SECONDA PARTE
In Italia, da dove, per volontà di Mussolini, partirono ingenti truppe per
appoggiare i franchisti, uno dei primi a schierarsi con decisione fu
l'arcivescovo di Milano, il cardinale Schuster, beatificato di recente.
Dichiaratosi profondamente impressionato dalle"dottrine bolsceviche, che
rinnovano nella cattolica Spagna gli orrori, le stragi e i roghi degli arabi
del secolo VIII contro i cristiani", il 28 ottobre 1936, "per unanime
consenso dei pastori delle anime e per volonta' del Duce" provvide ad
elevare suffragi a favore dei soldati fascisti caduti in Spagna.
L'anno prima, in quella medesima ricorrenza (anniversario della Marcia su
Roma) aveva dato all'avvenimento un significato religioso, quello di avere
risparmiato"all'Italia nostra gli orrori delle settimane rosse" e di
disporre"gli animi alla redenzione dell'Etiopia dalla schiavitù e dall'
eresia"; un voto diventato "un avvenimento registrato ormai a lettere d'oro
nei fasti nazionali". Terminò il discorso facendo osservare che, senza
scendere nel campo politico "che non è il mio", metteva"in guardia e popoli
e governi contro il pericolo comunista, che incarna addirittura il
"satanismo", ossia il regno di Satana nel mondo." E aggiunse:"Che fa la
Chiesa cattolica, che fa lo Stato per difendersi dal pericolo bolscevico?
Parlino per noi le parole e i fatti. Alle anime diamo Dio e la fede, ai
corpi diamo pane e lavoro nella tranquillità dell' ordine."
Il 31 ottobre 1937, festa di Cristo Re, parlo' dei soldati fascisti morti in
Spagna,"falange di autentici martiri del Santo Vangelo.
Martiri in pieno secolo vigesimo!
Martiri al cospetto dell'intera Europa!".
Nel settembre 1937 la "Civiltà cattolica"affermava, riguardo all'intervento
delle camicie nere e dei legionari fascisti che "noi possiamo qui esprimere
il generale compiacimento, giacchè si tratta più che di una Crociata, simile
alle antiche; si tratta di una campagna contro sovversivi stranieri e
malfattori comuni, uomini assai peggiori dei musulmani e dei mori, come gli
invasori presenti, in cui la perversità dell'apostata e l'ingegno dell'uomo
moderno "si aggiunge al malvolere e alla possa"."
La riconoscenza della Chiesa nei confronti del fascismo e di Mussolini si
manifestò in maniera eclatante. Il 9 gennaio 1938, 60 arcivescovi e vescovi
delle diocesi italiane e duemila parroci e sacerdoti, convenuti a Roma per
la premiazione dei vincitori della "battaglia del grano", si riunirono al
Collegio Romano per "approvare un fervido ordine del giorno di gratitudine
e di devozione per il Fondatore dell'Impero". Preceduti da bandiere, portate
da sacerdoti decorati di guerra, si recarono in pellegrinaggio alla tomba
del Milite Ignoto, all'Ara dei Martiri della Rivoluzione Fascista, e al
cippo in memoria di Arnaldo Mussolini.
Indi, inquadrati come soldati, si recarono a Palazzo Venezia, dove vennero
introdotti nella Sala del Mappamondo:
"Imponenti nell'abito talare, ravvolti dal ferraiuolo color porpora o
paonazzo, con la grande croce pastorale sul petto che taluni, e sono i più,
hanno fregiato con le decorazioni di guerra, incedevano in testa gli
arcivescovi e i vescovi, i quali facevano ingresso nell'immensa sala".
Squillarono le trombe ed entrò Mussolini, che indossava l'uniforme di
comandante generale della Milizia.
"L'ovazione dei convenuti si innalzò potente e dai petti degli ecclesiastici
proruppe calorosissima, schietta, vibrante, l'invocazione"Duce, Duce, Duce".
Il Duce rispose col saluto romano, quindi salì sul podio."
Placate le acclamazioni, monsignor Nogara rivolto a Mussolini disse:
"Duce!
Avete vinto tante battaglie, avete vinto anche la battaglia del grano! Vi
assista il Signore.
