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  1. #1
    Omia Patria si bella e perduta
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    Post Economia politica e dintorni.....

    Apro questa discussione per parlare di economia politica sia dal punto di vista teorico che empirico.

    Vorrei che questo diventasse uno spazio in cui tutti possano chiedere informazioni, discutere di politica economica e magari imparare come districarsi nelle innumerevoli correnti che dividono il pensiero economico.

    Girando per i vari forum di POL mi sono accorto che molti utenti discutono di economia senza aver praticamente alcuna nozione di economia e ritengo che questo sia molto grave.

    Se non si ha qualche rudimento di economia politica non si è in grado di capire se la riforma delle pensioni è una fregatura o meno, quali sono gli effetti della politica fiscale o anche il senso di molte scelte della Banca Centrale Europea.

    Più in profondità vengono a mancare gli strumenti per criticare le ideologie prevalenti nel mondo capitalistico (che sono economiche) e si è incapaci di resistere alla forza dei luoghi comuni ideologici che ci vengono continuamente propinati. Non a caso Marx prima di fare la critica dell'economia politica dedicò anni e anni ad intensi studi economici, perché aveva capito che i rapporti sociali dominanti si definiscono proprio in ambito economico.

    Insomma conoscere l'economia politica dal punto di vista teorico ed empirico è utile ed opportuno e spero che tutti contribuiscano alla crescita di questa discussione.

    Nota:
    Io spero che al dibattito partecipino persone appartenenti a tutte le correnti del pensiero economico e, appunto per questo, vorrei dire a coloro che denunciano il signoraggio e pensano che la Banca d'Italia sia controllata dagli azionisti, di astenersi.
    Se volete aprite un'altra discussione e vi dirò perché il signoraggio è positivo e chi controlla Bankitalia, ma questa discussione non è il luogo opportuno.

  2. #2
    Omia Patria si bella e perduta
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    Comincio io con un bell'articolo del Prof. Giorgio Lunghini in cui si parla di Keynes, della politica economica e dalla situazione attuale delle nostre economie.

    Lunghini Giorgio
    La rivista del Manifesto
    n°2 – gennaio 2000
    La riflessione più urgente a me pare sia questa: quale possa e debba essere il ruolo dello Stato nella attuale situazione economica e sociale (per semplicità, dopo l'esaurimento del fordismo e la conseguente mondializzazione dell'economia). Qualche principio di risposta si trova nella scoperta, tardiva e timida, di J. M. Keynes, un autore tradizionalmente poco amato dalla sinistra e che invece delinea una prospettiva di grande interesse per una sinistra teoreticamente orfana e politicamente disorientata. Non è però il Keynes del breve periodo e della spesa pubblica purchessia cui si dovrebbe guardare, ma il Keynes che ne La fine del laissez faire propone questo criterio di agenda: "Dobbiamo tendere a separare quei servizi che sono tecnicamente sociali da quelli che sono tecnicamente individuali. L'azione più importante dello Stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d'azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto". È dunque il Keynes dell'ultimo capitolo della Teoria generale, delle Note conclusive sulla filosofia sociale verso la quale la teoria generale potrebbe condurre. Il termine 'filosofia' non deve trarre in inganno: in verità si tratta di una lucida analisi dei 'difetti' del capitalismo e di un disegno di politica economica teoricamente ben fondato. Né si potrà dire che proprio la fine del fordismo rende obsoleto il pensiero keynesiano, posto che i problemi di oggi sono quelli che Keynes denuncia nel '36 (così come il crollo del Muro non seppellisce il pensiero di Marx).
    I difetti più evidenti della società economica in cui viviamo, scrive il Keynes che qui di seguito ampiamente riprendo, sono l'incapacità a assicurare la piena occupazione e una distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito. Oggi come ai tempi di Keynes, i più pensano che l'accumulazione del capitale dipenda dalla propensione al risparmio individuale, e che dunque in larga misura l'accumulazione di capitale dipende dal risparmio dei ricchi, la cui ricchezza risulta così socialmente legittimata. Proprio la Teoria generale mostra invece che, sino a quando non vi sia piena occupazione, l'accumulazione del capitale non dipende affatto da una bassa propensione a consumare, ma ne è invece ostacolata. Il risparmio disponibile presso le istituzioni finanziarie, d'altra parte, è maggiore di quello necessario, così che una redistribuzione del reddito intesa a aumentare la propensione media al consumo potrebbe favorire l'accumulazione del capitale. Il luogo comune, secondo cui le imposte di successione provocherebbero una riduzione della ricchezza capitale del paese, è dunque infondato. Oltre che garantire il principio (liberale) dell'eguaglianza dei punti di partenza, alte imposte di successione favorirebbero l'accumulazione di capitale, anziché frenarla. Il ragionamento di Keynes tende dunque alla conclusione che "l'aumento della ricchezza, lungi dal dipendere dall'astinenza dei ricchi, come in generale si suppone, da questa è probabilmente ostacolato: viene così a cadere una delle principali giustificazioni sociali della diseguaglianza delle ricchezze".
    Conoscendo il genere umano, Keynes aggiunge che alcune pregevoli attività richiedono il movente del guadagno e la proprietà privata della ricchezza, affinché possano esplicarsi completamente: "L'esistenza di possibilità di guadagni monetari e di ricchezza privata può instradare entro canali relativamente innocui pericolose tendenze umane, le quali, se non potessero venire soddisfatte in tal modo, cercherebbero uno sbocco in crudeltà, nel perseguimento sfrenato del potere e dell'autorità personale. È meglio che un uomo eserciti la sua tirannia sul proprio conto in banca che sui suoi concittadini; ma per stimolare queste attività e per soddisfare queste tendenze non è necessario che le poste del gioco siano tante alte quanto adesso. Nella repubblica ideale verrebbe insegnato o consigliato agli uomini di non interessarsi affatto alle poste del gioco, tuttavia può essere saggia e prudente condotta di governo consentire che la partita si giochi, sottoponendola a opportune norme e limitazioni, sino a quando la media degli uomini, o anche soltanto una parte rilevante della collettività, sia di fatto dedita tenacemente alla passione del guadagno monetario".
    Il secondo passo del ragionamento di Keynes riguarda il saggio di interesse. La giustificazione normalmente addotta per un saggio di interesse moderatamente alto è la necessità di incentivare il risparmio, nell'infondata speranza di generare così nuovi investimenti e nuova occupazione. È invece vero, a parità di ogni altra circostanza, che gli investimenti sono favoriti da saggi di interesse bassi; così che sarà opportuno ridurre il saggio di interesse in maniera tale da rendere convenienti anche investimenti a redditività differita e bassa agli occhi del contabile, quali normalmente sono gli investimenti a alta redditività sociale. Di qui la cicuta keynesiana, di straordinaria attualità: "l'eutanasia del rentier e di conseguenza l'eutanasia del potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsità del capitale". (Qualche anno fa un bombarolo pentito mi aveva rimproverato di propagandare questa tesi, sostenendo che incitava all'odio di classe.) Oggi l'interesse non rappresenta il compenso di alcun sacrificio genuino, argomenta Keynes. Il possessore del capitale può ottenere l'interesse perché il capitale è scarso. A differenza delle risorse naturali, tuttavia, non vi sono ragioni intrinseche della scarsità del capitale. In ogni caso sarà possibile, per il tramite dello Stato, far sì che il risparmio collettivo sia mantenuto a un livello che permetta l'accumulazione di capitale sino al punto al quale esso non è più scarso. "Potremmo dunque mirare in pratica (non essendovi nulla di tutto ciò che sia irraggiungibile) a un aumento del volume di capitale finché questo non fosse più scarso, cosicché l'investitore senza funzioni non riceva più un premio gratuito; e a un progetto di imposizione diretta tale da permettere che l'intelligenza e la determinazione e l'abilità del finanziere, dell'imprenditore et hoc genus omne (i quali certamente amano tanto il loro mestiere che il loro lavoro potrebbe ottenersi a molto minor prezzo che attualmente) siano imbrigliate al servizio della collettività, con una ricompensa a condizioni ragionevoli." Keynes aggiunge qui un corollario oggi blasfemo: "Rimarrebbe da decidere in separata sede su quale scala e con quali mezzi sia corretto e ragionevole chiamare la generazione vivente a restringere il suo consumo in modo da stabilire, nel corso del tempo, uno stato di benessere per le generazioni future".
    Tutto sommato, i tempi di Keynes dovevano essere molto più vivaci e progressisti dei nostri, se Keynes giudicava la teoria che ho riassunto sopra "moderatamente conservatrice nelle conseguenze che implica". Essa infatti comporta la necessità di stabilire alcuni controlli centrali in materie ora lasciate in gran parte all'iniziativa individuale, ma non tocca altri campi di attività. Lo Stato dovrà esercitare un'influenza direttiva circa la propensione al consumo, in parte attraverso il fisco, in parte fissando il saggio di interesse e in parte, forse, in altri modi. Sembra però improbabile che l'influenza della politica monetaria e creditizia possa essere sufficiente a determinare un ritmo ottimo di investimento: "Ritengo perciò che una socializzazione di una certa ampiezza dell'investimento si dimostrerà l'unico mezzo per consentire di avvicinarci alla piena occupazione, sebbene ciò non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi con i quali la pubblica autorità collabori con l'iniziativa privata. Ma oltre a questo non si vede nessun altra necessità di un sistema di socialismo di Stato che abbracci la maggior parte della vita economica della collettività. Non è la proprietà degli strumenti di produzione che è importante che lo Stato si assuma. Se lo Stato è in grado di determinare l'ammontare complessivo dei mezzi dedicati a aumentare gli strumenti di produzione e il saggio base di remunerazione per coloro che li posseggono, esso avrà compiuto tutto quanto è necessario". Keynes sapeva bene che il suo manifesto era, se non rivoluzionario, oltraggiosamente radicale ("Suggerire un'azione sociale per il bene pubblico alla City di Londra è come discutere L'origine delle specie con un vescovo sessant'anni fa."). Perciò spiegava che l'allargamento delle funzioni di governo da lui predicato, mentre sarebbe sembrato a un pubblicista del secolo XIX o a un finanziere americano contemporaneo una terribile usurpazione ai danni dell'individualismo, era da lui difeso "sia come l'unico mezzo attuabile per evitare la distruzione completa delle forme economiche esistenti, sia come la condizione di un funzionamento soddisfacente dell'iniziativa individuale". Timore che sembra evocare lo spettro della rovina comune prefigurato dall'altro manifesto.
    L'assunzione di questa prospettiva era imposta, per il Keynes del '36, anche da importanti e lungimiranti considerazioni politiche: "il mondo non tollererà ancora per molto tempo la disoccupazione, che è associata, inevitabilmente associata, con l'individualismo capitalista d'oggigiorno". L'assunzione di questa stessa prospettiva sarebbe inoltre più favorevole alla pace di quanto non sia un sistema teso alla conquista dei mercati altrui. Se le nazioni imparassero a costituirsi una situazione di piena occupazione mediante la loro politica interna, non vi sarebbero più ragioni economiche per contrapporre l'interesse di un paese a quello dei suoi vicini: "il commercio internazionale cesserebbe di essere quello che è ora, ossia un espediente disperato per preservare l'occupazione interna forzando le vendite sui mercati esteri e limitando gli acquisti - metodo che, se avesse successo, sposterebbe semplicemente il problema della disoccupazione sul vicino che ha la peggio nella lotta - ma sarebbe uno scambio volontario e senza impedimenti di merci e servizi, in condizioni di vantaggio reciproco".
    Nella chiusa della Teoria generale Keynes si chiede se l'avverarsi di queste idee sia speranza visionaria o se gli interessi che esse frustreranno non saranno più forti di quelli che esse promuoveranno. Inguaribile ottimista, Keynes si risponde che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente ma dopo un certo intervallo, poiché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie fanno presa prima che abbiano venticinque o trent'anni di età. "Presto o tardi, tuttavia, sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male".
    Fatto il conto delle generazioni tra il '36 e oggi, è dunque tempo che gli uomini della pratica, i quali si credono liberi da qualsiasi influenza intellettuale, scoprano come vivo questo economista defunto. Vi troveranno almeno una risposta analoga a quella che il gatto dà ad Alice nel paese delle meraviglie. Alice aveva chiesto al gatto: "Potrebbe dirmi, per favore, che strada dovrei prendere?". La risposta del gatto, che aveva lunghi unghioli e tanti denti, fu: "Dipende molto da dove vuoi andare".

