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Discussione: Le scoperte nei mari

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    Mé rèste ü bergamàsch
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    Predefinito Le scoperte nei mari

    E' tutta un’altra storia

    Per San Giorgio e per San Marco - Gilberto Oneto

    Uno dei capitoli più affascinanti della storia dell’umanità è quello delle grandi scoperte geografiche e in particolare del continente americano, alla fine del XV secolo. In realtà si è trattato di una riscoperta giacchè in tanti si contendono il merito di averlo fatto prima di Colombo e quasi tutti con qualche ragione. C’erano di certo arrivati i vichinghi di Eric il Rosso che avevano stabilito temporanei stanziamenti nel Vinland nell’XI secolo; sui banchi di Terranova erano quasi di casa pescatori bretoni, baschi e irlandesi (come dimostra la leggenda di San Brendano). Sulla stessa rotta avevano anche viaggiato, come si vedrà più avanti i veneziani fratelli Zeno. È anche ormai assodato che le cosiddette “Flotte del tesoro” cinesi avevano percorso e circumnavigato il globo fra il 1421 e il 1423: parti del continente americano erano state visitate dagli ammiragli Hong Bao, Zhou Man e Zhou Wen. Nessuno di loro è però riuscito ad inserire in maniera stabile le scoperte nella conoscenza occidentale: un merito che è toccato a Colombo. In alcuni casi però hanno prodotto brandelli di notizie e informazioni che sono sicuramente servite a Colombo e agli altri grandi navigatori per le loro successive spedizioni.

    L’intera vicenda delle scoperte via mare trova un risvolto piuttosto interessante nel ruolo essenziale giocato da navigatori liguri, veneti e toscani, tutta gente che veniva all’epoca definita “lombarda” secondo una denominazione che dal Medioevo è arrivata a lambire l’epoca contemporanea. Solo i primissimi capitoli di questa affascinante vicenda hanno però visto i “nostri” agire per sé e per gli interessi dei loro paesi di provenienza: quasi tutti hanno dovuto adattarsi a lavorare per conto di potenze europee atlantiche. L’inizio dell’avventura è però decisamente padano. Era il 1291: con la caduta di San Giovanni d’Acri si chiudeva quasi ermeticamente per i genovesi la via del commercio terrestre con l’India e con l’Oriente. É a Genova che si pone per la prima volta e in maniera impellente la necessità di trovare un’altra via di comunicazione marittima al di là delle mitiche Colonne d’Ercole.

    Vengono allestite due galee comandate dai fratelli Ugolino e Vadino Vivaldi; nell’organizzazione finanziaria dell’impresa è particolarmente impegnato Tedisio d’Oria (diventato poi Doria), appartenente alla famiglia che ha dominato la storia genovese. Si hanno sicure notizie della loro partenza, più vaghi sono gli esiti del viaggio: una consolidata leggenda (rafforzata da alcuni frammentari documenti saltati fuori nell’800) vuole che Ugolino sia riuscito, pur con una sola nave malconcia, a circumnavigare l’Africa (due secoli prima di Vasco de Gama) e che sia finito ospite-prigioniero del leggendario Prete Gianni, il sovrano cristiano d’Oriente, nella città etiope di Mena. La convinzione di uno sviluppo del genere è così forte in città che, nel 1325, il figlio di Ugolino guida - senza successo - una nuova spedizione per cercarlo.

    Si racconta anche che sia stato un superstite marinaio di Vivaldi a dare le giuste informazioni a Nicoloso da Recco per raggiungere le Canarie, assieme al fiorentino Angelino de Tegghia dei Corbizzi. Lo stesso Nicoloso (o Nichioso) era il marinaio ligure che aveva scoperto nel 1341 le Azzorre per conto del re di Portogallo. Ma non sono più bandiere di San Giorgio quelle sotto cui navigano questi capitani: al servizio dei portoghesi è anche il genovese Lanzarotto (Lancillotto) Maloncello (Maloisel) che nel 1336 riscopre le Canarie dando il proprio nome ad un’isola dell’arcipelago. Nel secolo successivo la collaborazione fra liguri e portoghesi si fa più stretta, anche grazie a un accordo fra re Dionigi e il mercante genovese Emanuele Pessagno. Esempio di questa collaborazione sono le avventure di Antonio da Noli, nato nel 1415 (ma anche Alassio, Savona, Genova ne disputano i natali alla piccola gloriosa Repubblica di Noli) e morto nel 1497 alle isole di Capo Verde che aveva scoperto e di cui era diventato governatore per i portoghesi. Le isole erano all’epoca conosciute come Isole di Antonio. Nel 1455 si era spinto fino alla foce del Gambia. La sua figura è stata mitizzata ed è spesso ricordato anche come Antoniotto Usodimare.

