User Tag List

Risultati da 1 a 9 di 9
  1. #1
    Mai l'altra guancia
    Data Registrazione
    08 Mar 2006
    Località
    -
    Messaggi
    25,492
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Question I quattro cavalieri della globalizzazione.

    Dopo "Maledetto Progresso", che non è piaciuto soprattutto perché presentato come opera di M. Fini, ci riprovo con questo:
    I quattro cavalieri della globalizzazione
    Walden Bello

    Gli eredi del neoliberismo della prima ora perseguono strade diverse per salvare il libero mercato. Ma tendono però a chiudere gli occhi sul fallimento del progetto «globalista», respingendo i progetti di deglobalizzazione portati avanti dai movimenti sociali. Quando lo scorso anno due studi hanno descritto come il centro di ricerca della Banca Mondiale avesse sistematicamente manipolato i dati per dimostrare che le riforme neoliberiste sul mercato stessero promuovendo la crescita e riducendo la povertà nei paesi in via di sviluppo non ci fu nessuna reazione di sorpresa da parte dei «circoli» intellettuali, economici e politici che si occupano di politiche dello sviluppo.

    Gli sconvolgenti risultati dell'analisi svolta dal Robin Broad dell'American University e il rapporto di Angus Deaton della Princeton University e dell'ex direttore del Fondo Monetario Internazionale Ken Rogoff erano l'ultimo atto del collasso di ciò che è stato chiamato Washington Consensus. Imposto ai paesi in via di sviluppo attraverso la formula dei programmi di «aggiustamento strutturale» finanziati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, il Washington Consensus ha regnato fino ai tardi anni '90 quando fu evidente che l'obiettivo perseguito - crescita sostenuta, riduzione della povertà e dell'ineguaglianza - era lungi dall'essere raggiunto. Ed è proprio alla metà di questo decennio che il «consenso» viene meno. Il neoliberismo rimane sempre lo «standard», ma molti economisti e tecnocrati hanno ormai perso fiducia in esso.

    Washington Consensus Plus Coscienti dei fallimenti del Washington Consensus, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale stanno ora promuovendo quello che il premio Nobel Joseph Stiglitz ha chiamato con sdegno il Washington Consensus Plus, in base al quale le riforme a favore del libero mercato che pur erano indispensabili non sono state da sole sufficienti. Le riforme finanziarie, per esempio, devono avere sequenzialità, se si vuole evitare debacle come le crisi finanziarie asiatiche degli anni Novanta. Memori della discesa della Russia nel capitalismo mafioso degli anni '90, le due istituzioni ora parlano anche dell'importanza di accompagnare la riforma del mercato con riforme legali e istituzionali che possano far rispettare proprietà privata e contratti. Tra gli altri principi che devono accompagnare gli «aggiustamenti strutturali» ci sono la «buona gestione» e politiche per «sviluppare il capitale umano». Il mix di riforme istituzionali e sostegno al libero mercato è stato consolidato nei primi anni di questo decennio nei cosiddetti «Programmi strategici per la riduzione della povertà» (in inglese la sigla è Prsp, n.d.r.). Contrariamente a quello che un analista ha definito «neoliberalismo a pugno nudo», i Prsp sono infatti liberal per quanto riguarda i processi decisionali, che devono vedere una consultazione tra le diversi parti interessate tra cui le organizzazioni della società civile. Questo non significa che l'obiettivo dei «programmi contro la povertà» sia diverso da quello del suo antenato - liberalizzazione, deregulation, privatizzazione e commercializzazione della terra e delle risorse -, ma si propone di raggiungerlo attraverso il limitato coinvolgimento delle comunità «interessate». Un coinvolgimento mediato però da organizzazioni non-governative di matrice liberal piuttosto che attraverso la partecipazione dei movimenti sociali. I Psrp sono dunque programmi di aggiustamento strutturale di seconda generazione che cercano di ammorbidire l'impatto negativo delle riforme.

    Neoliberismo neoconservatore Un secondo erede del Washington Consensus è il «neoliberaismo neoconservatore», un approccio che orienta l'operato dell'amministrazione Bush e che ha avuto il suo battesimo con il famoso rapporto del 2000 stilato dalla commissione del Congresso sulle istituzioni multilaterali guidata da Alan Meltzer. Il rapporto sostiene - quantomeno a livello di retorica - una riduzione del debito delle nazioni più povere per dirottare le risorse finanziarie derivanti dalla riduzione del debito alla costituzione di specifici «fondi a concorso». Inoltre, i «fondi a concorso» consentono un coordinamento delle riforme a favore del libero mercato in accordo con la «sicurezza nazionale» statunitense e le strategie delle multinazionali americane.