  3. #3
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    Continuo con due articoli sulla crisi finanziaria di quest'estate.... il primo spiega in modo semplice come lavora una banca centrale, mentre il secondo presenta un'analisi delle ragioni della crisi.

    Da http://www.lavoce.info/news/view.php...875&from=index

    22-08-2007
    Come interviene la Fed. Domande e risposte* Stephen Cecchetti
    Iniziamo dai fatti: Giovedì 9 agosto 2007 l’Open Market Trading Desk (il Desk) della Federal Reserve ha immesso 24 miliardi di dollari nel sistema bancario statunitense. Ciò è stato fatto nella stessa mattinata in due operazioni di uguale portata, una alle 8:25 e una 70 minuti dopo, alle 95. (1) Venerdì 10 agosto il Desk è intervenuto sul mercato altre tre volte (8:25, 105, e 130) iniettando in totale 38 miliardi di dollari. All’inizio della settimana successiva, le cose sembravano ritornate alla normalità con le iniezioni di 2 miliardi di dollari il lunedì e nessun intervanto il martedì. Le operazioni della Fed sono state immediatamente seguite da due più grandi iniezioni della Banca Centrale Europea di Francoforte. Giovedì mattina la BCE aveva immesso quasi 95 miliardi di euro (130 miliardi di dollari) nelle istituzioni finanziarie europee, poi, venerdì, ha dato seguito con un'operazione di poco inferiore, 61 miliardi di euro (83,6 miliardi di dollari). A fine settimana in Europa le cose non sembravano risolte, infatti lunedì (13 agosto) la BCE ha aggiunto 47,7 miliardi di euro (65,3 miliardi di dollari), e il giorno seguente in due operazioni separate ha immesso 25 miliardi di euro (34,2 miliardi di dollari) nel sistema bancario europeo. (2)
    Come si immette liquidità? Che cosa sono e come funzionano le transazioni?

    In tutti questi casi, i fondi sono immessi nel sistema bancario usando ciò che vengono chiamati "pronti contro termine" (accordi di riacquisto o "repos" a breve). Ecco una descrizione in stile dizionario: i contratti pronti contro termine consistono in una vendita di titoli a pronti e contestuale impegno di riacquisto a termine (per la controparte, un simmetrico impegno di acquisto a pronti e vendita a termine); il prezzo è espresso in termini di tasso di interesse annuo. (3)
    Per esempio, una banca che ha Buoni del Tesoro degli Stati Uniti potrebbe aver bisogno di contanti, mentre un fondo pensione potrebbe avere contanti di cui non ha bisogno durante la notte. Attraverso un accordo di riacquisto, la banca darebbe il Buono del Tesoro al fondo pensioni in cambio dei contanti, convenendo di ricomprarlo il giorno seguente al prezzo originale maggiorato dell’interesse. In breve, la banca prende a prestito durante la notte ed il fondo pensioni riceve l'interesse sul prestito. I dettagli sono mostrati nella figura qui sotto.
    In altre parole, un repo è come un’ ipoteca con la durata di una notte. Nello stesso modo in cui una persona impegna la sua casa verso la banca in cambio di un prestito, un'istituzione finanziaria dà in garanzia un titolo pubblico alla Fed in cambio di fondi. Il Desk della Federal Reserve di New York si impegna in accordi di riacquisto ogni mattina (il tempo esatto varia). Normalmente l’ammontare varia da 2 a 20 miliardi di dollari. (4) La maggior parte di questi accordi avviene durante la notte, ma i repo standard possono durare fino a 14 giorni. I 35 miliardi di venerdì 10 agosto erano la somma più ingente dopo quelle immesse nei giorni successi agli attacchi terroristici dell’11 settembre. Il record fu di 81,25 miliardi di dollari del 14 settembre 2001.


    Come paga il repo la Fed? Dove prende il denaro?
    C'è una differenza importante tra ciò che succede quando due istituzioni finanziarie private si vogliono impegnare l'un l'altra in un repo e cosa succede quando è conivolta la Fed.
    Quando il fondo pensioni si impegna in un repo con una banca, il fondo pensioni trasferisce dei contanti alla banca. Guardando ai libri contabili delle due istituzioni, vediamo che il saldo di cassa di uno è sceso (il fondo pensioni) e dell'altro (la banca) salito, per un totale di zero. Quando la Fed si impegna in un repo, accredita semplicemente nel fondo di riserva della banca denaro che crea (comunque per una durata molto breve). In altre parole, quando la Fed vuole impegnarsi in un repo, o in un qualsiasi acquisto per questa ragione, può semplicemente creare una passività per farlo. È come se avesse una carta di credito senza limiti dove il conto non viene mai presentato.

