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    Predefinito "Lestofanti" che non meritano di essere letti... almeno secondo qualcuno

    Il falso Medioevo di Ken Follett
    di Franco Cardini - 15/09/2007

    Fonte: Avvenire [scheda fonte]



    «Non credevo in Dio vent'anni fa così come non credo oggi. Ciò che è effettivamente cambiato è la mia consapevolezza di tutto il male che può essere fatto in nome della religione… La Peste (del 1347-52) rivelò a tutti la verità: il clero era completamente impotente… La scoperta dell'infezione batterica ha permesso di salvare la pelle a milioni di persone dimostrando che i pregiudizi antiscientifici della religione non avevano alcun fondamento». Non varrebbe la pena di perder tempo e inchiostro citando questo bouquet di sciocchezze, di banalità, di errori e di bugie: se esso non fosse uscito ohimè - salvo auspicabili ma improbabili smentite - dalla bocca di uno dei più arcinoti, arciletti e idolatrati scrittori del nostro tempo; e se un intervistatore di "Panorama" di questa settimana non l'avesse religiosamente raccolto e trascritto, senza un commento che non sia ammirato e lusinghiero. Come oro colato. E di oro, perdinci, non si tratta davvero.
    L'effigie di Ken Follett, il celebre autore di thrilling e di spy-stories tra i più venduti al mondo, occupa trionfale la copertina del noto settimanale, dove si annunzia esultanti: «Scienza e religione: le colpe della Chiesa» e dove si presenta il suo nuovo libro, Mondo senza fine, come «un atto di accusa contro il clero».
    Il libro non è ancora nelle librerie, ma è già un best seller annunziato: e diverrà tale, per forza di cose, dal momento che la potente macchina mediatica del suo editore è già in moto e le foto dell'autore campeggiano in tutte le grandi librerie. Uno sforzo notevole, che avrà una ricaduta sicura. Ma a tutto c'è un limite. Nulla da dire sul Follett autore di thriller di successo, come La cruna dell'ago. Ma quand'egli si cimenta con i temi storici, specie quelli legati al Medioevo, bisogna dire che i risultati sul piano appunto storico sono deludenti: il suo gettonatissimo I pilastri della terra è, sotto il profilo della ricostruzione di quello che egli presenta come "il Medioevo", un ridicolo polpetto ne nel quale navigano (ed è il lato migliore) reminiscenze di Victor Hugo condite in una salsa che sta fra Disneyland e Carolina Invernizio. Non ho ancora letto Mondo senza fine, e non posso quindi giudicarlo: ma, stando alle dichiarazioni del suo autore, c'è davvero di che indignarsi.
    L'intervistatore ha l'aria di aver scoperto qualcosa di nuovo e d'originale, «un Medioevo molto lontano dalla rappresentazione stereotipata di epoca immobile e priva d'innovazione». Scappa da ridere, ma scappa anche la pazienza. Da decenni la medievistica mondiale ci va al contrario ripetendo - da Bloch a Le Goff a Tabacco a mille altri - che, al contrario, il cosiddetto Medioevo (un'età convenzionalmente definibile, e comunque lunghissima, perfino oltre un millennio secondo alcuni) fu caratterizzata da una profonda sperimentazione in tutti i campi, dalla tecnologia alla politologia. Perfino un mistico come Bernardo di Clairvaux era un innamorato delle macchine, dei mulini e delle gualchiere che lavoravano nei monasteri cistercensi. Follett è liberissimo di essere ateo e anticlericale: ma, se decide di parlare del Medioevo, non è affatto libero d'ignorare tutto dell'autentica passione per la ricerca e l'innovazione che investe personaggi come Gerberto d'Aurillac, Ruggero Bacone e tanti altri: chierici, sacerdoti, religiosi e mistici, non qualche isolato sognatore alchimista o ereticheggiante.
    Ma la Chiesa inventata dal Follett nel suo ultimo romanzo, a sentir lui, è una cosca di profittatori, di ladri, di sfruttatori e di violentatori. Viene la peste a metà Trecento, e non fa nulla né per combatterla, né per alleviare le pene della gente. Secondo il Follet, le università, gli ospedali, le enormi opere di misericordia sono nulla. Secondo lui, le responsabilità del fatto che la meccanica delle infezioni batteriche non fosse nota prima dell'Ottocento è da ascriversi ai «pregiudizi antiscientifici della religione». Non gli passa nemmeno per la testa che le tesi relative al contagio do vuto alla «corruzione dell'aria» o allo «squilibrio degli umori fisici» fossero in realtà, appunto, la scienza del tempo, quella praticata da tutta una società: e dalla Chiesa stessa, appunto, nella misura in cui Chiesa e società del tempo coincidevano.
    Rinvio gli interessati a conoscere qualcosa di più a proposito della Peste Nera al mio recente libro Le cento novelle contro la morte</B> (edizioni Salerno), dove il periodo esaminato dal Follett è considerato sotto il profilo della medievistica più recente. In particolare, non è affatto così pacifico che l'epidemia si portò con sé i due terzi della popolazione europea: in realtà le vittime del contagio si dislocarono «a chiazze di leopardo», secondo una geografia difficile da comprendere. In molti casi, i morti furono ben superiori alla stima data dallo scrittore gallese; in altri, viceversa, addirittura il contagio non passò. Noto al riguardo il caso della città di Milano, che venne misteriosamente e miracolosamente risparmiata. Quanto al conflitto fra scienza e Chiesa, ripeto, esso non ci fu affatto. I medici del tempo erano assolutamente inquadrati all'interno di un sapere coerente e coeso, nel quale teologia e fisiologia profondamente convivevano. Le critiche espresse dal romanziere non hanno quindi alcuna credibilità e discendono chiaramente o dalla sua ignoranza dei dati di fatto, o dal suo pervicace anti-cattolicesimo, o da un'antipatica miscela di entrambe le cose.
    Questa "tirata" anticristiana e, soprattutto, anticattolica, finisce appunto per colpire tutte le religioni e il fatto religioso in sé. Dalla religione e dall'homo religiosus nascono tutti i mali del mondo, allora come oggi. La sete di guadagno, le distruzioni indiscriminate dell'ambiente nel nome del profitto, l'illimitata volontà di potenza delle élites economiche e finanziarie e dei loro complici executives non hanno alcuna responsabilità. Tutto è colpa di Dio e di chi ci crede.