    Il merito della scoperta di Capo Verde è però attribuito anche al veneziano Alvise da Mosto (o Cà da Mosto, 1432-1488) che avrebbe - anche lui al servizio dei portoghesi - visitato le isole negli stessi anni 1455 e 1456, nel corso di una spedizione che è arrivata fino al Gambia e al Senegal. Poco per volta i portoghesi sviluppano autonome capacità marinare e hanno sempre meno bisogno di capitani stranieri. Così è alla Spagna che si deve rivolgere - dopo il rifiuto portoghese - a Cristoforo Colombo. Al finanziamento della spedizione concorre in maniera determinante il banchiere fiorentino Giannotto Berardi (agente dei Medici). Seguono altri navigatori famosi: Giovanni Caboto (o Gavoto), nato a Castiglione Chiavarese (o a Savona) nel 1450, veneziano adottivo, morto misteriosamente nel 1498 durante il suo secondo viaggio per conto degli inglesi per cui esplora la Nuova Scozia, Terranova e Labrador. Prima aveva inutilmente cercato di convincere i veneziani ad intraprendere la spedizione in America per conto loro.

    Suo figlio Sebastiano (Venezia 1472, Londra 1557) ne segue le orme: anche lui prima tenta di viaggiare per conto di Venezia, poi si mette al servizio degli spagnoli (per cui scopre il Rio de la Plata) e infine degli inglesi (per cui progetta una spedizione alla ricerca del mitico passaggio a nord ovest). Queste rinunzie veneziane sono l’aspetto più doloroso dell’intera vicenda: dopo la caduta di Costantinopoli, Venezia ha dovuto mutare radicalmente la propria politica scegliendo l’espansione su terra per garantirsi il ruolo di grande Stato moderno in grado di competere con le nascenti statualità europee. Quando i due Caboto propongono alla Serenissima di partecipare alla corsa atlantica, questa è impegnata nell’espansione in Lombardia e nella guerra difensiva contro la Lega di Cambrai. Forse se le sorti della battaglia di Agnadello fossero andate diversamente, la bandiera di San Marco avrebbe solcato gli oceani per difendere gli interessi di un grande stato padano.

    Un ruolo primario svolgono anche due grandi navigatori toscani: Amerigo Vespucci (Firenze 1454-Siviglia 1512) che per gli spagnoli ha esplorato tutta la costa atlantica dell’America meridionale, fino alla Patagonia e che ha dato il proprio nome al continente; e Giovanni da Verrazzano (Val di Greve 1485-Antille 1528) che per conto della Francia ha esplorato le coste dell’America settentrionale e centrale. La lista si completa con il primo straordinario giro del mondo fatto da europei, la spedizione di Ferdinando Magellano, portoghese al servizio della Spagna, fra il 1519 e il 1522. Come è noto solo una nave superstite ha completato il viaggio, che è stato descritto da Antonio Pigafetta (Vicenza 1491-Venezia 1534), anche significativamente conosciuto come Antonio Lombardo, nella “Relazione del primo viaggio intorno al mondo”. Con lui, fra i 18 superstiti che sono riusciti a tornare in Spagna c’è sicuramente un altro padano: Martino de Judicibus (di Genova, o di Savona). Meno sicura è invece la presenza di altri due superstiti liguri: tale Luca Pancaldo (forse savonese), e Filippo (Feipu) da Recco.

    (Fine I parte-continua)

    http://www.opinione.it/pages.php?dir...t=5704&aa=2007

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  2. #2
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    Tutte le spedizioni di avvicinamento al Nuovo Mondo, anche se non avevano creato contatti duraturi, hanno però generato tasselli di informazione che sono serviti a Colombo e agli altri. Ricorre infatti con una certa insistenza il racconto che sia Colombo che Magellano consultassero spesso una misteriosa carta in loro possesso. Il ruolo degli estensori di carte non è secondario rispetto a quello degli stessi navigatori. Nel 1424 era stato redatto dal cartografo veneziano Zuane Pizzagano (forse nativo di Treviso) un portolano dell’Europa occidentale, nella quale sono riportate al largo dell’Oceano atlantico quattro isole, denominate Satanazes, Antilia, Saya e Ymana, due delle quali corrispondono con una certa approssimazione di forma a Guadalupa e Portorico. Nel 1448 il veneziano Andrea Bianco produce una carta con un’isola a 1.500 miglia a occidente dell’Africa.

