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    Predefinito Novità editoriale: La lotta per il Kosovo

    EDIZIONI ALL’INSEGNA DEL VELTRO
    Viale Osacca 13 43100 Parma
    www.insegnadelveltro.it
    Insegnadelveltro1@tin.it


    NOVITA’


    Yves Bataille – Alessandro De Rienzo – Stefano
    Vernole, La lotta per il Kosovo, pp. 160, € 18,00




    Prefazione

    di Stefano Vernole

    Alla fine del mese di luglio 2006, proprio mentre a
    Vienna i delegati serbi ed albanesi s’incontravano per
    cercare di superare le rispettive e incolmabili
    differenze sul futuro status del Kosovo e Metohija,
    una regione oggi teoricamente amministrata dalla
    Comunità Internazionale ma in pratica sottoposta a una
    massiccia occupazione delle truppe NATO, il
    sottoscritto insieme all’amico Yves Bataille si è
    accodato a un viaggio organizzato dal governo di
    Belgrado per verificare la situazione di quella
    martoriata terra.
    Durante il breve soggiorno, abbiamo potuto comunque
    visitare le principali enclavi serbe rimaste nella
    “Terra Sacra” malgrado la pulizia etnica subita dalle
    minoranze non albanesi nel 1999, quando l’entrata dei
    soldati dell’Alleanza Atlantica paradossalmente ne
    avrebbe dovuto tutelare l’incolumità.
    Il secondo maggiore episodio di questa persecuzione
    si è registrato nel marzo 2004, in quanto dopo aver
    diffuso la falsa notizia dell’omicidio di due bambini
    albanesi ad opera di ragazzi serbi, la manovalanza che
    costituiva l’ex UCK ha ripreso in grande stile i
    pogrom specie contro gli edifici religiosi ortodossi e
    coloro che tentavano di proteggerli.
    Secondo il rapporto stilato dalle Nazioni Unite, gli
    scontri hanno provocato 19 morti – 11 Albanesi e 8
    Serbi – e 954 feriti, ai quali bisogna aggiungere 65
    feriti tra i poliziotti delle forze internazionali, 58
    membri del KPS e 61 soldati della KFOR. Oltre alle 36
    chiese, ai monasteri e ai siti culturali e religiosi
    ortodossi, 730 case appartenenti alle minoranze,
    specie Serbi del Kosmet, sono state danneggiate e
    distrutte.
    Le tappe toccate dalla nostra comitiva hanno
    riguardato le località di Kosovska Mitrovica,
    Semetiste, Gracanica, Brezenoviza e Strpce, con una
    veloce appendice a Skopje, alfine di valutare anche la
    “consistenza” della frontiera con la Macedonia (1).
    Perché a distanza di sette anni, vogliamo mettere
    ancora il Kosovo al centro dell’attenzione? In questi
    due contributi, nei quali tracciamo un bilancio
    storico-politico della situazione serba, io e Bataille
    intendiamo mettere in guardia sulle concrete strategie
    che si stanno giocando sullo scacchiere balcanico,
    dove la trama della destabilizzazione antieuropea ad
    opera degli Stati Uniti si è tutt’altro che conclusa.
    Concedere l’indipendenza da Belgrado agli Albanesi del
    Kosmet rischierebbe di creare un effetto domino in
    tutto lo spazio ex-jugoslavo, le cui conseguenze
    risulterebbero devastanti per la sua futura
    integrazione nel Vecchio Continente.
    La prima reazione al distacco di Pristina dalla
    madrepatria serba sarebbe la richiesta della Republika
    Srpska, che già possiede un proprio parlamento
    autonomo, di staccarsi dalla Federazione Bosniaca (2);
    scontri poi scoppierebbero in Macedonia (dove 1.500
    Albanesi armati si addestrano a dispetto delle
    preoccupazioni della maggioranza slavo-ortodossa e
    della Bulgaria), nel Sud della Serbia (Valle di
    Presevo, Bujanovac, Medvedevo, aree a forte presenza
    albanese), in Montenegro (3) e probabilmente in Grecia
    (4).
    I reali motivi di questa “covert operation”
    statunitense sono tutti geopolitici.
    Le tre “highways”, Skopje-Sofia, Sofia-Kraljevo e