    ... ho aperto questo nuovo thead perchè la notizia dalla quale prende spunto questa discussione è stata inserita da Venus nel thread che riguardava l'affermazione del Papa :"La scienza atea minaccia l'umanità", e che trovo leggermente OT... il caro Venus, nel thread ha scritto:
    Siccome Follett viene considerato, almeno sul Corriere della Sera, l'icona della sinistra europea... e siccome a me gli scrittori "icone" di questo o di quell'altro schieramento politico fanno venire il voltastomaco perchè penso che uno scrittore quando esprime la sua arte non lo debba fare per accontentare nessuno, e siccome il signor Follett ha sostenuto delle teorie che me lo fanno identificare come un selvaggio della storia, non solo secondo me ma anche secondo chi ha dedicato una vita per alla ricerca degli evanti del passato... preferisco, molto più volentieri, leggermi quei famosi milioni di libri che t'ho detto bramo di leggere. Tra l'altro in quella discussione, io, quando mi hai parlato del libro "i pilastri della terra", ho sostenuto, in nome dell'onestà cattolica, che se oggi quest' "icona" camuffa la storia, anche ieri poteva farlo... magari a quel tempo era più propenso a rimanere simpatico a altri tipi di politici: questa non è serietà, e a me, le mode che segue lui, o che siano anti-cattoliche o che siano pro-cattoliche, quando sono bugie, fanno venire... ma guarda un po': il voltastomaco. E visto che ho altri milioni di libri da leggere e posso scegliere, e visto che Follett si dimostra essere un lestofante (come chi fa le copertine di prima pagina di Panorama), io non vedo perchè non possa mettere in cima all'elenco dei milioni di libri da leggere un altro libro, scritto da chi, secondo me, a oggi, risulta essere uno scrittore più meritevole di essere letto perchè più credibile.
    peccato che Venus, e altri che ragionionano come lui, dicano: "Ti sembro il tipo che si mette a leggere i libri di persone che si dimostrano incolte o bugiarde?"... mentre invece in passato hanno più volte sponsorizzato gli ultimi libri scritti dalla Fallaci, perchè testimonianze reali di cosa l'islam abbia fatto in passato e cosa sta facendo tuttora in occidente...

    ... non si capisce questa differenza di approccio nei confronti di due "lestofanti"... ... sia chiaro che io la penso proprio come Zdenek quando dice che: "i romanzi di Follett non vogliono essere libri di storia ma romanzi con sfondo storico."... quindi perchè rifiutarsi di leggere esclusivamente perchè studiosi medievalisti hanno affermato che ci sono delle incongruenze od ommssioni in quello che scrive Follett??... se si partisse da questo presupposto, allora dovremmo pensare che anche la Fallaci meirterebbe questa "assurda" personale censura... probabimente anche la Fallaci, avendo scritto spesso inesattezze, non fondate su idee storiche meditate... e per non averne imbroccata una... dovrebbe essere esclusa dagli autori consigliabili, e leggibili

    ... ma veniamo dunque alla parte che riguarda l'altro autore "lestofante"

    Costanzo Preve scrive a proposito del libro "La Forza della Ragione" di Oriana Fallaci:

    La ricostruzione della storia arabo-musulmana è compendiata da Oriana Fallaci nello stupro di un ragazzino greco da parte di Maometto II dopo la presa di Costantinopoli nel 1453. Il resto è una lunga notte nera. Oriana Fallaci se la prende con gli storici e con gli islamisti che valorizzano indebitamente il ruolo della cultura araba (che fu anche persiana, turca, indiana, eccetera, ma è tipico degli ignoranti incurabili confondere gli arabi con i musulmani, senza neanche sospettare che non ci sono praticamente cristiani persiani e turchi, mentre di arabi cristiani ce ne sono a milioni, e solo ora la loro esistenza è minacciata a causa dell'invasione imperiale americana). Qui la libera cazzata sostituisce integralmente la conoscenza storica.

    Non è colpa mia se gli europei dell'Alto Medioevo erano fallacianamente tanto ignoranti da non sapere nemmeno più il greco, ed hanno dovuto reimparare la medicina, la matematica e la filosofia greca in traduzioni dall'arabo fatte a Toledo.
    Non è colpa mia se per secoli ci furono società multireligiose cristiane, musulmane ed ebraiche mentre non avvenne il contrario, perché quando arrivavano i cristiani l'alternativa per gli ebrei ed i musulmani era o di convertirsi a forza o emigrare.
    Non è colpa mia se l'equivalente della Inquisizione romana o spagnola nell'Islam non è mai esistita, anche se ovviamente le persecuzioni verso i dissenzienti anche lì si sono sprecate. Non è colpa mia se i francesi hanno occupato il Marocco, l'Algeria, la Tunisia, il Libano e la Siria, gli italiani hanno occupato la Libia massacrando chi resisteva ed infine gli Inglesi hanno occupato la Palestina, la Giordania e soprattutto l'Irak.
    Ed infine, non è colpa mia se le potenze imperialiste della Francia e dell'Inghilterra hanno disegnato banditescamente "frontiere maledette" (e prima inesistenti ed addirittura impensabili) che hanno tagliato con la forbice un'area economica, culturale e linguistica unificata, in cui Bagdad, Bassora, Beirut, Damasco, Aleppo e Gerusalemme facevano parte di un solo ed unico paese.

    http://www.kelebekler.com/occ/preve_fallaci06.htm

  2. #2
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    Mi limito a confermare, per il momento.
    La Storia che si respira nei romanzi di Follet è di ispirazione per un successivo approfondimento da parte chi non fosse ancora appassionato della materia o di quel particolare periodo.

    Roba per gente in gamba e belle donne, le quali amano riceverla in dono.

    Al prossimo post un approfondimento, magari a partire dal "romanzo storico" Ivanohe che tutti abbiamo studiato in letteratura.

