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Discussione: E' morto Gaetano Arfè

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    Predefinito E' morto Gaetano Arfè

    Severità di critica e passione ideale
    Giuliano Vassalli

    Con Gaetano Arfè, spentosi a Napoli la notte scorsa all'età di ottantuno anni, viene a mancare uno dei rappresentanti più genuini del socialismo italiano dello scorso secolo. I socialisti del mio secolo è il titolo dato nel 2002 a una raccolta di saggi storici e politici tra le più cospicue, edita dall'editore Lacaita di Manduria, tutta imperniata sulle figure dei più famosi socialisti di ogni tendenza, non pochi dei quali da Arfè conosciuti e frequentati. Spicca in copertina una fotografia di Turati al braccio di Nenni durante l'esilio di Parigi, tratta dal suo ricco archivio fotografico.
    Dello storico autentico (era professore di storia contemporanea) aveva molti dei pregi, e tra questi spiccava la sua tenacia di raccoglitore di libri e di documenti, la sua volontà che fossero conservati, la sua passione di annotatore preciso e controllato. La sua università era stata per molti anni, fino al collocamento in pensione, Napoli ed è a questa città (era nativo di Somma Vesuviana) che la sua passione di studioso e di politico principalmente finiva per ricondursi; ma era stato per la sesta legislatura (dal 1972 al 1976) senatore di Parma e per le tre successive legislature deputato per l'Emilia-Romagna; e successivamente, ancora, per l'Italia centrale deputato al Parlamento europeo.
    La sua cultura era dunque tutt'altro che «provinciale» e si estendeva, quanto al merito, a tutti i problemi degni del comune interesse, italiano come internazionale. Fulcro, per molti decenni, della stampa socialista, era stato per dieci anni dal 1966 al 1976 direttore dell'Avanti!, attraversando così tutto l'arco del «centro-sinistra» dell'epoca, reggendo l'urto di vari conflitti interni e non perdendo, pur nel legame al Partito socialista e ai suoi compiti essenziali, una forte partecipazione critica. Lasciò il partito, dopo avervi militato per quarant'anni, nel 1985, dissentendo dalla direzione politica impressa da Bettino Craxi. Divenne addirittura senatore per la sinistra indipendente; ma questo non raffreddò del tutto i rapporti con i compagni del partito socialista, che ne conoscevano la buona fede. Continuò fino agli ultimi giorni ad essere ricercato per tutti i convegni socialisti, anche se si sapeva che le sue malferme condizioni di salute difficilmente gli avrebbero consentito d'essere presente.
    Fu presidente della Fondazione Modigliani, membro del consiglio d'amministrazione della Fondazione Turati e della Fondazione Nenni. Egli stesso cercava a sua volta di mantenere il contatto con i vecchi amici e di essere al corrente delle loro attività. Dalle delusioni della vita politica e dal dispiacere per il forzato allontanamento dall'insegnamento attivo nel corso del quale aveva formato vari allievi, traeva conforto nella coltivazione dei ricordi della vita secolare del partito socialista e del molto che esso aveva dato ai lavoratori, agli umili, all'Italia e all'Europa.
    Alla passione per la storia, e per quella contemporanea in particolare, Gaetano Arfè era arrivato per un duplice filone: quello dell'insegnamento crociano nell'ambiente culturale napoletano e quello di una spontanea ribellione per il modo con cui veniva prevalentemente trattata la storia d'Italia dal Risorgimento in poi. Le figure del socialismo gli erano apparse sin dai primi suoi anni di studente fra le più degne d'essere studiate, comprese ed onorate. «Essere degni di Matteotti» è il titolo che egli stesso volle dare alla commemorazione tenuta alla Camera dei Deputati nel giugno 1994, per il settantesimo anniversario della sua tragica morte.
    I compagni socialisti ricorderanno Gaetano Arfè per i suoi contributi di studio alla storia del partito e a quella dell'Avanti! , per il suo rigore, per la severità delle sue critiche, per la sua passione ideale.
    http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano...007/art46.html

