Europa dell’Est, testa di ponte cinese
di Rita Fatiguso
L’offensiva cinese in Europa centro-orientale. Le nuove Chinatown (e i nuovi centri commerciali) in Moldova, Polonia, Ungheria, Romania, Serbia. L’emigrazione a Bucarest per compensare i “rumeni-italiani”.
L’Europa, specie quella dell’Est, fa gola ai cinesi. Poco fuori Chishinau, capitale della Repubblica di Moldova, hanno acquistato un intero palazzo, sede di una vecchia fabbrica di computer. Trafficano tutto il giorno, i cinesi, per fare di questa strategica zona cuscinetto tra Unione europea e Russia l’avamposto degli sbarchi nel cuore dell’Europa del made in China.
Archiviato il piano di ottenere dal Governo della Repubblica di Moldova l’autorizzazione a creare una vera e propria zona franca con vantaggi fiscali e doganali, i cinesi lavorano come formiche alla ristrutturazione dell’ex fabbrica comunista ormai in disuso. Poi, si vedrà.
Sembra un gioco di parole: la periferia di Chishinau si candida a diventare la Chinatown europea più a Est dell’Ovest. Intanto, bandierine importanti svettano già su Varsavia, Budapest, Bucarest, Belgrado, città-chiave dell’Europa Centro Orientale in cui prosperano nuove Chinatown, potenti magneti dei flussi di immigrati, merci, imprese e affari cinesi.
Quelli dell’Est non sono certo i Paesi a più alto valore aggiunto per Pil, tecnologia, investimenti finanziari. Ma offrono spazi di manovra impensabili in Francia, Olanda, Italia, Gran Bretagna, sedi delle Chinatown europee storiche: all’Est i cinesi trovano meno burocrazia, la possibilità di stringere business veloci e soprattutto hanno già un piede nell’Unione europea o, in ogni caso, possono operare molto da vicino, in Paesi ex comunisti che con Pechino hanno intrattenuto da sempre buoni rapporti. In certe università cinesi è possibile studiare lingue come il rumeno o l’ungherese.
Il risultato è un singolare impasto di legalità e illegalità, ma anche un approdo perfetto per le mire di internazionalizzazione delle imprese cinesi (il Governo di Pechino punta ad averne 50 nella classifica di Fortune 500 entro il 2015) e le necessità di investimento diretto di capitali all’estero cresciuti negli ultimi anni in maniera esponenziale (a partire dal 2002 del 70% all’anno, nel 2006 Pechino ha investito all’estero 16 miliardi di dollari e la riserva impiegabile è di circa 300 miliardi). Per non parlare dei capitali legali. Anche le zone grigie, nelle quali la criminalità e il traffico di capitali e clandestini possono trovare spazi, in quest’area europea possono trovare maggiori spazi.
Così, mentre l’Europa occidentale, nel tentativo di intercettare i capitali di Pechino perde tempo prezioso, quella dell’Est, molto più pragmatica, corre forte aprendo le porte sia alle delegazioni ufficiali sia alle intese tra imprenditori locali e immigrati di origine cinese che hanno fatto fortuna in Europa, confidando anche sulla forza delle comunità immigrate, in forte espansione. Su vecchi rapporti e nuove strategie di business.
La migrazione cinese in Europa ha attraversato fasi alterne: prima e dopo la seconda guerra mondiale, prima e dopo le restrizioni imposte dalla Repubblica popolare cinese. Di fatto, solo una minima parte dei cinesi all’estero – oltre 33 milioni, ma la conta precisa è impossibile – risiede in Europa. L’emigrazione cinese europea è un fenomeno iniziato più tardi e le comunità cinesi si sono sviluppate secondo modalità diverse rispetto a quelle asiatiche e americane.