  3. #3
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    Zero" in storia alla Fallaci
    di Sherif El Sebaie sabato, 01 maggio 2004

    Chi si ricorda le rocambolesche ricostruzioni storiche della signora Fallaci? A due anni di distanza dal primo capolavoro, e con la pubblicazione di un altro rocambolesco libro, resta la domanda: quanto prendeva al liceo la Fallaci in storia e matematica? "Zero", anzi "Sifr"...!

    E' passato un pò di tempo da quando è stato pubblicato, sul Corriere della Sera, l'esecrabile articolo di quattro pagine che la signora Oriana Fallaci ha intitolato la rabbia e l’orgoglio. Ripubblicato tale quale con l’aggiunta di qualche menzogna e qualche insulto in più come libro dal titolo omonimo che ha, sfortunatamente, venduto più di un milione di copie. Qualcuno commentò quel libro con le seguenti parole: Oriana Fallaci, il coraggio di dire la verità.
    Qualcuno, in un eccesso di zelo, lo definì un' intervista con la storia... In quel libro però la storia non era neanche presente e di fatti c'erano solo errori storici macroscopici… menzogne immense… insulti stravaganti... odio travolgente… chiare istigazioni alla discriminazione e all’uso della violenza...</SPAN> Per fare un'esempio basterebbe analizzare il seguente brano in cui la signora Fallaci afferma: "Ed ora ecco la fatale domanda: dietro all'altra cultura che c'è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso, (i Commentari su Aristotele eccetera), Arafat ci trova anche i numeri e la matematica. (...) Ma Arafat ha la memoria corta. Per questo cambia idea e si smentisce ogni cinque minuti. I suoi nonni non hanno inventato i numeri e la matematica. Hanno inventato la grafia dei numeri che anche noi infedeli adopriamo, e la matematica è stata concepita quasi contemporaneamente da tutte le antiche civiltà. In Mesopotamia, in Grecia, in India, in Cina, in Egitto, tra i Maya... I suoi nonni, Illustre Signor Arafat, non ci hanno lasciato che qualche bella moschea e un libro col quale da millequattrocento anni mi rompono le scatole più di quanto i cristiani me le rompano con la Bibbia e gli ebrei con la Torah." Ovviamente, in questa sede, non mi interessa per niente la diatriba - squisitamente personale - tra la signora Fallaci e Arafat, in nome della quale la signora Fallaci è perfino disposta a manipolare la Cultura a suo piacimento. E il seguente testo non ha lo scopo di difendere Arafat che con questa discussione c'entra come i cavoli a merenda ma semplicemnte quello di dimostrare quanto la signora Fallaci sia malinformata, oppure in malafede.
    I popoli civilizzati del Mediterraneo che la Fallaci cita pomposamente non avevano delle cifre vere e proprie (basta pensare ai complicatissimi segni numerici degli antichi Egizi o alle poco maneggievoli cifre romane). I primi a sorpassare lo stadio primitivo della ripetizione e dell’assemblaggio di elementi isolati furono in realtà gli indiani. Nel 773 infatti, fu un astronomo indiano, Kankah, a presentarsi a Bagdad alla corte del califfo Al Mansur (745-775), noto per il suo incoraggiamento agli scienzati da qualunque paese provenissero. Al Mansur, puntualmente, ordinò la traduzione del libro di Kankah, Sindhind (Durata Eterna), in arabo. Grazie a questo libro, gli arabi si abituarono all’uso della numerazione indiana. E fin qui si potrebbe dare ragione alla signora Fallaci.
    Per spiegare ai banchieri, amministratori... ecc. il nuovo sistema di calcolo, i matematici arabi scrissero numerosi trattati con esempi pratici di calcolo. Trattati che furono poi tradotti in latino. È interessante ricordare che nelle traduzioni latine delle opere matematiche arabe lo zero veniva indicato con il termine ‘cephirum’, deformazione latina del termine arabo che indicava lo zero: ‘al-sifr’ (il vuoto). Passando in Occidente il termine servì non più per indicare lo zero ma l’insieme dei segni numerici arabi. Diventerà quindi ‘cifra’ in italiano, ‘chiffre’ in francese, ‘ziffer’ in tedesco.
    Dire però che gli arabi avevano solo importato poi introdotto in Occidente la grafia delle cifre è molto riduttivo e sminuisce considerevolmente l’apporto arabo alla civiltà umana, come afferma l’esperto tedesco Sigrid Hunke. Gli arabi infatti oltre ad aver sviluppato la grafia indiana, portando alla formazione dei segni numerici ancora oggi adottati in Occidente, svilupparono molte branche della matematica sconosciute prima di allora. La Trigonometria planare e sferica per esempio fu un’ invenzione araba. Idem per l’Algebra.
    Una marca dell’origine araba dell’Algebra ce l’abbiamo nella stessa X che usiamo per indicare l’incognita nelle equazioni matematiche. Deriva dall’arabo. Sembrerebbe buffo, dal momento che la X non esiste nell’alfabeto arabo. Eppure è vero: gli arabi indicavano l’incognita con il termine "shi’", ossia ‘la cosa’, che abbreviato diventava il suono ‘sh’. Ora, in vecchio spagnolo - e la Spagna rimase per molto tempo sotto il domino arabo - il segno X corrispondeva al suono ‘sc’. Ecco perché oggi apprendiamo a manneggiare la ‘cosa’ araba con il segno X, seguito per ordine alfabetico dall’Y e dallo Z.
    Le traduzioni latine delle opere arabe, di cui copie risalenti al XII secolo furono ritrovate in Spagna, e in seguito nella Wiener Hofbibliothek e nel convento di Salem a Heidelberg, in Germania, cominciavano con la citazione ‘Dixit Algoritmi: laudes deo rectori nostri atque defensori dicamus dignas’, che tradotta significa: ‘Così diceva Algoritmi: indirizziamo a Dio nostro Signore e protettore, le lodi che Egli merita.’ Ma chi era Algoritmi? O meglio chi era conosciuto in Occidente sotto il nome deformato di Algoritmi? Non è altro che al-Khoarizmi, nato nel 770 e morto nell’840. In realtà i matematici arabi furono tantissimi e il loro apporto fu considerevole (basta pensare a Al Ghazali, a Al Kindi, o a Ibn Qurrah), ma al-Khoarizmi è universalmente conosciuto come il fondatore dell’Algebra. Questo scienzato infatti non solo studiò a fondo la numerazione indiana ma la sviluppò nell'intento di dare soluzioni analitiche alle equazioni lineari e quadratiche. Sviluppò inoltre in dettaglio le tavole trigonometriche contenenti le funzioni del seno e il calcolo dei due errori, che lo portò ad enunciare il concetto di differenziazione 700 anni prima della creazione del calcolo differenziale. Al-Khoarizmi ha avuto inoltre l’indiscusso merito di esprimere i rapporti geometrici, prima analizzati dai greci, in cifre e formule matematiche. Ed è proprio dal titolo del suo trattato matematico, ‘al-gabr wa al-muqabilah’ (semplificazione delle equazioni) che deriva il termine moderno ‘Algebra’. Ed è dal suo proprio nome, deformato in latino (Algoritmi), che deriva anche il termine moderno ‘Algoritmo'.
    Forse tutte queste cose la Fallaci non le sapeva, o forse le ha volutamente ignorate. Peccato...
    Sherif El Sebaie