    La «buona» e «cattiva» sinistra C'è anche un terzo erede del Washington Consensus. Si tratta del «neostrutturalismo», un approccio che viene associato alla Commissione Economica per l'America Latina (Cepal). Secondo la teoria neostrutturalista le politiche neoliberiste sono state troppo costose e a lungo termine non produttive. Per i sostenitori di questo approccio equità e crescita non si escludono a vicenda e potrebbero operare in piena «sinergia». Una minore ineguaglianza dovrebbe infatti sostenere la crescita economica, perché garantisce stabilità politica e macroeconomica, aumenta la capacità di risparmio dei poveri, innalza i livelli di educazione ed espande la domanda aggregata. I neostrutturalisti propongono quindi politiche di redistribuzione del reddito attraverso politiche sanitarie, educative e abitative. Questo è il tipo di programmi che caratterizza quella che l'opinionista messicano Jorge Castaneda ha chiamato la «buona sinistra» dell'America Latina, riferendosi al governo di Lula in Brasile e all'alleanza governativa «Concertacion» in Cile. Concentrandosi sui trasferimenti per proteggere e potenziare la capacità dei poveri, l'approccio neostrutturalista non interferisce con le forze del mercato al livello di produzione, diversamente dalla linea della «cattiva sinistra» (Hugo Chavez e altri) che interviene direttamente nella produzione e nelle politiche salariali. I neostrutturalisti abbracciano la globalizzazione, e sostengono che un obiettivo chiave delle loro riforme è rendere i paesi più competitivi a livello globale. Siccome le riforme neostrutturaliste puntano a ridurre le disparità di reddito sono considerate una strada per rendere la globalizzazione più appetibile se non popolare. Secondo l'economista cileno Fernando Leiva le politiche neostrutturaliste rappresentano tuttavia un «paradosso eretico»: la ricerca di una competitività generale da parte delle economie nazionali hanno infatti condotto «alla consolidazione politico-economica delle pratiche neoliberiste». In fondo, il neostrutturalismo come il Washington Consensus Plus non sovvertono il neoliberismo, piuttosto ne mitigano la povertà le ineguaglianze. I programmi mirati anti-povertà del governo Lula possono certamente aver ridotto le fila dei «miserabili», ma l'istituzionalizzazione delle politiche neoliberiste continuano comunque a produrre produrre povertà, ineguaglianza e stagnazione nella più grande realtà economica dell'America Latina.

    Socialdemocrazia globale Accanto al neostrutturaliamo e il neoliberismo neoconservatore ha preso forma e si è sviluppata la «socialdemocrazia globale», un approccio che viene identificato con l'economista Jeffrey Sachs, il sociologo David Held, il premio Nobel Joseph Stiglitz e la ong britannica Oxfam. Diversamente dai tre approcci precedenti, questa prospettiva ammette il fatto che la crescita e l'equità possono essere in conflitto e pone l'equità chiaramente al di sopra della crescita. Questo approccio mette inoltre in dubbio una tesi centrale del neoliberismo, cioè che la liberalizzazione del commercio sia benefica a lungo termine. Stiglitz sostiene infatti che, nel lungo periodo, la liberalizzazione del commercio potrebbe condurre a una situazione in cui «la maggior parte dei cittadini è messa peggio». Infine i socialdemocratici globali chiedono cambiamenti fondamentali nelle istituzioni e nelle regole della governance globale come l'Fmi, il Wto, e gli accordi sulla proprietà intellettuale per fini commerciali (Trip). David Held, ad esempio, chiede «la riforma, se non l'abolizione completa degli accordi Trip», mentre Stiglitz dice che «i paesi ricchi dovrebbero aprire i mercati ai paesi più poveri, senza reciprocità e senza porre condizioni politiche ed economiche». I socialdemocratici globali vedono infine nel movimento anti-globalizzazione un alleato, che Sachs ringrazia «per aver messo alla luce le ipocrisie e gli evidenti fallimenti della governance globale e per aver messo fine ad anni di auto-celebrazione dei ricchi e dei potenti». Ma la globalizzazione è però il punto sul quale i socialdemocratici globali pongono il loro aut aut. Questo perché similmente al neoliberismo della prima ora, al Washington Consensus Plus, al neoconservatorismo statunitense e al neostrutturalismo la socialdemocrazia globale vede nella globalizzazione un fenomeno che se fosse gestito bene porterebbe benefici ai più. I socialdemocratici globali vedono infatti se stessi come i salvatori della globalizzazione, temendo che la sua crisi provochi un ritorno al passato. Di fronte al questa eventualità ricordano le conseguenze nefaste della turbolenta inversione della prima ondata di globalizzazione dopo il 1914. Per Sachs, Held e Stiglitz, il mondo ha dunque bisogno di una globalizzazione socialdemocratica o «illuminata» in cui l'integrazione globale del mercato vada avanti, ma sia gestita in modo equo e sia accompagnata da una progressiva «integrazione sociale globale». Ci sono diversi problemi che derivano da questa adesione alla globalizzazione da parte della socialdemocrazia globale. Prima di tutto, è discutibile che la rapida integrazione dei mercati e della produzione - l'essenza della globalizzazione - possa avere luogo al di fuori di una cornice neoliberista il cui precetto centrale è abbattere i muri delle tariffe doganali ed eliminare le restrizioni agli investimenti. In secondo luogo, è ugualmente discutibile che, se si potesse pensare a una globalizzazione in regime di equità sociale, questa dovrebbe essere effettivamente desiderabile. Le persone desiderano veramente essere parte di un'economia globale funzionalmente integrata dove scompaiono le barriere tra il nazionale e l'internazionale? Non preferirebbero invece essere parte di sistemi economici che possano essere controllati a livello locale e che siano protetti dall'andamento ondivago dell'economia internazionale? La reazione contro la globalizzazione non dipende infatti solo dalle ineguaglianze e dalla povertà che essa ha creato ma anche dal sentire di uomini e donne che hanno perso ogni parvenza di controllo sull'economia a favore di forze internazionali impersonali. Uno dei temi che riecheggiano maggiormente nel movimento antiglobalizzazione è la richiesta di bloccare la crescita finalizzata alle esportazioni e la creazione di strategie di sviluppo tanto a livello locale che globale, all'interno però di una regolamentazione dell'economia.