    Che succede se i bond usati nei repo durante la notte perdono valore?
    Quando la Fed si impegna in un repo la banca (o chi commercializza i titoli) – ciò che è chiamato la "controparte" – concorda di riacquistare il titolo a un prezzo fisso senza così badare a ciò che succede nei mercati. (5) Sono queste le banche che intascano i guadagni o soffrono le perdite che derivano dall’oscillazione dei prezzi. Il solo rischio a cui va incontro la Fed è che la controparte fallisca e non possa onorare l’impegno. Poichè si tratta di banche di grandi dimensioni e poichè i repo sono a brevissimo termine, si tratta di un avvenimento alquanto improbabile.
    Questo può avere effeti sul deficit del bilancio pubblico?
    No. Le operazioni della banca centrale non hanno niente a che fare con la politica fiscale – tasse, decisioni sulla spesa e sul debito delle amministrazioni– e riguardano solo il tasso d’interesse e la quantità di riserve nel sistema bancario. La Federal Reserve è il banchiere del Governo Federale–accettando ed effettuando pagamenti, emettendo il debito quando vuole, ecc. – ma le due istituzioni non sono materialmente collegate. (Sto semplificando un po', poiché esiste un collegamento esoterico che crea un impatto quantitativamente trascurabile).
    Che cos’è la liquidità e perché è cosí importante?
    La ragione ufficiale per questi interventi massicci è che la liquidità si era prosciugata.Sfortunatamente, la liquidità è uno di quei termini che assume significati diversi a seconda delle persone. Nel glossario nel mio libro di testo Denaro e Banche, definisco la liquidità come "la facilità con cui un bene può essere trasformato in un mezzo di pagamento come il denaro". Cioè, quando un bene è liquido è facile da vendere in grandi quantità senza modificare i prezzi del mercato. Quando qualcosa è illiquido è difficile da vendere. Le persone non desiderano comprare qualcosa che non possono vendere facilmente. Se sono preoccupate che possa essere difficile o costoso vendere un bond che desiderano comprare, abbasseranno il prezzo che sono disposti a pagare, presumendo che qualcuno sia comunque disposto a comprarlo. Perchè i mercati finanziari funzionino bene, deve essere economico e facile sia comprare che vendere titoli. Quando la liquidità di mercato viene meno, i mercati finanziari si fermano.
    Questa forma di liquidità potrebbe essere meglio etichettata come "liquidità di mercato" per distinguerla da ciò che chiamerei "prestito di liquidità". Prestare liquidità è il termine che lego al concetto che si poteva trovare nelle notizie recenti. Ricordate probabilmente di aver letto o ascoltato di "ammontare enormi di liquidità rovesciati/immessi nel sistema". Si voleva dire, penso, che l’offerta di prestiti era abbondante, cosí che era facile prendere a prestito a tassi favorevoli. Detto diversamente (e usando un certo gergo tecnico) significa che le variazioni sul rischio erano basse ed insensibili alla situazione patrimoniale di coloro che ricevevano il prestito. Cioè, il premio per il rischio pagato da chi riceve il prestito è basso e non aumenta prestandogli altre somme aggiuntive, che dovrebbero essere più rischiose.
    La crisi del 1998 fu l’ultimo caso in cui la liquidità del mercato venne meno su una scala più grande di quella che osserviamo oggi. Allora fu difficile persino scambiare i titoli del Tesoro degli Stati Uniti, il mercato finanziario più liquido che esiste. (6) Finora, le cose non sono ancora arrivate a tal punto. Infatti, salvo alcune eccezioni, i mercati sembrano operare normalmente.

    35 miliardi di dollari sono molti soldi. O no?
    Per vedere questa cifra sotto un’altra prospettiva dobbiamo capire a che cosa sono serviti questi fondi. Quando la Fed inietta "soldi" nel sistema finanziario ciò che fa è generare fondi chiamati "fondi di riserva". E’ lì che vanno a finire i soldi. Le banche commerciali hanno depositi presso la Fed (voi ed io non possiamo averne uno). Quelli sono i conti correnti delle banche, con l’eccezione che non pagano interessi. Poiché non riceve interessi sui fondi di riserva, ogni banca tende a ridurre al minimo questi saldi.
    Le banche tengono le riserve presso la Fed per tre motivi principali: (1) Vieneloro richiesto di tenerli. (2) Ne hanno bisogno per svolgere le loro attività, in questo modo possono soddisfare le richieste dei clienti che vogliono ritirare i soldi oppure possono effettuare pagamenti ad altre banche. E (3), è prudente fare così; le riserve fungono da fondo d’emergenza della banca, sono sempre lì pronte nell’eventualità che accada qualche evento sfavorevole .
    E allora: 35 miliardi è un numero grande, oppure no?
    Ecco alcuni numeri che ci possono aiutare a capire:
    (1) Le riserve totali nel sistema bancario degli Stati Uniti per le due settimane che si concludono il 1° agosto 2007 sono state in media 45 miliardi di dollari, di cui approssimativamente 12 miliardi sono stati tenuti come depositi di riserva presso la Fed. Il resto è tenuto in contanti in cassaforte, il che conta comunque.
    (2) Le riserve eccedenti, quelle al di sopra dell’ammontare obbligatorio richiesto dalla Fed, si aggirano normalmente al di sotto di 2 miliardi.
    (3) Di solito in un giorno la quantità lorda di trasferimenti interbancari è 4 trilioni di dollari (4000 miliardi di dollari). Questi comprendono i 1600 miliardi in fondi che vengono utilizzati per acquistare e vendere vari tipi di bonds (soprattutto bond del Tesoro degli Stati Uniti) .(7)
    Guardando questi numeri, in primo luogo vediamo che l'azione della Fed di venerdì ha aumentato le riserve del sistema bancario per più del 75 per cento. Di maggior rilevanza, l'aggiunta di 35 miliardi ha aumentato il volume delle riserve di 4 volte. In secondo luogo, l'aumento era 10 volte superiore al livello normale delle riserve eccedenti (anche se per motivi complessi è difficile sapere oggi esattamente quanto aggiungerà alle riserve eccedenti medie).
    In conclusione, va notato il fatto piuttosto sorprendente che durante i periodi normali il sistema bancario usa 12 miliardi per generare 4000 miliardi in transazioni quotidiane. Cioè in media un dollaro in un conto di riserva è usato più di 300 volte AL GIORNO. Poiché le riserve non pagano l'interesse, le banche hanno un grande incentivo per economizzare sul loro uso – questo è abbastanza efficiente. (Questa è inoltre la ragione per cui le riserve in eccesso sono così basse).
    Se le banche fanno queste operazioni ogni giorno ciò ci suggerisce che sanno come farlo; ma conderando il fatto che usano i fondi cosí tante volte, se qualcuno inizia ad accumulare le riserve potenzialmente potrebbe inceppare il meccanismo. La conclusione è che 35 miliardi di dollari sono una cifra molto grande: tre volte il livello normale delle riserve che le banche detengono.