    Kraljevo-Pristina-Skopje, con il loro centro
    strategico nella città di Nis, rappresentano uno
    spazio di manovra centrale per le operazioni militari
    della NATO nei Balcani. Le Alpi in Italia e i Pirenei
    in Spagna, pongono un serio ostacolo ad esercitazioni
    in tutte le direzioni come quelle richieste
    dall’Alleanza Atlantica (5). “Per la sua posizione il
    Kosovo rappresenta un’interessante retrovia per
    l’azione americana nel Caucaso, nel Mar Nero e in
    Medio Oriente, aree dove si concentrano gli attuali
    interessi geostrategici americani” (6).
    Ancora una volta, l’Europa rischia di pagare un caro
    prezzo per la sua mancanza di sovranità
    politico-militare.
    Tutto questo mentre la piccola ma orgogliosa Serbia
    continua ad essere presa di mira dai centri di potere
    mondialisti, nel tentativo di spezzarne l’identità
    mitica e l’anima incontrollabile.
    Oggi, quando tutto sembra ormai perduto, i sondaggi
    d’opinione effettuati dagli stessi Anglo-Americani
    rilevano che il Partito Radicale serbo si trova oltre
    il 40% delle intenzioni di voto e il suo attuale
    Presidente, Tomislav Nikolic, paventa un asse
    geopolitico Belgrado-Minsk-Mosca-Pechino una volta
    arrivato al potere.
    Perfino il “moderato” Vojislav Kostunica, nel silenzio
    della diplomazia internazionale che non sa più che
    pesci pigliare, ha il 28 giugno 2006 partecipato alla
    rievocazione della battaglia di Kosovo Polje, che
    tanta cattiva popolarità aveva procurato in Occidente
    a Milosevic (7).
    Non a caso, gli ultimi colloqui di Vienna si sono
    conclusi con un nulla di fatto, i rappresentanti
    albanesi chiedono l’indipendenza, quelli serbi sono
    disposti al massimo a concedere una forte autonomia
    sul modello italiano dell’Alto Adige, mentre a Nord di
    Mitrovica già si prepara l’eventuale secessione.
    Il 28 settembre 2006 il parlamento di Belgrado ha
    adottato quasi all’unanimità la nuova Costituzione,
    che nell’ambito delle definizioni territoriali prevede
    due province autonome: la Vojvodina e il Kosovo e
    Metohija.
    In occasione del suo insediamento il presidente della
    Serbia dovrà perciò d’ora in avanti pronunciare la
    seguente frase di rito: “Giuro che impegnerò tutte le
    mie forze per mantenere l’integrità e la sovranità del
    territorio della Serbia compreso il Kosovo e Metohija
    come sua parte integrante, così come mi impegnerò per
    la realizzazione delle libertà e dei diritti umani
    delle minoranze”.
    Una mano in tal senso sembra provenire dalla Russia,
    che ha trasmesso al Gruppo di Contatto e allo stesso
    delegato delle Nazioni Unite, Marthi Athisaari, la sua
    posizione di sostegno alla sovranità serba sulla
    regione.
    Stando all’agenzia “Beta News”, il Cremlino sostiene
    che l’Unione Europea non può imporre una soluzione
    definitiva a Belgrado e se necessario le trattative
    sul futuro del Kosovo dovranno continuare anche nel
    2007 (8).
    L’Italia, che per motivi storici, culturali ed
    economici, dovrebbe avere grande interesse a tutelare
    la posizione geopolitica della Serbia, continua ad
    essere troppo timida, con una diplomazia estremamente
    attenta a non dispiacere ai padroni di Washington e
    pronta ad accodarsi a interventi militari sciagurati
    come quello del governo D’Alema nel 1999.
    Gli Stati Uniti, che contano di aprire nel 2007, in
    piena bagarre elettorale, un centro della NATO a
    Belgrado, nel frattempo continuano il loro lavoro di
    lenta distruzione della rete nazionalista rimasta
    all’interno dell’esercito serbo, dopo aver infiltrato
    e costretto allo scioglimento l’Istituto di
    Geopolitica della ex capitale jugoslava.
    Ma la partita, almeno qui, è tutt’altro che chiusa.