Noi lo preghiamo che Vi conceda di vincere tutte le battaglie, che voi
sapientemente ed energicamente dirigete, per la prosperità, la grandezza e
la gloria dell'Italia cristiana, di questa Roma dov'è il centro del
cristianesimo, di questa Roma che è la capitale dell'Italia Imperiale.
I preti dell'Italia invocano e invocheranno sulla Vostra persona, sulla
Vostra opera di restauratore d'Italia, di Fondatore dell'Impero, sul Governo
Fascista, la benedizione del Signore e una perenne aureola di sapienza e di
virtù romane.
Duce!
I ministri di Cristo, i padri del popolo rurale, a Voi devotamente rendono
onore, Vi protestano fedeltà. Con spirituale entusiasmo, con voce e con
cuore di popolo, gridiamo:
"Saluto al Duce! A noi!"
"A noi!" proruppe la massa. Gli applausi si tramutarono in un'alta,
prolungata e vibrante manifestazione , al grido di "Duce!Duce!", quando
Mussolini accennò a parlare. Egli ricordò l'efficace aiuto offerto da tutto
il clero durante la lotta contro le orde abissine, "e anche contro le
cosiddette civilissime orde del sanzionismo", e portò ad esempio di
patriottismo e di italianità i vescovi che avevano dato il loro oro alle
sedi dei Fasci, mentre i parroci incuoravano le popolazioni alla resistenza
e alla tenacia.
Quando il Duce chiese se avrebbe sempre potuto contare sulla collaborazione
del clero, la massa dei presenti rispose con un altissimo "Si!", tra l'
entusiasmo generale. Mussolini sostò a lungo col braccio levato romanamente,
poi scese dal podio.
"All'"A noi!" dei moschettieri si unisce caloroso, schietto e vibrante
quello degli ecclesiastici, verso i quali il Duce si avvia. Arcivescovi,
vescovi, parroci e sacerdoti abbandonano allora il loro posto e gli si
serrano attorno. Le acclamazioni si susseguono alle acclamazioni, e le
invocazioni alla Divina Provvidenza si uniscono col grido "Duce!Duce!",
scandito e ripetuto in coro. Mentre arcivescovi e vescovi, con i quali il
Duce si intrattiene con affabile cordialità, gli esprimono la loro
gratitudine e il loro entusiasmo, la massa dei sacerdoti incalza per
gridargli più da vicino possibile tutta la propria devozione."
Il 12 gennaio gli ecclesiastici si recarono in Vaticano ad ossequiare il
papa. Pio XI espresse la sua grande soddisfazione per la manifestazione di
tre giorni prima, e la sua gratitudine per coloro che "da così alti posti, e
con così autorevole intervento, li avevano onorati."
"Siamo loro particolarmente grati perché, è ovvio il ripeterlo, l'onore dei
figli è l'onore dei padri."
La Chiesa volle affiancare ai legionari impegnati in Spagna dei cappellani
militari volontari e motivati, capaci non solo di confortarli
spiritualmente, ma anche di spronarli ed incitarli.
I comportamenti, e le parole esaltanti ed esaltate dei sacerdoti che
riporterò di seguito, vanno giudicate collocandole nel clima entusiastico ed
infuocato del tempo, e tenendo conto del risultato finale che si ottenne, e
del quale ancora oggi noi beneficiamo. Spero comunque di non scandalizzare
coloro che ancora ritengono che in Italia non si possa parlare male di
Garibaldi, e bene di Mussolini....
Scrive don Paissani, un sacerdote trentino da poco giunto al fronte:
"Potessi sempre vivere in un clima italiano, cristiano, fascista! Da tempo
sentivo la chiamata per la Spagna, ove volentieri offrirei il mio sangue per
la religione, per il trionfo della civiltà cristiana."
In effetti durante la conquista della Catalogna si meritò una medaglia d'
argento al valore, per essersi, nell'imperversare della battaglia, "eretto
tra il fuoco a rincuorare e benedire i legionari lanciati in reiterati
attacchi".
In questo campo i nostri sacerdoti dovevano vincere la concorrenza dei loro
"colleghi" spagnoli.
