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Discussione: Furbetti al cinema

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    Furbetti al cinema
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    13 marzo 2010
    Fondi allegri e film mai realizzati: una storia antica che parte dall’Articolo 28

    di Marco Lillo e Malcom Pagani

    “Male non fare, paura non avere! Trattasi di spazzatura estiva. Spiace per ragazzo, speriamo non si dispiaccia”. Firmato GB . Era l’agosto del 2008 e GB, alias Gaetano Blandini, direttore generale per il cinema per il ministero dei Beni culturali, avvertito dal capo di gabinetto Salvo Nastasi dell’imminente uscita di un indigesto articolo sull’Espresso teso a gettare una luce nuova sul vorticoso movimento di denaro pubblico elargito tramite le apposite commissioni e sottocommissioni a produttori e registi, comunicava ad Angelo Balducci il proprio rammarico per le indiscrezioni che presto sarebbero apparse sulla stampa. Il ragazzo era Lorenzo Balducci, giovane attore sponsorizzato dal padre e ancor di più da tutti quelli che ritenevano che assoldarlo, favorisse le relazioni con l’intoccabile presidente del consiglio superiore dei Lavori pubblici. Oggi Blandini, per anni potente deus ex machina del cinema italiano abita altrove.

    Da fine ottobre è direttore generale della Siae, la società degli autori che dopo cinque anni trascorsi in via della Ferratella, gli ha offerto una poltrona non sfiorata dall’inchiesta romano-fiorentina capace di portare dietro le sbarre l’amico di un tempo. In mezzo alle due biografie parallele (Balducci era direttore del Turismo al ministero quando Blandini dirigeva lo spettacolo), una storia che parte da lontano. Fatta di rapporti stretti e favori, finanziamenti agevolati a società vicinissime ad Anemone e Balducci, ponti telefonici pericolosi e pelose gentilezze che della settima arte restituiscono un’immagine sgranata. In prìncipio era l’articolo 28, in vigore dal 1965 al 1994, uno stralcio della legge per il Cinema che a metà degli anni ‘60 aveva permesso al mondo della celluloide italiana oltre 500 opere lungo l’arco di un pittoresco trentennio. La normativa prevedeva che per film di particolare interesse artistico e culturale, le risorse pubbliche potessero coprire fino al 30% del budget. Fiorirono mascalzonate e film mai realizzati, sedicenti cineasti in fuga col bottino e capolavori.

    Alla porta bussava chiunque. Registi pornografici, vecchi mestieranti, giovani di talento. Erogati i fondi, non sempre l’opera veniva realizzata. Ancor più arduo era farvi trovare la via della sala. Videro la luce capolavori ed orrori. Marrakech Express di Salvatores e Ecce Bombo di Nanni Moretti, i lavori sulla storia nascosta dei fratelli Taviani e le creazioni mai realizzate di Giampaolo Santini (sette finanziamenti ottenuti e nessun film uscito) e poi l’indimenticabile Cattive Ragazze di Marina Ripa di Meana.

    Lina Wertmuller, poco lungimirante, sul tema si espresse con chiarezza: “I film si sono fatti: alcuni riusciti, altri spariti nel nulla, altri non sostenuti, neppure fatti vedere ai distributori. Ho chiesto per anni che, prima di dare i soldi a tutti, si scegliessero i ragazzi che uscivano dal Centro Sperimentale. La nuova Legge, che approverà soltanto 20 film l’anno con precisi controlli, farà piazza pulita di questo pasticciaccio”. Non è accaduto e oggi, dopo le violente campagne destrorse sull’abbattimento del finanziamento statale e la cancellazione del fondo di garanzia, in auge fino al 2004, la legge è nuovamente cambiata. Si è postulato che il denaro erogato dallo Stato non potesse superare il 50% del budget complessivo del film per i registi che avessero già girato due opere e dell’80% per le opere prime e seconde. Denaro che va restituito in parte, ma che non sempre esce o torna nei tempi previsti dal ministero. Sulle pagine dei giornali, L’inchiesta sul G8 ha preso una strana piega. Punta agli schermi, alle emozioni cinematografiche, al malmostoso sottobosco di rapporti ambigui tra chi il denaro lo chiede e chi dovrebbe darlo in base a precisi parametri. E poi agenti bramosi, rassicurazioni da fornire, schiene piegate. Il re indiscusso di questo sistema, nel bene e nel male, era Blandini.