I primi ad arrivare nel Vecchio Continente furono i cinesi provenienti dallo Zhejiang (dopo la prima guerra mondiale, dopo il 1949 ma soprattutto dalla metà degli anni settanta) e ancora oggi il 90% degli immigrati europei proviene dallo Zhejiang, in particolare dall’area di Wenzhou. A ondate successive sono arrivati anche i marinai cantonesi del delta del Fiume delle Perle, ai primi del Novecento e dopo la seconda guerra mondiale si sono verificate ondate migratorie dai nuovi territori di Hong Kong verso l'Inghilterra e da lì verso altri Paesi europei. Poi ci sono stati i cinesi dell’Indocina in Francia dopo il 1975 per riunirsi alle comunità già nate nel 1954, i cinesi dall’Indonesia dopo gli anni Sessanta e poi dalla Malaysia e Singapore verso Inghilterra, Olanda, Belgio e Germania, i cinesi del Fujian emigrati dagli anni Ottanta verso gli Stati Uniti ma che si sono fermati anche in Europa e i cinesi provenienti dal Nord-Est della Cina verso i Paesi dell'Europa Orientale e dell’ex Unione Sovietica.
Almeno un milione di cinesi vive tra Gran Bretagna, Francia, Paesi Bassi, Germania, Italia. E nei Paesi dell’Europa Centro Orientale. Oggi funzionano da testa di ponte della catena migratoria attivatasi nei decenni recenti o riattivatasi con il nuovo corso cinese verso i Paesi stranieri, gli Stati Uniti e il Canada, ma anche l’Europa adottato dalla Repubblica Popolare Cinese. Nei primi trent’anni di vita ha optato per una politica restrittiva nei confronti della migrazione all’estero. Oggi chi emigra non è più un traditore della patria socialista, né le comunità imprenditoriali dei cinesi d’oltremare prendono le distanze dal Governo di Pechino, basti pensare alla guerriglia della Chinatown milanese dell’aprile scorso in cui per strada sono rispuntate le bandiere rosse e le autorità diplomatiche sono scese a fianco dei concittadini all’estero.
A partire dalla fine degli anni Settanta, infatti, sono venuti meno gli ostracismi tradizionali e si sono riaperti i canali con le comunità cinesi all’estero, che rappresentano un’importante fonte di capitali e di tecnologia per lo sviluppo industriale e commerciale del Paese.
La scelta di migrare all’estero è oggi un’opzione possibile per l’arricchimento e il progresso individuale e famigliare grazie anche alle politiche di liberalizzazione economica, ed è sempre più diffusa l’immagine dell’immigrato cinese caratterizzata dal successo economico e sociale, un’immagine alimentata anche dal crescente nazionalismo culturale promosso da Pechino.
Il Governo cinese ha favorito la migrazione di forza lavoro legale verso l’estero anche firmando accordi bilaterali (ad esempio, con gli Stati Uniti per la riapertura dei rapporti diplomatici, compresi ottantamila visti all’anno) ma impegnandosi anche con i Governi europei, a reprimere la migrazione illegale, che alimenta la corruzione anche nelle organizzazioni statali, dato che i cittadini cinesi, indipendentemente dalla politica di accoglienza del Paese che rappresenta la meta del viaggio, subiscono comunque molte restrizioni burocratiche e legali nei loro spostamenti.
La famiglia e l’identità locale – villaggio e distretto di provenienza – continuano a determinare, nel bene e nel male, l’organizzazione del progetto migratorio e la vita nel Paese estero. Nascono comunità autosufficienti, reti economiche e socioculturali transnazionali basate proprio sui legami familiari e di provenienza, che prescindono dal Paese ospite ma che, questa è una novità rilevante, in Europa sono caratterizzati da una forte mobilità da un Paese europeo a un altro.
L’Ungheria, situata nel cuore dell’Europa lungo il corridoio cinque in corso di costruzione, vanta una comunità di 45mila cinesi, seconda per importanza strategica tra i Paesi dell’Est ora parte dell’Unione europea solo a Bucarest.
L’interscambio con Pechino è stato di 340 milioni di dollari nel 2004, l’anno dopo l’Ungheria ha importato merci cinesi per 3 miliardi di euro. Cifre che hanno dato maggiore peso al Paese come partner forte in Europa.