    http://www.aljazira.it/index.php?opt...ask=view&id=56

  4. #4
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    Oriana Fallaci:
    "Ed ora ecco la fatale domanda: dietro all'altra cultura (quella musulmana) che c'è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso..." "...[I musulmani] non ci hanno lasciato che qualche bella moschea e un libro col quale da millequattrocento anni mi rompono le scatole più di quanto i cristiani me le rompano con la Bibbia e gli ebrei con la Torah."

    ...ma sarà proprio vero?

    ...proviamo a vedere se è plausibile credere che la cultura araba possa aver influito anche nella crescita della nostra cultura...

    un esempio:

    1. Professoressa Corti, riguardo al tema dell’influenza della cultura araba in Dante, può descrivere in primo luogo l’importanza che nel corso del Duecento ebbero i centri di diffusione della cultura araba principalmente quelli della Toledo di Alfonso decimo il Savio e del regno di Sicilia di Federico II?
    Il Duecento è un secolo particolarissimo nella cultura italiana, perché è un secolo in cui i rapporti fra il mondo cristiano e il mondo musulmano si fanno molto più stretti, per tutta l’area mediterranea. E questo si deve soprattutto a un evento storico e alla grandezza di due personaggi che hanno dominato il Duecento, che sono Federico II, imperatore re di Sicilia e Alfonso decimo il Savio. Questi due personaggi, per ragioni particolari, nella loro infanzia furono molto legati al mondo arabo. Federico II, addirittura, visse da bambino quasi nell’ambiente arabo, dopo che morì sua madre. E a sua volta, Alfonso decimo, ebbe strettissimi rapporti familiari con le personalità della cultura araba. Questo contribuì a creare un fenomeno veramente affascinante che sarebbe bello che si ripetesse presso tutti i popoli: un fenomeno di trasmissione di cultura. Gli arabi portavano in Occidente soprattutto la cultura greca. La filosofia greca, la trascrivevano in arabo e poi i testi arabi venivano tradotti. Alfonso il Savio creò la famosa scuola di Toledo nella quale si traduceva tutto dai vari paesi del mondo, in castigliano, poi dal castigliano in latino o in francese antico.

    2 . Dal punto di vista delle influenze indirette, come e cosa attinge Dante dal patrimonio di temi, motivi e idee di origine islamica, che, nel quadro del fenomeno dell’interdiscorsività, circolavano nella cultura in cui egli operava?
    Il fenomeno dell’interdiscorsività è un fenomeno molto importante che è stato studiato da Bachtin. Quando due culture sono in stretto contatto, i vocaboli, le idee, i pensieri, i concetti di una cultura passano ovviamente all’altra e quindi non si riesce più a trovare la fonte diretta, perché quando un’espressione comincia a circolare non si sa più chi l’abbia creata o chi l’abbia messa in circolo. Questo è ciò che avviene per Dante. In Dante ci sono molti arabismi, che gli vengono per questo fenomeno dell’intertestualità. Non sono degli arabismi che Dante abbia appreso da un particolare libro. Un fenomeno che si può esemplificare subito è quello che ci dà l’episodio di Ulisse. In questa occasione Dante ci dice come Ulisse giunge alle colonne D’Ercole: "Là dove Ercole segnò i suoi riguardi a ciò che l’uom più oltre non si metta", cioè dove Ercole stesso ha messo il confine non si va. Dove sono le colonne D’Ercole? Sono nello stretto di Gibilterra, quindi lo stretto di Gibilterra, secondo questo concetto, era chiuso. Non si poteva uscire dallo stretto di Gibilterra. Ora, questa è una tradizione che è nata con gli arabi. Nel mondo greco e nel mondo latino, tutti passavano dentro e fuori dallo stretto di Gibilterra senza che succedesse niente. Gli arabi mettono questo divieto. E perché lo mettono? Lo mettono per poter meglio dominare il commercio marittimo nel Mediterraneo. Come è chiamato questo divieto in arabo? È chiamato safì, e noi lo sappiamo perché, per esempio, un autore contemporaneo di Dante, Guido delle Colonne, ha scritto un’opera in cui alle colonne c’era quella cosa che in saracenica lingua dicitur "safì", cioè che in lingua araba si chiama "safì". Questo divieto non lo troviamo accolto solo da Dante, ma lo troviamo, per esempio, in un’altra opera del Duecento che prova appunto questa circolarità: un trattato che si chiama "Il mare amoroso". In questo trattato, l’uomo per esprimere il desiderio che ha della donna dice: "la seguirei fino al braccio di safì, là dove una man dice nimo ci passi". Ora questo brano è sempre stato commentato in questo modo: siccome si chiama "braccio" di Gibilterra, allora il poeta avrebbe usato la metafora "mano". Invece non è così: c’era una statua di Maometto, altissima, in bronzo (poi dorata). E questa statua aveva la mano sinistra che era volta verso lo stretto di Gibilterra e faceva segno no: non dovete passare. Ora, questa è la prova di come si possano usare dei vocaboli della cultura araba, senza quasi pensare al fatto che siano arabi.