Emblematico il comportamento tenuto da un cappellano spagnolo nell'imminenza
della battaglia di Santander: celebrata alle prime luci dell'alba la messa
al campo, il reverendo impartì l'assoluzione collettiva a centinaia di
soldati italiani, esortati alla pugna con le seguenti invocazioni:"Dinanzi a
Voi, legionari di Roma, fuggiranno i nemici di Dio, di Spagna e d'Italia!
Che così sia, Signore mio Dio! Che così sia!"
Monsignor Michelangelo Rubino, sebbene fosse ormai prossimo ai 70 anni,
rappresentò la suprema autorità ecclesiastica militare in Spagna. Durante la
guerra civile benedisse numerosi monumenti con epigrafi dettate da
Mussolini, e officiò messe al campo su di un altarino mobile sormontato da
un grande ritratto fotografico del Duce.
Nel 1939 scrisse a Mussolini, chiedendogli"la grazia di una breve udienza,
per ripeterVi quanto i nostri eroi morenti e feriti mi incaricano di dirVi
al mio ritorno".
Dopo l'incontro scrisse al segretario di Mussolini:
"L'udienza di giovedì sera, concessami dalla bontà del Duce, mi commosse
assai. Il Duce mi promise che mi manderà una Sua fotografia con due paroline
e la firma autentica. Mi raccomando a te e ti saluto cordialiter."
Tornato in Spagna, scrisse:
"Domani dirò tra l'altro la Messa per l'anniversario della morte dell'
indimenticabile Arnaldo. Dillo al Duce, e digli che tutte le mattine nella
Santa Messa prego per Lui. Cordialmente e fascisticamente. Don Rubino."
Scriveva a un altro interlocutore:"E' inutile dirle che qui il nome del
Nostro Duce è sulla bocca di tutti, ed in benedizione. I preti, i frati e le
monache poi non se ne parla: pregano per Lui, e ne hanno ben ragione!"
In un'altra lettera scrive:
"Avrei finito la missione, e stavo già ieri per far ritorno in Patria, ma
Chi comanda qui vuole che resti, perché siamo alla vigilia del grande
concerto!"
Con tale espressione il pio salesiano non alludeva ai canti di una sinfonia
sacra, ma al ritmico fragore che avrebbe segnato l'imminente assalto alle
postazioni nemiche...
Una cronaca del "Corriere della Sera" descrisse la condotta di don
Sebastiano Corvino, che sotto il fuoco avversario aveva officiato una
solenne celebrazione al campo:
"La Messa dell'Epifania tra gli artiglieri è stata consacrata dal cannone
bolscevico, che non è riuscito ad interromperla. Don Sebastiano, il
cappellano ardente di fede e di fascismo degli artiglieri legionari, ha
intercalato il Sacro Ufficio con un tonante "Viva l'Italia e Mussolini!",
mentre i portaferiti collocavano nelle barelle i colpiti da schegge. Poi la
Messa è proseguita nel raccoglimento devoto degli artiglieri inginocchiati
nella neve."
L'eccellente lavoro svolto dai cappellani emerge da una lettera scritta da
un soldato ai familiari:
"Il nemico distrugge la Chiesa e uccide i sacerdoti e noi portiamo con noi
il Sacerdote e l'Altare perché appena giunti nei paesi liberati col nostro
abbraccio fraterno portiamo la benedizione di Dio. E la notte di Natale, a
mezzanotte, le candele del nostro altarino da campo brilleranno sulla neve,
e il nostro cappellano dirà la Santa Messa in faccia al nemico della Chiesa,
in faccia al nemico di Dio. L'Ostia divina splenderà al sole della
Redenzione di Spagna ancora più candida, ancora più fulgida e potente,
perché, sotto la cotta del Sacerdote, vi è la divisa del milite fascista, e
il soldato di Dio è il soldato romano, il soldato della fede e della
Civiltà."
