A trent'anni dal referendum:
divorzio che errore!
Alla fine del 1987, Gabrio Lombardi decide di pubblicare
alcune osservazioni su un avvenimento che lo aveva visto
protagonista alcuni anni prima, in occasione del
referendum abrogativo della legge divorzista, svoltosi
il 12 maggio 1974: nascono così un articolo pubblicato
sulla rivista Studi cattolici, poi un libro un po' più
ampio.
Docente di materie romanistiche in diverse università
italiane, presidente del Movimento Laureati Cattolici
dal 1964 al 1970, Gabrio Lombardi era stato un
protagonista della vicenda, guidando il Comitato per
l'abrogazione della legge divorzista, che avrebbe
raccolto, nel giugno 1971, oltre un milione di firme.
Il 1° dicembre 1970, il giornale-radio dava notizia
dell'avvenuta approvazione alla Camera dei deputati, nel
corso della notte, della legge divorzista (Fortuna-Baslini,
dal nome dei due primi deputati firmatari), ma anche
dell'Appello agli italiani da parte di 25 personalità
del mondo cattolico, e non solo, nel quale si annunciava
la volontà d'indire un referendum abrogativo della legge.
L'appello era firmato dai docenti Sergio Cotta, Augusto
Del Noce, Gabrio Lombardi, Carlo Felice Manara, Enrico
Medi, Alberto Trabucchi, e ancora da Giangualberto Archi, Giuseppe
Auletta, Felice Battaglia, Carlo Bozzi, Antonio
Ciampi, Lia Codacci Pisanelli, Serio Galeotti, Filippo
Gallo, Giorgio La Pira, Franco Ligi, Lina Merlin,
Bernardo Maerlo, Giambattista Migliori, Giuseppe Olivero, Marcello
Rodinò, Francesco Santoro Passarelli, Libera
Santucci, Ignazio Scotto, Egidio Tosato.
Preceduta dalla deposizione di una richiesta di
referendum promossa da alcuni giovani dell'associazione
Alleanza Cattolica, - che poi porteranno un contributo
di 50mila firme alla raccolta - il Comitato di Lombardi
finalmente partì nella primavera del 1971, raccogliendo
1.370.134 firme che vennero depositate presso la Corte
di Cassazione di Roma il 19 giugno 1971.
Il referendum si svolgerà soltanto nel 1974, perché dava
fastidio.
Anzitutto, non era capito nelle sue motivazioni profonde
da molti cattolici, che ancora oggi non riescono a
comprendere il concetto d'indissolubilità secondo il
diritto naturale, l'unica motivazione che permette di
giustificare la battaglia affinché le leggi dello Stato
promuovano e difendano l'indissolubilità matrimoniale.
Se non fosse stato così, avrebbero avuto ragione i
fautori della legge divorzista ad accusare i cattolici
di voler obbligare anche i non credenti a un atteggiamento
che derivava dalla fede, e quindi in sostanza a
un'imposizione di quest'ultima.
Il fatto che non si sia riusciti a far "passare" questo
punto di dottrina dimostra la crisi culturale e morale
che aveva già allora investito il mondo cattolico e
sulla quale interverrà la Conferenza episcopale italiana
il 10 ottobre 1974.
Con questi presupposti era difficilissimo vincere il
referendum, che peraltro sfociò, nel corso della campagna elettorale, in
una contrapposizione muro contro muro fra
cattolici (non tutti) da una parte e le diverse famiglie
ideologiche del laicismo dall'altra parte.
La rivoluzione sessuale
La posta in gioco era altissima: come aveva detto il
filosofo cattolico Augusto Del Noce nel corso di
un'assemblea svoltasi nell'ambito dell'importante
associazione di Bologna il Mulino (un "pensatoio"
composto da liberali e cattolici), il divorzio era
una tappa dell'aggressione al matrimonio e alla famiglia
intesi come fondamenti stabili della società civile, alla
quale sarebbe seguita la legalizzazione dell'aborto e di
quanto potesse contribuire a scalfire l'assetto della
società italiana.
Per Del Noce, in sostanza, ci si trovava di fronte a una
rivoluzione sessuale, della quale forniva le prime
indicazioni che successivamente sarebbero state riprese
in alcuni articoli di Massimo Introvigne e che purtroppo
sarebbero diventate una realtà storica e culturale
dell'Italia odierna.
Una battaglia di civiltà
Si ripeteva così, per la seconda volta dopo il 1945, uno
scontro di civiltà che divideva l'Italia, come era accaduto
il 18 aprile 1948.