    Perché le banche hanno avuto bisogno di questi soldi?
    È facile spiegare perché la Fed abbia utilizzato operazioni di mercato aperto per immettere 81,25 miliardi di dollari il 14 settembre 2001 come conseguenza degli attacchi terroristici del 9/11. L'impossibilità per le persone di raggiungere i loro uffici nel centro di New York aveva fatto sì che alcune grandi banche rimanessero chiuse. Tuttavia quelle banche continuavano a ricevere dei pagamenti da altre banche, senza poterne fare a loro volta altri in uscita. I fondi fluivano in alcuni enormi conti di riserva, ma non uscivano. Alcune grandi banche succhiavano la linfa vitale del sistema finanziario. La settimana scorsa la miccia sembra essere stata la caduta continua del valore di certi titoli garantiti da ipoteca. I titoli garantiti da ipoteca sono emessi a fronte di un unico pacchetto di tantissime ipoteche e poi diviso in titoli che vengono collocati sul mercato. I proprietari di questi titoli ricevono una parte dei pagamenti effettuati dai proprietari delle abitazioni che hanno preso a prestito i fondi. Questi pacchetti creano una forma di assicurazione. Allo stesso modo le società di assicurazioni automobilistiche conoscono la frazione di assicurati che avrà incidenti (ma non esattamente quali individui); così per i pacchetti di ipotechegli investitori possono prevedere le insolvenze e quindi la probabilità di rimborso.
    Ci sono numerosi tipi di titoli garantiti da ipoteca, ma quelli che sono entrati in crisi sono quelli chiamati del segmento "subprime" del mercato. I mutuatari subprime sono principalmente persone con basso reddito/credito i quali non hanno i requisiti per poter ottenere un’ipoteca standard. E’ chiaro che fare credito a questo tipo di persone è rischioso. E quando le cose sono rischiose, a volte non vanno per il meglio. Questo è ciò che è accaduto.
    Ma finora, i problemi nel mercato delle ipoteche subprime sono relativamente piccoli. Attualmente, le perdite sono valutate intorno a non più di 35 miliardi di dollari, equivalente ad un ribasso del mercato azionario di circa 0,2 punti percentuali. (La settimana scorsa il valore delle azioni scambiate nei mercati statunitensi è diminuto di un 1,5 per cento, ovvero 7 volte il declino totale previsto del valore di queste ipoteche).
    I problemi di questo piccolo segmento del sistema finanziario si sono trasmessi al resto del mercato. Quando gli investitori scoprono di aver sottovalutato i rischi in un luogo, cominciano a interrogarsi sulla loro capacità di valutare esattamente i rischi in qualsiasi altro luogo.
    Allora accadono due cose. Primo, i prezzi delle attività finanziarie rischiose cadono. Il rischio richiede compensazione e maggiore è il rischio, maggiore dev’essere il compenso. Secondo, le persone fuggono dalle attività rischiose e di difficile valutazione e mettono i loro soldi in attività sicure, ciò che viene chiamato "una fuga verso la qualità" ("flight to quality"). La fuga verso la qualità si riflette in un aumento dei prezzi dei titoli del Tesoro degli Stati Uniti ed in un afflusso di fondi nel sistema bancario.
    Così, il primo motivo per cui le banche hanno bisogno delle riserve è quello di servire i clienti che hanno messo i loro soldi nei conti correnti.
    Ma gli investitori individuali non sono gli unici ad aver ridotto la loro tolleranza al rischio. Le banche fanno lo stesso. Che le banche abbiano ridotto la tolleranza al rischio è dimostrato da due importanti fatti, i quali hanno provocato, una maggior richiesta di fondi di riserva. Il primo è che le banche desiderano semplicemente un cuscino di liquidità più ampio contro la possibilità di perdite. Questo è abbastanza chiaro.
    Il secondo motivo per cui le banche hanno bisogno di maggiori riserve è che sono diventate meno disposte a prestare le loro riserve alle altre banche.
    Esiste un enorme mercato interbancario per i prestiti che avvengono durante la notte. E’ chiamato il "mercato dei fondi federali " ed il tasso di interesse applicato su questi prestiti da un giorno all’altro (overnight) è il "tasso sui fondi federali ". Il tasso sui fondi federali è fissato dalla Federal Reserve. (8) In un giorno normale (non come giovedì e venerdì della settimana scorsa) le banche sono disposte a fare prestiti nelle prime ore della giornata anche se cià può significare rimanere temporaneamente allo scoperto sui propri conti. (Sì, posso farlo).
    Le banche che hanno emesso allo scoperto alla mattina e che non ricevono i pagamenti per portare i loro conti di riserva nuovamente in positivo per la fine del giorno, possono sempre uscire e prenderli a prestito. Bene, sembra che le banche nell’ultima settimana non fossero più disposte a comportarsi allo stesso modo, con il risultato che è diventato molto difficile ottenere prestiti tardi nella giornata. La conclusione di questa spiegazione molto prolissa è che le banche hanno voluto tenere il livello delle riserve sostanzialmente più alto. In queste condizioni, mantenere il tasso sui fondi federali al livello previsto di 5,25 per cento - ciò che dovrebbe fare ogni giorno l’Open Market Desk della Federal Reverve di New York – significa impegnarsi in enormi operazioni.

    1) Si possono trovare tutti i dettagli guardando i dati storici sul sito della Federal Reserve http://www.newyorkfed.org/markets/omo/dmm/temp.cfm. Tutte le transazioni sono aggiunte non appena concluse.
    2) Martedì, la BCE ha fornito 17,5 miliardi di euro attraverso le sue regolari aste settimanali, più 7,5 miliardi attraverso operazioni fine-tuning.
    3) Esistono due tipi di contratti: general collateral e special repo. Il primo, per il quale non viene indicato il titolo sottostante, ha come fi nalità la concessione di un fi nanziamento garantito da titoli, che permette di ridurre i rischi di controparte; il secondo tipo, che presenta di norma tassi di interesse più bassi del primo, ha come obiettivo principale il prestito di un titolo specifico.
    4) Il Desk pubblica un bando di gara, dichiarando solitamente il termine del repo ed il tipo di prestito che accetterà. Le banche e i broker sottoscrivono le loro offerte - quantità e prezzi - e il responsabile della Fed decide quanto accettarà. Ci sono tre tipi di prestiti: i titoli del Tesoro degli Stati Uniti, i titoli dell'agenzia degli Stati Uniti (emessi da soggetti come Fannie Mae e l’Amministrazione della piccola impresa) e sicurezze garantite con un'ipoteca. In media le offerte sono approssimativamente 5 volte superiori a quello che viene accettato per i titoli del Tesoro, 10 volte a quello per i titoli dell'agenzia e a 15 volte quello garantito con un'ipoteca.
    5) La Fed intraprende le transazioni soltanto con 21 primary dealer. Questi accetttano di lanciare o fare offerte quando la Fed opera nel libero mercato, forniscono le informazioni allo open market trading desk e partecipano attivamente alle aste dei titoli del Tesoro degli Stati Uniti quando i bond, note, e bandi vengono inizialmente venduti.
    6) Possiamo capire meglio il funzionamento del mercato guardando il comportamento dei dealer. Quando un mercato funziona normalmente, la differenza fra il prezzo che offrono per comprare e quel che chiedono per vendere – il margine di offerta/richiesta - sono molto piccole e sono disposte a quotare un singolo prezzo per una grande quantità. Nella crisi del 1998 ci fu un breve periodo in cui la differenza tra offerta/richiesta per i bond del Tesoro di Stati Uniti era 10 volte normale e la quantità per cui i commercianti erano disposti a tenere il prezzo era un decimo del normale.
    7) se desiderate saperne di più, utilizzate questo link www.federalreserve.gov/paymentsystems/fedwire/default.htm.
    8) quando il Gederal Open market Committee "fissa il tasso di interesse" realmente istruisce l’Open Market Desk a provare e mantenere il tasso su fondi federali, determinato dalle banche nel mercato per i prestiti notturni, vicino ad un obiettivo specifico. Il Desk assolve al suo compito fornendo la quantità di riserve che pensa serva al sistema bancario per mantenere quel prefissato tasso. Per motivi in qualche modo complessi, la Fed non determina realmente il tasso. Descrivo i particolari nel capitolo 18 del mio manuale, "Denaro Banche e Mercati Finanziari" (pagina 462 e seg. nella prima edizione, pagina 430 e seg. nella seconda edizione).

    * Il testo in versione inglese e integrale dell'articolo è disponibile su www.voxeu.com.

  4. #4
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    Il secondo articolo cerca di spiegare i meccanismi e le cause della crisi attribuendo la responsabilita a Greespan (ovvero a una cattiva scelta di politica economica e non al normale funzionamento dell'economia).

    Io sono di diverso avviso.... tanto per cominciare non si spiega sulla base di quali interessi e con quali fini la FED decise di fare la sua politica di bassi tassi d'interesse. A chi conveniva che la crisi del 2001 venisse attenuata e traslata nel futuro? Nessuna risposta.
    Comunque l'articolo è breve ed interessante.

    21-08-2007
    L’eredità di Greenspan John Van Reenen Tito Boeri Luigi Guiso
    Difficile prevedere quanto durerà la crisi in corso sui mercati finanziari di tutto il mondo. La dinamica ricorda quella di crisi precedenti, a partire da quella del 1998 (default russo e collasso del fondo LTCM) di cui molti hanno oggi perso memoria. Un eccesso di liquidità (inteso come abbondante disponibilità di prestiti a basso costo) si è di colpo trasformato in difetto di liquidità, nel senso che molti operatori faticano a vendere i titoli che hanno in portafoglio senza provocare forti riduzioni del loro prezzo. Niente di direttamente paragonabile, invece, alla crisi del 1929 evocata da alcuni politici e commentatori italiani. Per fortuna Ben Bernanke, il Presidente della Federal Reserve, ha studiato a fondo quella crisi: nella sua ricostruzione (1), la "Grande Depressione" fu scatenata da un crollo della produzione e dei consumi amplificato dai tagli drastici al credito alle imprese effettuati dalle banche in parte perchè la Fed non fece quello che avrebbe dovuto: agire da prestatore di ultima istanza. Esattamente l’opposto di quanto sta accadendo oggi, con una economia mondiale che continua a crescere a tassi molto sostenuti e con le banche centrali che hanno finora assolto al loro ruolo. Il vero fattore in comune con la Grande Depressione è l’epicentro della crisi: gli Stati Uniti.
    Tornando al presente, è utile cercare di spiegare le cause scatenanti della crisi. Tre fattori contribuiscono alle difficoltà dei mercati finanziari indotte dai (temuti) default sui mutui subprime nel Stati Uniti: i). la bassa alfabetizzazione finanziaria delle famiglie, ii). l’innovazione finanziaria insita nella massiccia cartolarizzazione di attività illiquide e iii.) la politica dei bassi tassi di interesse seguita dalla Fed dal 2001 al 2003. La terza causa è di gran lunga la più importante. Senza il contributo di Greenspan la crisi probabilmente non ci sarebbe mai stata.