    Uno squarcio sulla sua gestione del dipartimento emerge già da una vecchia inchiesta del 2007. Intercettato dalla Gdf, amava intrattenersi in conversazione con Giuseppe Proietti, figura di secondo piano indagata e poi prociolta come gli altri nell’inchiesta su Berlusconi, Saccà e i rapporti con Rai Fiction. Proietti per mezzo della tedesca Bavaria Film voleva produrre un’opera prima di Edoardo De Angelis, Cupido a Manhattan. Per questa ragione agganciò Blandini tramite l’avvocato Enrico Di Mambro, che per il disturbo, incassò a finanziamento erogato e generoso (700.000 euro) un regalo di trentamila euro (5 subito e 25 a operazione conclusa) per la persuasione realizzata con successo. Blandini chiese di inserire nel progetto un volto a lui caro, quello di Lorenzo Balducci, peraltro definito bravo nelle intercettazioni da produttore e regista.

    Colpito a morte dalle inchieste, Cupido non scoccò frecce. Il film non si fece e la storia cadde nell’oblìo lasciando sul terreno una serie di strani scambi d’opinione tra Balducci e Anemone in cui il primo, a ridosso dell’uscita di un articolo dell’Espresso che svelava la vicenda, telefonava al secondo proponendo di organizzare un fondamentale incontro con un misterioso Giancarlo: “Se tu però magari preannunci a Giancarlo... non so se lui fosse disponibile venerdì mattina per prendere un caffè”. Chissà chi era quel Giancarlo citato nelle intercettazione della recente inchiesta di Firenze. Un Giancarlo, amico di Balducci e Anemone, e addentro alle vicende di Saccà per motivi di ufficio è Giancarlo Leone che si interessò a un altro film del giovane Balducci.

    Andando indietro con la memoria escono altre sponsorizzazioni nei confronti di Balducci Jr.
    Nel 2006, Blandini fece infatti erogare anche un altro strano finanziamento. Il film si chiama Last Minute Marocco, riceve oltre un milione e mezzo di euro e per la regia di Francesco Falaschi mette in piedi una commediola esiziale ma inoffensiva recitata tra le dune, dal divo in miniatura Nicolas Vaporidis, Valerio Mastandrea e naturalmente Lorenzo Balducci. Il film è coprodotto da Rai Cinema, Sbs France, ministero per i Beni e le Attività culturali e Idf. L’acronimo sta per Italian Dream Factory e invecedisogni riporta ad incubi terreni. La società è capitanata da Rosanna Thau, moglie di Balducci e vede tra i partecipanti con un quarto delle quote Vanessa Pascucci, moglie di Diego Anemone. Nella villa di Balducci e Thau a Montepulciano ,i lavori sono stati effettuati da Anemone stesso e il legame tra il duo e Blandini è provato da decine e decine di intercettazioni. Il Cinema italiano è in rivolta. Il presidente dei produttori Riccardo Tozzi di Cattleya è al lavoro su una lettera aperta che difenda il sistema dei finanziamenti e Blandini, senza i quali non avrebbero visto la luce neanche Gomorra e Il Divo. Blandini tace e minaccia querele, come già raccontò al telefono con Balducci il capo di gabinetto del ministero dei Beni culturali Nastasi: “Gaetano ha detto non è vero, querelo tutti, ma è successo come tante altre volte che qui vengono produttori di film”. Tante volte. Sembra solo l’incipit di un qualunque B movie.

  2. #2
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    Predefinito Rif: Furbetti al cinema

    Cosa c'entra Bertolaso ?

  3. #3
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    Predefinito Rif: Furbetti al cinema

    non si fermano davanti a niente
    DISSIDENTE POLITICO IN REGIME TOTALITARIO

  4. #4
    Si legge NUAR!!
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    Predefinito Rif: Furbetti al cinema

    gente della peggior specie
    l'italiano ha un tale culto per la furbizia che arriva persino all'ammirazione di chi se ne serve a suo danno.

    jesus died for somebody's sins but not mine

  5. #5
    member vetch
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    Predefinito Rif: Furbetti al cinema

    Va be', ma cosa c'entra Bertolaso ?

 

 

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