Forlì, 16 luglio 2007
Sul nuovo Piano Territoriale RegionaleNei giorni scorsi, attraverso un pubblico incontro bolognese, la Regione Emilia—Romagna ha rilanciato la sua ipotesi di un nuovo Piano Regionale Territoriale con caratteristiche Bologna—centriche. E ciò anche col supporto di un documento di preventiva adesione da parte dei Sindaci “ulivisti” della Regione. Che qualcuno, per questo gesto, ha definito “vassalli”, “suicidi”, ecc. ecc.
La motivazione espressa per la nuova strategia è la seguente: “la stagione del “policentrismo” dei primi anni ’90 è finita. Oggi Bologna deve divenire elemento catalizzatore e di traino per l’intero sistema emiliano—romagnolo nel circuito delle nuove capitali regionali europee”.
Vediamo più da vicino come esattamente stanno le cose. Onestamente, è mai esistita, nella nostra Regione, una seria politica policentrica che si ponesse, in primo luogo, il problema del riequilibrio dell’intero territorio amministrato, come è buona regola di ogni amministrazione responsabile? E dire che di tempo per comportarsi in questo modo ne è esistito, essendo il PCI—PDS—DS al potere, in Emilia—Romagna, ininterrottamente da 37 anni. Dalla nascita in Italia del sistema regionale.
Se diamo una occhiata al “valore aggiunto medio pro—capite” relativo all’anno 2004 (l’ultimo disponibile) delle nove Provincie emiliano—romagnole, la risposta è, inappellabilmente, negativa. Bologna guida saldamente la graduatoria, che la vede anche terza alla dimensione nazionale, in fondo alla quale si colloca Ferrara (48.a a livello nazionale), con una differenza che supera il trenta per cento. Per quanto concerne la Romagna siamo mediamente distanziati del venti per cento, nonché di una ventina di posizioni nella graduatoria nazionale.
Ovviamente, la differenza, in questa dimensione, non esiste soltanto per il valore aggiunto, ma investe tutte le varie componenti. E non è imputabile alla minore voglia delle popolazioni periferiche di lavorare e di “fare impresa”, bensì alle maggiori dotazioni bolognesi in ogni settore, ai maggiori investimenti e servizi, anche regionali, operati nel tempo, ai trattamenti preferenziali, non confrontabili neppure proporzionalmente alla popolazione, coi trattamenti riservati alla periferia. Altro che “policentrismo”! Una condizione che verrebbe ingiustamente esasperata ai danni di tutti gli altri territori regionali se si accettasse il criterio Bologna—centrico oggi proposto.
A questo punto il territorio romagnolo, pure coi suoi comparti di assoluta eccellenza rispetto alla realtà sia regionale che nazionale, non dispone di una propria Università modellata sui suoi bisogni e sulle sue propensioni, ma si è dovuto accontentare di ciò che “passava” Bologna. Manca totalmente di Cliniche universitarie, limita la sua presenza di Uffici giudiziari ai Tribunali, ha una rete stradale che le assicura il primato nazionale degli incidenti, non è neppure toccato dalla Grande Velocità Ferroviaria, ha Aeroporti in gravi difficoltà finanziarie che Bologna, quando non se ne deve servire, tratta da “concorrenti”. Del resto, come fa con le Fiere, ecc.
Come si può decentemente sostenere, come insiste il Presidente Errani, e come finiscono per confermare i Sindaci che gli tengono bordone, che le realtà periferiche verranno meglio promosse, secondo le loro indubbie potenzialità, accodandoci sostanzialmente a Bologna, accreditando, sulla loro pelle, le relative capacità di “traino” ?
Cerchiamo di essere chiari: la nuova strategia che si propone a livello regionale ha uno scopo essenziale: accrescere il proprio interesse ed i propri interventi finanziari su Bologna ai danni di tutte le restanti realtà regionali. Imporre copiose donazioni di sangue a chi sta già molto bene da parte di chi soffre di anemia, pure disponendo di potenzialità fino a questo momento trascurate. E che lo verrebbero anche per il seguito.
Bologna ha anche il dovere di una profonda rivisitazione autocritica. Fino a pochi anni fa disponeva di un proprio sistema creditizio che la caratterizzava anche alla dimensione nazionale. Tale realtà è venuta meno. Ha una Università antica e gloriosa, con un corpo docente, però, vecchio e familistico all’eccesso, che non l’accredita secondo le attese. Si è giunti, in occasione delle ultime elezioni amministrative, alla candidatura a Sindaco di una personalità esterna, ammettendo pubblicamente inadeguatezza di classe dirigente, come non e accaduto in nessun altro piccolo o grande Comune emiliano-romagnolo.
Sul progetto di Vasco Errani e, prima ancora, del partito politico relativo, si sono già registrati forti e qualificati interventi critici. Si è parlato del rifiuto di certe realtà regionali di svolgere il ruolo dì “ruote di scorta” di Bologna. Si è ritenuto che l’indirizzo Bologna—centrico fornito al Piano in discussione corrisponda alla esigenza dei PS ed alleati di mantenere la maggioranza amministrativa nel Comune in questione, che non è loro garantita neppure dalla giunta Cofferati. E ciò attraverso grossi interventi finanziari regionali in larga misura sottratti agli altri territori. I quali sono, oltretutto, demograficamente, largamente maggioritari.
Da qualche parte si è anche anticipato il concetto che, procedendo in questo modo, la maggioranza regionale mette in dubbio, addirittura, “le ragioni dello stare assieme” in una “Regione totalmente inventata senza consistenza storica e compattezza geografica, come si sostiene giustamente in Romagna”.
Tutto questo premesso, la nostra opposizione all’ipotesi Bologna—centrica e “pigliatutto” è totale ed assoluta. E pari alla condanna rispetto. all’allineamento espresso dai Sindaci anche delle nostre principali località. Senza alcun riguardo per i legittimi interessi dei territori e delle popolazioni relative.
Di qui, il nostro motivato appello ai cittadini, alle Istituzioni, alle organizzazioni economiche e sindacali, alle formazioni politiche tutte, perché si acquisisca la rilevanza epocale della posta in gioco. E perché sì sconfigga questo atto di violenza e di discriminazione.
Se la regione Emilia—Romagna ha la consapevolezza del proprio ruolo, la cosa seria da fare, in sede di Piano, non è di privilegiare ulteriormente la realtà bolognese a scapito di tutto il resto. Bensì di impegnarsi in due convergenti direzioni: il complessivo riequilibrio del territorio dì competenza, una particolare attenzione per le esistenti e possibili nuove “eccellenze” riferite a tutte e nove le Provincie in campo.
ON. SERVADEI M.A.R.
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Rispondi Citando
. Ormai si cerca il "golpe bolognacentrico" per far in modo che con il passare degli anni la regione venga sempre più identificata come un semplice "territorio" facente capo a Bologna. Il termine stesso Emilia-Romagna è ancora troppo carico di differenze e artificiosità e questo fa paura ha chi possiede da decenni il potere locale e non vuole mollarlo. Prima che scoppi il bubbone tentano la carta della disperazione e tempo mezza generazione ci saremo assuefatti a questa nuova "signoria" feudale che dispenserà beni (pochi) solo a chi voterà nel modo giusto
. Ad est la Romagna è ora che inizi a fare sul serio, ma non dimentichiamo l'Emilia-Lunense ad ovest che proprio in questi ultimi tempi ha ripreso vigore nuovo ed obiettivi chiari. 