    La bassa alfabetizzazione finanziaria
    In primo fattore è un insieme di cattiva informazione, inesperienza finanziaria e miopia dei consumatori/investitori che si sono lasciati attrarre dalla prospettiva di ottenere mutui a tassi mai visti prima, estrapolando ai trenta anni successivi i tassi prevalenti sulle prime rate. Questa miopia è stata nutrita e sfruttata dalle banche e dalle finanziarie specializzate in mutui per attrarre e catturare clienti. Non diversamente da quanto hanno fatto in altre circostanze suggerendo agli investitori impieghi finanziari inadatti alla loro tolleranza del rischio: in entrambi i casi, a farla da padrone è il conflitto di interesse che antepone il conseguimento di profitti immediati da parte dell’intermediario (commissioni e interessi nel caso dei mutui; commissioni nel caso della vendita di strumenti di investimento) alle necessità del cliente. L’alfabetizzazione finanziaria è molto bassa in Italia, ma lo è molto anche negli Stati Uniti. Solo due terzi degli americani conosce le leggi della capitalizzazione composta, dunque sa calcolare i costi dell’indebitamento. Meno di un cittadino statunitense su due sa misurare gli effetti dell’inflazione sui costi dell’indebitamento. L’analfabetismo finanziario è notevolmente più alto fra i sottoscrittori dei subprime. Gli intermediari hanno ampiamente approfittato di questa bassa cultura finanziaria.
    Le cartolarizzazioni
    Il secondo ingrediente è l’innovazione finanziaria degli ultimi 10 anni e la scala raggiunta dalle cartolarizzazioni. Oggi è facile liquidare un pacchetto di crediti per loro natura illiquidi – quale un insieme di prestiti bancari o di mutui ipotecari – emettendo a fronte titoli rappresentativi del poolche vengono poi collocati nei portafogli degli investitori. Qualunque banca con sofferenze all’attivo ha colto questa opportunità e ha cartolarizzato i propri crediti . Come tutte le innovazioni finanziarie ha i suoi pro e i suoi contro. Il vantaggio è quello di rendere liquido un credito illiquido, consentendo importanti guadagni di efficienza perchè permette, ad esempio, di prendere posizioni a più lungo termine e a più elevato rendimento. Serve anche a spalmare il rischio di insolvenza su una platea più vasta, riducendo il grado di esposizione del singolo operatore. Ma le cartolarizzazioni finiscono anche per allentare gli incentivi degli intermediari a monitorare il comportamento del prenditore iniziale di fondi. Inoltre, dato che è possibile liquidare con maggior facilità un credito divenuto rischioso, si riduce l’incentivo delle banche a selezionare con cura i clienti, aprendo quindi le maglie anche a creditori di bassa qualità.
    I bassi tassi di interesse
    I due fattori precedenti non sono nuovi. Anche per questo motivo, senza il terzo fattore, il lascito del banchiere centrale del secolo, la crisi probabilmente non ci sarebbe mai stata. La politica monetaria dei bassi tassi che Alan Greenspan ha imposto come risposta alla recessione successiva all’11 settembre del 2001 e all’esplosione della bolla della new economy, ha immesso una quantità enorme di liquidità nel sistema, portando i tassi d’interesse a breve all’1 per cento, il livello più basso da 50 anni a quella parte. Di più, Greenspan ha tenuto per almeno due anni i tassi d’interesse significativamente al di sotto del loro livello di equilibrio. (2) Tassi di interesse per lungo tempo così bassi, spesso negativi in termini reali, sugli strumenti tradizionali di investimento e eccesso di liquidità invogliano i prestatori di fondi a prendere maggiori rischi per strappare rendimenti decenti. È quello che è puntualmente accaduto: intermediari in cerca di profitti hanno esteso il credito a famiglie e imprese con limitata solidità finanziaria. Investitori più o meno esperti hanno riallocato i loro portafogli verso attività più lucrative ma per questo più rischiose per cercare di accrescere il loro capitale o anche solo per preservarne il potere di acquisto. Bassi tassi sul debito, a breve e a lunga scadenza, hanno richiamato frotte di debitori, famiglie innanzitutto, che vedevano la possibilità di acquistare quello che in tanti anni nel passato era stato fuori dalla loro portata. Al contempo hanno spinto i prezzi delle abitazioni verso l’alto, ulteriormente incoraggiando l’estensione di credito, tanto, si pensava, vi è dietro il valore dell’immobile a garanzia.
    Il canto delle sirene keynesiane
    Grazie Alan! Si paga oggi il conto delle sovra-reazione alla recessione del 2001. La Bce è stata saggiamente più guardinga e si è lasciata solo parzialmente tentare dalle spinte keynesiane a ridurre i tassi (gia assurdamente bassi) per aggredire la stagnazione europea. Molti vorrebbero che lo facesse ora. Gli stessi che paventano oggi una nuova crisi del 1929 invocano politiche keynesiane del tipo di quelle seguite negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in Germania dopo la Grande Depressione. Bene invece non ripetere l’errore di Greenspan, evitare politiche monetarie troppo accomodanti per troppo tempo. Oggi le banche centrali fanno bene a immettere liquidità nel sistema, anche perchè in queste crisi c’è da aver paura della paura: aspettative irrazionali possono scatenare spinte ribassiste che fanno avverare le profezie più pessimistiche. Inoltre la crisi dei mercati colpisce tutti in modo indiscriminato, anche chi non ha concesso mutui alla leggera. Il comunicato della Fed di venerdì scorso non chiarisce però se è questo l’intento del calo di mezzo punto del tasso di sconto o se è il preludio di una nuova sovrareazione alla crisi dei mercati. Sarà dunque importante dimostrare presto che si è imparata la lezione, evitando di ripetere l’errore di Greenspan. Non gettiamo oggi, come fatto tante volte in passato, i semi della crisi futura con una reazione eccessiva alla crisi corrente.
    (1) Ben Bernanke (1983) Nonmonetary effects of the Financial Crisis in the Propagation of the Great Depression, American Economic Review, 73:257-276
    (2) Lombardi, M. E S.Sgherri,
    (Un)naturally low? Sequential Monte Carlo tracking of the US Natural Interest Rate, ECB Working Papers,n.794, august 2007

  5. #5
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    bravo sandokan, condivido in pieno l'aperutra di quesdta discussione cosi' centrale per la spiegazione di tanti fenomeni.
    L'economia politica è una semplice chiave di lettura dei movimenti che muovono i sistemici di produzione e di scambio.
    Sotto di essa vi è l'uomo e studiarla ha esattamente la funzione di ricordarci che dietro l'economia politica vi sono rapporti umani di produzione. Non v' è rischio di alienazione nell'economia politica nè di economicismo filosofico laddove l'economia poltiica si limita a spiegare il funzionamento delle strutture senza mai negare la compresenza di uomini singoli e sistema. Spiegare il sistema, d'altronde è il primo passo per poter agire in direzione di un cambiamento, ancorchè graduale, che non sia soltanto di esclusione di nicchia illuminata dalla società, ma costante e continua interazione con essa.
    Dunque, ottima discussione.
    cercherò di dare miei apporti nel tempo.
    Gli articoli ancora non li ho letti.

  6. #6
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    Grande Sandokan, serve un pò a tutti, in Ottobre inizieremo dei corsi di E.P. a Roma, T.A. permettendo!!!

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  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Muntzer Visualizza Messaggio
    OMNIA SUNT COMMUNIA

    Grande Sandokan, serve un pò a tutti, in Ottobre inizieremo dei corsi di E.P. a Roma, T.A. permettendo!!!

    ARDITI NON GENDARMI

    mi tocca mettermi sui libri

    a parte scherzi, è vero che partire dall'economia politica come terreno di confronto e scambio è fondamnetale.