    Nel 1489 un altro veneziano, Cristofalo Soligo, riporta alcune isole delle Indie occidentali. Qualcuno ha collegato la disponibilità di queste informazioni con il lavoro di Fra Mauro, il cartografo veneziano che lavorava per i portoghesi, e alla presenza del mercante veneziano Niccolò da Conti (1395-1469) nel porto indiano di Calicut nel 1421 in concomitanza con la sosta delle flotte cinesi che stanno facendo il giro del mondo. É forse una di queste carte che il fiorentino Paolo Toscanelli (1397 – 1482) ha fornito a Colombo. Allo stesso tipo di fonti potrebbero avere attinto anche altri cartografi famosi che, negli anni successivi, hanno mappato terre che non erano ancora state “ufficialmente” scoperte: il genovese Nicolaus de Caverio riporta Caraibi e America settentrionale, il ferrarese Alberto Cantino la costa della Nuova Inghilterra nel 1502, come i più famosi Waldseemüller l’America settentrionale e l’arabo Piri Reis quella meridionale. Ma il personaggio di gran lunga più interessante e intrigante dell’epoca – navigatore e cartografo allo stesso tempo – è sicuramente il veneziano Nicolò Zeno, impegnato, assieme al fratello Antonio, nell'esplorazione dell'Atlantico del Nord e dei mari artici attorno al 1390. Le sue gesta ci sono pervenute grazie a un altro Nicolò, discendente del navigatore, che nel 1558 ha pubblicato a Venezia “De i Commentarii del Viaggio”, con il resoconto della vicenda, una carta del Nord Atlantico e una serie di lettere che ha trovato in un magazzino di famiglia.

    Dal libro si apprende che Nicolò, fratello del Procuratore e Capitan Generale di Venezia, Carlo Zeno, sarebbe partito, alla fine della guerra contro Genova, alla scoperta di nuove terre al di là del mare. La motivazione sarebbe stata la stessa che aveva spinto i genovesi a circumnavigare l’Africa: la necessità di trovare nuove vie commerciali al posto di quelle chiuse dai turchi. Una tempesta avrebbe fatto naufragare lo Zeno sulla costa della Frislanda (le isole Ebridi) nel 1390, qui sarebbe stato sottratto all’assalto degli indigeni dal principe Zichmni, poi identificato in Henry Sinclair, signore delle Orkney e cavaliere templare. Conosciuta l’identità del capitano, il Sinclair avrebbe messo a disposizione di Zeno navi e uomini per costituire una propria flotta. Allo scopo lo Zeno avrebbe fatto venire da Venezia il fratello Antonio nel 1391. Nel libro si racconta che alcuni pescatori sudditi del Sinclair sarebbero naufragati nel 1371 sulla costa del Newfoundland (e quindi in America settentrionale) e sarebbero rimasti lì molti anni prima di essere riportati a casa da altri pescatori. Sinclair decide di esplorare tali terre, parte con gli Zeno: assieme sarebbero approdati in Nuova Scozia.

    Nicolò sarebbe morto nel 1395 e Antonio 6 anni dopo: sarebbe stato lui a redigere le note e le carte fatte pervenire al fratello Carlo e utilizzate 150 anni dopo per la redazione dei “Commentarii”. La mappa pubblicata nel 1558 raffigura con sorprendente fedeltà (anche per l’epoca) la Groenlandia (Engrouelanda) ma riporta anche altre terre, come l’Estotilanda (la Nuova Scozia) con due città fondate da Sinclair e un paese ancora più a occidente, il Drogeo. Dubbi sono stati avanzati sull’autenticità della storia e della mappa: un Nicolò Zeno sarebbe stato proprio in quegli anni governatore di Modone e Corone in Grecia, e sarebbe morto a Venezia nel 1400. Può anche essere che dopo un secolo e mezzo si sia fatta un po’ di confusione e si siano “abbellite” le cose: è però strano che nella mappa siano stati inseriti elementi non esistenti (come l’isola di Icaria) quando le conoscenze di metà ‘500 erano tali da escluderli. All’autenticità della vicenda ha sicuramente creduto il Mercatore, che ha utilizzato nella sua opera del 1569 i dati della seconda edizione del libro, curata nel 1561 da Giordano Ruscelli.

    La vicenda conferma in ogni caso alcuni fatti: che ci fosse una famigliarità dei pescatori nordici con i banchi di pesca dell’America del nord, che non solo i genovesi ma anche i veneziani si sono interessati alle nuove rotte atlantiche, che i primi navigatori e cartografi erano liguri, veneziani e fiorentini, e che era essenziale il legame fra la ricerca delle nuove rotte e le esigenze commerciali di casa nostra (come prova la “strana” presenza dei terricoli toscani). Una più che consolidata tradizione ritiene che i templari rifugiati in Inghilterra e Portogallo si fossero portati tutto un bagaglio di conoscenze geografiche e tecniche – si parla addirittura di una intera flotta – che è stato alla base di tutte le grandi scoperte. Il Siclair della storia di Zeno era un templare, Enrico il Navigatore aveva fatto porre la croce dei Templari sulle vele delle navi portoghesi e lo stesso aveva fatto Colombo partendo da Palos. Se è stata la “croce patente” templare ad aprire le grandi rotte del mondo, ci piace pensare che sia stata quella di San Giorgio la prima a circumnavigare l’Africa e la bandiera di San Marco a raggiungere l’America.

    (II parte-fine)

    http://www.opinione.it/pages.php?dir...t=5884&aa=2007

 

 

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