  2. #2
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    Un occhio morale sull'epopea del socialismo italiano
    È morto ieri mattina a Napoli lo storico ed ex parlamentare socialista. Aveva diretto a lungo l'«Avanti!» e nei suoi libri, come nell'attività pubblica, era stato testimone di un riformismo fondato su un impegno concreto e su una concezione della politica naturalmente classista e antimperialista
    Gianpasquale Santomassimo

    Negli ultimi anni della sua lunga vita, resi più dolorosi dalla malattia e forse ancor più dal degrado della vita politica e culturale italiana, Gaetano Arfè ha lasciato molte memorie, molte ricapitolazioni autobiografiche, quasi con la volontà di fissare il ricordo di uomini, di momenti, di storie individuali e collettive per sottrarle all'oblio. «Scrivo non già nelle vesti di storico - si legge in uno dei suoi ultimi scritti - ma di chi è stato partecipe, tra gli ultimi e i più modesti, di una storia che ha avuto i colori dell'epopea e l'andamento di una chanson de geste». Coltivava una vena memorialistica volta a ribadire il legame indissolubile con «i suoi maggiori» e a tramandare il senso di un impegno che rischiava di smarrirsi o di venire frainteso ed edulcorato: la tradizione concreta, storicamente determinata nella rete intricata di fondamenti, apporti e suggestioni, di un riformismo italiano.
    Moralità e concretezza
    Un riformismo di cui è stato lo storico più assiduo e tenace, nell'impegno diretto come nella promozione di studi, e che richiede - purtroppo e paradossalmente - qualche precisazione terminologica. Per la tradizione a cui Arfè si collegava il riformismo era molto lontano da quella parola ormai impronunciabile, sinonimo di moderatismo o peggio di restaurazione sociale, che tiene banco ormai da troppo tempo nel dibattito italiano. Era una concezione della politica effettivamente sovvertitrice senza essere sovversiva, senza fraseologia apocalittica, «naturalmente» classista e antimperialista.
    La duplice origine giellista e socialista, comune a tanti altri esponenti del socialismo italiano in età repubblicana (Lombardi e De Martino fra gli altri, per citare i dirigenti politici a cui si sentì più vicino) veniva rivendicata da Arfè nel suo impasto originale di moralità e concretezza. Esponente di quella che definiva la «seconda generazione giellista», quella dei giovani che non avevano avuto esperienza della cospirazione ma un ingresso diretto nelle file della Resistenza (muovendo, nel caso di Arfè e di molti altri, da una generica formazione crociana), aveva «saltato» l'esperienza del Partito d'Azione per approdare direttamente al partito socialista, per uscirne e rientrare poi nel volgere di pochi anni.
    Una proposta rivoluzionaria
    «Seguii Saragat nella sua scissione e a darmi la spinta decisiva fu un discorso di Tristano Codignola, fortemente critico nei confronti del comunismo, che prendeva le mosse dal libro di Koestler, Buio a mezzogiorno. Presto, però, giunsi alla convinzione che alla rivendicata e conquistata autonomia dal Partito comunista corrispondeva una non voluta, ma ineluttabile, subalternità alla Democrazia Cristiana e rientrai così nella casa madre in coincidenza con la confluenza in essa della maggioranza del Partito d'Azione, guidata da Riccardo Lombardi».
    Di quella origine giellista teneva a rivendicare il carattere libertario: Carlo Rosselli non era il «precursore di un liberal-socialismo pudibondo alla Giuliano Amato», ma l'interprete di «una proposta, rivoluzionaria, classista, sovietista, per l'unificazione politica del proletariato italiano nel quadro di una europeizzazione della lotta antifascista». Che propugnava un «partito unico del proletariato» - come scriveva poco prima di morire - inteso quale «forza innovatrice autentica ... più che un partito in senso stretto, una larga forza sociale, una sorta di anticipazione della società futura, di microcosmo sociale, con la sua organizzazione di combattimento, ma anche con la sua vita intellettuale dal respiro ampio incitatore».
    L'opera di Rosselli era stata evoluzione e revisione critica necessaria di una tradizione, quella di Filippo Turati - che Arfè più di ogni altro «rivalutò» da sbrigative liquidazioni, ma senza le beatificazioni dogmatiche di molti improvvisatori - che era comunque «esperienza irripetibile perché irreversibile è il mutamento avvenuto nei moduli della lotta sociale, politica, ideologica».