    1. Per un resoconto abbastanza dettagliato di questo
    giro si legga il mio Viaggio con i Serbi nel Kosovo,
    tra disperazione e speranza, 4 agosto 2006,
    www.eurasia-rivista.org.
    2. Bosnia: Dodik minaccia nuovamente referendum
    secessione RS, 5 settembre 2006, “Ansa Balcani”.
    Questa dichiarazione dell’attuale Primo Ministro della
    Repubblica Serba di Bosnia segue peraltro la raccolta
    di decine di migliaia di firme per l’indipendenza da
    Sarajevo.
    3. Subito dopo il distacco del Montenegro dalla
    Serbia, la minoranza albanese ha iniziato a
    rumoreggiare contro la politica dell’uomo forte di
    Podgorica, Milo Djukanovic. Cfr. Minorities accuse
    Djukanovic of Betrayal, di Nedjeliko Rudovic, su “The
    Belgrade Times” del 27 luglio 2006, p. 2.
    4. Una piccola zona nel Nord-Ovest della Grecia è
    rivendicata dai sostenitori della “Grande Albania”,
    che nei casi più estremi arrivano a richiedere la
    sovranità anche su Corfù, Nis e il Sangiaccato.
    5. Cfr. Manojlo Babic, in Kosovo e Metohija,
    challenges and responses: collection of papers
    submitted at the round table, the geopolitical future
    of Kosovo and Metohija, Belgrade, 1997, p. 294.
    6. Cit. in Daniele Senzanonna, L’altra guerra del
    Kosovo, Padova, 2006, p. 84.
    7. Tra i pochi siti internet che riportano un breve
    resoconto della visita di Kostunica a Gracanica e poi
    a Kosovo Polje, segnaliamo non a caso quello di “Radio
    Free Europe-Radio Liberty”, emanazione della CIA in
    Europa, www.rferl.org.
    8. Cfr. Andrea Perrone, Putin: il Kosovo è serbo,
    “Rinascita”, 10/10/2006, p. 8.

  2. #2

  3. #3
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    Che Patrimonio ha distrutto la feccia turco-islamica albanese con le armi degli U$a...


    A quattro anni dalla "guerra umanitaria" in Kosovo
    Dopo le bombe il caos

    di Gianni Valente (dalla rivista "30Giorni", anno XXI, n. 02, 2003)

    Tra il '98 e il '99, durante le rappresaglie dell'esercito di Milosevic in Kosovo, a detta della locale comunità islamica furono distrutte o danneggiate più di duecento moschee. Ma adesso, in tutte le aree in cui è spartita la regione sotto protettorato internazionale, i minareti spigano a decine tra i cantieri delle città e dei paesi in ricostruzione, anche grazie agli aiuti di solerti finanziatori sauditi. Per le chiese è successo il contrario. Dall'arrivo delle truppe Onu ne sono state distrutte o sventrate 112, mentre venivano dissacrati a dozzine i cimiteri. La maggior parte delle distruzioni avvenne tra il '99 e il 2000, quando tracimò la sete di vendetta albanese contro tutto ciò che veniva identificato col dominio politico serbo. In diversi casi, come a Djakovica, o a Pristina, le chiese saltarono in aria sotto gli occhi dei soldati della Kfor. Poi le truppe internazionali intensificarono la difesa intorno agli obiettivi sensibili di natura religiosa. Soprattutto intorno ai monasteri e alle chiese antiche _ oltre al monastero di Decani, il patriarcato di Pec, il monastero di Gracanica, la cattedrale della Madonna di Ljevisa, a Prizren _ che gli ortodossi considerano come la culla della propria tradizione ortodossa. Vennero poste sotto scorta anche decine di altre chiese. Ma passata la sfuriata, fuggita la gran parte dei 200mila serbi, per comprensibili motivi di gestione delle risorse si va gradualmente abbassando la guardia dei presidi militari intorno alla rete sparsa di chiese e cappelle quasi sempre vuote e spesso già danneggiate. E si apre il fianco allo stillicidio di attentati sporadici ma persistenti, che oltre a sfogare la non sopita ostilità etnica perseguono il calcolato, sistematico disegno di bonificare per sempre la terra kosovara da luoghi e simboli cari alla memoria storica e religiosa di tutti i serbi. Le ultime chiese dinamitate sono state, nella notte tra il 16 e il 17 novembre scorso, quella di Ognissanti a Durakovac e quella di San Basilio a Ljubovo, ambedue nel distretto occidentale di Istog, dove negli ultimi mesi erano stati rimossi i presidi permanenti e si era passati a un livello di protezione ''indiretta'', affidata alle transenne, ai fasci di luce accesi giorno e notte, a sporadici pattugliamenti e all'azione della polizia civile, composta da albanesi. Il giorno dopo, una nota del comando Kfor ha confermato la decisione della forza di pace a guida Nato di mantenere presidi fissi solo intorno a siti religiosi «di importanza storico-artistica o attivi al culto». Lo scorso 20 gennaio, il ministro dell'Educazione del governo provvisorio ha addirittura ipotizzato la demolizione ''autorizzata'' della chiesa di Cristo Salvatore, nel centro di Pristina, rimasta incompiuta dopo che la costruzione era stata interrotta per gli eventi bellici, con il pretesto che l'edificio sorgerebbe ''illegalmente'' su terreni appartenenti al locale campus universitario. Infine, il 23 gennaio, il comando Kfor ha fatto parziale marcia indietro, rendendo nota la decisione di congelare il programma di rimozione dei check-point ancora posti a protezione degli edifici di culto minacciati.
    Questi ed altri recenti episodi simili riaprono le domande sull¹esistenza o meno di una strategia a lungo termine per la salvaguardia delle chiese serbo-ortodosse. E anche gli interrogativi sulle singolari aporie del pensiero unico occidentalista. Sempre solerte nel raccogliere e divulgare i segnali dell¹ostilità islamica verso la sedicente civiltà cristiana occidentale. Ma quanto mai omertoso rispetto alle violenze ancora perpetuate nel cuore dell'Europa dagli estremisti islamici albanesi. Gli stessi che durante la guerra, organizzati nelle milizie dell¹Uck, godettero guardacaso di diffuse e documentate complicità politiche e militari da parte dei centri di potere occidentali.