In una lettera a don Bartolomasi don Venturi riferisce di avere benedetto
davanti alle truppe un gagliardetto col motto crociato "Dio lo vuole", e di
essere stato testimone, nella città di Cadice, "delle devastazioni malvage e
sacrileghe compiute dalla canaglia marxista contro uomini e cose, e contro i
templi di Dio.""Glielo assicuro, predicherò con amore apostolico l'Evangelo
di Cristo e porterò i conforti della Religione ai degni Crociati. La vita
non è dura come quando ero in Africa, ma i pericoli non sono minori. Alla
vita però non teniamo tanto. Basta soltanto che trionfi Iddio, o meglio la
Sua causa, essendo che Iddio vive e regna sempre glorioso, nonostante tutto
e tutti, e che finalmente cessi la barbarie dei comunisti, col ritorno della
giustizia e della pace."
Bartolomasi rispose con estrema soddisfazione:"Egregiamente! Vi benedico,
voi e i vostri e nostri Volontari Crociati."
Don Venturi, dopo avere esaltato le qualità combattive dei nostri
legionari("Il nome del Duce li scaglia, la Patria fascista li rende temibili
e li incendia") manifestò pure i propri sentimenti verso la Francia del
Fronte Popolare, laicista e anticattolica, che appoggiava i repubblicani
spagnoli:"Non pensi la Francia di passarsela liscia, perché, a parlare solo
della mia nobile ciurma, non vediamo l'ora di tornare per cazzottare a
dovere l'ignobile Marianna."
Anche il passionista Serafino Recchia, decorato con croce di guerra al
valore, encomiò il comportamento dei militi italiani, "che col loro
entusiasmo e con la Fede hanno saputo sacrificare la loro vita per la
vittoria della vera civiltà, affinchè Cristo trionfasse ancora una volta
colla sua Croce sulle forze coalizzate dell'inferno."
I nostri cappellani militari spesso oltrepassavano anche le linee più
avanzate, per giungere per primi nei paesi non ancora liberati. Ad esempio
don Antonio Amendola dè Tebaldi, membro dell'Accademia tiberina di scienze e
lettere, nonché reduce dall'Africa Orientale, dove aveva ottenuto una
medaglia di bronzo, come attestano i rapporti militari, "solo, o
accompagnato da qualche animoso, oltrepassava spesso i nostri avamposti,
sebbene fatto segno a nutrito fuoco nemico, per portare alle popolazioni dei
villaggi non ancora liberati la parola di Cristo e del Duce."
Il sacerdote diede inconfutabile prova di spirito patriottico e di capacità
artistica curando la stampa di numerosi pieghevoli e il conio di medaglie
commemorative per i combattenti d'Africa e di Spagna. Egli era solito
inviare a Mussolini, in atto di omaggio, una copia di ogni medaglia. In un
paio di anni pervennero al Duce (la cui effige figurava sul recto di ogni
dischetto metallico) circa 90 medaglie commemorative.
Don Amendola scrisse inoltre un notevole poema, pubblicato a proprie spese e
in regola con le autorizzazioni ecclesiastiche, che ebbe l'onore di ben
quattro edizioni nel giro di pochi mesi, intitolato "Dux Lux!".
Ne riproduco un brano particolarmente significativo:
Dal focolare avito,
istoriato di vicende pacifiche,
noi trasse, o Duce,
l'amore immenso
per la Tua Causa,
disposata alla gloria di Roma,
nella Luce suprema di Cristo.
Freme ne' cuori un cantico:
Duce, Tu sei la Luce
Che nell'avversa tenebra
I popoli conduce!
T'elesse Dio ne' secoli
Per la gloria di Roma,
nella Luce superna di Cristo.
Padre Pietro da Varzi, in procinto di raggiungere la penisola iberica, inviò
a Mussolini "un saluto vibrante di Fede e di Amore", e si dichiarò deciso a
compiere fino in fondo il suo "dovere di sacerdote e di soldato, sotto le
sacre insegne della Croce e del Littorio".
Sui campi di battaglia esaltò l'italiano nuovo forgiato dal fascismo
"economico, guerriero, religioso e santo" e reputò una grazia "il sacrificio
per una causa tanto bella, grande, santa." "Come è bello l'apostolato del
cappellano tra queste truppe operanti, frementi alla vigilia dell'azione!
Quanto grande, nello stesso tempo, la responsabilità nostra! Soldati e
Ufficiali non tollerano in noi mediocrità: ci vogliono addirittura Santi!"
