Riportiamo qui di seguito alcuni passi tratti da "Induismo e Buddismo" - A.K. Coomaraswamy - ed. Rusconi, che si riferiscono più direttamente alla concezione Metafisica Tradizionale della trasmigrazione; dottrina che spesso viene confusa con quella, del tutto falsa e moderna, della reincarnazione, quando ci si approci ai testi orientali con mentalità scolaresca e accademica (o addirittura in mala fede).
I passi in questione gettano luce anche sul tema fondamentale della Realizzazione.
Riteniamo, data l'importanza dei due temi, che la loro lettura possa essere di una qualche utilità per chiunque sia dedito allo studio di quella Sapienza Unica che si cela dietro la molteplicità delle forme tradizionali.
Et nemo ascendit in caelo, nisi qui descendit de caelo, Filius hominis. (Gv. 3, 13)
Affermare che: "In verità, Egli è l'unico che vede, pensa, conosce e fruttifica" in noi, affermare che: "Chiunque vede, vede grazie alla Sua luce" (dacchè Egli è in tutti gli esseri colui che osserva) equivale a dire che: "Il Signore è il solo che trasmigra". Ne consegue inevitabilmente che nel momento stesso che ci dota di una coscienza, "imprigiona se stesso come un uccello nella rete" e si assoggetta al male e alla morte, o, almeno, sembra imprigionarvisi e assoggettarvisi.
[...] La libertà consiste nell'affrancarsi dall'"io" e dai suoi attaccamenti. Solamente chi non è mai diventato qualcuno, è libero dai vizi e dalle virtù e da tutte le loro fatali conseguenze; e può essere liberato soltanto chi non è più qualcuno: non ci si libera da noi stessi continuando a essere noi stessi. Quella liberazione dal bene e dal male che sembra impossibile e che in effetti è irragiungibile per l'uomo in quanto essere agente e pensante - cioè l'uomo che alla domanda : "Che cosa è quello?" risponde "Sono io" -, è invece possibile a chi, pervenuto alla Porta del Sole, alla domanda "Chi sei?", può rispondere: "Te stesso".
[...] Non si insisterà mai troppo sul fatto che la liberazione e l'immortalità possono essere raggiunte non solo nell'aldilà, ma anche quaggiù e ora. Colui che "è un liberato in vita" (jivan mukta) "più non muore" (na pumar mriyate).
[...] Si comprenderà allora il senso della preghiera: "Possa essere io Ciò che tu sei" e quello, eterno, della domanda: "Chi, al momento della partenza da questo mondo, se ne andrà?". [...] Essendo l'individualità empirica un semplice "processo", non sarà la mia coscienza o la mia individualità a poter superare la morte e rinascere. E' improprio domandarsi: "Di chi è la coscienza?". Basterebbe domandarsi soltanto: "Com'è che nasce questa coscienza?". Ed ecco l'antica risposta: "Questo corpo non è mio, ma il risultato di azioni passate". [...] Gli esseri sono gli eredi dei loro atti; ma non sarebbe esatto dire che "io" ricevo qui la retribuzione di quel che feci nell'"abitazione" precedente. Vi è una continuità causale, ma non vi è una coscienza (vijnana) o un'essenza (sattva) che gusti i frutti delle sue buone o cattive azioni passate o che debba poi ritornare e reincarnarsi (sandhavati samsarati) senza alterità (ananyam), per subire in futuro le conseguenze di ciò che avviene attualmente. [...] Il Vedanta e il buddismo sono quindi pienamente d'accordo nell'affermare che, pur essendovi trasmigrazione, non è l'individuo a trasmigrare. Tutto quel che vediamo è un'operazione delle cause; peggio per noi se, in questo "nodo" fatale, vediamo il nostro Sé. Troviamo la stessa concezione nel cristianesimo, dove alla domanda: "Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, per esser nato cieco?", la risposta, stupenda, è: "Né lui, né i suoi genitori hanno peccato; così è affinché le opere di Dio si manifestino in lui". In altre parole, la cecità si è prodotta per opera di quelle cause mediate di cui Dio è la Causa Prima, e senza le quali il mondo sarebbe stato privato della perfezione della causalità.
[...] La coscienza è un mezzo prezioso, utilissimo; ma, come la zattera, la si deve abbandonare quando ormai si è giunti là doce essa doveva condurre. Se ciò ci spaventa - come Arishtha era terrorizzato all'idea che la pace del nirvana implicasse la distruzione di qualcosa di reale in lui - non dobbiamo dimenticare che quel che ci è chiesto di sostituire alla nostra coscienza di cose piacevoli o spiacevoli - o meglio, al nostro assoggettarci a sentimenti di piacere o di pena - non è un' in-coscienza, bensì una super-coscienza, la quale non è meno reale e beatifica per il fatto di non poter essere analizzata in termini di coscienza mentale.
[...] Solo attraverso la morte della nostra individualità arriveremo a comprendere che non c'è assolutamente nulla con cui possiamo identificare il nostro Sé, e potremo così diventare quel che siamo. Di qui l'accento che il buddismo pone su quella "negazione di se stessi" implicita nell'evangelico deneget semetipsum.
"Considera la beatitudine degli Arhat. In essi non v'è più desiderio alcuno. Avendo estirpato il pensiero io sono, essi sono diventati i senza nascita, gli immutabili, i puri, le vere Persone, i trasformati in Dio (brahma-bhuta), i grandi eroi, i figli del Risveglio; imperturbabili in ogni circostanza, liberati da ogni divenire (punar bhava), essi i ergono sulla loro individualità domata; hanno vinto quaggiù la loro battaglia; ruggiscono con il "ruggito del Leone"; incomparabili sono questi Risvegliati (buddhah)".