Ebbene, l’Ungheria ha saputo intercettare il nuovo corso candidandosi a diventare la base logistica per la distribuzione in tutta Europa delle merci made in China e siglando un accordo con il Governo cinese per investire oltre un miliardo di dollari nel nuovo Trade Center di Budapest, che aprirà nel 2009, modellato su Dragon Mart, creato nel 2004 a Dubai per il mercato del Medio Oriente.
Il Trade Center è nel quindicesimo Distretto di Budapest, all’interno di una struttura preesistente, l’Asia Center (superficie di 125 mila metri quadri, destinata a crescere fino a 200mila metri quadri) finora inutilizzata, affidata a una società immobiliare austriaca, che in futuro sarà lo scaffale delle imprese specializzate nell’elettronica, nei computer, nei software e nelle costruzioni. Alle strutture già esistenti saranno affiancati altri due spazi.
La posizione rispetto a Budapest, in periferia ma collegata all’autostrada è considerata ideale. Le aziende cinesi hanno anche l’esigenza di far conoscere i loro marchi e il mercato dell’Est è privilegiato da questo punto di vista.
La Polonia che pure ospita già un grande centro commerciale per merci cinesi e la vicina Repubblica Ceca sono però state spiazzate: l’Ungheria si è presentata in Cina come porta di accesso all’Unione europea, ha promosso le sue strutture logistiche, la posizione strategica nel cuore dell’Europa, il lavoro a buon mercato. L’esperimento, pur tra le naturali difficoltà, sembra ormai avviato.
Strategia completamente diversa in un Paese neocomunitario dal 1° gennaio 2007 come la Romania. A Bucarest l’anno scorso è nata Dragon Rocul, nel bel mezzo di Europa, la favela cino-rumena sorta su uno zoccolo di polvere e rifiuti nell’area Fundeni-Colentina: ufficialmente, ci vivono tremila cinesi o poco più. Ma in realtà la popolazione cinese in Romania cresce a vista d’occhio.
Visitare Europa è illuminante per analizzare le correnti sottomarine del mercato del lavoro dell’Unione europea a 27: una bassa distesa di baracche fatiscenti in lamiera, lontane parvenze degli hutong, i quartieri antichi di Pechino, chiusi alla vista dei mezzi in transito, ma brulicanti di carrelli, bici, merci, affari.
Si traffica in tutto, dai rottami al money transfer. A fianco, giusto dall’altro lato della ferrovia, in poche settimane è spuntata Dragon Rocul, il Dragone rosso, centro commerciale cino-rumeno, business da 100 milioni di euro, su ottanta ettari, 120mila metri quadri coperti, otto lotti divisi in trecento negozi, capolinea delle merci cinesi in arrivo dalle banchine del porto di Costanza, sul mar Nero. Inutile sottolineare l’importanza strategica dei porti rumeni, si candidano per forza di cose a diventare l’approdo di merci provenienti dalla Cina. I controlli sono ancora porosi, la corruzione dà una mano insostituibile nel rendere quei posti una corsia preferenziale. Inoltre, da Costanza a Bucarest fervono lavori per le infrastrutture, dalla strada ferrata alle autostrade, e tutto grazie ai Fondi Ue, trenta miliardi di euro di qui al 2013.
Dragon Rocul, di fatto, è già il più grande ingrosso europeo di prodotti made in China, nasce dal matrimonio tra Jiang Xin Jie, 34anni, ex ambulante di pantaloni, a Bucarest dal 1994, e Nicolae Dumitru, re delle costruzioni, patron della Nirogroup.
Un’intesa impastata di pragmatismo: il Governo non dà i soldi per le infrastrutture? Bene, la strada di accesso al Centro all’ingrosso ce la si fa da soli.
Impossibile immaginare la stessa cosa in Italia, la Lombardia è impegnata in un negoziato in salita per la delocalizzazione delle attività all’ingrosso (oltre 500 esercizi addensati in tre strade) dal centro di Milano.