    La sfida perduta Il problema fondamentale con gli eredi del Washington Consensus è la loro incapacità di radicare la loro analisi nelle dinamiche del capitalismo come sistema di produzione. In questo modo essi non sono in grado di vedere che la globalizzazione neoliberista non è una nuova fase nell'evoluzione del capitalismo ma un tentativo disperato e fallimentare di superare le crisi di sovraccumulazione, sovrapproduzione e stagnazione che hanno colpito le economie capitalistiche centrali a partire dalla metà degli anni '70. Rompendo il compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro nato nel secondo dopoguerra ed eliminando le barriere nazionali al commercio e all'investimento, le politiche economiche neoliberali hanno cercato di invertire la tendenza alla crisi dello sviluppo economico e dei profitti. Questa «fuga verso il globale» ha avuto luogo sullo sfondo di un processo conflittuale più ampio segnato da una rinnovata competizione inter-imperialista tra i principali centri di potere capitalistico, l'ascesa di nuove centri capitalistici, la destabilizzazione ambientale, un'ulteriore sfruttamento del Sud - quello che David Harvey ha chiamato «accumulazione per espropriazione» - e una resistenza che emerge tutt'intorno. La globalizzazione ha fallito nel fornire al capitale una via d'uscita dalle sue crisi di accumulazione. Con il suo fallimento, ora vediamo le élite capitaliste che la abbandonano per ritornare a strategie nazionali di protezione e competizione con il sostegno dello stato per il controllo dei mercati e le risorse globali, con la classe capitalista statunitense che fa da apripista. Questo è il contesto che Jeffrey Sachs e altri socialdemocratici non riescono a comprendere quando propongono la loro utopia: la creazione di un «capitalismo globale illuminato» che dovrebbe «umanizzare» la globalizzazione. Il tardo capitalismo ha un irreversibile logica distruttiva. Invece che impegnarsi nel compito impossibile di umanizzare un fallito progetto globalista, la sfida urgente che ci sta di fronte è gestire il ritiro dalla globalizzazione in modo che non provochi la proliferazione di conflitti incontrollabili e sviluppi destabilizzanti come quelli che segnarono la fine della prima ondata di globalizzazione nel 1914. (Traduzione di Paolo Gerbaudo)
    Walden Bello, Un intellettuale organico da Antonio Gramsci al network «Focus on the Global South»

    La vita di Walden Bello è segnata dal tentativo di coniugare la sua attività di studioso e di attivista. D'altronde quella dell'intellettuale organico è una figura che ben conosce, visto che la sua tesi di laurea è sulla figura di Antonio Gramsci. Nato a Manila, dopo la laurea si è trasferito negli Stati Uniti dove ha conseguito il dottorato in sociologia presso l'Università di Princeton. Incarcerato più volte nelle Filippine di Marcos è stato bandito dal suo paese per oltre venti anni. Dopo la caduta della dittatura è tornato nel suo paese, dove ha continuato la sua militanza accanto al movimento sindacale e ai gruppi a difesa dei diritti umani. Le sue riflessioni sull'economia asiatica sviluppate in più libri e all'interno del network di studiosi «Focus on the Global South» sono diventate un punto di riferimento per i movimenti sociali di quell'area. In Italia sono stati pubblicati «Domination» (Nuovi Mondi), «Il futuro incerto», «La vittoria della povertà», «Deglobalizzazione» (tutti pubblicati da Baldini Castoldi Dalai editore).

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    Mai l'altra guancia
    Data Registrazione
    08 Mar 2006
    Località
    -
    Messaggi
    25,492
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    «Una società liberale che vuole durare deve difendere chi è colpito dal cambiamento»
    Mercato e welfare, l'Italia e la Fiat sulla scena economica mondiale L'intervento di Sergio Marchionne al convegno de «L'industria»




    Sergio Marchionne, ad del gruppo Fiat (Lapresse)
    Sergio Marchionne, amministratore delegato della Fiat, ha pronunciato al convegno della rivista «L'Industria» un applaudito intervento sui modelli di capitalismo e la responsabilità sociale. Eccone i passaggi più significativi.