  8. #8
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    Meglio partire dall'economia classica (Marxismo).
    Solo le pecore hanno bisogno di leader. La Democrazia richiede partecipazione diretta e assunzione di responsabilità.
    Se non stai attento, i mass media ti faranno odiare gli oppressi e amare le persone che opprimono.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da bixio_cv Visualizza Messaggio
    ma se consigliate un po' di libri o materiale per chi comincia? per chi non ha mai saputo nulla...sta cosa da noi la stavamo discutendo, ci manca molto la conoscenza dell'E.P., e i limiti per le proposte poi si fanno sentire. A parte scuole di quadri, bisognerebbe inanzitutto rendere di facile accesso anche ai novelli o a operai , come tutti quelli del mio gruppo, che non hanno troppo tempo per studiare. Inizialmente a grandi linee, anche per non farci demoralizzare troppo, poi magari si alza il livello...grande proposta!
    Guarda come ha ricordato Muntzer, a ottobre sarà organizzato un corso di economia politica e penso che i materiali saranno messi qui sul forum.... intanto ho aperto questa discussione apposta per discutere e consigliare bibliografia per approfondire.
    Per cominciare ti consiglio un libro (più propriamente una raccolta di saggi) di Sylos Labini che ha il vantaggio di essere semplice, di toccare le questioni centrali dell'economia politica e di fare il punto (ovviamente con un'ottica di parte) sulle principali correnti di pensiero economico.

    Una recensione la puoi vedere qui: http://www.rassegna.it/2005/letture/articoli/sylos.htm

    Paolo Sylos Labini / Torniamo ai classici

    Non di sola matematica

    di Beniamino Lapadula

    Torniamo ai classici
    di Paolo Sylos Labini
    Roma-Bari, Laterza, 2005 (2a)
    pp. 170, euro 18,00

    A giudizio degli economisti del nostro tempo, quel che i classici hanno detto di utile si trova nella tradizione marginalista. Non è di questo avviso Paolo Sylos Labini, che nel suo ultimo libro ribadisce la sua critica radicale agli strumenti della scuola neoclassica.
    La struttura fondamentale della teoria oggi ancora dominante è statica e perciò refrattaria all’analisi dello sviluppo. Il suo nucleo essenziale, infatti, è costituito dalla teoria dell’equilibrio economico generale che ignora le innovazioni o le introduce solo con espedienti formali. Una delle ragioni principali dell’abbandono del punto di vista dinamico, intrinseco all’economia classica, avvenuto con la svolta marginalista degli anni 70 dell’800, fu la voglia di imitare le scienze sperimentali che usavano ampiamente la matematica. Ma, mentre è agevole usare la matematica per i problemi statici, ricorda l’autore, lo stesso non si può dire per quelli dinamici; e questa difficoltà fissò una matrice statica che la teoria neoclassica non è riuscita a superare.
    Una considerazione diversa va invece fatta per Keynes: lo schema elaborato nella Teoria Generale, infatti, a differenza della teoria neoclassica tradizionale, è suscettibile di sviluppi dinamici.

    Mantenere l’analisi sul terreno statico è grave soprattutto in una fase storica, quella attuale, in cui le innovazioni svolgono un ruolo di enorme rilievo e sconvolgono non solo la vita economica, ma anche quella sociale. È per questo che occorre tornare ai classici che considerarono lo sviluppo come il problema centrale e affrontarono temi come la produttività del lavoro, le cause del progresso tecnico e i loro effetti sull’occupazione, sulla distribuzione del reddito, sui prezzi. Si tratta di temi di fondamentale rilevanza per capire i sistemi economici soprattutto in un’epoca come la


    nostra, caratterizzata da straordinarie innovazioni tecnologiche, organizzative, istituzionali.
    Con questo libro Sylos Labini affronta in modo magistrale le questioni economiche più rilevanti che sono di fronte a noi, tornando alle fonti, a partire da Adam Smith, il fondatore della teoria economica moderna. Occorre riprendere l’oggetto di studio e gli strumenti analitici di economisti come Ricardo, Marx, Sraffa, per comprendere i fenomeni economici di oggi. Ci sono infatti questioni, come ad esempio la caduta dell’occupazione in Europa negli anni 1973-85 o il forte indebolimento della produttività negli Usa negli anni 1978-82, che gli economisti neoclassici non sono riusciti a spiegare e che viceversa possono essere agevolmente chiariti da un approccio classico. La teoria deve trarre nuovamente alimento dall’interpretazione della storia, bisogna tornare cioè a una combinazione di storia e teoria a quell’approccio logico-storico che Schumpeter ha chiamato path dependence, in base al quale i fenomeni economici dipendono dal percorso precedente. La matematica può essere utile, ma va adoperata in modo avveduto; essa garantisce rigore, ma il rigore è solo uno dei due requisiti delle proposizioni scientifiche, l’altro essendo la rilevanza. Non c’è, quindi, contraddizione tra storia e matematica, quello che veramente importa è il tipo di approccio. In altre parole, matematica e formalizzazioni non possono essere utilizzate soltanto per assicurare un’apparente solidità ai ragionamenti economici, per formulare banali modelli econometrici.
    Torniamo ai classici è un libro fresco, che combina in poche pagine, solo come un grande intellettuale può fare, storia del pensiero, teoria economica e indagine empirica. Sintesi e senso sono riassunti bene nel sottotitolo: “Produttività del lavoro, progresso tecnico e sviluppo economico”. Nel testo non mancano analisi e proposte incisive per contrastare il declino della nostra economia. L’Italia non cresce, ci ricorda l’autore, perché non investe in qualità del lavoro, in ricerca e formazione e quindi nel capitale umano che è la vera sorgente della ricchezza, la risorsa che può ridare qualità e creatività alle nostre industrie e ai nostri servizi. Non bisogna mai dimenticare, inoltre, che avanzamento economico e sviluppo civile si tengono insieme. È per questo che, nelle conclusioni, Sylos Labini sostiene che per arrivare ad un mondo preferibile rispetto a quello che conosciamo occorre combattere la corruzione e proporre tre obiettivi: il rilancio dell’Europa, la difesa dell’ambiente, anche quando è in contrasto col profitto, lo sradicamento della miseria – miseria che trova nell’Africa sub sahariana le sue punte massime –. Questa, sostiene l’autore nell’Appendice al libro che analizza le prospettive dell’economia mondiale, sarebbe una strategia capace anche di offrire ideali degni di essere perseguiti dalle nuove generazioni in alternativa all’ossessiva caccia ai soldi che oggi immiserisce la vita sociale dei paesi sviluppati.
    Parole in cui c’è tutta la passione civile di un grande intellettuale che non si limita ad analizzare la crisi profonda che attraversa il paese, ma che è impegnato con tutte le sue forze nella battaglia politica, consapevole che senza un sussulto morale e civile la società italiana non può riprendere il sentiero della crescita e contrastare il declino.

    (Rassegna sindacale, n. 2, gennaio 2005)

  10. #10
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    Consiglio la lettura di questo ottimo articolo di Lunghini, che tocca, in modo semplice e chiaro, molti punti essenziali come la relazione economia politica/cultura, il problema del linguaggio nella scienza economiza e il passaggio dai classici ai neoclassici.

    Una versione in pdf la trovate a questo indirizzo.

    L’anima e l’esattezza
    Giorgio Lunghini
    I
    Stendhal raccomandava alla amatissima sorella Pauline, per la sua felicità, di leggere Smith e Say (al quale faceva inviare le proprie opere) e riteneva che la conoscenza approfondita di Malthus, Say e Ricardo fosse titolo per diventare un ministro delle finanze eccellente. L’allora Henri Beyle aveva letto gli economisti nel 1810, con l’amico Crozet, e addirittura aveva progettato un Boock dal titolo Influence de la Richesse sur la population et le bonheur.

    Beyle si proponeva di scrivere il libro in questa maniera: “Prendere la forma e lo stile storico per fare sentire le cose come stanno, così come fa Smith. La forma storica ha qualcosa dell’interesse della forma drammatica”. Per nostra fortuna Beyle abbandona subito l’economia politica. La abbandona poiché vi trova, da bravissimo in matematica quale ritiene di essere, punti oscuri o perfino contraddittori:

    Il mio entusiasmo per la matematica aveva forse avuto per base principale il mio orrore per l’ipocrisia. Secondo me l’ipocrisia era impossibile in matematica e, nella mia ingenuità giovanile, pensavo che fosse così per tutte le scienze a cui avevo sentito dire che la matematica si applicava.

    Nel 1818 De Quincey, il mangiatore d’oppio che in tal modo ne guarisce, scopre Ricardo:

    Ecco l’uomo! Un’opera così profonda era veramente nata in Inghilterra, nel XIX secolo? Ricardo aveva d’un tratto trovato la legge, creato la base, aveva gettato un raggio di luce in tutto il tenebroso caos di materiali nel quale si erano perduti i suoi predecessori.