    3. Dal punto di vista dell’intertestualità (ossia del rapporto con le fonti dirette con i testi e le opere della cultura araba), come giungono questi nelle diverse traduzioni sino a Dante? E quali autori, tra cui Brunetto Latini, hanno contribuito a fargliele conoscere?
    La scuola di Toledo, come ho già accennato, aveva il compito di tradurre questi testi arabi in lingue abbordabili dai cristiani e dai mediterranei. Quindi, teoricamente, tutto quello che era tradotto alla scuola di Toledo si poteva leggere. Ma noi dobbiamo porci il problema di come Dante abbia avuto dei testi arabi tradotti. Dobbiamo avere la prova per dire che esiste un fenomeno di intertestualità, e soprattutto se esiste un fenomeno di fonte. Ora, noi sappiamo, per esempio, un dato molto importante: alla scuola di Toledo c’era un traduttore, che era Bonaventura da Siena (cioè un toscano), che faceva anche il notaio per re Alfonso. Ora, questi tradusse un libro che fu composto in arabo nell’ottavo secolo, questo libro è intitolato Liber Scalae Maometti (Libro della scala di Maometto). É un libro in cui si racconta il viaggio di Maometto nell’aldilà, accompagnato dall’arcangelo Gabriele nel paradiso e nell’inferno. Prima vanno in paradiso e dopo all’inferno: il purgatorio non c’è nella religione araba (e quindi questo non ci riguarda), ma Dante prende lo stesso anche per il purgatorio degli elementi da quest’opera. Quest’opera come è arrivata a Dante? Intanto, noi sappiamo che quest’opera era diffusa. Tanto è vero che Faziodegli Uberti nel Dittamondo la cita, a un certo verso dice: "il libro della scala". Quindi era un libro noto in Occidente: non era strano che Dante occupandosi dell’oltretomba leggesse un libro in cui Maometto va a fare un viaggio nell’oltretomba. Ma c’è anche qualche elemento in più, molto importante: Dante avvicinò molto Brunetto Latini. Brunetto Latini è un personaggio di enorme importanza. Noi in Italia non l’abbiamo ancora messo in luce, come hanno fatto invece in Spagna. Lo consideriamo quasi un maestro di Dante, un uomo che faceva dell’attività politica a Firenze. E invece, Brunetto Latini, non solo stette molto nella Castiglia (a Oviedo), ma fu amico di re Alfonso Decimo e, guarda caso, avvicinò alla corte di re Alfonso Decimo proprio il traduttore di quest’opera: Bonaventura da Siena. Ci stupirebbe che Brunetto Latini torna in Italia e, sapendo che Dante deve fare la Divina Commedia, non gli dice: "Guarda che c’è un’opera che tratta di questo". Quindi abbiamo molti elementi che ci portano a questa conclusione.

    4. Lei ha preso in esame, nel saggio "Dante e la Torre di Babele", il pensiero linguistico di Dante, con particolare riferimento al primo libro De Vulgari eloquentia. Traendo spunto dall’interpretazione in chiave di allegoria laica e cittadina dell’episodio biblico della torre di Babele, lei sottolineava come Dante avesse colto la funzione sociale del segno linguistico. Anche il problema dell’origine delle lingue riceve nuova luce, se lo si rapporta al fatto che Dante vede nella confusio linguarum postbabelica, tra l’altro, un riflesso dell’imperfezione umana. Su queste tematiche è ritornata nel libro "Percorsi dell’invenzione". Qual è la sua posizione attuale su questi problemi?
    Ho superato in parte quella posizione che avevo, l’ho migliorata. Ho migliorato gli esiti, perché, nel passare del tempo, mi sono resa conto che i contatti di Dante con Alfonso il Savio erano abbastanza robusti, come ci dimostra il passaggio di Brunetto Latini da Oviedo a Firenze. Dante, nel De vulgari eloquentia, ci descrive la torre di Babele. La descrive, nella prima parte, come è nella Bibbia: cioè la costruzione della torre. A un certo punto, comincia la seconda parte biblica, cioè la distruzione della torre di Babele da parte di Dio, per punizione. Donde la confusio linguarum, cioè: gli uomini non si capiscono più per divina punizione. Quando in passato descrissi questo, mi accorsi che in Alfonso il Savio nella Historia General,si racconta l’episodio della torre di Babele in modo molto simile a quello di Dante. Tutti e due dicono non che tutti gli uomini non si capissero l’uno con l’altro, ma che quelli di una confraternita (di una corporazione) si capivano tra di loro e non capivano quelli di un’altra corporazione. Quelli della stessa corporazione avevano eadem lingua, la stessa lingua. Questo lo dice anche Alfonso il Savio. Allora io in passato dicevo: chissà come mai questi due autori, così diversi, uno sta in Italia e uno sta in Spagna, dicono la stessa cosa? Ci sarà una fonte latina che non abbiamo ancora trovato che dava questa notizia. E invece, sono passati gli anni, io ho cercato la fonte latina, ma non c’è. Tutti quelli che parlano della torre di Babele come *Estor, Saint-Beuve*, ecc., non citano assolutamente questo episodio, parlano della confusione delle lingue generale. Ecco allora che mi sono persuasa che, questo motivo, Dante lo ha preso da Brunetto Latini, come motivo che si trovava nel testo arabo-latino (insomma il testo di Alfonso il Savio). Alfonso il Savio aveva una cultura che era quasi completamente di origine araba. Quindi questo sarebbe un nuovo elemento di cultura araba che abbiamo trovato, in questi anni con la ricerca, nel De vulgari eloquentia.