    ***

    La storia della Fiat richiede di essere collocata e compresa all'interno del contesto sociale in cui il turnaround è stato realizzato. Gestire un'impresa in Europa significa prima di tutto avere a che fare con un modello di capitalismo che ha caratteristiche molto specifiche. Alcuni economisti sono convinti che il sistema europeo — per migliorare produttività, efficienza e profitti — debba convergere verso il modello americano. Non credo che questo tipo di convergenza sia possibile nel medio termine, ma non credo neppure sia auspicabile. Le organizzazioni europee sono nate e cresciute in un terreno culturale fertilizzato da due condizioni storiche: una tradizione di apertura al mercato relativamente recente e un forte senso di responsabilità sociale. Non esiste un unico modello di capitalismo. Stati Uniti, Asia, Europa sono tutti in competizione fra loro ma nessuno converge verso nessun altro. L'unico denominatore comune è il mercato. Queste organizzazioni danno il meglio di sé quando sono messe a bagno nella concorrenza aperta e globale.
    È il concetto di responsabilità sociale che differenzia l'Europa dagli Stati Uniti. Secondo un'analisi dell'Ocse, la spesa pubblica sociale è circa il 27% del Pil in Francia, Germania e Italia — in Svezia addirittura il 38% — mentre si aggira intorno al 16% negli Usa. La differenza tra i livelli di spesa pubblica — europeo e americano — si manifesta in modo evidente a partire dal 1975. Da quel momento vi è un notevole aumento della spesa in Europa mentre in Usa si mantiene costante nel tempo. Indagare quali siano i motivi è compito dei politici. Qualunque sia la ragione, queste differenze esistono e chiunque operi in Europa deve considerare questo particolare contesto sociale e politico. Sono convinto, non solo sulla base della mia esperienza in Fiat, ma anche in altre realtà industriali europee, che si può e si deve cercare il dialogo costruttivo. E che le soluzioni si possono trovare.
    In Fiat abbiamo ottenuto risultati importanti sulla via del dialogo. Dopo dieci anni— e senza un'ora di sciopero, che è un caso più unico che raro per l'Italia— è stato rinnovato il contratto integrativo aziendale. Dopo dieci anni sono stati assunti in fabbrica i primi giovani, in cambio di turni straordinari di lavoro. Abbiamo siglato un importante accordo con le istituzioni locali per la riqualificazione di Mirafiori, il più grande complesso industriale italiano, che ha comportato anche l'avvio di una nuova linea di produzione e l'assorbimento della cassa integrazione congiunturale. I risultati raggiunti da Fiat dimostrano che trasformazioni simili sono possibili, anche in un Paese con una forte coscienza sindacale e con quello che la maggior parte dei commentatori anglosassoni chiamerebbero «struttura del lavoro poco flessibile». Se dovessi scegliere tra cercare di risolverela relazione di General Motors con i suoi sindacati (Uaw) o di trattare i livelli occupazionali in Europa, io preferirei la seconda.
    Non c'è dubbio che la produttività e la flessibilità rimangono gli elementi chiave del nostro sviluppo industriale. In questo contesto, l'Italia è decisamente indietro rispetto al resto dell'Europa, ma resto convinto che è sulla strada del dialogo costruttivo che i problemi si possono risolvere. Se una società liberale deve durare nel tempo, è nel suo interesse sostenere coloro che sono colpiti dal cambiamento.
    L'Europa può e deve distinguersi nella creazione e nella gestione di mercati liberi, riconoscendo e trattando in modo efficace le conseguenze delle loro attività sui propri membri. E deve farlo in maniera onesta e giusta, senza cadere preda di certi meccanismi troppo protettivi che sono già in uso in alcuni paesi membri e che, soprattutto in Italia, possono seriamente minacciare la ripresa industriale del Paese. Ma l'impegno esiste e non può essere ignorato. Lo sviluppo di un'impresa non è solo una questione di tecnologia o di risorse finanziarie. È prima di tutto una questione di cultura. Le nostre imprese hanno bisogno di abbracciare la sfida del nuovo e pensare al futuro come a una grande opportunità. Hanno bisogno di un contesto trasparente e altamente competitivo. Hanno bisogno di vivere la cultura del cambiamento come una necessità. Di misurarsi ogni giorno sul merito, di fondare le proprie radici sui valori della concorrenza e del mercato. Quello che ogni Paese può fare è garantire che questa partita si giochi alla pari, che le opportunità siano le stesse offerte ad altre imprese in altri Paesi. In Italia non sempre queste condizioni sono così facili da trovare.
    Qualche ragione c'è se gli investimenti esteri sono ancora così bassi. E queste ragioni si chiamano burocrazia, servizi, infrastrutture, tasse e costi di gestione. Dalla mia esperienza personale, ho visto che i vincoli burocratici alla fine proteggono aziende inefficienti, aziende che non hanno prospettive di sviluppo e nella maggior parte dei casi scaricano i costi sui clienti. La burocrazia non fa che alimentare se stessa. Perché porta la società a chiudersi a riccio, a proteggere quello che già esiste, senza mai affrontare le sfide del cambiamento. Allo stesso modo, ci sono altri elementi importanti per costruire un sistema economico che possa mostrarsi «attrattivo» non soltanto per chi opera già oggi in Italia ma anche per le aziende estere. Penso al miglioramento dei servizi pubblici, alla creazione di una rete di infrastrutture efficiente e moderna, a cominciare dal sistema viario e dei trasporti in genere. Ma penso anche alla riduzione della pressione fiscale e ad un tema come il costo dell'energia che in Italia è decisamente eccessivo rispetto al resto dei Paesi più industrializzati.
    Tutti questi ragionamenti valgono a maggior ragione per il Sud Italia, dove è prioritario colmare il gap nei confronti del resto del Paese. Ma la prospettiva con cui ci si deve muovere non può essere quella assistenziale. La cultura dell'assistenzialismo produce dipendenza e spegne lo spirito di iniziativa e il senso di responsabilità. Il lavoro si crea solo se i meccanismi economici sono efficienti e se gli stimoli del mercato sono forti. In questo modo anche la cultura del cambiamento e della competizione possono trovare un terreno fertile. Credo che il caso della Fiat sia solo un esempio della ristrutturazione dell'industria in Europa e della forza positiva del cambiamento. Il nostro cambiamento è stato realizzato da un gruppo di manager internazionali, molti dei quali italiani, che hanno abbracciato l'idea della competizione globale e che sono disposti a mettersi in gioco e a coinvolgere gli altri stakeholders nel sistema economico per raggiungere i necessari livelli di competitività. Grandi organizzazioni sono il risultato dell'esercizio della leadership di uomini e di donne che comprendono il concetto di servizio, di comunità, di rispetto fondamentale per gli altri e che ispirano.
    C'è una storia che oggi non vi ho raccontato. In un certo senso è troppo presto per raccontarla, è la storia della trasformazione personale dei leader che sono stati coinvolti nel rilancio della Fiat e delle persone che gestivano. Ci sono dozzine di esempi simili e indubbiamente più validi e significativi: General Electric negli ultimi 25 anni, prima con Jack Welch ed adesso con Jeff Immelt; la resurrezione di Ibm operata da Lou Gerstner, le esperienze di Robert Oppenheimer nel Manhattan project con il team che ha costruito la bomba atomica, l'incredibile vittoria di Bili Clinton nelle elezioni presidenziali del 1992. Ma l'elemento comune a tutti questi casi è che tutti hanno lasciato un segno indelebile sulla formazione e sulla crescita dei leader. Sono cambiati per sempre.
    Stiamo imparando come si vive da sopravvissuti e stiamo sviluppando le capacità di pensare al futuro in modo aggressivo e positivo. E lo stiamo facendo in un paese che è stato spesso etichettato dall'Economist strutturalmente e cronicamente perdente con titoli quali «Arrivederci. dolce vita» e «Don't cry for me, Italia». Ma questa è la prova che c'è speranza per tutti noi: nemmeno gli inglesi hanno la capacità di andare oltre i limiti della credulità e dell'immaginazione. Dopo tutto, la storia della Fiat è la storia del potere della leadership e della mancanza di paura di un gruppo di leader integri impegnati a raggiungere gli obiettivi. Come dice Mel Gibson nel film Braveheart: «Gli uomini non seguono gli uomini. Gli uomini seguono il coraggio». E forse dobbiamo dare ragione a un teorico politico molto frainteso — Niccolò Machiavelli — che circa 600 anni fa disse: «Il ritorno al principio è spesso determinato dalla semplice virtù di un uomo. Il suo esempio ha una tale influenza che gli uomini buoni desiderano imitarlo e quelli cattivi si vergognano di condurre una vita contraria al suo esempio».
    In Fiat stiamo costruendo un gruppo guidato da uomini e donne di virtù. Ed è grazie al loro coraggio e alla loro virtù se oggi posso concludere citando la fine del libro ‘‘Una storia tra due città'' di Charles Dickens e parafrasando le ultime parole: «It is a far, far better thing Fiat does, than it has ever done. It is a far, far better place it is going to than it has ever gone». Tradotto: «Fiat sta facendo molto, molto meglio di quanto non abbia mai fatto. Sta andando verso un posto migliore, molto migliore di quanto non sia mai stata».