Anche di fronte all'introduzione della legge sul divorzio,
non si sarebbe verificata una competizione elettorale fra
partiti pur portatori di visioni ideologiche diverse e
alternative, ma si sarebbe dovuto scegliere fra diversi
tipi di civiltà.
Il 18 aprile l'alternativa era fra la libertà del sistema
occidentale e il totalitarismo comunista, negli anni 1970
si doveva decidere se questa libertà potesse essere usata
contro la verità sul matrimonio, anticipando il nodo più
drammatico che, dal punto di vista dottrinale, accompagna
la storia della modernità, cioè il rapporto fra libertà
e verità.
Nonostante lo sforzo del Comitato di Lombardi di mantenere
lo scontro sul piano civile, la contrapposizione divenne
politica e religiosa e penetrò anche all'interno del mondo
cattolico.
La Democrazia Cristiana, nel suo insieme, non voleva il
referendum, che avrebbe diviso le forze politiche,
allontanato fra loro i partiti al governo e reso più
difficile il rapporto col partito comunista, che negli
anni successivi sarebbe sfociato nel compromesso storico;
soprattutto, la DC temeva di trovarsi di fatto alleata con
i partiti di destra, in un clima politico, quello degli
anni 1970, che vedeva un'aggressiva campagna condotta
soprattutto dai gruppi della sinistra extra-parlamentare
per impedire ogni forma di agibilità politica alle forze
anticomuniste.
Come sarà in occasione dell'approvazione della legge 194
sull'aborto, firmata da ministri tutti democristiani e
da un presidente della Repubblica anch'egli democristiano,
gli uomini della DC avevano paura di contrapporsi alla
legge divorzista per timore di vedere incrinarsi le
alleanze di governo.
Il desiderio di rimanere al potere a qualsiasi costo, in
ultima analisi, fece prendere le decisioni.
Non tutti forse, non Guido Gonella, per esempio, che,
dieci giorni dopo lo svolgimento del referendum, come
ricorda Lombardi, denuncerà proprio questo atteggiamento:
avremmo dovuto – scriveva allora - "sacrificare anche i
Governi, pur di impedire l'approvazione della legge
Fortuna. E questo è stato un errore imperdonabile".
Se la DC aveva paura di perdere il controllo del potere,
altri gruppi e singoli cattolici si opposero al referendum,
non firmando prima la richiesta di referendum e poi
operando pubblicamente perché la legge rimanesse in vigore.
Vi saranno i cattolici democratici, che predisposero un
appello contrario all'abrogazione della legge (Francesco
Traniello, Sabino Samuele Acquaviva, Franco Bassanini,
Paolo Prodi, Tiziano Treu, Giuseppe Alberigo, Pietro
Scoppola, Paolo Brezzi, Pierre Carniti, Nuccio Fava,
Raniero La Valle, Mario Pastore, Luigi Pedrazzi, Pasquale
Saraceno, Giancarlo Zizola, Guglielmo Zucconi, Adriana
Zarri e altri).
Ma saranno soprattutto il rettore dell'Università Cattolica,
Giuseppe Lazzati, e il piccolo fratello della congregazione
fondata da Charles de Foucauld, Carlo Carretto, ad assumersi
la responsabilità di posizioni pubbliche che ferirono
profondamente l'unità dei cattolici di fronte al problema
del divorzio.
Carretto scriveva sul quotidiano La Stampa del 7 maggio
1974 un articolo (che sembra venisse riprodotto dal PCI
in un milione di copie) nel quale testualmente affermava:
"Voto no …E Tu, Signore, per chi voti? Mi par di saperlo
dalla pace che sento dentro di me".
Poi Carretto ritratterà pubblicamente, anche se in maniera
ambigua, da come si deduce leggendo l'intervento contenuto
nella sua autobiografia (Cittadella editrice, 1992, pp.
337-340), il 3 aprile, giovedì santo del 1975, nella
cattedrale di Foligno, davanti al vescovo mons. Siro
Silvestri, ma intanto il danno, indubbiamente elevato,
era stato prodotto.
Lazzati era contrario al referendum, anche se a dire di
mons. Piero Zerbi, voterà a favore dell'abrogazione, il
12 maggio 1974.
In una lettera a papa Paolo VI, riprodotta da Lombardi,
emerge la sua incomprensione del carattere naturale e
civile del problema del divorzio, come era stato per
Carretto, e quindi la sua avversione al referendum.