    5. Professoressa Corti, lei nel libro "Percorsi dell’invenzione" ha analizzato attentamente l’episodio di Ulisse nel canto ventiseiesimo dell’Inferno, importante in quanto il suo naufragio nel viaggio oltre le colonne D’Ercole nello stretto di Gibilterra, simboleggia l’inevitabile esito del folle volo, ossia, della sua sete di sapere, della volontà di conoscere l’ignoto. In particolare, il divieto di oltrepassare quel luogo geografico simbolico - assente nella tradizione greca o latina - non sarebbe un’invenzione dantesca, in quanto deriverebbe piuttosto da un’idea di origine arabo–ispanica. Può ripercorrere le tappe della ricostruzione di questo tema?
    Credo di essere la prima ad aver trovato delle prove che il mito del naufragio di Ulisse non è un’invenzione dantesca. C’è un saggio bellissimo di Fubini su Dante che ha inventato questo naufragio di Ulisse, ma invece la cosa non è vera. Perché? Abbiamo delle prove sicure: il geografo Strabone che nel Geografica,nel 58 d. C., scrive che sopra lo stretto di Gibilterra, nelle montagne, c’era una città che si chiamava "Odussea". Ora, Odussea come noi sappiamo è il nome di Ulisse perché Ulisse in greco si dice "Odisseus", quindi Odussea vuol dire "città di Odisseo", "città di Ulisse". Di fianco questa città, Strabone prova - soprattutto con testimonianze di studiosi greci che c’erano già stati - che c’era un tempio dedicato alla dea Atena, la protettrice di Ulisse. Ma - e qui viene il bello - in questo tempio c’erano, come souvenir appesi alle pareti, dei pezzi della nave di Ulisse naufragata, dei ricordi del naufragio del poeta. Quindi, a questo punto, non sappiamo da chi Dante abbia preso questa notizia, ma non l’ha inventata lui. Per di più, io ho trovato nella Historia General scritta da Alfonso il Savio, che si racconta di un viaggio di Ulisse fondatore di Lisbona (Lisbona si chiamerebbe "Ulissipona" cioè "territorio di Ulisse"), di un viaggio di ritorno: Ulisse ha la nostalgia poi di tornare da Penelope, dal figlio, ecc., parte, e la notte sogna il proprio naufragio. Quindi, questo tema del naufragio è un tema ricorrente nell’epoca medioevale in vari testi. Da quale testo Dante abbia preso questa notizia non possiamo saperlo, però egli aveva bisogno di questa notizia del naufragio, perché contrappone se stesso ad Ulisse. Ulisse è l’uomo alla ricerca della verità, l’ha persa ed è andato a fondo, mentre Dante ricercando la verità ha superato l’inferno è arrivato in purgatorio, e poi in paradiso. All’inizio dell’inferno, del purgatorio e del paradiso, Dante mette dei versi che provengono dall’episodio di Ulisse, proprio per dire al lettore: "Sta attento che mi rifaccio là". Solo che Ulisse è morto, è andato a fondo ‘come altrui piacque la nave andò giù, mentre Dante ‘come altrui piacque, cioè come a Dio piacque - ripete questa espressione - sale in paradiso. Questo naufragio è anche servito a Dante perché ricalca un po’ la metafora del naufragio descritto da sant’Agostino, che è il naufragio dei filosofi che non cercano la verità, cercano degli errori e naufragano, prima di raggiungere il porto della verità. Ecco, noi sappiamo che Ulisse rappresenta qui quei filosofi, di cui parleremo, i filosofi dell’aristotelismo radicale, che Dante usa. Non solo, per un certo periodo, ha aderito a loro, ma poi avendoli abbandonati, ha fatto naufragare il suo personaggio che li rappresenta. Ulisse nell’inferno usa un’espressione di Boezio di Dacia: "Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza". É quello che Ulisse disse ai suoi compagni di viaggio, che è una frase scritta nel De Summo Bono di Boezio di Dacia. Quindi i riferimenti sono tutti chiari: Ulisse diventa personaggio simbolico del naufragio dell’aristotelismo radicale.

    6. Nell’inferno il contrappasso svolge una funzione centrale, ma il contrappasso - che è un tipo di punizione in stretta relazione alla colpa commessa - è però, come lei sottolinea, diffuso in tutta la letteratura religiosa e islamica. Ci può indicare i luoghi, come quello della nona bolgia dell’inferno (ove sono presenti i seminatori di discordia), in cui la similitudine tra la versione dantesca e quella araba è inequivocabile? E questo fenomeno di interdiscorsività e intertestualità, ovvero di riferimento a dei particolari testi?
    Abbiamo detto prima che Dante ha conosciuto il Libro della Scala, il Liber Scalae Maometti, che era stato tradotto appunto da un fiorentino alla scuola di Toledo. Ora, questo libro Dante lo usa molto. (Do intanto la notizia che questo libro lo stiamo stampando adesso in un’edizione critica, lo sta stampando una mia allieva presso la casa editrice Guanda). In questo libro si parla di Maometto che arriva, girando l’inferno, dove sono i seminatori di discordia. Teniamo presente un fatto che a parer mio è importantissimo: seminatori di discordia, homines qui seminant discordiam è una metafora, la metafora della seminagione. Ora, Dante usa la stessa metafora della seminagione del libro della scala. Là si dice: "qui seminant discordiam", qui si dice "seminatori di discordia", e proprio nei seminatori di discordia, Dante esemplifica la teoria del contrappasso. Cos’è la teoria del contrappasso? Se l’uomo ha commesso delle colpe, verrà punito patendo in rapporto alla colpa che ha commesso. Questo concetto c’è anche nella religione cristiana, però il tipo di contrappasso che usa Dante, sia nell’inferno che nel purgatorio, gli viene dal mondo arabo e gli viene proprio da questo Libro della Scala. Infatti, proprio qui, nel Libro della Scala, parlando dei seminatori di discordia, l’autore arabo dice: "… come il seminatore di discordia usava la lingua… ecco che qui viene punito col taglio della lingua", e dà degli esempi precisi di questa legge del contrappasso.

