...
«Ma sa, non ci aiutarono nemmeno i filmati, oltre alle testimonianze. Quando è così, diventa impossibile fermare il colpevole».
La Roma pagò cara quella monetina.
«In quella situazione, diedi una mano alla società, come l’avrei data alla Lazio. Elogiai il comportamento dei romanisti con una relazione all’Uefa. E vogliamo parlare di Frisk?».
Dica.
«Nell’intervallo andai negli spogliatoi. Bene, Frisk non aveva nulla. Era uscito giusto un po’ di sangue e gli venne applicato un punticino sulla fronte. Dopo un istante, non usciva nemmeno più il sangue. Provai per oltre mezz’ora a convincerlo, io assieme a Baldini e a Pradè a tornare in campo. Ma Frisk non ne volle sapere. A me preoccupava l’ordine pubblico. Gli dissi: se stai bene, fai riprendere il gioco, poi farai tutti i referti che vuoi all’Uefa. L’intervallo durò trequarti d’ora. Vede, dopo questo episodio apprezzai ancora di più la tifoseria romanista, che rimase seduta con pacatezza assoluta, aspettando la ripresa del gioco. Quando venne comunicata l’interruzione, il pubblico uscì dallo stadio senza problemi. Io tremavo».
Parliamo del derby sospeso.
«Un altro momento triste. Ma non perché venne sospeso, o perché quei tre che entrarono in campo e che la polizia arrestò vennero rilasciati di lì a poco. Semplicemente, perché con il passaparola "hanno ammazzato un bambino", che poi abbiamo saputo essere una frase scaturita da un barbone delinquente, la parola del Questore Cavaliere e quella del Prefetto non contarono nulla. Si sforzarono anche Totti e Mihajlovic al microfono per convincere il pubblico che non era vero nulla, ma non ci fu verso. Mah, sarà la psicologia di massa».
La decisione di non riprendere il derby venne presa da Galliani, all’epoca presidente di Lega.
«Lo dissi subito e apertamente: non la condivisi. Galliani, comunque, poi mi chiamò per chiarirsi. Non era compito suo sospendere Roma-Lazio. Tanto che poi vennero fissati in maniera precisa i compiti di Prefetto e Questore. Galliani è uomo di buon senso, ma probabilmente in quella occasione non mise bene a fuoco la situazione. Assumere certe decisioni spetta agli organi di pubblica sicurezza perché ci possono essere dei rischi per l’ordine pubblico. Quella notte i cosiddetti "steward" si "diedero" per paura e i cancelli rimasero pericolosamente chiusi. Ci voleva pochissimo per dare vita a un altro Heysel. Per fortuna, la polizia riuscì a rompere i lucchetti dei cancelli».
Ne uscì fuori un’immagine non certo eccezionale della città.
«Vede, se a Milano buttano giù un motorino dalle gradinate nello stadio, non succede nulla. Se una cosa minore accade a Roma, se ne parla per dieci anni».
Allora ha ragione Totti, quando dice che sui romani ci sono dei pregiudizi duri a morire.
«Non facciamoci però un complesso, non è sempre così. Il romano è la Capitale. E tutti quelli che vivono nelle capitali sono visti in un certo modo. Siamo sempre sotto i riflettori. C’è attenzione, non prevenzione».
Note liete: il viaggio a Lione quest’anno in Champions.
«Mi ricordo la grande attesa, il giorno della partenza. La tensione si tagliava a fette. Non nei giocatori, ma in noi che seguivamo la squadra, Rosella Sensi compresa. Perché il Lione era strafavorito. La sera andammo a fare un sopralluogo per assistere all’allenamento della Roma e vedemmo da vicino come tutto era programmato alla perfezione. Dalla colazione alla siesta pomeridiana, che doveva durare un “tot”. Al "de Gerland" capitai accanto a Domenech, che faceva un grande tifo per il Lione. Quando Totti realizzò il primo gol, ci abbracciammo tutti. Me ne fregai del fatto che fossi il Prefetto. E mi rimase scolpita in mente la faccia del ct francese: ancora una volta era stato beffato dagli italiani. Non le dico che è successo poi al capolavoro di Mancini. Tanto che Aulas, il presidente del Lione, si girò verso di noi e ci disse: "Che bravi, avete giocato meglio, avete meritato di vincere". Il ritorno a Fiumicino fu a suon di champagne. Brindammo per tutto il viaggio. Non le dico la felicità di Rosella».
Che rapporto ha con Rosella Sensi?
«Ho scoperto in lei una donna straordinaria. Quando sono arrivato a Roma, non aveva credito. La ritenevano una ragazza giovane, non in grado di gestire certi "marpioni" né di poter amministrare una società importante come la Roma. Per lei parlano i fatti. ‘Sta ragazza è riuscita a fare una famiglia di grandi calciatori e a dare vita a una squadra che pratica il miglior calcio d’Europa. È una donna di grande intelligenza, di profondo savoir fair. Una vera signora».
Lei andò anche all’Old Trafford.