In occasione della pasqua del 1938 don Luigi Severini lancia un fervido
appello ai combattenti, definiti i diretti discendenti dei militi di Roma e
dei gloriosi crociati di Cristo:
"Legionari del Duce in terra di Spagna consacrata dal sangue dei Caduti,
dall'eroismo dei martiri; araldi del Re dei secoli immortale, rivestiti
della sua corazza, ritemprati del Pane di Vita corriamo anelanti verso la
grande Vittoria che il mondo attende. La Patria ci invita e più fulgido ci
investe il sole di Roma immortale."
Don Vittorio Felisati fu uno degli speaker della radio franchista. Ecco un
suo saluto serotino:
"Ed ora, italiani tutti, signori, amici e camerati, uniamoci in ispirito per
gridare la nostra passione: Viva l'Italia Imperiale di Benito Mussolini,
Viva il Generalissimo Franco, Espana una, Espana grande, Espana libera.
Arriba Espana!"
Tra i documenti della pietà religiosa alimentata dai cappellani spicca la
celebre preghiera del legionario, che, tra l'altro, così recita:
"Benedici il Duce Magnifico, perché forte e sapiente la sua provvidenziale
genialità sia sempre vittoriosa sopra le forze insidiose dei nemici palesi e
occulti.
Benedici noi, soldati d'Italia, e le nostre armi vittoriose di terra, di
mare, e dell'aria, pugnanti per la giustizia.
Benedici!
Saluto al Duce!"
Il pluridecorato don Venturi scrisse in limpido castigliano una "Plegarìa
por la Patria y por el Generalisimo Franco":
"Oh Jesùs, omnipotente y grande, que salvaste el mundo y quisiste dar la
salud a las Naciones, dignaos per piedad, destrozar las cadenas que el
satanismo marxista-bolchevique ha impuesto a la fidelisyma Espana,
sostiniendo y guidando el brazo y el corazòn del valoroso General Franco
destinado por vuestra providencia a ser el Caudillo de toda la Naciòn
Espanola."
La preghiera veniva recitata da don Venturi durante la celebrazione delle
messe al campo, subito dopo le preghiere per il Duce.
Nel maggio 1937 venne consegnato ai legionari, come ricordo della comunione
pasquale, un santino che accostava due affermazioni, rispettivamente della
Bibbia ("La vita dell'uomo sulla terra è milizia") e di Mussolini (La
Milizia è vita")e un brano dell'omelia:
"Fra il Bene e il Male vi è una guerra antica quanto il mondo. Odierni
protagonisti di questa implacabile lotta sono il Cristianesimo e il
Bolscevismo. La Chiesa Cattolica, con venti secoli di vittorie su tutti i
nemici, il Fascio Littorio, simbolo di unità e di forza, il valore e la
potenza di Roma Imperiale, assicurano il perenne trionfo della Civiltà sulla
Barbarie, del Cristianesimo sul Bolscevismo."
Don Baldassi dispose che le varie fasi della messa fossero introdotte da
squilli di tromba, e che al termine della celebrazione i partecipanti
intonassero a piena gola la preghiera del legionario. Durante il rito i
militi sarebbero rimasti"accanto ai pezzi o ai propri fucili o armi", per
assicurare una maggiore tensione mistica. "Mentre io solo, esposto nella
posizione più visibile, innalzavo l'altare e celebravo, mai Messa riuscì più
commovente e solenne. Il silenzio era così completo, e l'ascoltazione della
Messa così attenta, che pareva di avere una legione di spiriti, più che di
legionari in carne umana."
D'altronde anche il venerabile don Carlo Gnocchi sosteneva che:
"Il sangue versato per la Patria è una delle attuazioni più chiare e più
alte della sentenza evangelica"Non c'è più grande amore di quello che dà la
vita per i propri fratelli".
Se il soldato ama la Messa al campo, ed è sempre festa quando lo si porta
inquadrato ad ascoltarla e a presentare fieramente le armi al Dio degli
eserciti, è perché, nella sua pronta intuizione religiosa, avverte che il
suo sacrificio personale non raggiunge la meta prefissa di redenzione umana,
se non trova il completamento efficace, la sublimazione e la consacrazione
soprannaturale nella confluenza e nel potenziamento col sangue di Cristo.