    7. Quali sono le principali analogie rintracciate nel suo importante libro "Dante e l’Islam" dallo studioso Miguel Asin Palacios, tra l’escatologia musulmana - in cui però non c’è posto per il purgatorio - e la visione di Dante? Palaciosinsiste in particolare sulle analogie con la mistica araba.
    Asin Palacios ha scritto un libro importantissimo è Storia della escatologia musulmana, però non cerca le fonti, dà un quadro della cultura araba. Ci fornisce moltissimi testi arabi che parlano dell’oltretomba, dove c’è Maometto che va a visitare l'inferno e il paradiso, ma da qui, noi abbiamo solamente notizie che questi testi circolavano. C’erano notizie di interdiscorsività, ma non di fonte, non di intertestualità. Non c’è nessuno dei testi dati da Asin Palacios, che si possa provare essere una fonte di Dante. Per esserlo bisogna che nel testo che è fonte e nel testo che subisce la fonte, ci siano non solo i racconti di eguali episodi, cioè corrispondenze tematiche, ma ci devono essere corrispondenze formali. Ho appena detto che, per esempio, nel Libro della Scala c’è la metafora dei seminatori di discordia e Dante prende i seminatori ... quegli elementi ci devono essere, cioè delle corrispondenze formali, per cui io possa dire: "Dante ci ha messo gli occhi sopra". Ora questo con Asin Palacios, purtroppo, non si può fare, perché non era nemmeno nelle sue intenzioni. Asin Palacios voleva semplicemente dire: "Guardate quanti testi arabi hanno trattato l’argomento della commedia di Dante". Nella sua difesa lo dice: "Non mi sono occupato di fonti, mi sono occupato di dare un panorama arabo". Mentre invece noi sappiamo che il Libro della Scala è una fonte. Non solo c’è l’episodio del seminatore di discordia, ma che c’è tutto Malebolge. Le bolge di Malebolge vengono quasi tutte da queste. Non è questa la sede, non abbiamo i testi davanti per discutere questo fenomeno, però sia l’episodio dei ladri coi serpenti, sia l’episodio dei fraudolenti avvolti nelle fiamme, vengono fuori tutti in dal Libro della Scala. Non solo, ma cosa più importante di tutte, viene fuori la città di Dite. Dante mette un altro inferno, poi mette la città di Dite, e poi un basso inferno. Il basso inferno viene dagli arabi, la città di Dite pure. Essa è descritta da Dante allo stesso modo di come, nel Libro dalla Scala, è descritta l’abitatio diaboli: ci sono delle case tutte infuocate, hanno un fuoco perenne che le distrugge (e chi si ricorda la città di Dite di Dante sa che c’è questo fuoco). Non solo, ma addirittura ci sono dei valla, cioè delle fortificazioni, su cui stanno queste (e lo stesso nella città di Dite). Ci sono i diavoli che girano intorno alle porte, ma c’è una porta principale dalla quale si scende al basso inferno (e c’è anche questo nel Libro della Scala). Abbiamo veramente gli elementi per dire che siamo in presenza di una fonte di Dante.
    Credo che Dante ce l’abbia voluto indicare. Dante spesso, quando usa una fonte, dà dei segnali perché i lettori capiscano che fonte ha usato. Qui che segnali usa? Un segnale divertentissimo, ma nessuno lo ha notato: le case le chiama "meschite". "Meschite" è un termine arabo per indicare la casa e la moschea. Siamo quindi fuori di ogni dubbio che Dante qui ha usato la fonte precisa.

    8. Professoressa Corti, può illustrare la rilevanza da lei definita strutturale del testo arabo "Il Libro della Scala" dell’ottavo secolo, che descrive il viaggio all’inferno e l’ascensione al paradiso da parte di Maometto guidato dall’arcangelo Gabriele, nell’indicazione di Dante secondo un modello analogico del suo viaggio nel mondo ultraterreno e della costruzione interna di quest’ultimo nella Divina Commedia.
    Dunque, già con quello che ho detto si prova che l’inferno dantesco è strettamente legato al viaggio di Maometto, nel Libro della Scala. Molto importante è il fenomeno anche per quanto riguarda il paradiso. Il purgatorio naturalmente non c’è nella religione araba. Nel paradiso Dante si ispira a una concezione araba, che lo stesso San Tommaso chiama metafisica della luce di origine araba, dice che gli arabi sono più importanti nel piano dello studio della metafisica della luce. Ma cos'è la metafisica della luce? È lo studio della luce come elemento che coincide quasi con la divinità: la divinità è luce (claritas) come ha detto nel testo latino. Dante prende senza dubbio qualche cosa da qui, e prende anche alcuni concetti nella struttura generale del viaggio nel paradiso: per esempio, il concetto che la luce divina non si può fissare. Non si può guardare in faccia Dio: ci si acceca! Dante parla della perdita della visione di Dio, e questo avviene identico, con le stesse frasi, nel Libro della Scala. Anzi, in quell’opera si dice una cosa che Dante ripete proprio alla lettera: "…quando non ho più potuto vedere cogli occhi, l’ho sentita nel cuore la presenza di Dio". Ecco, questo c’è in tutti e due i testi. In Dante c’è anche un concetto che è chiaramente spiegato dagli arabi: non potendo guardare la luce di Dio direttamente bisogna guardarla indirettamente, cioè vederla riflessa in qualche cosa. Solo allora la si può vedere. Dante che cosa fa? La vede riflessa negli occhi di Beatrice, e continua a dire che negli occhi di Beatrice vede la luce di Dio. Questi sono tutti elementi della struttura stessa. Un altro elemento fondamentale del paradiso è l’identificarsi della luce con la musica, e col fatto che gli angeli ruotino in circolo. Questo girare continuo dei cherubini e delle alte sfere angeliche produce la musica, che è la musica divina che si unisce alla luce e al canto degli angeli. Sono tutti elementi che si trovano già nel mondo arabo.

