Basta con le risse su cose ininfluenti ciò che ci unisce è molto di più
Il nemico è la destra non continuiamo a dividerci tra riformisti e radicali
di Ugo Intini*
I mass media nemici dell’attuale maggioranza preparano ogni giorno una sceneggiata in cui la “sinistra radicale” e la “sinistra moderata” sono chiamate ad azzuffarsi. E troppi nostri dirigenti si gettano a capofitto nel teatrino interpretando esattamente la parte assegnata, non si sa se per sprovvedutezza o per trovare spazio personale sui giornali. Bisogna dire basta al penoso spettacolo e alle risse su temi per lo più praticamente ininfluenti. Guardiamo la sostanza. Il centro sinistra si sta semplificando, riorganizzando
e ristrutturando intorno a tre aree: il partito democratico; la sinistra “rossa”,
o arcobaleno (con l’aggiunta dei Verdi); l’area socialista (o socialista e radicale, come io spero) raccolta intorno all’appello di Boselli, Angius e Spini. Le tre aree non sono l’una nemica dell’altra, devono essere complementari e insieme contrastare la destra. Deve finire la saccente, pedagogica, petulante
sufficienza con la qualesi guarda spesso la sinistra radicale attribuendole a priori la patente di “estremista”. Deve finire la sospettosa, livorosa, perennemente indignata aggressività con la quale si sottintende altrettanto spesso un significato dispregiativo al termine, in sé positivo,di “moderato”. Le maschere comiche o tragicomiche del teatrino, i perenni duellanti nella commedia dell’arte scritta da altri, devono fermarsi e riflettere sul fatto che
le divisioni vere, in tutta Europa, sono tra sinistra e destra. Sono le stesse dovunque. Riguardano non lavavetri o cortei, ma i grandi temi del nostro tempo sui quali dobbiamo insistere se vogliamo sollevarci al di sopra delle
risse da pollaio che alimentano il qualunquismo e delegittimano la politica, portando voti alla destra e togliendoli a noi; se vogliamo trovare quello che ci avvicina e non quello che ci allontana.
Mentre la destra è euroscettica, la sinistra vuole l’Europa politicamente unita. La vuole non per contrastare gli Stati Uniti, ma per costruire una alleanza con Washington, anziché subalterna, tra uguali. Con la consapevolezza che, se negli Usa c’è la pena di morte ma non lo Stato sociale (esattamente il contrario che in Europa), qualche diversità tra le due sponde dell’Atlantico deve pur esserci. La destra soffia sul fuoco della guerra di civiltà e di religione
tra Occidente e mondo islamico, la sinistra costruisce ponti tra le due sponde
del Mediterraneo. La destra cavalca le paure, i disagi e i pregiudizi contro l’immigrazione. La sinistra lavora per una società multietnica, multiculturale e multireligiosa, che d’altronde è inevitabile. Anche in conseguenza di ciò, la sinistra è assolutamente laica, mentre la destra tende a contrapporre il fondamentalismo cristiano a quello islamico. Laicità significa per la sinistra questo e significa anche libertà sui temi del costume e della ricerca scientifica,
contro l’autoritarismo e i divieti della destra. Una destra curiosamente contraddittoria: è per lo “Stato minimo” in economia, ma poi è per uno Stato tanto invasivo da intromettersi nelle camere da letto e nei laboratori, da trasformarsi in uno “Stato massimo”, o nello “Stato etico” caro alla tradizione
culturale fascista. La destra strepita contro le tasse. La sinistra lotta in Italia
contro l’evasione, che è il doppio di quella europea (a livelli cioè sudamericani)
cercando di applicare il principio “pagare meno, pagare tutti”. Ma non basta: questa è una battaglia vecchia, da terzo mondo, assolutamente urgente e prioritaria, ma non sufficiente. Ormai si affaccia nei Paesi avanzati il “tax divide”:la diversità cioè tra le persone normali, inchiodate al territorio, e i grandi professionisti, i divi dello sport e dello spettacolo, i leader delle
multinazionali, che portano i profitti fuori dal territorio nazionale, nei “paradisi fiscali” o dove si pratica il “dumping fiscale”. Il “disappearing tax payer”, cioè il contribuente che grazie alla globalizzazione sparisce, è l’incubo di tutte le sinistre. Non delle destre e certo non di quella italiana, dal momento che Berlusconi, ad esempio, ha decine di società alle isole Bahamas. D’altronde, la spudoratezza dei ricchi in materia fiscale è leggendaria. I grandi managers si fanno pagare ovunque non in salario, ma in “stock options”, ovvero in azioni,
che sono soggette ad aliquote fiscali spesso inferiori a quelle del salario più modesto. Sulla stampa americana si dibatte sul “greed” (la avidità) che distrugge alle fondamenta la moralità del sistema economico. [/Il nemico è la destra non continuiamo a dividerci tra riformisti e radicali. I titoli non puntano alla pagliuzza, ma alla trave, non sono non sulla "casta politica", ma sul fatto che con questo meccanismo il padrone della società titolare del grattacielo paga meno della donna delle pulizie.