Dragon rocul, i cui spazi sono tutti occupati, è emblematica della rampante classe imprenditoriale cinese ormai radicata in Romania.
Quest’altra Europa, con la sua riserva di immigrati clandestini, sta facendo da serbatoio per le braccia che mancano alla Romania. Perchè il mercato del lavoro rumeno è ridotto a letto asciutto di un fiume in secca.
Quindici anni fa il fabbisogno di edili era di 600mila, ora ce ne sono 360mila. Secondo il Governo il deficit è del 40-50 per cento. Colpa della diaspora di due milioni di rumeni tra Spagna e, soprattutto, Italia, che ha desertificato il Paese, costringendo il Governo a regolarizzare (e a far assumere) operai cinesi, pena la fuga delle fabbriche straniere.
A Bacau la storia delle operaie tessili cinesi portate li a lavorare dalla Wear company, rimbalzata sull’emittente ProTv, sulle pagine di Gandule Cotidianul, è soltanto il prologo di cosa bolle in pentola. Secondo i titolari della Wear company non c’è niente di strano se le cinesi si offrono di lavorare al posto delle rumene. In tre anni ne ha assunte 250, guadagnano otto volte piu della Cina. Vivono e lavorano in un capannone.
I legami di fatto tra Cina e Romania stanno diventando sempre più stretti, grazie anche al ponte aereo tra Cina e Bucarest. E alla ripresa dei traffici di esseri umani lungo la rotta balcanica.
Torna in primo piano la collocazione storica di Belgrado, all’incrocio fra l’Europa occidentale e orientale, punto di transito per l’ingresso nella più ricca Europa occidentale. Le principali rotte del traffico di esseri umani passano dall’Ungheria attraverso l’Austria e dalla Bosnia attraverso la Croazia e la Slovenia. Le frontiere della Serbia in questo contesto sono state ampiamente utilizzate da formazioni del crimine organizzato e dalle reti dei trafficanti.
In Serbia la comunità cinese traslocherebbe subito in Europa occidentale, ma per ora è annidata negli spazi di stampo socialista di Nuova Belgrado, aggrumata intorno al Blok 70, regno delle famiglie Wang e Deng, vi abitano dai 75mila ai 100mila cinesi.
A metà degli anni Novanta, quando la Serbia rimase isolata dal resto dell’Occidente, il presidente Slobodan Milosevic e sua moglie Mira visitarono la Cina. Blok 70 è in parte il risultato di quel viaggio, da allora Belgrado ha aperto le porte a 50mila immigrati cinesi, quasi tutti dello Zhejiang.
Le relazioni fra Cina e Serbia sono state caratterizzate da scambi di favori, la prima ha fornito alla seconda prestiti agevolati e appoggio diplomatico. Il bombardamento del 1999 dell’ambasciata cinese a Belgrado da parte della Nato ha fatto il resto. Caduto Milosevic, gli affari hanno continuato a prosperare, nel 1998 le dogane jugoslave avevano censito oltre un miliardo di dollari in contanti portati dai cinesi fuori dalla Serbia.
I cinesi continuano ad arrivare in maniera costante a Belgrado. Per scoprire che dopotutto la Serbia, almeno per il momento, è la meno cara dei Paesi dell’Unione europea.
Rita Fatiguso è giornalista del Sole 24 ore. Scrive di relazioni industriali, zone grigie della globalizzazione e nuove migrazioni con taglio investigativo e l’obiettivo su Cina ed Europa dell’Est. Premio Marco Biagi 2003 per le inchieste sulla flessibilità del lavoro in Europa, con il reportage sulla tratta delle infermiere dai Balcani ha ricevuto la segnalazione al Premio Cutuli 2007. Ha scritto La nave delle false griffe – fatti e misfatti della globalizzazione, in uscita con il Sole 24 ore editore.
http://limes.espresso.repubblica.it/?p=210&h=3




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