    L'impegno concreto di Arfè, storico e politico, si mosse comunque tutto nel solco della tradizione del socialismo italiano, rinnovato dopo l'esperienza della dittatura fascista. Appartenne a quella generazione di storici - socialisti e comunisti - che posero le basi per una storia del movimento operaio italiano, impresa nella quale partivano quasi da zero e che nel volgere di pochi anni produsse una ricchissima fioritura di studi; che parve quasi eccessiva a molti, già al volgere della metà degli anni Cinquanta, con i rischi di «corporativismo», di chiusura settaria, di assenza di respiro complessivo, denunciati da Cantimori e Saitta. Sono i termini della polemica che lacerò l'esperienza di «Movimento Operaio» (e in parte anche dell'Istituto Feltrinelli che ne era all'origine) e che provocò la chiusura di quella rivista. Una parte dei promotori di essa (Bosio e Arfè tra gli altri) non condivisero la piattaforma di «superamento» di quella fase di studi che venne adottata.
    Ferite non rimarginate
    Per quanto valide fossero molte delle esigenze prospettate, i termini particolari di quello scioglimento, con la confusione di piani che si determinò tra istanze politiche e storiografiche, dovuta anche alla pesantezza e alla dissennatezza della politica culturale del Pci in quel frangente, lasciò come una ferita non rimarginata nella memoria di molti, e come tale è stata rievocata anche in anni recenti da Arfè come da Luigi Cortesi.
    Ben presto comunque i motivi di contrasto e divaricazione tra socialisti e comunisti si fecero evidenti e corposi per ben altri e più gravi motivi. Arfè divenne negli anni successivi il massimo promotore nella costruzione di un campo di studi «socialista», autonomo e distinto, fatto di grande operosità documentaria e passione identitaria. Il risvolto negativo di questa lacerazione fu una difficoltà di dialogo e di confronto effettivo nella cultura storica della sinistra protrattosi a lungo nel tempo. Dirigente politico del suo partito, con incarichi prestigiosi e impegnativi (rimane soprattutto nella memoria la sua direzione dell'«Avanti!» in una delle stagioni più felici di quel giornale) fu uno dei protagonisti di quella che divenne la sinistra socialista negli anni del centrosinistra.
    Come molti galantuomini del socialismo italiano, Arfè soffrì moltissimo gli anni di Craxi e del craxismo, da lui con più cognizione di causa che da altri vissuto come effettiva mutazione genetica delle connotazioni stesse del socialismo italiano. Dietro lo schermo della rivendicazione di autonomia socialista, che conquistava molti nel partito, emergeva una «offensiva ideologica ideata condotta con grande rozzezza culturale ma con superiore intelligenza tattica».
    «Craxi precorre Occhetto - scriverà molti anni dopo - epurando la storia del partito socialista, fino a oscurare Turati sotto la grande ombra di Garibaldi: il tutto nel segno di un anticomunismo postumo che sembrava non avere più alcun senso nel momento in cui i motivi della insidia comunista alla democrazia e della minaccia sovietica al mondo libero erano ormai venuti a mancare. In realtà, l'obiettivo perseguito e conseguito è quello di dare motivazione ideologica al passaggio dalla repubblica nata dalla Resistenza a quella che ha ancora i tratti di un identikit confuso e incompiuto, vagamente minaccioso».
    L'autolesionismo degli ignari
    Come si evince dall'accostamento iniziale, vi era una sostanziale convergenza in questo sradicamento da parte del «nuovo gruppo dirigente del partito comunista in via di metamorfosi», che dal suo canto «con l'autolesionismo proprio degli ignari e degli ignavi, procede alla liquidazione di una eredità troppo pesante per le sue gracili spalle».
    L'approdo del grosso della sinistra italiana era in una informe ma corposa «sovraideologia» che caratterizzava tutto l'Occidente negli ultimi anni del Novecento, fatta di un misto di liberismo acritico, di culto del mercato e del «nuovismo», di intimo disprezzo nei confronti della politica «alta».
    In quella che è forse la sua ultima intervista, nel giugno scorso, si richiamava al ricordo di «uomini che non vinsero e non trionfarono mai, ma non furono mai vinti e del loro operare hanno lasciato un segno incancellato e incancellabile: l'attrazione per l'eresia, il gusto per l'avventura intellettuale e politica.» «Ecco - concludeva - di cosa c'è bisogno per il futuro».
    http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano...007/art48.html



