OMNIA SUNT COMMUNIA
Il sole nero del cristianesimo
"La Dischiusura. Decostruire il cristianesimo" di Jean-Luc Nancy (Cronopio). L'indagine condotta dal filosofo francese svela le origini rimosse del cristianesimo e indica una strada alternativa al bipolarismo morale tra laici e cattolici che caraterizza il dibattito italiano.
Roberto Ciccarelli
Ammettiamo che sia vero: non possiamo non dirci cristiani. E non facciamolo solo per compiacere l’ossessiva campagna denigratoria contro le libertà individuali e la politica delle relazioni allestita da qualche tempo dai massimi rappresentanti della Chiesa cattolica. Andiamo al fondo di questa affermazione per capire fino a che punto, oggi, siamo legati al cristianesimo e per verificare se è vero che il cristianesimo rappresenti una necessità per il nostro tempo. Quanto mai opportuna giunge a questo proposito la traduzione in italiano di uno degli ultimi volumi di Jean-Luc Nancy che ha un titolo apparentemente provocatorio: La dischiusura. Decostruzione del cristianesimo I (Cronopio, pp. 223, €20).
La dischiusura non è un libro scritto da un Voltaire avvelenato da astio anti-cristiano. La “decostruzione” annunciata nel titolo è ispirata alla grande tradizione filosofica del Novecento che, prima con Martin Heidegger, e successivamente con Jacques Derrida, ha rivelato il rapporto costitutivo tra l’ateismo greco e il monoteismo ebraico nella formazione del pensiero occidentale. Il cristianesimo è il punto d’unione in cui questi due elementi si rafforzano e si respingono allo stesso tempo, trovando nella figura del Dio unico e nella razionalità del pensiero moderno, gli strumenti per la sua affermazione universale. La “dischiusura” (questa la traduzione proposta da Rolando Deval e da Antonella Moscati del termine francese Déclosion, un neo-logismo che significa “togliere una chiusura”) intende proseguire l’opera di questi predecessori (e amici, nel caso di Derrida che poco prima di morire dedicò a Nancy un imponente libro dal titolo Le Toucher).
L’abbraccio mortale
Dischiudere dunque i confini tra filosofia e religione, rompere l’abbraccio mortale che li lega e portare alla luce ciò che li accomuna. E’ un’avvertenza quasi obbligatoria dal momento che, nel dibattito degli ultimi giorni, non sembrano esserci spazi per chi rifiuta di appartenere alla chiesa dell’integralismo politico-religioso puramente reattivo o a quella del laicismo militante di qualche causa anti-clericale un po’ datata. E’ dal 1998 che Nancy, tra conferenze e saggi, lavora su questo tema. Da allora non sembra essersi fatto tentare dall’improbabile bipolarismo morale tra laici e cattolici che oggi sembra esaurire in Italia il campo della politica (e dell’etica pubblica). Anzi, la sua tesi sembra andare in controtendenza e, per fortuna, scontentare le parti in gioco. Per Nancy, l’Occidente non è nato dalla liquidazione di un mondo di oscure credenze cristiane dissolte dalla luce della razionalità. Al contrario, il cristianesimo è l’Occidente. Lo ha prima inventato, poi assorbito ed infine disconosciuto dopo l’affermazione della “modernità” illuministica.
Ciò non toglie che, sin dalla sua origine, l’Occidente sia vissuto all’ombra del cristianesimo, un po’ come l’ombra di Buddha è rimasta mille anni a vegliare la caverna dov’era seppellito il suo cadavere. Cristianesimo e Occidente tendono a ridimensionare ad una misura comune ciò che è fuori dalla razionalità. Dio è per il Cristianesimo ciò che il problema matematico dell’incommensurabile è per il logos moderno. Così come la religione porta l’alterità assoluta al centro della vita degli uomini, il pensiero moderno introduce lo smisurato nella ragione.
Il cristianesimo può essere riassunto nel precetto di vivere in questo mondo come fuori di esso. Questo fuori non esiste, è la promessa di una salvezza che arriverà alla fine dei tempi e che nel presente vale come apertura su un’alterità assoluta. Il pensiero moderno impone invece agli uomini di vivere questa stessa alterità assoluta nei confini della “pura ragione”, come diceva Kant. L’invito di gran parte del pensiero del Novecento, da Freud a Wittgenstein sino a Heidegger, è stato quello di pensare questa alterità e di restituirne la misura sfuggente del suo apparire.