    Sergio Marchionne


    -

  3. #3
    Forumista senior
    Data Registrazione
    04 Jan 2013
    Messaggi
    3,944
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Da alcuni giorni Zdeneck fa girare il filippino che parla di fallimento della globalizzazione.....
    Sarà....
    Però proprio nei giorni scorsi sentivo per radio una trasmissione , dove , nei consessi internazionali , diversi paesi che erano considerati ed inseriti nel "terzo mondo" , non siano più definiti tali (si nominava fra questi l'India , più di un miliardo di abitanti) , ma classificati in una nuova categoria , di cui mi sfugge il nome , che comunque stava ad indicare un superamento del livello di povertà strutturale.
    Per altri versi , leggevo che il continente Africa lo scorso anno ha aumentato il suo reddito del 5% , erano decenni che non succedeva , sotto la spinta dell'aumento di valore delle materie prime determinato dall'enorme sviluppo economico di paesi come Cina , appunto India , Brasile , Sud Africa ecc. , nonchè dall'enorme afflusso di denaro verso i paesi produttori di petrolio determinato dall'aumento del barile , a sua volta causato dall'aumento di motorizzazione in Cina e India e così via.
    Certo , i problemi enormi della povertà di miliardi di persone non si risolvono in pochi anni , però si è visto più miglioramento in questi ultimi 10 anni di piena applicazione degli accordi di liberalizzazione internazionale , che nel secolo precedente.....
    Dopo , di Marxisti che sperano e predicano la fine e il fallimento del libero mercato , ce ne sono stati migliaia , appunto da Marx in poi....
    Uno più uno meno : tanto non contano un cazzo.....

  4. #4
    Mai l'altra guancia
    Data Registrazione
    08 Mar 2006
    Località
    -
    Messaggi
    25,492
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Prima di ergerti a "cazzo che conta", dovresti leggerti i documenti nella loro interezza.

    Criticare crescita, modernità e globalizzazione non significa volerne affermare il fallimento totale.

    La manipolazione di quei dati, inoltre, potrebbe essere un buon punto di partenza.

  5. #5
    Moderato con i moderati
    Data Registrazione
    04 May 2005
    Località
    Bolzano/Bozen
    Messaggi
    39,730
    Mentioned
    123 Post(s)
    Tagged
    12 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Zdenek Visualizza Messaggio
    Prima di ergerti a "cazzo che conta", dovresti leggerti i documenti nella loro interezza.

    Criticare crescita, modernità e globalizzazione non significa volerne affermare il fallimento totale.

    La manipolazione di quei dati, inoltre, potrebbe essere un buon punto di partenza.
    Na piccola sintesi, no?

  6. #6
    Brotherhood of Heliopolis
    Data Registrazione
    03 Oct 2006
    Località
    L'uomo saggio è colui che interpreta la realtà in rapporto all'assoluto e non al contingente.
    Messaggi
    5,285
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    L'ostacolo principale verso una sana ed efficiente globalizzazione di stampo Liberista è fondamentalmente culturale. Se manca la consapevolezza delle dinamiche e degli obiettivi il tutto viene vanificato e reso inutile.

    E un'esempio lamapante di arretratezza culturale verso l'adozione di un modello in grado di competere in un contesto globalizzato è rappresentato proprio dall'attuale governo italiano. Governo italiano che altro non è che un coacervo di statalismo, corruzione e mafia, "modello" del tutto sfasato rispetto alle dinamiche che si stanno manifestando da decenni nei paesi protagonisti dell'economia mondiale.

  7. #7
    Mai l'altra guancia
    Data Registrazione
    08 Mar 2006
    Località
    -
    Messaggi
    25,492
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Scipione Visualizza Messaggio
    Na piccola sintesi, no?
    Affidare il destino del mondo a soluzioni uniche, definitive e presuntuose non è garanzia di successo.
    Come non lo è non ammettere i propri errori senza cercare di migliorarsi, magari chiedendo aiuto anche ad altri, in altri campi.

    Più di così, solo il Bignami.