  3. #3
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    Chi era Gaetano Arfè.

    Gaetano Arfè è nato a Somma Vesuviana (Napoli) il 12 novembre 1925. Si è laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Napoli nel 1948. Si specializzò in Storia presso l'Istituto italiano di studi storici presieduto da Benedetto Croce, con cui entrò in contatto fin dal 1942.

    Nel 1944 si arruolò in una formazione partigiana di "Giustizia e Libertà" in Valtellina. Nel 1945 si iscrisse al Partito socialista e divenne funzionario degli Archivi di Stato intorno al 1960. A Firenze era già entrato in contatto con Calamandrei, Codignola e il gruppo de "Il Ponte" e aveva collaborato con Gaetano Salvemini alla raccolta dei suoi scritti sulla questione meridionale.

    Nel 1965 ottenne la libera docenza in Storia contemporanea e insegnò a Bari e a Salerno. Nel 1973 ebbe titolare della cattedra di Storia dei partiti e dei movimenti politici presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Firenze. Nel 1959 venne nominato condirettore della rivista "Mondo Operaio", carica che conserverà fino al 1971. Dal 1966 al 1976 fu direttore dell' "Avanti!".

    Dal 1957 al 1982 fu membro del Comitato centrale e della Direzione del Psi. Nel 1972 venne eletto senatore per il collegio di Parma e divenne vicepresidente della Commissione istruzione e successivamente della Commissione esteri. Fu relatore dei Provvedimenti urgenti per l'Università. Nel 1976 venne eletto deputato nel Collegio di Parma-Modena-Reggio-Piacenza, entrò a far parte della Commissione affari costituzionali e rappresentò il gruppo socialista nella trattativa sul Concordato.

    Nel 1979 venne eletto deputato al Parlamento europeo per il collegio Nord-est, fu relatore sul tema della politica televisiva europea e promotore della Carta dei diritti delle minoranze etniche e linguistiche.

    Nel 1985 lasciò il Psi, motivando la sua scelta nel volumetto La questione socialista (1986). Nel 1987 venne eletto senatore nel collegio di Rimini per la Sinistra indipendente. Ha scritto numerosi libri e saggi, tra cui la Storia dell'"Avanti!" (1958) e la Storia del socialismo italiano 1892-1926 (1965).

    http://www.pertini.it/cesp/arfe.htm

  4. #4
    Omia Patria si bella e perduta
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    Contro l'Unione Europea prigione dei Popoli Per un'Europa di Nazioni libere, eguali e sovrane!
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    Condoglianze..... mi spiace tanto, Arfé era veramente una persona in gamba, di grande spessore morale e uno studioso assieme rigoroso e geniale.


 

 

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