Nancy precisa che il cristianesimo tende a “chiudere” il movimento di apertura su questa alterità attribuendola ad un Essere supremo, mentre il pensiero della Destruktion di Heidegger e della “decostruzione” di Derrida la lascia libera da (quasi) tutte le paralisi teologiche. Ciò non toglie che anche il razionalista intransigente eviti di spezzare il “tenue arco che ci lega all’inaccessibile”, così come il credente adulto e consapevole comprende che il suo Dio è il punto estremo della rappresentabilità di un’alterità che non ha misura. Non è superfluo ripetere qui tutte le accuse che è legittimo imputare al cristianesimo, come l’asservimento del pensiero fino allo sfruttamento ignobile del dolore e del risentimento. Oggi più che mai tornano utili le armi tradizionali che sono state utilizzate contro il dominio religioso (la libertà, l’individuo, la ragione stessa), ma esse non bastano per spiegare perché “ragione” e “fede” siano animate dallo stesso principio e, in un certo senso, si comportino come due gemelli siamesi.
E’ per questa condivisione di orizzonte che Nancy esclude che il cristianesimo possa essere attaccato o difeso, rimosso o salvato da chiunque. Esso non è una grave malattia congenita dell’Occidente, ma non è nemmeno un plusvalore morale che indica la strada della salvezza per le donne e gli uomini. Progetti di questo tipo, a suo avviso, fanno torto all’essenza del problema: il cristianesimo e l’ateismo, ciò che afferma l’esistenza di un Dio e ciò che lo nega, sono volti diversi dello stesso nichilismo.
Il sole nero del nichilismo
Scrisse il filosofo Luigi Pareyson: “Può essere attuale solo un cristianesimo che contempli la possibilità della sua negazione”. Una forte presa di posizione che permette di vedere nel cristianesimo la riflessione su un dubbio disperante (Dio è perché si nega), e non l’affermazione di una verità valida per tutti, sia per via razionale (per vescovi, maestri e fini dicitori del neo-conservatorismo di ogni latitudine), sia per via naturale (per chi non riesce a tenere a bada le bassezze dei propri istinti). Stesso discorso andrebbe fatto per chi si dichiara “ateo”. E’ cieco dichiarare un embargo permanente nei confronti del cristianesimo, dato che l’ateismo condivide la stessa radice. “Può essere attuale solo un ateismo che contempli la realtà della sua provenienza cristiana”, commenta Nancy parafrasando Pareyson.
Se dunque il cristianesimo attribuisce a Dio la causa prima e il fine ultimo della vita, l’ateismo gli nega questo privilegio attribuendo la causa e il fine alla razionalità. Entrambi sostengono che la vita è rivelazione di un principio superiore, quello di Dio o quello della Ragione. Anche il papa teologo Ratzinger rivendica la razionalità tra le principali caratteristiche che rendono il Dio cristiano universale, vero e buono. Oscurando tuttavia ciò che il pensiero della decostruzione ha denunciato: la coincidenza tra il cristianesimo e la razionalità è dovuta al fatto che entrambi sono espressione del nichilismo occidentale.
Nichilismo, spiega Nancy, in realtà vuol dire: fare principio del niente. Ma questo “niente” significa disfare ogni principio, compreso lo stesso principio del niente. Laici e cattolici gravitano attorno allo stesso sole nero: l’affermazione incondizionata di un principio corrisponde infatti allo svuotamento del mondo, al suo impoverimento in nome di valori trascendenti (la Vita, il Bene) o alla sua mortificazione in nome di certezze immanenti (la Storia, la Tecnica). In altre parole, laici e cattolici soffrono della dissoluzione del principio in cui credono. Sul versante cristiano, il problema è dolente: il Dio cristiano crea il mondo attraverso la negazione di se stesso. Il cristiano tende con tutte le forze a ricongiungersi a quella negazione che l’ha posto in essere. Un paradosso senza salvezza.
A questo tragico esito non è estraneo nemmeno il pensiero “laico”. C’è la razionalità che rifiuta ogni teleologia e, da Hegel in poi, esige di essere compresa come il primo pensiero che fa a meno di Dio e si carica sulle spalle il mondo per dargli un senso. Ma una volta sospese le ambizioni hegeliane, e dimostrato che il mondo non è retto da alcun principio trascendente, nemmeno quello della Storia, l’ateo realizza che alla “morte di Dio” non è seguita alcuna nuova comprensione del mondo. Tutto quello che gli rimane è il mondo, ma solo il mondo non basta per vivere. E’ questa la tristezza che riassume l’ateismo. A differenza del cristiano, l’ateo non si dà nemmeno la possibilità consolatrice di sentirsi abbandonato dal proprio Dio. E’ solo, e rifiuta la gioia tragica di cui Nietzsche e il giovane Walter Benjamin furono testimoni.
Il buon annuncio della fine
Finché non avremo la misura esatta della nostra provenienza cristiana, resteremo prigionieri di qualcosa che non è stato elaborato all’altezza del nostro tempo. Su questo punto, Nancy non fa sconti nemmeno al proprio discorso e ammette: è lo stesso cristianesimo a decostruirsi. Il cristianesimo ha passato gran parte della propria storia a correggere e ad auto-rettificare il contenuto della verità annunciata. Esso è la forma più occidentalizzata delle religioni monoteiste, si distende nella forma di un’auto-analisi in vista di un ritorno ad un’origine sempre più pura.