Dopo Cristo infatti non è più possibile altra redenzione che non sia
"cristiana", e il sangue dell'uomo non ha potere di purificazione e di
pacificazione se non è versato e commisto a quello di Cristo nel calice
della Messa, rinnovazione e attuazione del sacrificio del Redentore."
I soldati comunisti concepivano un odio particolare per i sacerdoti, e
cercavano in tutti i modi di colpirli. Ricorda don Venturi, impegnato nel
suo ministero che coniugava occasionalmente mistica cattolica e mistica
fascista:
"All'alto del Buitre ricuperai le mie salme oltre l'ultima trincea e,
nonostante il tiro rabbioso dei senza Dio, i quali, vedendomi con la stola e
col Crocifisso in mano, raddoppiarono diabolicamente i loro colpi, non
desistetti dall'amministrare l'Estrema Unzione e tutti i suffragi dovuti
agli Eroi della duplice Fede. Anzi, dopo il rito Religioso, di ognuno feci l
'appello, al quale dai parapetti i Legionari, levando in alto il braccio, ad
una voce rispondevano: Presente!"
Scriveva a un confratello il francescano Teodoro Bortolon:"La guerra infuria
con tutti i suoi pericoli, ma spero lo stesso di ritornare; ma sai anche tu
che la guerra è guerra, e potrei fare la fine di padre Giuliani."[allusione
al domenicano padre Reginaldo Giuliani, morto eroicamente durante l'impresa
etiopica, al quale ancora oggi sono dedicate vie in molte città italiane]
In effetti padre Bortolon morì nel corso del conflitto, guadagnandosi la
medaglia d'argento alla memoria:"Colpito da raffica di mitragliatrice d'
aereo nemico, cadeva gloriosamente invocando da Dio la benedizione sui
fratelli combattenti per la grande e giusta causa."
La morte eroica di padre Bortolon ebbe vasta eco in Italia, e l'8 dicembre
1937 padre Agostino Gemelli, Magnifico Rettore dell'Università Cattolica del
Sacro Cuore di Milano, terminò l'annuale discorso agli studenti proponendo
loro di seguire il fulgido esempio del defunto.
Su "Vita e Pensiero", la rivista della "Cattolica", si spiega autorevolmente
che quello che conta veramente, per vincere la guerra, è"lo spirito che sta
dietro le baionette e i cannoni", e che questo spirito viene da Cristo,
"Colui che porta sulla terra la spada e il fuoco".
Il Magnifico Rettore riconosce però anche i meriti del Duce:"Il nome di
Benito Mussolini significa la speranza che un giorno tutta l'Europa sarà
guarita da questa spaventosa epidemia."
Padre Gemelli polemizzava duramente con i rappresentanti dell'antifascismo e
dell'anticattolicesimo: "Quell'anima inquieta e cattiva di Salvemini, nella
quale non si sa se sia maggiore l'odio per il Fascismo o per il
Cattolicesimo, ha pubblicato, in un infame libello diffuso in Francia, una
statistica delle autorità ecclesiastiche che si sono pronunciate in favore
del Fascismo in occasione della guerra etiopica. Poteva fare più presto e
dire: la totalità dei Vescovi."
Quando Mussolini, nel 1938, riuscì ad imporre la convocazione della
conferenza di Monaco, che salvò l'Europa ormai giunta sull'orlo della
catastrofe, padre Gemelli riconobbe nel Duce(e non nel papa!) l'unica
personaggio di levatura mondiale che fosse in grado di salvare la pace:"Il
merito di Mussolini è stato quello di rivelarsi a tutto il mondo come l'
unica àncora a cui la pace poteva ancora essere assicurata."
L'anno seguente, nel discorso commemorativo di Pio XI pronunciato all'
Università Cattolica, padre Gemelli sottolineò "tutta la riconoscenza che i
cattolici italiani debbono e dovranno all'Uomo incomparabile." Quest'"Uomo
incomparabile", si badi bene, non era il pontefice defunto, bensì il Duce...
D'altronde padre Gemelli non aveva fatto altro che ricalcare la definizione
dello stesso Pio XI, che, poco prima di morire, aveva definito Mussolini
"Ministro incomparabile".