    A De Quincey tuttavia sembrava che nonostante il suo occhio scrutatore (“the inevitable eye”), a Ricardo fosse sfuggita qualche verità importante; la cui analisi, “ridotta per mezzo di procedimenti algebrici”, avrebbe potuto fornire materia per un volumetto sui Prolegomeni per tutti i sistemi futuri di economia politica.

    Intorno al 1830 Flaubert comincia a raccogliere le voci sulla bêtise; il Dizionario delle idee comuni prende forma, come parte di Bouvard e Pécuchet, nei primi anni settanta dell’Ottocento. Il 1830 e il 1870 sono gli anni cruciali nella storia del pensiero economico, segnano il periodo in cui l’economia politica progressivamente si riduce a economica. Flaubert, puntuale, nel Dizionario registra: “ÉCONOMIE POLITIQUE. Science sans entrailles”. Da allora in poi saranno pochi gli scrittori che si occupano di teoria economica. Ricordo soltanto Ruskin con la sua Economia politica dell’arte, Pound con il suo ABC dell’economia. Tra gli italiani Gadda, con la sua favola brevissima:

    Adamo Smith e Davide Ricardo erano economisti.

    Tra i grandi economisti, d’altra parte, soltanto Schumpeter aveva progettato una impresa letteraria. C’è un suo abbozzo di romanzo, il cui protagonista è attirato dal mondo degli affari per quel miscuglio di calcolo razionale e di alea che esso presenta, ma si accorge che dopo il successo ambìto non appartiene più a niente e a nessuno, avendo disseccato la propria vita in un gioco di forme e in una assenza astratta. È lo stesso Schumpeter che descrive le diverse accezioni teoretiche di ‘classi sociali’: “classi sociali che sono sanguigne realtà, o categorie di partecipanti al processo economico che sono pallide astrazioni”. In fondo, sta qui la differenza tra l’economia politica classica, con il suo spessore storico, e il mortale rigore analitico dell’economica, che infatti non suscita più interesse alcuno negli uomini di cultura.
    Il tema dei rapporti tra economia politica e cultura evoca due questioni. La prima è storiografica: perché il 1830 segni la fine dell’economia politica classica. La seconda è epistemologica: perché con il 1870 si preferisca l’esattezza all’anima, al nesso interno, nel binomio musiliano anima - esattezza, così descritto da Claudio Magris:

    Una intelligenza che vuole sondare le profondità ambigue dell’anima con il rigore analitico della scienza; un rigore pudico che si interdice qualsiasi pathos facile e si impone di rimanere, per coerenza e per onestà, nel campo di quel che può essere verificato razionalmente, pur sapendo che al di là di questo territorio conoscibile sorgono le grandi questioni sull’esistenza, interrogativi sul valore e il significato della vita.

    II
    Il tratto affascinante dell’economia politica classica è la sua visione dell’economia e della società come sistema, anzi come sistema dotato di un ordine. Di qui, infatti, l’elogio di Hegel (che di Smith è seguace e che è il vero tramite tra gli economisti classici inglesi e la cultura continentale):

    Una scienza che fa onore al pensiero, poiché trova le leggi di una massa di casualità. È uno spettacolo interessante come tutti i rapporti sono qui interagenti, come le sfere particolari si raggruppano, influiscono su altre e ricevono da esse promozione o impedimento. Questo reciproco confluire, a cui dapprima non si crede, poiché tutto sembra affidato all’arbitrio del singolo, è eminentemente degno di nota, e ha una affinità col sistema planetario, che presenta all’occhio sempre solo movimenti irregolari, ma le cui leggi possono essere conosciute.

    L’economia politica si costituisce come disciplina autonoma quando si afferma il modo di produzione capitalistico, inteso come forma storicamente determinata di organizzazione dei rapporti materiali dell’esistenza. L’autonomia teoretica dell’economia politica corrisponde alla costituzione del processo economico come processo a se stante, come un processo circolare la cui riproduzione è assicurata da un ordine naturale (si pensi al Tableau économique di Quesnay); come un processo al cui centro, nell’economia politica classica inglese, sta il lavoro, la divisione sociale del lavoro, in una parola le classi. “Il lavoro svolto in un anno è il fondo da cui ogni nazione trae in ultima analisi tutte le cose necessarie e comode della vita”. Come dimostrerà Ricardo, ma come è implicito in un altro passo di Smith, la relazione tra le classi è conflittuale:

    In un paese civile i poveri provvedono a se stessi e all’enorme lusso dei loro signori. La rendita che va a sostenere lo sfarzo dell’indolente padrone è stata tutta guadagnata dalla laboriosità del contadino. Chi possiede denaro, indulge a ogni sorta di ignobile e sordido libertinaggio a spese del mercante e dell’artigiano, ai quali presta a interesse il suo capitale. Tutte quelle frivole e indolenti persone che sono addette alla Corte, sono, allo stesso modo, nutrite, vestite e alloggiate da coloro che pagano le tasse per mantenerle. Tra i selvaggi, invece, ognuno gode dell’intero prodotto della propria attività.

    Tuttavia il sistema, perciò il conflitto stesso, è retto da un ordine naturale e dunque tende a un equilibrio. (Una implicazione rilevante è che qualsiasi intervento di politica economica sarà inutile, se non dannoso: laissez faire!). Proprio la credenza in un ordine naturale è il merito imperituro e a un tempo l’origine delle contraddizioni di Smith e degli altri economisti classici. Questa credenza si regge sulla falsa premessa che con l’avvento del modo capitalistico di produzione la storia sia finita. Senza di essa l’economia politica non avrebbe potuto costituirsi in disciplina autonoma, in una scienza della società con uno statuto epistemologico analogo a quello delle scienze della natura, che appunto trovano le leggi di una massa di casualità. Secondo Marx, tuttavia, questa feconda contraddizione tra storia e ordine naturale espone la nuova scienza a una crisi, che egli data al 1830.
    Gli anni tra il 1830 e il 1870 sono gli anni della critica marxiana dell’economia politica e della dissoluzione di questa nella moderna economica. Marx è il massimo estimatore della economia politica classica, cui riconosce il merito di indagare il nesso interno dei rapporti borghesi di produzione, ma rimprovera una concezione del lavoro come lavoro naturale, anziché come lavoro storicamente determinato. Dunque l’economia politica classica non può cogliere la contraddizione tra i due requisiti della produzione capitalistica: la realizzazione di un profitto e il soddisfacimento dei bisogni. Per Marx, d’altra parte, l’economia politica classica, che ignora la determinazione storica delle sue categorie analitiche, proprio per cause storiche finisce:

    L’economia politica, in quanto è borghese, cioè in quanto concepisce l’ordinamento capitalistico, invece che come grado di svolgimento storicamente transitorio, addirittura all’inverso come forma assoluta e definitiva della produzione sociale, può rimanere scienza soltanto finché la lotta delle classi rimane latente o si manifesta soltanto in fenomeni isolati. Prendiamo l’Inghilterra. La sua economia politica classica cade nel periodo in cui la lotta tra le classi non era ancora sviluppata. Il suo ultimo grande rappresentante, il Ricardo, fa infine, consapevolmente, dell’opposizione tra gli interessi delle classi, tra salario e profitto, tra il profitto e la rendita fondiaria, il punto di partenza delle sue ricerche, concependo ingenuamente questa opposizione come legge naturale della società. Ma in tal modo la scienza borghese dell’economia era anche arrivata al suo limite insormontabile. [...] Col 1830 subentrò la crisi che decise una volta per tutte. La borghesia aveva conquistato il potere politico in Francia e in Inghilterra. Da quel momento la lotta tra le classi raggiunse, tanto in pratica che in teoria, forme via via più pronunciate e minacciose. Per la scienza economica borghese quella lotta suonò la campana a morto. Ora non si trattava più di vedere se questo o quel teorema era vero o no, ma se utile o dannoso, comodo o scomodo al capitale, se era accetto o meno alla polizia. Ai ricercatori disinteressati subentrarono pugilatori a pagamento, all’indagine scientifica spregiudicata subentrarono la cattiva coscienza e la malvagia intenzione dell’apologetica.