    L'incerto destino delle chiese ortodosse è solo un tassello vagante del frantumato mosaico kosovaro. A quasi quattro anni dall'intervento Nato, l'ultima sanguinosa convulsione della storia balcanica si prolunga nello stato confusionale e sconnesso in cui si trascina il Kosovo sotto tutela internazionale. Una polveriera attraversata da confitti latenti, senza prospettive credibili di stabilità politica. L'ambigua risoluzione 1244 dell'Onu, che congela ogni discussione sullo status definitivo della regione condizionandola al ritorno dei profughi serbi e rom e al rispetto dei loro diritti, è giudicata dagli osservatori come un'irrealizzabile utopia. In essa, vengono richiamati esplicitamente gli accordi di Rambouillet del 23 febbraio '99, col riferimento al principio di autodeterminazione dei popoli come criterio per stabilire il definitivo assetto della regione. E questo conferma la schiacciante maggioranza albanese nella convinzione che, prima o poi, verrà ufficialmente riconosciuta la completa indipendenza della nazione kosovara. Ma la stessa risoluzione non giustifica alcuna violazione unilaterale del principio di integrità e sovranità territoriale della peraltro agonizzante Federazione Iugoslava.
    Sul campo, la situazione concreta fa apparire a molti irrealistico il puntiglio europeo di tener fede agli obiettivi annunciati di ''restaurare'' la convivenza multietnica prima di cercare, a lungo termine, una via morbida e ''consensuale'' all'indipendenza kosovara. Dei quasi 200mila serbi fuggiti, ne sono tornati (secondo i dati forniti dalla Kfor) poco più di tremila. Quelli che erano rimasti sopravvivono sotto assedio in enclave protette dalle truppe internazionali. A nord, nella fascia dove adesso si è concentrata la minoranza serba, Mitrovica, la nuova Berlino, rimane il simbolo del rifiuto della convivenza tra serbi e albanesi, con la linea di divisione tra le due etnie che scorre lungo l'Ibar, il fiume cittadino. A Pristina, per fare un esempio, sono rimaste poche decine di serbi, dei 40mila che ce ne erano prima della guerra. Nell'intera regione di Pec erano 32mila, e ne sono rimasti un migliaio.
    Sullo sfondo, proprio la questione rimossa dello status definitivo del Kosovo mantiene tutta la situazione sospesa in un limbo carico di tensioni. Con una presenza internazionale frammentata, dai costi astronomici (l'Umnik, l'Amministrazione Onu che gestisce le istituzioni politiche e amministrative, paga anche gli stipendi di molti impiegati pubblici, oltre a quelli del proprio personale), su cui si concentra una sempre più palpabile ostilità popolare. Negli ultimi mesi, si sono infittite le intimidazioni, i microattentati e le manifestazioni di insofferenza popolare contro i dipendenti Onu. L'arresto di esponenti del movimento guerrigliero Uck accusati di orrendi crimini compiuti spesso contro albanesi moderati, ha provocato nei mesi scorsi diversi scontri di piazza tra le frange di popolazione più legate agli ex paramilitari e le forze di polizia internazionali. E lo scorso 22 gennaio, un missile anticarro ha centrato il