In effetti i cappellani furono spesso testimoni di episodi edificanti ,
aventi come protagonisti legionari morti col nome di Dio e del Duce sulle
labbra(esemplare il caso di "una camicia nera, ferita a morte, coi piedi
congelati, che chiede al cappellano un lapis per scrivere "Viva il Duce", e
poi muore").
Don Giuseppe Benedetti, autore di scrupolose relazioni sormontate dal motto
"Dios, Patria, Franco" esprimeva fiducia nella risoluzione favorevole del
conflitto:
"Ho potuto constatare l'alto spirito Religioso e Patriottico dei nostri
bravi Ufficiali e delle nostre invidiabili Frecce. Stiamo preparandoci con
calma e sacrificio alle nuove e sicure vittorie. Verso l'alto, sempre più
avanti. "Agredir para vencer" è stato ed è il nostro motto: nel nome di Dio
abbiamo vinto e vinceremo.
Viva Xristo Rey!
Saluto al Duce!
Viva l'Italia!
Arriba Espana!"
Al termine della crociata scrisse:"La guerra di Spagna è terminata. E'
terminata con la vittoria completa e totale delle Armi Crociate. Nella
Spagna finalmente una si ritorna ora a gridare liberamente "Viva Christo
Rey!". Nelle piazze, attorno alle rovine delle chiese, i modesti altarini da
campo vengono impiantati per la celebrazione delle Sante Messe."
"Sfileremo a Madrid, sfileremo a Roma. Da vittoriosi passeremo sotto gli
antichi archi che più volte videro gli antichi reduci!!!
I corsi e i ricorsi della storia....solo i Legionari sono sempre gli
stessi...."
In Vaticano si ringraziò Dio per il successo nazionalista. La Provvidenza
Divina aveva reso vittoriosi i paladini della fede. Il 7 giugno 1939 Pio XII
volle ricevere un gruppo di militari e di cappellani reduci dalla guerra,
per salutarli e ringraziarli, riconoscendo ancora una volta al conflitto da
poco conclusosi il carattere di Crociata:
"Vi ringrazio per il contributo efficace e generoso, anche di sangue, da voi
dato nella vittoriosa Crociata in terra di Spagna. Voi avete difeso e
salvato la Civiltà cristiana e quella Nazione a Noi tanto cara. Vi ripeto il
mio grazie e vi impartisco di cuore l'Apostolica Benedizione."
La vittoria fu poi solennemente festeggiata tre giorni dopo nella basilica
di san Pietro, alla presenza di migliaia di falangisti e legionari spagnoli.
Pio XII rivolse loro ammirati elogi e si accomiatò "facendo scendere le
abbondanti grazie delle sue benedizioni sul Generalissimo e sui suoi fedeli
collaboratori."
Tra i numerosi vescovi che espressero la propria riconoscenza a Mussolini ci
fu anche quello di La Spezia, monsignor Costantini, che gli scrisse:
"Dopo celebrata oggi Santa Messa per i nostri valorosi soldati caduti in
Spagna, ho invocato da Dio ogni benedizione su soldati tornati in Italia in
trionfo di vittoria e in particolare ho pregato con animo grato per Vostra
Eccellenza che, inviando in Spagna nostra forte gioventù, ha salvato e fatto
trionfare in quella nobile Nazione la cristiana Civiltà."
In un discorso tenuto nell'estate del 1939 monsignor Solero esaltò la"
fusione luminosa di religione e virtù militari nella figura dei nostri
massimi condottieri", e di Mussolini in particolare, ricordando anche che"
pochi giorni or sono, in terra di Spagna, il Ministro Ciano recava alla
cattedrale di Toledo una preziosissima croce, dono del Duce Mussolini, e la
deponeva sull'altare, accanto alla spada già depostavi dal generalissimo
Franco, in segno di riconoscenza a Dio per la vittoria della Spagna
cattolica contro le forze cieche e demoniache, nemiche di Dio, della Patria
e della Civiltà."
Pietro da Varzi, nominato direttore del reparto Onoranze caduti di Spagna,
si impegnò nel penoso e pietoso compito di raccogliere sui campi di
battaglia migliaia di salme di legionari, poi composte nei grandi cimiteri
di guerra.