«Ecco, a Manchester non vidi tutta quella preoccupazione che traspariva a Lione. Furono tutti troppo distesi. Ma quello che mi colpì di più fu lo stadio. L’Old Trafford ti mette paura. Senti il boato del pubblico come se stessi in mezzo al campo. E mi immagino il giocatore avversario, quali sensazioni, quali timori possa percepire. Capii che non sarebbe stata la giornata giusta perché Taddei, che fino a poco prima era in perfetta forma e scherzava con noi dentro il pullman, entrò nello stadio vestito di tutto punto. Poi, dopo il primo gol dello United, ci si mise anche quella che definii "la paralisi da Old Trafford". I giocatori avevano gli occhi smarriti, la squadra non c’era più. Dopo il 7-1, nessun giocatore ebbe voglia di cenare e nessuno fiatò per tutta la durata del viaggio».
Chiariamo una volta per tutte cosa successe all’andata, però. Durante Roma-Manchester.
«C’è molto poco da chiarire. Fui tra i pochissimi a sostenere la realtà. La stragrande maggioranza dei tifosi del Manchester è Tifosa con la “T” maiuscola. Poi c’è il gruppo di ubriaconi. Come si può negare che non ci sia, visto che hanno fatto danni in tutta Europa? O è una cosa che è successa solo a Roma? E ci dimentichiamo che un’altra squadra inglese, il Liverpool, è stato squalificato per anni? Ma di che parliamo? Prima di Roma-Manchester un gruppo di inglesi si ubriacò e iniziò a lanciare seggiolini e tutto quello che gli passava tra le mani contro la Nord. Cui devo dare atto che non reagì come avrebbe potuto fare... Poi, la polizia scese per evitare il contatto tra i tifosi. E il lancio si spostò contro le forze dell’ordine, cui tirarono di tutto. Mi sconvolse anche il suo direttore, però».
Il mio direttore?
«In una trasmissione su Canale 5, "Matrix", prese le distanze dal mio operato. Non la vide come l’avevo vista io. Ho stima per Riccardo Luna, ma dopo quella trasmissione mi resi conto che ero completamente solo. Quando la polizia riceve l’ordine di caricare, deve per forza intervenire in una certa maniera. Invece, si andò a contare il numero delle manganellate».
Che sono state eccessive.
«Un poliziotto, quando interviene, non deve mai esagerare. Perché si deve ricordare che prima di tutto è un professionista. Però, non dimentichiamoci che dietro la divisa c’è sempre l’uomo. Nonostante i video che presentai, dai media venne data tutta la responsabilità alle polizia. Mentre gli inglesi furono descritti come "giovinotti in visita turistica allo stadio"».
I filmati mostrarono però come una donna inglese, che in mano aveva solo un telefonino, venne picchiata brutalmente e ripetutamente dalla polizia.
«Vede, si deve sempre scongiurare la carica. Ma, quando parte, è difficile andare a vedere dove colpisci. Perché la carica presuppone lo scontro e perché bisogna menare per evitare di essere menati. Non dobbiamo arrivare alla carica. E basta non ubriacarsi. Nessuno, comunque, si è mai sognato di dire che non ci furono errori. Tanto è vero che il Ministro Amato dispose un’inchiesta. Io stesso, a "Matrix", dissi che sarei stato ben felice di attenderne l’esito».
Per colpa di quegli incidenti decise di modificare l’Olimpico?
«Anche per quello. I lavori servono a dare vita a uno stadio a prova di sicurezza, anche considerando che nel 2009 l’Olimpico ospiterà la finale di Champions».
Condividerà che finora sono stati inutili, visto che le scalinate, che per ragioni di sicurezza andavano tenute sgombre, sono state tranquillamente occupate dai tifosi.
«È vero, ma perché a Lazio-Torino e peggio ancora a Roma-Siena, non ho visto gli steward. Meglio: erano insufficienti. È evidente che devono avere altri poteri rispetto ad adesso. Però, prima ci devono essere... Io ho configurato lo stadio, poi bisogna che tutti stiano alle regole».
Allora, non conveniva prima dare potere agli steward e in un secondo momento modificare l’Olimpico?
«Scusi, ma se alle 12.30 lo scalone che divide la curva viene occupato dagli steward, non può essere occupato da altri. Poteri o non poteri. E gli steward sanno di avere una grande forza perché c’è una telecamera fissa in ogni settore. Se li aggredisco, ne pago le conseguenze. Ma gli steward devono saper fare il proprio lavoro».
Roma-Inter, andata della finale di Coppa Italia. La Lega disse: si gioca di notte. L’Osservatorio replicò: no, si fa di pomeriggio per problemi di ordine pubblico. Tutti le chiesero di pronunciarsi. Alla fine, si giocò alle 18.