Sul falso timore della "distruzione di qualcosa di reale" ci pare utile riportare anche alcuni passi tratti dalla Risalatul-Ahadiyah dello shaykh al-akbar Muhyiddin ibn 'Arabi.
Quando la Conoscenza (el-'Irfan) ti sarà arrivata, tu saprai che avrai conosciuto Iddio tramite Iddio, non tramite te stesso. Prendiamo un esempio: Supponiamo che tu non sappia che il tuo nome è Mahmud, o che tu debba essere chiamato Mahmud - poichè il vero nome e colui che lo porta sono, in realtà, identici. Ora, tu ti immagini di chiamarti Mohammad; ma, dopo qualche tempo di errore, tu finisci per sapere che tu sei Mahmud e che tu non sei mai stato Mohammad. Tuttavia, la tua esistenza continua (come in passato) ma il nome Mohammad è tolto da te; questo è accaduto perchè hai saputo che tu sei Mahmud e che tu non sei mai stato Mohammad. Tu non hai smesso di essere Mohammad per un'estinzione di te stesso (el-fana an-nafsika), poichè cessare di esistere (fana) suppone l'affermazione di un'esistenza anteriore. Ora, chi afferma un'esistenza qualunque fuori da Lui, dona un associato a Lui - che Egli sia benedetto, e che il Suo nome sia esaltato. Mahmud non ha perduto nulla. Mohammad non ha mai vissuto (respirato, nafasa) in Mahmud, non è mai entrato in Lui o uscito da Lui. Allo stesso modo Mahmud in rapporto a Mohammad. Appena Mahmud ha conosciuto che egli è Mahmud e non Mohammad, egli si conosce, vale a dire conosce il suo proprium, questo per se stesso e non per Mohammad. Questi non era. Come avrebbe potuto informare di una cosa qualunque?
Dunque, "colui che conosce" e "colui che è conosciuto" sono identici, allo stesso modo che "colui che arriva" e "ciò a cui si arriva", "colui che vede" e "ciò che è visto" sono identici. "colui che sa" è il Suo attributo (sifa); "ciò che è saputo" è la Sua sostanza o natura intima (dhat); "Colui che arriva" è il Suo attributo; "ciò a cui si arriva" è la Sua sostanza. Ora, la qualità e ciò che la possiede sono identici. Questa ò la spiegazione della formula: "Colui che si conosce, conosce il suo Signore". Chi coglie il senso di questa similitudine comprende che non c'è nè unione nè separazione. Comprende che "Colui che sa" è Lui, e che "Ciò che è saputo" è ancora Lui. "Colui che vede" è Lui; "Ciò che è visto" è ancora Lui. "Colui che arriva" è Lui; "Ciò a cui si arriva" nell'unione è ancora Lui. Nessun altro che Lui può unirisi a Lui o arrivare a Lui. Nessun altro che Lui si separa da Lui. Chiunque può comprendere questo è completamente esente dall'idolatria dell'idolatria.
Un esempio: un uomo ignora qualche cosa, poi la apprende. Non è la sua esistenza che si è estinta, ma solo la sua ignoranza. La sua esistenza rimane, non è stata cambiata con quella di un altro; l'esistenza del sapiente non si è aggiunta all'esistenza dell'ignorante; non si tratta di alcuna mescolanza di queste due esistenze individuali; non c'è che l'ignoranza che è stata tolta. Non pensare dunque che sia necessario estinguere la tua esistenza, perchè allora tu veli te stesso con questa stessa estinzione, e tu stesso divieni (per così dire) il velo di Iddio.
Siccome ora il velo è altro da Dio, ne seguirebbe che altri che Lui possa vincerLo spingendo gli sguardi verso di Lui, ma questo è un errore ed uno sbaglio molto grave. Abbiamo detto più sopra che i veli di Dio sono l'unicità e la singolarità, non altri. E' per questo che al Wasil (colui che è arrivato alla Realtà) è concesso dire: "Io sono il Vero Divino", o anche: "Gloria a me; che la mie eccellenza è grande!". Un tale Wasil non è giunto ad un simile grado senza aver visto che i suoi attributi sono gli attributi di Dio e che il suo essere intimo è l'essere intimo di Dio, senza alcuna trasformazione di attributi o cambiamento di sostanza dell'essere intimo, senza alcun ingresso in Dio o uscita da Lui (o viceversa). Egli vede che non si è estinto in Dio e che neanche persiste con Lui. Egli vede che la sua anima (il suo "proprium") non esiste affatto, non come qualcosa che avendo esistito si sia poi estinta, ma in quanto vede che non c'è nè anima nè esistenza se non la Sua. Il Profeta ha detto: "Non insultate il Secolo, poichè esso è Dio". Ha voluto dire tramite queste parole che l'esistenza del Secolo è l'esistenza di Dio (che sia magnificato e glorificato). Egli è troppo elevato per avere un compagno, un pari o un equivalente qualunque. Il Profeta dice in una tradizione Qudsi: "Dice Iddio: Mio servitore! Ero malato, e tu non Mi hai visitato. Avevo fame, e non Mi hai dato da mangiare. Ti ho chiesto l'elemosina, e tu l'hai rifiutata". Ha voluto dire che era Lui il malato ed il mendicante. Come il malato ed il mendicante possono essere Lui, allo stesso modo tu ed ogni realtà creata, sostanza od accidente, potete essere Lui.




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