Ma il peggio si verificherà quando, durante la campagna
referendaria, nella "sua" università, sostanzialmente non
permetterà al professor Sergio Cotta di tenere una
conferenza contro il divorzio, a causa della presenza di
numerosi esponenti della sinistra extra-parlamentare,
verosimilmente malintenzionati.
L'episodio non ha suscitato un adeguato scalpore, anche
se ogni tanto ritorna alle cronache: certamente, il fatto
che in Università Cattolica sia esistita soltanto una
campagna referendaria a favore del divorzio conferma
l'analisi preoccupata della situazione ecclesiale fatta
dalla CEI all'indomani della consultazione.
Come avevano previsto i promotori del referendum, la ferita inferta al
corpo legislativo ha prodotto una graduale
erosione dell'istituto matrimoniale che, oggi, fuor di
metafora, non costituisce più l'approdo normale e unico
della vita di una coppia.
Oggi si divorzia sempre più frequentemente, ci si sposa
di meno, si introduce lentamente la possibilità legale
di unioni omosessuali.
Il matrimonio è diventata un'opzione fra altre.
Non si tratta di scandalizzarsi e di riaprire una ferita,
soprattutto interna al mondo cattolico.
Bisogna semplicemente ricordare, perché quei "maestri"
continuamente riproposti all'ammirazione dei fedeli vengano
un poco ridimensionati a favore di chi ritenne il referendum come un
dovere di testimonianza civile, a vantaggio del
bene comune dell'Italia, in difesa di una civiltà oggi
non più visibile.
Ricordare per ricominciare a seminare, con il Vangelo, quella verità
sull'uomo che prevede, in natura, il matrimonio "per
sempre".
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Bibliografia
Gabrio Lombardi, "Perché il referendum sul divorzio? 1974
e dopo", Ares 1988
Massimo Introvigne, Metafisica dell'amore e Rivoluzione
sessuale, in Cristianità, n.71, marzo 1981; Socialismo
e rivoluzione sessuale, in Cristianità, n. 97, maggio 1983
Marco Invernizzi, Appunti sulla storia e sul "progetto"
dei "cattolici democratici", in Cristianità, n. 156-157,
aprile-maggio 1988
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Un'inchiesta promossa dalla segreteria generale della CEI,
nel 1974, ha portato a individuare nelle cause che la
segreteria dei vescovi indica qui di seguito, la ragione
della profonda crisi che avvolge il mondo cattolico italiano
e che il referendum ha portato alla luce:
" […] Correnti di pensiero prevalentemente dominate dalla
ideologia marxista e tutte permeate da una antropologia
unidimensionale.
[…]
Perdita di incidenza, in Italia, del pensiero cattolico;
le strutture della cultura sono passate in altre mani.
[…]
una scarsa e disorganica assimilazione del Concilio, con
false sperimentazioni e interpretazioni; con lentezza e
ritardi da una parte; con precipitazioni spregiudicate
dall'altra;
[…]
una "crisi di crescenza" della cultura teologica: sono
prolificati libri, opuscoli, riviste, che hanno affrontato
e diffuso problemi assai gravi di dottrina teologica e
morale, senza i debiti fondamenti e la seria preparazione;
una penetrazione progressiva di idee, interpretazioni,
terminologie a sfondo socio-politico e marxista e
un'esclusione quasi sistematica della dimensione metafisica
e di quella teologico-pastorale"
In questo contesto è stato affrontato il referendum contro
il divorzio che, dice sempre la CEI, ha soltanto "evidenziato
i mali della Chiesa in Italia e li ha esasperati", mostrando
"un declino e un sottosviluppo della coscienza cristiana, che
non ha saputo reagire al laicismo e al secolarismo, in
stridente contrasto con lo stesso Vaticano II, che impegna
il cristiano a portare nell'ordinamento della città terrena
lo spirito del Vangelo, secondo l'insegnamento della Chiesa"
[Segreteria generale della CEI, Inchiesta sulla situazione
ecclesiale in Italia. Sintesi delle relazioni delle
Conferenze regionali e delle Commissioni episcopali, Roma,
10 ottobre 1974, in Enchiridion della Conferenza Episcopale
Italiana, vol. 2 (1973-1979), EDB 1985, p. 545].
Marco Invernizzi
(C) il Timone, n. 30, anno VI, febbraio 2004
http://timone.totustuus.info/




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