Il cappuccino lasciò anche un'impronta personale nell'iconografia religiosa
iberica con la Madonna del Legionario, da lui dipinta nella cappella votiva
edificata al chilometro 105 della strada per la Francia. L'immagine mariana
venne riprodotta in migliaia di santini, distribuiti come tangibile segno
della profonda pietà dei combattenti italiani.
Nelle sue peregrinazioni giunse a Torresebes, dove funse temporaneamente da
parroco, e dove organizzò un'Adorazione notturna "come atto di riparazione
del paese", annunziata per le vie dall'Aguacil municipale. Durante la fase
preparatoria il cappuccino aveva dipinto un grande crocifisso, elevato sull'
altare del camposanto, con l'aiuto della gente del paese, tra la quale erano
presenti alcuni individui notoriamente "rossi". Anche per questo al rito
partecipò poi l'intera cittadinanza.
Mussolini mostrò più volte la propria disponibilità verso iniziative a
carattere religioso da realizzarsi in Spagna. Ad esempio, accondiscese alla
richiesta di padre Rafael di san Josè, facendo ricostruire il rinomato
santuario dela Virgen de la Cabeza, nella Sierra Morena.
Approvò inoltre il progetto di Pietro da Varzi di costruire un grandioso
sacrario dei caduti italiani nei pressi di Saragozza. Il mausoleo,
completato nel 1943, presentava un ingresso trionfale, formato dall'iniziale
del patronimico del Duce, conducente ad un pantheon dove i loculi venivano
illuminati dalle croci tagliate dentro le pareti. Alla base dell'imponente
monumento stava una prora a forma di fascio, che nelle intenzioni degli
artefici simboleggiava "il mare che fu meta e anelito dei liberatori". In
genere, come nei cimiteri militari italiani, non vi era croce che non fosse
affiancata(anzi, "presidiata", come si usava dire allora) dal fascio.
Numerose pietre tombali portavano incise laconici motti mussoliniani, tra i
quali questo, particolarmente significativo: "Chi è buono non si domanda mai
se ne vale la pena."
In effetti è bene ricordare che Mussolini non chiese alla Spagna un
rimborso, nemmeno parziale, delle ingenti spese(economiche, e umane)
sostenute per appoggiare lo sforzo dei nazionalisti, e, anzi, lasciò
gratuitamente molti mezzi e macchinari che erano stati trasferiti dall'
Italia.
Non solo: fatto assolutamente stupefacente e inconcepibile, non volle legare
la Spagna con convenzioni e trattati rilevanti, e non chiese nemmeno, come
usano fare pure i regimi liberaldemocratici(e noi italiani lo sappiamo
bene...) concessioni territoriali, o l'installazione di basi militari in
territorio spagnolo.
E' superfluo dire che il sacrario dei caduti italiani di Saragozza, nel
dopoguerra, fu abbandonato a se stesso dalle autorità della Repubblica
italiana: si diffuse progressivamente l'interpretazione storica secondo la
quale i "buoni" della guerra civile spagnola erano stati gli
anarco-comunisti, e si ritenne che, in fondo, quei morti non erano altro che
degli "sporchi fascisti"....
Come abbiamo visto, non così la pensava la Chiesa, e non così la pensava
Franco, che volle riservare ai legionari e alle camicie nere italiane l'
onore di aprire la grandiosa sfilata militare che si svolse il 19 maggio
1939 a Madrid, per celebrare la vittoria.
Il 20 maggio seguì una pubblica manifestazione religiosa di ringraziamento.
Nella chiesa di santa Barbara, davanti a tutte le autorità dello Stato ed
ecclesiastiche, Franco consegnò al cardinale primate, Gomà y Thomas, la
spada vittoriosa, e, prostratosi, recitò ad alta voce una preghiera,
chiedendo a Dio di accettare i sacrifici del popolo grazie ai quali era
stato possibile vincere"il nemico della Verità di questo secolo."
La commovente preghiera si concludeva con le parole:
"Signore, fa che tutti gli uomini credano che Gesù è il Cristo, il Figlio di
Dio vivo."
--------------------------------------------------------------------------------
©2002 Google


Rispondi Citando



