….di ogni sospetto
Garlasco. Sono passati quarantaquattro giorni dalla mattina in cui, in una villetta di Garlasco (in provincia di Pavia), Alberto Stasi – secondo la sua versione – ha scavalcato un muretto, ha superato un cancello, ha attraversato un viale, ha aperto una porta e, entrando nella casa di Chiara Poggi, ha trovato su un gradino al primo piano della villetta il corpo della sua fidanzata; morta, ancora in pigiama e con il cranio fracassato da dieci violentissimi colpi.
Alberto Stasi è ora in isolamento nel carcere di Vigevano con l’accusa di omicidio volontario e, come detto dal procuratore capo Alfonso Lauro, visibilmente soddisfatto per la macchia di sangue di Chiara Poggi trovata sul pedale della bicicletta di Alberto, finalmente in possesso “di una prova, non di un indizio”; una “prova” arrivata dopo delle indagini molto difficili, durante le quali gli investigatori non sono ancora riusciti a trovare né l’arma né il vero movente del delitto.
Quarantaquattro giorni, dunque.
Un arco di tempo e una tecnica d’indagine che per certi versi ricordano le prime battute delle tormentate fasi investigative di Cogne; e non solo per una notevole coincidenza temporale (Stasi è finito in cella dopo quarantaquattro giorni dall’inizio delle indagini, come la Franzoni), ma soprattutto per come pm e procuratore capo hanno puntato molte energie sulla confessione dell’unico indagato del caso, confidando – magari – in un improvviso crollo come successo a Omar (il fidanzato di Erika), nel caso di Novi Ligure; e lo hanno fatto interrogando Stasi come testimone, come persona informata dei fatti, come indagato, come recluso e tra qualche giorno, chissà, magari anche come arrestato (il pm deve però ancora depositare in procura la richiesta di convalida del fermo e con ogni probabilità il gip non si esprimerà prima di giovedì).
Senza però che nessuno sia riuscito davvero a far crollare Stasi; che in realtà, finora, ha sempre ripetuto di non essere lui l’assassino, anche se gli inquirenti di dubbi sembrano averne molti, già dai primi passi delle indagini:
possibile, si chiedono, che Alberto sia rimasto in quella casa per sei minuti senza toccare il corpo della ragazza?
Possibile che la ragazza abbia aperto a un estraneo?
Possibile che sul muro che Alberto dice di aver scavalcato non ci sia alcuna impronta?
Possibile che Alberto non si sia accorto che Chiara aveva il volto completamente rigonfio di sangue e non “pallido”, come invece riferito dallo stesso ragazzo?
Possibile, secondo i legali di Alberto.
Impossibile per il pm Rosa Muscio e per il procuratore, che – in assenza di altre prove – hanno comprensibilmente messo in risalto il commovente (e presunto) trionfo dei Ris: quei poliziotti “della scientifica” che, per colpa di una fortunata fiction televisiva e di una formidabile serie americana sugli equivalenti Ris di Miami (Csi), non possono ormai che essere immaginati bellissimi, a bordo di un motoscafo con Camilleri, Lucarelli e Montalbano e naturalmente infallibili; ma con una percezione che spesso va a scontrarsi con indagini come quella di via Poma, dove non sono stati sufficienti diciassette anni per completare una perizia sulla macchia di sangue nell’ufficio di Simonetta Cesaroni.
Ecco, forse questa volta i Ris hanno davvero una prova schiacciante in mano (anche se Stasi dice di non aver preso la bici quella mattina).
Ma chissà perché senza testimoni alfa e senza confessioni omega, è diventato così terribilmente difficile riuscire a trovare le grandi e incontestabili prove per incastrare il colpevole di un delitto.
Da www.ilfoglio.it del 26 09 07 pg 1
saluti




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