  8. #8
    .... .....
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Nel tempo...
    Messaggi
    29,040
    Inserzioni Blog
    8
    Mentioned
    63 Post(s)
    Tagged
    2 Thread(s)

    Predefinito

    Citazione Originariamente Scritto da Zdenek Visualizza Messaggio
    Affidare il destino del mondo a soluzioni uniche, definitive e presuntuose non è garanzia di successo.
    Come non lo è non ammettere i propri errori senza cercare di migliorarsi, magari chiedendo aiuto anche ad altri, in altri campi.

    Più di così, solo il Bignami.
    Eppure..volendo sintetizzare ..che un'analisi infinita porta solo a disperdere le idee...penso che la radice di tutti problemi sia l'energia a buon mercato..frutto della dilapidazione delle fonti fossili..
    Il capitalismo è stato possibile quando le produzioni hanno creato capitale..per i bassi prezzi dell'energia e delle materie prime..e il capitalismo ha creato movimenti finanziari e quella globalizzazione che è solo una conseguenza..di beni e denaro accumulati..
    Tutto finirà quando l'energia ritornerà a costare il suo vero prezzo..allora ci saranno traffici e commerci..come in antico..ma non quell'accumulo di denaro e beni tale da modificare la vita di milioni di persone..e spesso..modificarla in peggio...adesso poi c'è pure l'accumulo virtuale..come se il denaro volesse sublimarsi in puro spirito..in bond..e certificati..
    Bisogna dare all'uomo non ciò che desidera..ma ciò di cui ha bisogno...
    (la via diretta non è la più breve)

  9. #9
    Mai l'altra guancia
    Data Registrazione
    08 Mar 2006
    Località
    -
    Messaggi
    25,492
    Mentioned
    1 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Bobo Vieri new age

    Non ha più la Cayenne, va in treno. Vive in una specie di arca di Noè, è fidanzato e va a letto presto.

    Vi giuro che lo sapevo. Ho i testimoni. Ero rimasto l’unico a Milano (a parte Mimmo dell’osteria di Corso Garibaldi e pochissimi altri) a credere che Bobo Vieri non era finito, che la Fiorentina per lui non era una Villa Arzilla per ex bomber. Naturalmente dopo i gol a Villareal e a Napoli tutti lo celebrano ma io sono andato a trovarlo in tempi non sospetti. Tre settimane fa, prima di Villareal e Napoli. Da suo vecchio tifoso personale (per sei anni sugli spalti di San Siro a cantare Bobo gol Bobo gol Bobo gol), avevo capito che Bobo era tornato Bobo (media gol: uno ogni due partite e le partite sono 400). L’avevo intuito quando all’inizio di campionato aveva dato uno scappellotto al suo compagno Mutu, che si era dimenticato di passargli la palla. Nell’azione successiva Vieri si era mangiato un gol già fatto, su assist di un Mutu evidentemente sensibilizzato, ed era scoppiato a ridere in un soprassalto di auto-ironia, rarissima nel mondo del calcio, ilarità che aveva contagiato anche l’immusonito Mutu e il Comunale di Firenze tutto.
    Il nuovo Bobo Vieri va agli allenamenti in treno (Prato-Firenze Campo di Marte, la stazione proprio a due passi dallo stadio) e non più in Porsche Cayenne. Non va più in discoteca e non si aggira nel triangolo milanese della moda, ma vive in campagna, circondato da animali tipo arca di Noè, e si corica presto la sera.