Questo processo comincia già nei Vangeli e in San Paolo, continua con il monachesimo e si afferma, ovviamente, nelle diverse Riforme. Con il risultato che il cristianesimo ha certamente sviluppato una volontà di potenza sconosciuta alle altre religioni, ma l’ha accompagnata con un potente desiderio di spoliazione e di abbandono di sé spingendolo all’auto-dissoluzione. Esso ci ha consegnato un mondo che è in attesa di una rivelazione, non solo quella di Dio, ma di un senso generale che rimane sospeso tra gli uomini nei termini di una promessa o di un progetto (politico, esistenziale).
La promessa annunciata dal cristianesimo è “una fine senza fine”. E’ questo il nucleo “kerygmatico” del Vangelo (dal greco euaggelion, “buon annuncio”): l’annuncio della fine dei tempi corrisponde alla seconda venuta di Dio sulla terra. Ma questa venuta, se avverrà, avverrà alla fine dei tempi. Una fine infinita che si protrae disperatamente per tutta la storia. Cosa si annuncia dunque nei Vangeli? “Quasi niente”, risponde Nancy. E’ su questo “niente” che l’auto-decostruzione del cristianesimo mostra la sua ambiguità. Davanti all’annuncio non c’è infatti più storia, né ritorno all’origine. C’è la fine del mondo e la morte di Dio.
Ripensare l’“ateismo”
Per Jean-Luc Nancy viviamo nel cuore di una trasformazione epocale (una “dischiusura”, appunto) paragonabile a quella che ha portato dall’Antichità al mondo moderno. Questa trasformazione appare talvolta come una perdita, ma ha anche il sapore di un nuovo inizio. Il suo è un pensiero che resta aperto alla testimonianza di un’incommensurabilità tra noi e ogni legge, umana o divina che sia. Ritornare alla nostra provenienza cristiana, e ridiscuterla radicalmente, è essenziale per capire come questo incommensurabile non sia più quello di un Dio trascendente. L’incommensurabile è invece la scoperta di una comunità tra gli uomini ispirata ad un senso eccedente di cui il sacro ha cercato di dare una definizione, senza tuttavia coglierne la potenza costitutiva.
Pensare la “morte di Dio” non come il nichilismo, ma come l’uscita dal nichilismo, è il primo passo per scoprire che è possibile liberarsi dal pesante fardello del teologico-politico sulla nostra cultura. Non c’è alcuna ragione “di salvare la religione, e meno che mai di farvi ritorno” afferma Nancy. Si tratta piuttosto di prendere coscienza che viviamo in un mondo che rifiuta in maniera incommensurabile la sacralizzazione di ogni autorità, compresa quella della legge.
Per farlo, è necessario rinunciare alla politica che vorrebbe continuare a pensarsi nei termini di una versione secolarizzata del cristianesimo. L’ateismo può essere una risorsa, anzi per Nancy è l’“unico ethos possibile del nostro tempo” che permette di pensare ciò che c’è di comune tra gli uomini, a condizione di liberarlo dallo schema di un teismo rovesciato. Questo ethos permette di rivendicare un senso che nessuna religione, nessuna credenza e certamente nessuna Chiesa può pretendere. Per quello che noi siamo non basta né il culto, né la preghiera, ma l’esercizio rigoroso e severo, sobrio e gioioso, di ciò che si chiama il pensiero.
Chi è Jean-Luc Nancy
Nato il 26 luglio 1940, Jean-Luc Nancy insegna filosofia all’università di scienze umane a Strasburgo. Nel 1991 ha pubblicato con Philippe Lacoue-Labarthe il saggio “Il mito Nazi” nel quale interroga la ragione per cui il mito è al cuore della pratica politica e sociale del nazismo. I suoi ultimi lavori hanno come tema la libertà, la comunità, la globalizzazione e il “senso” e si sforzano di affrontare la fine di un certo numero di possibilità filosofiche, innanzitutto quelle che discendono dall’umanesimo. Per molti anni ha diretto la collana dell’editore Galilée La Philosophie en effet insieme a Jacques Derrida e a Philippe Lacoue-Labarthe, recentemente scomparsi. Tutti i libri di questa collana recano ad esergo una frase di Nietzsche: “Introdurre un senso, questo compito rimane assolutamente ancora da realizzare, ammesso che esista ancora un senso”. Ne La creazione del mondo o la mondializzazione (pubblicato da Einaudi nel 2003) Nancy ha sostenuto che è la “mondialità, intesa come la nostra condizione esistenza, a rappresentare questo senso”.i
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ARDITI NON GENDARMI




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