    J. S. Mill (che in verità non ha nessuna intenzione malvagia) è tra i protagonisti della riduzione dell’economia politica alla economica, con il suo abbandono della spiegazione del profitto in termini di sovrappiù, a favore di una sua giustificazione in termini di remunerazione di un ‘fattore della produzione’. Questo è il cambiamento più importante; non tanto dal punto di vista analitico (dopo Sraffa sappiamo che il concetto di ‘produttività’ del capitale non ha alcun fondamento analitico), ma in quanto comporta l’abbandono di una prospettiva sistemica (oggi si direbbe macroeconomica), a favore di una prospettiva individualistica (microeconomica). Il 1870 è l’anno di inizio della Grande Depressione e della rivoluzione marginalista; rivoluzione che consiste in una critica radicale, nella forma della rimozione, dell’economia politica classica e della critica marxiana. Bersaglio principale è la teoria del valore lavoro e dunque il concetto di sovrappiù e dunque il concetto di classi sociali come categorie analitiche e come polarità conflittuali. Come scriverà Sraffa, il sistema della produzione e del consumo viene rappresentato dalla teoria moderna non più come un processo circolare, ma come un corso a senso unico che porta dai ‘fattori della produzione’ ai ‘beni di consumo’.
    Da questo punto di vista, il mondo economico non è più un mondo agitato dal conflitto di classe, ma un mondo armonioso abitato da una moltitudine di individui razionali, che con vantaggio reciproco si scambiano beni e servizi sul mercato. L’homo oeconomicus (il protagonista del romanzo mancato di Schumpeter?), animato da un astratto criterio di guadagno che sarebbe radicato nella natura umana, si muove in un campo di forze determinato dalle azioni degli altri individui e dai vincoli cui è soggetto, fino a quando il sistema non abbia raggiunto un equilibrio statico. Da indagine sulle cause della ricchezza delle nazioni e sulle leggi che ne governano la distribuzione tra le classi, l’economia diventa “la scienza che studia il comportamento umano come relazione tra fini e mezzi scarsi aventi usi alternativi”.
    L’economia può finalmente essere considerata una scienza fisica; una scienza, come la meccanica, a un tempo sperimentale e razionale. Il tema non è più il ruolo del lavoro nella produzione, nella distribuzione e nell’impiego del sovrappiù, ma la scarsità delle risorse. In breve, il rapporto capitalistico non è più il problema, ma è un dato: esso viene presupposto. Con questa riduzione a scienza pseudonaturale, a scienza di cose e di oggetti, il discorso economico rinuncia a pronunciare giudizi su come l’attività economica si svolge nei vari sistemi storici e su come variamente si configurano i rapporti tra i suoi soggetti collettivi.
    Scrivono i Marshall nel 1879,

    Un tempo si usava definire una nazione ‘il Corpo Politico’. Finché questa espressione era di uso comune, quando usavano il termine ‘Politico’ gli uomini pensavano all’interesse di tutta la nazione, e dunque ‘Economia politica’ era un nome appropriato per la scienza. Ma ora che con ‘interessi politici’ in generale si intendono gli interessi di una qualche parte soltanto della nazione, sembra opportuno lasciare cadere il nome ‘Economia politica’ e parlare semplicemente di Scienza economica o più brevemente di Economica.

    Nell’età degli imperi, il tema smithiano e stendhaliano della natura e cause della pubblica ricchezza non interessa più.

    III
    Curiosamente, i letterati affascinati dall’economia politica rimproverano agli economisti di essere troppo letterati anziché matematici rigorosi. Stendhal e De Quincey hanno qualche ragione nel trovare contraddittorio Smith e incompiuto Ricardo, ma la grandezza dell’economia politica classica sta proprio qui. D’altra parte non sono sicuro che avrebbero apprezzato gli sviluppi linguistici della economica, poiché al cambiamento di paradigma (dalle classi ai fattori), corrisponde un cambiamento nel linguaggio: dal linguaggio ordinario alla matematica.
    L’impiego della matematica in economia ha una lunga storia: dai grandi precursori della scuola milanese, Beccaria, Verri, Ortes, Gioja, Ressi, Vasco, a du Pont de Nemours, Isnard, al Marchese de Condorcet, a von Thünen, Cournot, Dupuit e Gossen. Lo stesso Say si era servito della matematica, ma non era favorevole al suo impiego in economia:

    L’economia politica, come la matematica, è basata sulla astrazione; in matematica si ha a che fare con grandezze, in economia politica con valori. In quanto i valori possono aumentare o diminuire, essi appartengono al dominio della matematica; ma in quanto sono soggetti alle facoltà, ai bisogni e alla volontà dell’uomo, essi rientrano nel dominio della morale. [...] Nell’economia politica nessuna quantità è suscettibile di una valutazione rigorosa.

    Soltanto nel 1870, tuttavia, la scelta della forma matematica diventa esclusiva, come si conviene a una economia politica ridotta a scienza pseudonaturale e la cui scientificità deve dunque essere certificata dalla sua formalizzazione matematica. Tra i protagonisti di questa mutazione, Jevons, Menger, Walras, Böhm-Bawerk, Fisher e Pareto. Un ruolo di grande importanza ha qui Edgeworth e vale la pena di ricordare, soprattutto ai più giovani, la sua circospetta voce Mathematical method in political economy del Palgrave vittoriano. Quel breve scritto comincia con un avvertimento: “L’idea di applicare la matematica agli affari umani può sembrare, a prima vista, una assurdità degna della Laputa di Swift”. (Secondo Gulliver ai Laputiani immaginazione, fantasia e inventiva sono totalmente negate: “il loro linguaggio non ha nemmeno le parole per indicare questi concetti; la cerchia dei loro pensieri e del loro intelletto è limitato alla matematica e all’astronomia”).
    Secondo Edgeworth l’uso della matematica in economia può però contribuire a quell’uso negativo o dialettico della teoria, che consiste nell’affrontare le argomentazioni erronee sul loro stesso terreno di ragionamento astratto: “Il metodo matematico è utile per liberarsi della spazzatura che ingombra le fondamenta della scienza economica”. Oltre a questa funzione critica, nota Edgeworth, l’uso di equazioni simultanee o di curve intersecantesi agevola la comprensione della marshalliana ‘simmetria fondamentale’ tra le forze della domanda e dell’offerta; mentre i littérateurs si perdono in dispute verbose su quale dei due fattori regoli o determini il valore. Il metodo matematico può dunque essere utile, ma non si dovrebbero dimenticare gli abusi e i difetti cui esso è esposto:

    Uno di questi è il rischio di essere sopravvalutato, un rischio comune a qualsiasi organon e specialmente a quelli nuovi. Come dice il professor Marshall, ‘Quanto non si siano studiate le condizioni effettive di un problema particolare, questa sapienza [matematica] vale poco più di una trivella petrolifera dove non ci sono giacimenti di petrolio’.

    L’economica contemporanea ha dimenticato l’avvertimento di Edgeworth e senza scrupoli muove dall’assunto di Jevons:

    La storia della scienza proverebbe decisivamente che la deduzione è stata la guida di tutte le grandi scoperte. [...] Il più importante risultato del metodo deduttivo è la teoria della gravitazione, che rappresenta un esempio perfetto del suo procedimento. Possiamo supporre che in questo caso l’induzione preliminare consistesse nella celebre caduta del pomo, che accadde mentre Newton stava seduto in un orto nel periodo di tempo in cui conduceva vita ritirata, lontano da Londra, a causa della grande pestilenza. La caduta del pomo, come si racconta, indusse Newton a pensare che ci deve essere una forza che tende a trarre i corpi verso la Terra, e egli si domandò perché la luna non cadesse per tale causa sulla Terra.

    Se così fosse, se l’economia fosse una scienza puramente deduttiva, si avvererebbe il sogno di Leibniz :

    Quando sorgeranno controversie tra due filosofi, non sarà più necessaria una discussione. Sarà sufficiente infatti che prendano in mano le penne, si siedano di fronte agli abachi e si dicano l’un l’altro: calculemus!

    Le infinite controversie che dividono gli economisti mostrano che così non è. Contro Robbins, Keynes, che significativamente torna all’uso del linguaggio ordinario ma non per questo è un littérateur, argomenta che la teoria economica non è una scienza puramente deduttiva, poiché il suo statuto epistemologico non è quello delle scienze della natura e tanto meno quello della fisica newtoniana. L’economia è invece una scienza morale:

    Essa ha a che fare con l’introspezione e con i valori, oltre che con motivazioni, attese, incertezze psicologiche. Si deve stare costantemente in guardia, nei confronti di una trattazione del materiale come costante e omogeneo. È come se il cadere al suolo della mela dipendesse dai motivi della mela stessa, dai vantaggi del cadere al suolo, dal desiderio del suolo che la mela cada e da calcoli erronei, da parte della mela, circa la sua distanza dal centro della terra.

    Probabilmente questa immagine sarebbe piaciuta a Stendhal.
    Università di Pavia, agosto 2003

 

 
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