La sinistra europea ha lanciato (ben prima del crack estivo) una grande campagna contro la finanza speculativa, gli "hedge funds", l'economia basata non sul lavoro ma sulla finanza, non sulla ricchezza reale ma su quella di carta. La destra corre ai ripari tardi dopo che l'eccesso di liberismo ha bruciato nel mondo in pochi giorni l'equivalente della metà del prodotto nazionale lordo italiano annuo. Le pensioni pubbliche sono fuori moda? I vigili del fuoco dell'Ohio o forse un taxista di Londra hanno perso parte della pensione perché il loro fondo privato ha investito nelle obbligazioni spazzatura americane. Qualcuno dall'altro capo del mondo ha perso i risparmi di una vita perché la commessa della Florida non ha più i soldi per pagare il suo mutuo della casa concesso in modo irresponsabile dalla banca. I protagonisti della festa iper liberista finita nel disastro davano lezioni predicando austerità, contenimento di salari e pensioni. Ma loro, i cento managers di hedge funds più pagati nel mondo, guadagnavano in un anno quanto in tre anni tutti gli insegnanti dello Stato di New York messi assieme.
La sinistra e la destra sanno entrambe che la competizione senza frontiere nata dalla globalizzazione, è una sfida inevitabile. Ma qui sta la differenza più importante tra di loro. La destra punta sui bassi salari e sulle minori garanzie per il lavoratore. La sinistra risponde che su questo terreno i Paesi avanzati saranno sempre perdenti, perché l'operaio cinese costa 1/20 di quello europeo, perché il matematico indiano, lavorando a migliaia di chilometri on line sul computer, sbriga la contabilità di un'azienda di Los Angeles a 1/5 del costo. La sinistra ha una ricetta diversa. Introdurre in ogni bene o servizio made in Europe una percentuale di cultura, creatività e tecnologia superiori. Il che richiede un investimento immenso sulla scuola, e soprattutto sull'università, sulla intelligenza dei nostri ragazzi, che devono essere spinti non verso il basso, ma verso l'alto. Si fa questo in Italia? Non un leader della sinistra, bensì un liberale, Einaudi, diceva di essere favorevole all'uguaglianza su un solo punto: l'uguaglianza nelle opportunità, l'uguale possibilità per qualunque ragazzo, di qualunque ceto sociale, di accedere ai livelli più elevati di istruzione. Questa è la partita decisiva per il futuro, proprio su questo la nostra sinistra è muta, proprio qui sta la ragione più profonda del declino italiano. Estremizziamo una volta tanto, perché in tal modo ci si avvicina alla verità: oggi, all'università, i figli dei ricchi, senza meriti particolari, studiano a spese dei poveri cose spesso inutili.
Sui grandi temi programmatici, sinistra e destra sono divise e chiaramente riconoscibili in tutto il mondo. Lo sono anche sui valori. Tolleranza contro intolleranza, solidarietà contro individualismo, libertà contro autoritarismo. Meritocrazia contro classismo (perché la "casta" non è quella politica, ma quella delle famiglie che si tramandano il potere di generazione in generazione). Politica contro antipolitica (l'antipolitica di Bossi, ma anche quella di Grillo), perché liquidata, ridicolizzata e ridimensionata la politica, in tutto il mondo, da sempre, vince il denaro.
C'è un'ultima divisione di fondo tra sinistra e destra che dovrebbe fare riflettere: internazionalismo contro nazionalismo. La sinistra sa che il denaro, l'informazione, la cultura, il crimine, lo spettacolo, l'inquinamento, lo sport, tutto è globale, senza frontiere, nel bene e nel male. Se la politica continuerà ad essere la sola intrappolata nelle frontiere nazionali, si ridurrà a non contare quasi nulla. Anzi, si frammenterà ulteriormente nel localismo campanilistico, come nell'Italia post leghista, dove si vorrebbe ridurre i politici a rissosi amministratori di condominio. Nessuna partita importante, nel 2000 delle linee elettroniche via cavo, può essere risolta a livello nazionale, come un secolo fa nessuna poteva essere risolta a livello provinciale nel ‘900 delle linee ferroviarie.
La semplificazione e razionalizzazione della politica impone dunque la piena adesione a un progetto comune, a una casa comune sovranazionale. Fra le tre aree in costruzione ricordate all'inizio, la nostra si identifica al cento per cento nella famiglia socialista europea. Le altre due sembrano invece soffrire di una contraddizione parallela. Nel futuro partito democratico, i post diessini vogliono appartenere al socialismo europeo, ma i post margheritini rispondono "no e poi no". E Veltroni media con curiosa sufficienza: il socialismo democratico - dice in sostanza - ha una grande storia ma ora si devono cercare "strade più innovative" (senza spiegare quali e dove). Nella futura aggregazione rossa, parallelamente, i post diessini di Mussi guardano ai socialisti europei, così come i loro fratelli separati ex Ds del Partito Democratico. Ma i compagni di Rifondazione stanno nella famiglia della "Sinistra Europea", insieme ai comunisti e ai post comunisti (anche quelli della ex-Germania orientale), e dicono "no e poi no" al partito socialista europeo esattamente come, dalla sponda opposta del centro sinistra, i post margheritini. Le due contraddizioni parallele rendono la sinistra italiana unica in Europa e isolata. La sua unicità e anomalia ha forse prodotto i risultati migliori, sul piano dei numeri elettorali e su quello delle realizzazioni sociali? Nessuno oserebbe rispondere di si. Ed è dunque evidente che abbiamo un problema. Fra i tre cantieri in costruzione a sinistra, quello del socialismo europeo, senza inutili polemiche, con amicizia, ha il dovere di ricordare agli altri due cantieri (quelli "anomali" nel contesto europeo) che non si tratta di un piccolo problema.
*Sottosegretario agli Esteri, esponente Sdi
15/09/2007http://www.liberazione.it/




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