da www.ansa.it 2007-09-14 03:48
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WASHINGTON - L'inizio del ritiro delle truppe americane in Iraq e del mutamento della missione, ma anche di una relazione "di lunga durata" tra Baghdad e Washington. Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, nel suo messaggio alla Nazione, ha gettato le basi non solo di una graduale uscita delle forze americane dal paese, ma anche di impegni "politici, economici e di sicurezza" a lungo termine tra i due paesi "destinati ad estendersi oltre la mia presidenza".
Il termine usato più spesso da Bush, nel suo messaggio televisivo dallo Studio Ovale della Casa Bianca, è stato "successo". Una parola inserita non solo nel titolo della nuova strategia - "Ritorno nel successo" - ma anche usata per giustificare la decisione del presidente di ordinare il rimpatrio di 30 mila soldati americani (4.000 Marines e cinque brigate di fanteria) entro il luglio 2008, seguendo alle lettera i suggerimenti del generale David Petraeus. "Adesso che stiamo vedendo il successo in Iraq possiamo anche vedere le truppe tornare a casa - ha detto l'inquilino della Casa Bianca - Il principio-guida delle mie decisioni sul livello delle truppe in Iraq è il 'ritorno con successo'. Più successo avremo, più truppe potranno tornare a casa".

E' una posizione immediatamente criticata di democratici, che, nella loro replica televisiva, hanno accusato Bush - per bocca del senatore Jack Reed - di voler trascinare l'America "ad una presenza militare indefinita e illimitata in Iraq". "Ancora una volta il presidente non ci ha dato un piano per mettere fine alla guerra e non ci ha saputo dare una buona ragione per continuarla", ha detto Reed. Il presidente Bush, nel suo discorso alla Nazione, ha definito l'Iraq "un alleato degli Stati Uniti che sta combattendo per la sua sopravvivenza: il successo di un Iraq libero è fondamentale per la sicurezza degli Stati Uniti e dei suoi alleati".

Annunciando il rimpatrio dei primi 5.700 soldati entro Natale (2.200 Marines e una brigata di 3.500 soldati dell'esercito), il presidente Bush ha sottolineato che solo nel marzo prossimo sarà possibile valutare la possibilità di ulteriori riduzioni oltre alle 30 mila già previste per il luglio 2008. E "fin dal dicembre prossimo" la missione delle truppe Usa in Iraq comincerà a cambiare - ha detto Bush - con più enfasi "sull' addestramento e sul sostegno delle forze irachene e su obiettivi più limitati come le operazioni di contro-terrorismo".

Bush ha ammesso che non tutto è stato un "successo" in Iraq: il governo del premier Nuri al Maliki - ha lamentato - sta mostrando scarsa determinazione "nel raggiungere la riconciliazione, anche se è una impresa enorme dopo tre decenni di tirannia e divisione". E anche sui 'Benchmark' (gli obiettivi della missione) stabiliti dal Congresso Usa le cose non stanno andando troppo bene. Un rapporto ammette che il governo di Baghdad ha raggiunto solo uno dei 18 'Benmchmark' politici e sulla sicurezza stabiliti come misura dei progressi in Iraq. Ma vi sono stati a livello politico in Iraq, - ha rilevato Bush nel discorso, anche elementi postivi, come "il nuovo bilancio, la condivisione dei proventi petroliferi con le province, la riconciliazione a livello locale".

Bush ha affrontato anche la questione dei rapporti a lungo termine con l'Iraq. "I leader iracheni sanno che il loro successo richiederà impegni economici, politici e di sicurezza che si estenderanno oltre la mia presidenza. Questi leader iracheni hanno chiesto relazioni durevoli con l'America. Siamo pronti a costruire questi rapporti in un modo che protegga i nostri interessi nella regione e richieda meno truppe americane". Bush ha lanciato anche un ammonimento a paesi come "Iran e Siria di por fine agli sforzi per indebolire il governo iracheno".
L'inquilino della Casa Bianca ha respinto le critiche secondo cui i progressi in Iraq sarebbero giunti troppo tardi. "Non è mai troppo tardi per assestare un colpo ad Al Qaida. Non è mai troppo tardi per far avanzare la libertà. E non è mai troppo tardi per sostenere le nostre truppe in una lotta che possono ancora vincere", ha detto il presidente concludendo il suo discorso. I sondaggi effettuati poco prima del discorso mostrano che il 61 per cento degli americani sono contrari alle scelte di Bush. E che il 56 per cento ritengono che la guerra in Iraq non possa più essere vinta. Resta da vedere l'effetto del discorso di Bush, e della sua proclamazione di "successo" in Iraq, su questa netta maggioranza di scettici.