    9. In un suo saggio di taglio più strettamente filosofico, "Dante: a un nuovo crocevia", vengono indagati i rapporti tra Dante e la grammatica speculativa, la logica modista. Quali sono i rapporti tra Dante che, si ricordi, con sottigliezza nel De Monarchia si serve dell’argomentazione sillogistica e la logica medioevale?
    Io mi sono sempre domandata, prima di approfondire gli studi della logica formale medioevale, perché Dante dovendo fare un trattato che è intitolato De vulgari eloquentia (cioè vuol dire dell’eloquentia, della scrittura elegante, dell’eloquenza volgare e non della grammatica) ci descrive nei primi quattordici capitoli tutti i dialetti d’Italia? Per quale motivo? Sembra quasi inspiegabile, cosa c’entrava parlare dei dialetti d’Italia? In fondo nessuno lo spiega. Lo si può fare se ci si collega alle ricerche che Dante ha fatto sulla logica formale. Dante, studiando questi aristotelici radicali, è venuto a contatto con un concetto che lo ha entusiasmato, un concetto che noi oggi conosciamo attraverso dei linguisti americani (Chomsky, ecc.): gli universali linguistici. Dante ha pensato in questo modo: "Questi filosofi studiano tutte le lingue del globo e trovano che tutte hanno qualche cosa in comune, e questi elementi comuni costituiscono gli universali linguistici". Dante che vuol studiare la lingua della poesia quindi pensa: ".. allora io prendo tutti i dialetti italiani, li faccio passare tutti, e faccio vedere che in questi non ci sono gli universali linguistici, sono dei dialetti, semplicemente dialetti". Invece il linguaggio poetico che Dante crea con lo stil novo è un linguaggio che Dante definisce fatto coi simplicissima signa. Questi "simplicissimi signa" sono i prima principia della logica di questi filosofi medievali, cioè sono gli universali linguistici. Dante fa un discorso molto raffinato, molto complesso (mi scuso di volgarizzarlo così, con poche parole semplici): la gente, quando parla usa le varie parlate, ma quando fa poesia usa i simplicissima signa, cioè usa gli universali linguistici. Per questo il linguaggio della poesia è un linguaggio formale, dove non si deve comunicare agli altri, ma si comunica a se stessi (con il proprio linguaggio poetico). Dante ha in comune con Cavalcanti questa concezione. Con Cavalcanti ebbe in comune tutta la teoria aristotelica che però poi Dante non accetta, perché per scrivere la Divina Commedia, ha bisogno della solidità del mondo cattolico. Però coglie questo concetto di simplicissima signa che è un concetto profondissimo che possiamo ritrovare. Quindi, la teoria dei simplicissima signa in Dante è importantissima, perché, non solo è un preannuncio di quella che sarà la teoria moderna degli universali linguistici, ma dà anche questo carattere di universalità al linguaggio poetico, di fronte alle parlate che lui ha descritto prima nell’opera (che invece sono le parlate comuni). A questo punto diventa anche chiaro perché Dante abbia parlato dei dialetti italiani. Per usare la stessa immagine: come per i filosofi modisti, non ci sono gli universali linguistici, ma solo dei segnali che fanno capire che devono essere altrove e per affermarlo esaminano e descrivono tutte le lingue, così Dante esamina e descrive tutte le parlate italiane, per poter sostenere che non ci sono gli universali linguistici. Sono presenti invece nel "dolce stil novo" che è la creazione poetica di Dante.

    10. Professoressa Corti, dopo gli studi di Gilson, Nardi, e altri, sembra definitivamente superato il luogo comune della scarsa originalità filosofica di Dante, soprattutto se si pensa alla ricchezza di motivi speculativi presenti nel Convivio. Per altro, la dipendenza di Dante da fonti che solo recentemente sono state individuate, ci consente non solo di fare esercizi di esegesi intertestuale ma anche di analizzare l’originalità della ricezione dantesca di vari testi filosofici. Può dare qualche esempio in proposito?
    Certo. Posso dare come esempio proprio il Convivio. Noi adesso abbiamo citato il De vulgari eloquentia, che già ci ha mostrato come la teoria degli universali linguistici viene fuori in Dante (che poi non verrà più fuori per molti secoli). Ma nel Convivio il discorso diventa proprio strettamente filosofico. Dante nei primi tre trattati del Convivio segue la filosofia degli aristotelici radicali, e la descrive anche in quelle canzoni con una bellissima donna che gli appare: "amor che nella mente mi ragiona..." (uno dei versi più belli della letteratura italiana). Poi ha una crisi. Sta cominciando l’inferno, sta cominciando la Commedia, quando ha una crisi. Per cui crea il personaggio di Ulisse come antitetico a sé e lo manda a fondo, come abbiamo visto prima. Mentre lui si salva, perché non segue più gli aristotelici radicali, segue invece la filosofia tomistica. Ecco, nel quarto trattato del Convivio, che è stato scritto a distanza dai primi tre, notiamo come il linguaggio filosofico di Dante muta parecchio. Può stupire questa cosa, ha stupito anche molti studiosi questo fatto: che Dante ritorni all’Aristotele quale è descritto da san Tommaso e non all’Aristotele quale è descritto dagli aristotelici radicali. Che Aristotele è? È l’Aristotele autore dell’Etica nicomachea, che è l’opera che è commentata nel Convivio di Dante. L’Etica nicomachea era un’opera che trattava di tutte le forme della moralità. Ci sono descritti tutti i vizi e tutte le virtù, e c’è veramente un superamento rispetto alla posizione dei primi tre trattati. Un superamento che è dovuto al nuovo influsso che Dante riceve da san Tommaso. Nei primi tre trattati, quando segue l’aristotelismo radicale, Dante usa anche una traduzione araba (ci siamo daccapo con l’arabo) alessandrina - fatta ad Alessandria D’Egitto - dell’Etica nicomachea. Vediamo proprio che Dante supera - ma lo fa spesso anche nella Commedia, di superare un pensiero passato e di portarlo alla fase attuale della ricerca - questa visione degli aristotelici radicali (che era stata accolta anche dagli arabi), e arriva invece alla concezione tomistica. Quindi, questo approfondimento di Dante, questo superamento della concezione a cui si era fermato il Cavalcanti (il Cavalcanti è aristotelico radicale per tutta la vita), mostra un travaglio filosofico interiore che è per noi segnale della profondità della riflessione filosofica dantesca.

    http://www.emsf.rai.it/interviste/in...te.asp?d=490#1

 

 

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