«Sono assolutamente convinto che si sarebbe potuta giocare in notturna. Lo sostenni in tutte le sedi. Poi il Ministero decise diversamente. L’Osservatorio è nato per questo. Possiamo discutere sull’utilità dell’Osservatorio, ma io non ne discuto, perché non mi va di farlo. L’Osservatorio non stabilisce l’orario. Ti dice: Roma-Inter è livello tre. Quindi, di alto rischio. Io ritengo che non lo fosse. Ma se ti avvertono "Prefè, tu falla giocare quando te pare, però è alto rischio", tu che fai? Eh no, e che volete il mio suicidio? Poi se domani succede il piccolo scontro ti senti dire "eh, ma te l’avevo detto che era ad alto rischio…". O condividiamo le responsabilità, oppure niente. Però, se Roma-Inter è a rischio tre, Roma-Napoli è a rischio venticinque…».
Ammetterà che questa storia del "Prefetto tifoso" non è stata vista di buon grado proprio dall’Osservatorio.
«So bene chi la pensa così. È un poveretto. E non è certo Manganelli (ex presidente dell’Osservatorio e attuale Capo della Polizia, ndr), che è come il mio fratellino minore. Se non capisci la differenza tra fare il Prefetto e fare il tifoso, allora vieni qua e me lo dimostri. A qualunque livello. Non ho mai confuso la professione con quello che ho dentro. Non solo per la Roma».
Si ricorda quando chiese al Viminale maggiore elasticità nel controllo degli striscioni per il derby, per far passare quelli ironici? Il risultato fu l’opposto: non passò nulla. Filtrò che quella fosse una ripicca al Prefetto tifoso.
«L’Osservatorio è nato, ma io, francamente, ho molta fiducia nei Prefetti e nei Questori perché siano loro a prendere le decisioni sull’ordine pubblico e qua mi fermo. Un Osservatorio che è nato deve pur dimostrare di esistere. E allora, quando per uno striscione come "a noi ce s’è rotto er fax" si chiede il Daspo, io non sono d’accordo. Perché se attacchi una battuta del genere, rischi di provocare realmente incidenti, facendola sembrare una provocazione. Una cosa è il tifo violento, un’altra è "a noi ce s’è rotto er fax"».
In quella occasione si parlò di una frizione con qualcuno del Viminale.
«Il Viminale per me si chiama Ministro dell’Interno e Capo della Polizia. Tutto il resto… Com’è che ha detto? "A frizionare" con qualcuno? Con qualcuno che è nato domani (testuale, ndr). Per piacere, io sono Achille Serra. Chi presiede questo Osservatorio è un mio allievo, su… Glielo ripeto: i miei referenti sono il Ministro, il suo capo di gabinetto e il Capo della Polizia».
Legge Amato, cosa pensa dell’arresto in flagranza differita (norma definita "emergenziale" e valida fino al 2010). Non è ai limiti del dettato costituzionale?
«Sono assolutamente d’accordo con Amato e prima ancora con Pisanu, che aveva gettato le basi per la disciplina. Ci vuole rigidità. Non ho nessun diritto di essere violento. Perché il poliziotto fa il suo mestiere, lo steward pure e la squadra non può essere danneggiata. Lo Stato ha il dovere di punire il violento sempre e comunque».
Parliamo del Daspo. Non dovrebbe venire comminato da un giudice?
«Il giudice? No, e perché? Ritengo che il Daspo venga adottato giustamente dal Questore, che è il responsabile tecnico dell’ordine pubblico. Se poi c’è errore nell’applicazione, questo dipende dal singolo Questore».
Ma il Daspo non previene l’episodio di violenza. È una valutazione a posteriori.
«Però così previeni che un fatto possa risuccedere. E poi perché: un giudice riesce a fare una valutazione di ordine pubblico e un Questore no? I tempi della giustizia in Italia sono quelli che sono. Il Daspo va applicato subito sennò non ha alcuna efficacia».
Com’è stato il suo rapporto con Il Romanista?
«Splendido. Solo su Roma-Manchester non ci siamo trovati d’accordo. Per il resto, c’è stata una collaborazione fantastica e spero di avere dato un contributo anche io. So che domani compie tre anni di vita: voglio farvi auguri affettuosissimi. Il Romanista è espressione di una squadra che io porterò sempre nel cuore».





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), che dopo la fine del primo tempo alcuni tifosi o capi tifosi della sud entrarono in campo per parlare con i giocatori della Roma per far sospendere la partita a causa della notizia che circolava del bambino morto. Ma prima che iniziasse il secondo tempo dalle due curve vennero tolti tutti gli striscioni di appartenenza, è questo gesto nel mondo ultras, e un segno di rispetto verso la tifoseria che ha subito un danno. Da quel modo di solidarietà, le autorità dissero che era il segnale per far sospendere la partita, c'è stato anche un processo per questo ma è finito in una bolla di sapone. Ma dopo tanto tempo e tuttora l'ex Prefetto Serra dice che quello era il segnale....poi per parlare del dopo partita che come ti ho detto non si trovavano le chiavi dei boccaporti per entrare in campo, noi dalla nord uscimmo tranquillamente perchè i cancelli erano aperti e i lucchetti erano intatti(vero Prefetto??) ma in sud fecero passare i tifosi attraverso la pista per farli uscire dove una volta uscivano le squadre dal garage delle macchine!!
