Vergogne sanitarie “istituzionalizzate”
INTRAMOENIA ovvero…“mercato privato in casa pubblica”La signora Turco può essere contenta di avere dato una mano ad una mannaia, che, invece di tagliare – figurativamente! – le teste vuote che di “vuoto” riempiono le due Camere del potere legislativo, al contrario, fa a pezzi questa povera civiltà da Medioevo tecnologicamente riveduto e corretto.diCarmeloR.Viola
Mi riferisco alla legge, che consente a medici e specialisti di esercitare la libera professione utilizzando direttamente le strutture pubbliche e con un tariffario di competenza non dello Stato ma della singola unità operativa – purché, s’intende, sia salvo il “pizzo fiscale”. Il fatto più che vergognoso è assurdo e cade nella melma del ridicolo e dello sconfortante trovando spiegazione solo in quella filosofia (si fa per dire) di ritorno dell’uomo verso la giungla, che si dice, e a ragione, neoliberismo globale – cioè senza frontiere e, quando possibile, anche senza regole. La famosa “deregolazione”!
Infatti, tale legge risolve dei problemi che non hanno più ragione di esistere alla luce di una vera scienza sociale la quale, a differenza del passato padronale-servile, mette in primo piano l’uomo ovvero, al centro, ogni singolo uomo, non tollera privilegi ed esige uniformità di trattamento ovvero universalità della fruizione dei ritrovati della scienza stessa.
1- Il problema della libera professione medica non esiste. “Libera professione” è una locuzione, che non ha niente a che vedere con l’applicazione delle proprie capacità professionali ma si riferisce SOLO al libero mercato. Il medico, in ottemperanza alla funzione della medicina – e non solo in ossequio al “giuramento di Ippocrate” - è, in quanto tale, al servizio della comunità, con i limiti e le garanzie dovute.
2– Assolto il suo servizio, il di più volontario dietro pagamento (non parliamo di “straordinario”) può essere spiegato solo dalla fame di danaro, il che è contrario alla deontologia etica del medico. Delle due l’una: o l’operatore intramoenia allunga il suo lavoro sistematicamente, e allora è un candidato all’esaurimento e alla depressione, o sottrae lavoro a quello strutturale e allora impoverisce il servizio sanitario pubblico. E’ impensabile che un operatore medico, stanco del suo servizio, abbia effettiva possibilità di prolungare la sua attività – il che si tradurrebbe, per una ragione lapalissiana, in una riduzione della sua prontezza mentale e funzionalità professionale.
3- Svolgere un servizio supplementare utilizzando le strutture pubbliche e incassando profitti privati, si traduce, secondo la stessa logica del capitalismo, in un furto a danno dello Stato (peculato) e quindi dell’intera collettività.
4 -Esiste il problema delle lunghe attese ma esso non può essere risolto solo a favore di chi può pagarsi delle prestazioni intramoenia, cioè a mercato privato (sia pure calmierizzato) ma solo mettendo tutti gli operatori medici al servizio del pubblico e aumentandone il numero in ragione del fabbisogno.
4 -In queste condizioni è possibile risolvere anche l’altro problema – se problema è – di dare al paziente la possibilità di scegliere fra più operatori sanitari. E’ ovvio che questo “problema” non possa essere dilatato all’infinito. Come non lo può essere in nessun campo, anzi quasi mai lo è. Infatti, per esempio, il sindaco della propria città va scelto ogni certo numero di anni e lo si deve “sopportare” fino all’elezione del nuovo; parimenti il maestro delle elementari come il docente universitario è quello che “ci capita”. Non si capisce perché solo il medico debba potersi scegliere come la frutta al mercato. Tuttavia, solo nell’abbondanza una relativa gamma di opzioni si rende possibile.
5 - Unica libertà legittima – anzi da incoraggiare – è la ricerca scientifica pur sempre all’interno dalla struttura pubblica. La raccolta di fondi, in questo campo, è un’altra forma di speculazione parassitaria surrettizia che non ha alcuna ragione di esistere dal momento che il ricercatore è fornito dallo Stato di quanto gli occorre perfino dei mezzi di locomozione e di vitto e alloggio in caso di missioni estere motivate.
Tutto ciò premesso, l’attività intramoenia degli operatori sanitari è una delle tante vergogne “istituzionalizzate” di cui si va arricchendo l’universo neoliberista ovvero dell’attività mercantilmente libera secondo lo spirito predatorio e accumulatorio eredidato dalla foresta natia che una civiltà in fieri ha il compito di superare per evitare di morire di sé stessa. A tal fine va applicata la vera economia, che non ha niente a che vedere con la corrente predonomia.
Alcuni anni fa avevo bisogno di una risonanza richiestami dal “San Lorenzo” di Milano: avrei dovuto aspettare oltre un anno (sic!) per averla e per giunta fuori della mia provincia, mentre se non fossi un proletario a tutti gli effetti (tale è uno che vive del solo proprio lavoro: compenso o pensione), avrei potuto averla quasi subito e a due passi da casa mia, dove legalmente se ne faceva libero spaccio in una “bottega intramoenia”. Solo grazie alla denuncia del Ministero della Salute alla Magistratura, potei averla praticamente a tamburo battente presso una struttura pubblica. Evidentemente si temeva uno scandalo.
Per quanto possa correre la mia voce, io esorto tutti gli interessati a pretendere servizi pubblici, ripudiando quelli “bottegai” che, con il pretesto di una libertà, che qui è del tutto fuori luogo, “fanno solo mercato sulla pelle dei pazienti”.
Davvero, signora Turco, il Suo Ministero fa pena, tanto che, per un’altra vergogna, l’ho recentemente denunciato alla Procura della Repubblica. E non mi fermo.
Il possibile seguito del discorso è quello di strutture (edifici) ad hoc per i medici di famiglia (oggi da attendere anche sotto la pioggia e al vento, come mendicanti!) e quell’altro della gratuità del servizio sanitario come conquista di una civiltà degna di sé stessa (e come c’insegnano piccoli Stati all’avanguardia come Cuba) – ma siamo già fin troppo lontani dalla lacrimevole contingenza.
Carmelo R. Viola




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