    Colazione da McDonald’s
    Ho passato con lui una giornata. Abbiamo pranzato assieme. L’ho seguito ai mitici Campini (così a Firenze si chiamano i campetti d’allenamento, ed è stato per me un pomeriggio proustiano perché da ragazzo ci andavo a guardare Antognoni e poi Baggio che si allenavano). Ho preso con lui un caffè al Bar Marisa (l’Università del calcio viola, ogni avventore è commissario tecnico e Bobo, entrando: «Un saluto ai mister»), e passeggiato tra le statue di piazza Signoria (Bobo: «Non sono tipo da monumenti però qui è davvero bello»). L’ho ascoltato notando il suo composito accento tosco-milanese-australiano (esempio: pronuncia «tutti» all’inglese: quasi «ci-u-cci»). E ho capito che giornalisti e tifosi (e anche qualche dirigente) con lui hanno cannato. Vieri non è una specie di incredibile Hulk come a volte l’hanno descritto. Anzi è educato (sarà per la mamma francese, Nathalie, ex modella?), appassionato (di calcio e di vita), ironico e simpatico. Vorrei fare qualche esempio di come è fatto Vieri riportando qualche stralcio della nostra lunga conversazione.
    Io, all’inizio, dopo le presentazioni: «Pardon, non ho capito, ci diamo del tu o del lei?». Lui: «Un po’ tu, un po’ lei, come viene». Col mister, il grande Prandelli, vi date del tu o del lei? «Un po’ tu, un po’ lei, come viene». Più tardi. Siamo al barettino vicino allo stadio per mangiare qualcosa prima dell’allenamento. Prendo le polpette al sugo rosso. Bobo: «Hai fatto la scelta migliore. Io invece mangio come un malato, mangio come un morto: hamburger, due fette di bresaola, insalata scondita, acqua liscia. Devo mangiare così se no divento cento chili. Di mio mangerei fish’n’chips tutti i giorni, andrei fisso da McDonald’s, berrei decine di lattine di coca». Quanto pesi ora? «89 chili. In vacanza ero 96». Peso forma? «In tutta la carriera ho pesato 90, 91. Ora sono perfetto, devo solo acquistare ancora un po’ di forza perché sono stato fermo un anno senza far niente». E come si fa? «Corsa, palestra, corsa, palestra». Le famigerate ripetute? «Sì, le ripetute: mille metri, mille e cinque». Il discorso cade fatalmente sull’Inter. È stato vero amore? «All’Inter ho dato tutto me stesso. Mentalmente, fisicamente. Era la mia vita. Ero innamorato dell’Inter».
    E perché te ne sei andato allora? «Perché mi hanno chiesto di fare la rescissione del contratto, perché non mi volevano più dopo tutto quello che ho fatto per loro, dopo tutto quello che mi avevano detto dirigenti, presidente, l’Inter qui, l’Inter lì, tu sei l’Inter... Io sono orgoglioso». Come abbonato interista le chiedo scusa per la storia, antipatica a dir poco, dello spionaggio nei suoi confronti. «Perché mi dai del lei ora?». Per dare una certa solennità a quanto sto dicendo. Li perdona? «No, una cosa così è uno schifo mai visto. C’è di tutto e di più e verrà fuori. Adesso non posso parlare».
    Il Cinque Maggio
    I momenti brutti sono alle spalle. Il più brutto è stato il Mondiale che l’Italia (dove Vieri è stato centravanti titolare per dieci anni) ha vinto e che Vieri si è perso. È allora che hai pensato di smettere? «Ero deluso e incazzato perché, sai, faccio questo lavoro da tutta la vita, il Mondiale era... era il trofeo più importante del mondo. Poi la delusione mi passa, riprendo a giocare. Il ginocchio mi faceva male e quindi mi sono dovuto operare. Un problema di cartilagine. Me l’hanno fracassata in modo che sanguinasse. Il sangue diventa uno strato di cartilagine che ti protegge. Ma ho dovuto stare fermo quattro mesi e ricominciare è stato un inferno».
    Momenti brutti: il Cinque Maggio dell’Inter che perde uno scudetto già vinto. Cosa successe? «Sai che quando dici 5 maggio io ciò il black out?». Ancora? «Ce l’avrò sempre. Ho pianto, pianto dei mesi interi». Ma cosa successe? «Successe che ci hanno fatto quattro pappardelle quelli della Lazio. Non è successo altro. Pensa che io, alla vigilia, telefonai a mia madre: mamma, vieni a vedere la partita sarà un giorno indimenticabile. E lei: va bene, vengo».
    Uomini o giornalisti?
    I giornalisti sportivi in genere odiano Bobo (non è questa la ragione per cui io lo amo però, confesso, aiuta). Lui una volta ha detto loro in conferenza stampa che era più uomo di tutti loro messi assieme (non stento a crederlo). «Il problema è che non sono ruffiano. Dietro le critiche dei giornalisti c’è spesso invidia, cattiveria (quando sei al massimo per tanti anni dai fastidio). Io non parlo con le persone che si comportano in questo modo, non vado a salutarle. È normale che ce l’abbiano con me. Dico sempre quello che penso. Naturalmente ci sono persone serie, perbene anche fra i giornalisti. Ma ci sono questi giornalisti più vecchi che vogliono comandare. A me non comandano un cazzo. Ognuno ha il suo carattere e io sono così, punto e stop. Non devo niente a nessuno, quello che ho fatto, l’ho fatto tutto io. Capito? Io sono cresciuto in Australia, un paese libero, andavo a scuola con lo skateboard, con la bmx, pantaloncini e ciabatte infradito dalla mattina a sera per dieci anni». Facevi surf? «No, giocavo a cricket». Cricket è quello... «Con la mazza, sì». Quello che giocano in Inghilterra. «Bravo». Ci si deve vestire in un certo modo, pantaloni bianchi. «Sì, elegante». Ma non è noioso? «No, è bellissimo, sono innamorato io di quello sport». A proposito di amore, in un’intervista hai detto che nel sesso andavi a cento all’ora e ora vai a uno... «Lasci stare il privato, please».
    Felicemente fidanzato
    All’inizio i tifosi viola non ti volevano. C’era il coro: Eran quasi le tre, eri fuori con me... Vieri continua sorridendo: «Bobo Vieri alè. In realtà, dal primo giorno la gente mi ha applaudito con grande affetto». C’era anche lo striscione: Vieri punta fissa se ci fa conoscere Melissa. «Questo non l’avevo visto. Vieri punta fissa se ci fa conoscere Melissa? Allora sto in panchina». Geloso? «Sono molto aperto nei rapporti, non sono uno che va a controllare...». (Tipo Inter). «Tanto se uno all’altro vuol fare una cosa la fa. E dunque ’sti cazzi, viviamo bene il rapporto, non si può mica vivere con il terrore. Qui a Firenze mi godo la vita, mi sento ventenne, faccio quello che devo fare per il calcio e lo faccio al massimo, sono fidanzato, ho un rapporto bello, andiamo d’amore e d’accordo». Significa qualcosa che Melissa è sarda come Elisabetta Canalis? «Senta, Melissa è nata in America, a Boston». Torniamo ai tifosi viola. Secondo me, li hai conquistati definitivamente, dopo lo scappellotto a Mutu, quando con la Juve hai quasi impiccato Chiellini che ti aveva abbattuto ripetutamente in area mentre stavi per segnare. «Se non era rigore quello!». Sì, rigore ed espulsione di Vieri per fallo di reazione. «Espulso Vieri? Perché l’ho preso per il collo?». Eh, sì. «Forse hai ragione. L’arbitro quando mi ha dato il giallo mi ha detto che era quasi un rosso. Però se l’arbitro dà il rigore io non prendo Chiellini per il collo, chiaro no?». Ma Chiellini non ti ha detto nulla? «Ci siamo visti negli spogliatoi ed è finita lì. Io gioco, faccio la guerra con tutti, le prendo e le do, poi quando finisce è finito tutto, me ne vado a casa. Sai, crescendo in Australia hai quella mentalità lì».
    Gino il Biondo
    Facciamo un po’ di storia. Una notte a Sydney tu, giocatore di cricket e figlio di un campione incompreso di calcio (Bob Vieri), vedi Vialli e Mancini in tv... «E diventano i miei idoli. E a 14 anni e mezzo dico: voglio andare a giocare a calcio in Italia. E mio padre: dove cazzo vai a giocare a calcio in Italia. E io prendo l’aereo». Ma quando arrivasti in Italia come giocavi? «Come giocavo in Australia». Cioè non avevi idea della tattica? «Niente, pensavo solo al gol». Avevi questo sinistro sconquassante. «Solo il sinistro. Anche ora ho solo quello». Non è vero, mi ricordo quel bellissimo gol di destro con la Samp: dal fondo Recoba rimette in rovesciata... «No, non era il Chino, era Martins...». Giusto, Martins all’indietro in rovesciata e tu al volo di destro fai un gol che se ne cade San Siro... «Sì, però di destro ne sbaglio ottomila prima di farne uno. Bravo però, ti ricordi». Mi ha sempre terrorizzato la crisi del centravanti che non fa gol per mesi interi (come la pagina bianca dello scrittore). «Per me è anche fortuna. Quando ero al Milan ogni occasione me la parava il portiere, prendevo il palo. Volevo far gol in tutte le maniere. Quando vuoi fare gol per forza non lo fai. I gol si fanno da soli». Dicono che vivi in una specie di zoo. «Ma dai, un po’ di cani». Gino c’è ancora? «Che ne sai di Gino?». Mi ricordo una vecchia intervista. Ti chiesero se avevi nostalgia di Lippi come mister. Rispondesti: ho nostalgia solo di Gino, il mio cane, che sta a Prato. «Ora Gino ha dieci anni». Un labrador biondo, vero? «Sì, un biondo, ma è un golden retriever». Gli altri cani? «C’è Queen che è una iena, femmina di doberman. Poi Jicky l’ultima arrivata, una bassotta, comanda lei». Tutta qui l’arca di Bobo? «Ho le oche poi, i tacchini, un tacchino americano di 20 chili, ho due pavoni, li guardo spesso, hanno dei colori così strani».
    Pretty Julia
    Una volta hai detto che Pretty Woman e Julia Roberts erano il tuo film e la tua attrice preferiti. E ora? «Ora Julia Roberts e Pretty woman». Dicevi anche che avresti voluto conoscere Julia Roberts. Ci sei poi riuscito? «Guardi che io ora sono fidanzato, non sono più single per cui certi discorsi...». Ok, capito. Qualche settimana fa, in tempi non sospetti, Lippi ha detto: non dimenticate Vieri, è un campione vero. «Con Lippi ho fatto a botte. Se non ci levano, ci ammazziamo. Lui è toscano come me. Dice quello deve dire in faccia punto e stop. Ci siamo subito contrastati, avevo 22 anni». Cosa successe? «Niente, una cosa di gioco, non mi ricordo bene ora. Mi fa entrare al 40esimo del primo tempo e mi caccia dopo pochi minuti. Nello spogliatoio litighiamo. La sera viene Peruzzi a casa mia». Angelo Peruzzi il portierone, un grande. «Una delle persone più buone e brave che ho conosciuto nel calcio. Insomma, Angelo mi fa: dai, andiamo a mangiare. Al ristorante c’era Lippi. Vai e chiedigli scusa, mi dice Angelo. Vado da Lippi: scusa mister. Parliamo, finisce lì. Cioè, mi spedisce in tribuna per un mese, però aveva capito che con me bastava dir le cose. Poi si fa male Boksic, salta un po’ di partite, Lippi mette me e da lì non mi ha più tolto per tutto il girone di ritorno. E lì ha capito come ero, che ero un po’ come lui e da lì il nostro rapporto è andato sempre a duemila all’ora».