comando di polizia Onu a Pec. Si è trattato del più grave attentato contro le forze di pace di tutto il ''dopoguerra''. Allo stesso tempo, la prospettiva di un protettorato Onu prolungato per decenni, che prenda tempo sulla questione cruciale dello status definitivo della regione nell'attesa di far decantare gli odi atavici, rischia di modificare alla lunga solo i rapporti di forza all'interno del campo albanese. Alle elezioni municipali dello scorso 26 ottobre, che hanno visto un'affluenza di elettori inferiore al 60 per cento, il partito del presidente Ibrahim Rugova (Ldk), pur confermando la sua preminenza, ha perso consensi nei confronti dei partiti più radicali (Pdk e Aak), che ancora accarezzano il sogno della ''grande Albania'', guidati dagli ex miliziani dell'Uck Hashim Taqi e Ramush Haradinaj. E negli ultimi tempi i gruppi estremisti albanesi hanno firmato una serie di attentati rivolti direttamente a colpire le forze moderate che si riconoscono in Rugova. A ottobre, il giorno dopo il voto, è stato ucciso il sindaco di Suhareka, esponente dell'Ldk. Il 13 dicembre, un ordigno fatto esplodere a Pristina ha ferito 25 persone. Il 4 gennaio, a cadere sotto i colpi dei terroristi insieme al figlio ventenne e a un parente è stato Tahir Zemaj, noto ex capo guerriglia, anche lui legato al partito di Rugova e soprattutto testimone eccellente nei processi contro gli ex miliziani dell'Uck.
    Ora che gli imbonitori di turno preparano il mondo a una nuova guerra ''moralmente giustificata'', potrebbe non essere inutile dare uno sguardo a come i bombardamenti umanitari hanno lasciato le cose in Kosovo. Dove, quattro anni dopo, in un groviglio da cui nessuno sa come uscire, la realtà più stabile appare l'enorme base militare Usa di Ferizaj/Urosevac. Una vera e propria città di cinquemila soldati, con case e caserme sorte in tempo record su un terreno che gli strateghi militari a stelle e strisce hanno ''affittato'' fino al 2099.


    carlomartello

  5. #5
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    YVES BATAILLE - ALESSANDRO DE RIENZO - STEFANO
    VERNOLE

    "La lotta per il Kosovo" - Edizioni all'insegna del
    Veltro, Parma, 2007, pp. 160, euro 18.
    Collana: Quaderni di geopolitica n. 6

    Per ordini e presentazioni del libro:
    insegnadelveltro1@tin.it - 0521-290880

    INDICE

    Prefazione
    5

    Il futuro geopolitico della Serbia di YVES BATAILLE
    9

    L' "ideologia della Grande Serbia" secondo Yves
    Tomic
    di YVES BATAILLE
    47

    Il programma di privatizzazione in Kosovo: rilancio
    dell'economia? di ALESSANDRO DE RIENZO
    75

    L'importanza del Kosovo e Metohija nellacostruzione
    dell'identità serba: i monasteri ortodossi di
    STEFANO VERNOLE

    101

    Appendice

    Discorso del presidente Slobodan Milosevic a Kosovo
    Polje
    135

    Discorso di Yves Bataille alla manifestazione del
    Srpska Radikalna Stranka
    141

    Lettera di Lord Robertson a Kofi Annan sull'uso
    dell'uranio impoverito
    147

 

 

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