    Un biscotto Ringo e a nanna
    Parliamo di mondanità, facevi parte del giro di Lele Mora in Sardegna. «Ho frequentato quel giro là». E ora? «Sono stato fermo un anno e ho capito tante cose, tante persone, tanti amici. Dopo le due operazioni e l’anno fermo sono cambiato molto». Sai che molti si sono scoperti santi proprio dopo un periodo di immobilità in seguito a ferite, a malattie? «In quelle situazioni capisci le persone, capisci che il 90 per cento sta con te perché vuole soldi, vuole sfruttare il momento. Ho tagliato tante persone, quasi tutti».
    A sera riaccompagno Vieri a Prato in treno. Ci spartiamo due biscotti Ringo, due di numero. «Sai, avevo voglia e bisogno di tornare a casa, di tornare a vivere con la mia mamma, di andare agli allenamenti in treno. La preparazione che faccio è così dura che spesso alle dieci mi ficco a letto. Vedi, ora sono proprio un po’ stanchino». Davvero adesso te ne vai a dormire? «Ma no! Poi esco e faccio le tre. Bobo Vieri alè Bobo Vieri alè».
    Antonio D’Orrico
    ================================================== ==

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 24-10-12, 23:19
  2. I Cavalieri Templari e lo smeraldo magico della Dogana di Avellino.
    Di Antonio Iannaccone nel forum Esoterismo e Tradizione
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 16-08-12, 13:26
  3. I Confini Mobili Della Sovranità Lo Stato Della Globalizzazione -
    Di Muntzer (POL) nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 26-11-08, 19:41
  4. I cavalieri della croce nera
    Di Ichthys nel forum Esoterismo e Tradizione
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 16-03-02, 22:31

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226