Tra i tanti primati negativi dell’Italia c’è la quasi totale assenza di un Welfare State degno di questo nome. O meglio; da più parti si crede che ci sia, ma è un Welfare State molto 'sui generis' tutto imperniato sulla previdenza o, se si vuole, anche sulla sanità, ma assolutamente inesistente, a differenza di tutti gli altri Paesi a capitalismo avanzato, nella tutela e nella protezione delle fasce più deboli della società nella loro costante lotta contro la povertà e l’emarginazione sociale e produttiva. La seconda società, cioè quell’insieme sociale residuale e marginale composto da disoccupati cronici, precari, lavoratori cinquantenni espulsi anzitempo dal processo produttivo, nuovo proletariato giovanile intellettuale, sottoproletariato non stabilmente occupato, pensionati sociali o con la pensione minima,imprenditori marginalissimi o dichiarati falliti o vittime dell’usura, braccianti a giornata, è a suo modo un aggregato interclassista, risultato dell’irrazionalità sociale prodotta dalle cicliche crisi e dalle cicliche ristrutturazioni capitalistiche, da un lato, nonché dalla drammatica situazione della finanza pubblica statale, dall’altro (l’Italia detiene purtroppo anche un altro primato negativo; il terzo debito pubblico del mondo). Quindi se tanti nostri connazionali sono del tutto sprovvisti di garanzie sociali ed economiche ciò lo dobbiamo all’insensibilità sociale di chi ci ha governato negli ultimi decenni, ma anche alle stesse forze della sinistra istituzionale e quindi ai sindacati che hanno sempre inserito nella loro agenda i problemi dei “garantiti”, della fabbrica, della classe operaia delle grandi concentrazioni industriali, del rinnovo dei contratti del pubblico impiego ignorando del tutto il solidificarsi progressivo di un nucleo sociale marginale, escluso dal sistema produttivo e soprattutto sprovvisto del necessario per una vita decorosa e dignitosa, non per propria colpa, ma perché al naturale combinato disposto delle crisi capitalistiche e della finanza statale, connubio non sconosciuto anche negli altri Paesi occidentali che però hanno risposto a questi fattori critici costruendo un potente Stato Sociale degno di questo nome, lo Stato “democratico” italiano usurpato prima
dalla sola Dc e poi via via, anche se in misura minore, dai socialisti, dalla sinistra comunista e dai sindacati (per non parlare dell'azione nefasta o meglio dell'inazione del governo Berlusconi) non ha finora contrapposto ai succitati fattori critici una
politica sociale a favore degli emarginati come avveniva altrove.
Non aver compreso i profondi processi di ristrutturazione capitalistica susseguenti alla crisi petrolifera del 1974 nonché le trasformazioni sociali che quella crisi ciclica determinò fu uno dei motivi che innescarono il detonatore della ribellione del movimento studentesco del ’77 italiano. Sono passati esattamente trent’anni da quel sommovimento eppure la lezione di quella pagina difficile della storia italiana sembra che non sia stata recepita affatto né dalle cosidette forze moderate e riformistiche, né dalla sinistra istituzionale e neppure dalla cosiddetta sinistra radicale. Oggi non c’è più il PCI, ma ci sono sempre i sindacati con il supporto delle forze politiche sopravissute alla disgregazione del PCI (PRC, PDCI, SD).
Questi partiti parlano sì di precarietà, ma dimostrano di avere una visione molto burocratica e vetusta della stessa precarietà. Non basta prendersela, a torto o a
ragione, con la legge Biagi o credere che la preoccupante crisi sociale innescatasi nel 2001, avente come pretesto l’introduzione dell’euro, possa risolversi solo dal lato della spesa pubblica e cioè dal lato delle entrate dei lavoratori attraverso l'aumento dei salari per i dipendenti pubblici.
Soprattutto, non è ulteriormente perseguibile la soluzione classica richiesta dai sindacati e dai partiti della sinistra radicale; a fronte dell’aumento dei prezzi (determinati da tutti coloro che producono o vendono qualcosa e che quindi possono scaricare gli aumenti su qualcun altro) aumento dei salari. A parte il fatto che anche aumentando i salari, cosa sempre più difficile, i problemi dei lavoratori e dei ceti popolari non si risolvono mai definitivamente perché, poi, ad ogni nuovo aumento dei salari farà da contraccolpo una nuova spirale inflativa prezzi-salari, la cosa più grave è che anche ai sindacati della sorte della ‘seconda società’ sembra non importare nulla. Con le contrattazioni aziendali e con i rinnovi dei contratti collettivi anche i lavoratori dipendenti scaricano (o meglio si illudono di scaricare) gli aumenti su qualcun altro (nel caso di dipendenti statali sul bilancio statale e quindi sul debito pubblico, ergo sui giovani e sulle future generazioni, nel caso di dipendenti privati sulle imprese che subito dopo li ri-scaricano sui consumatori e quindi anche sugli stessi lavoratori dipendenti). Il cerino comunque rimane acceso sempre in mano alla ‘seconda società’, ai più deboli, ai “non garantiti” che non possono scaricare gli aumenti di prezzi su nessun altro ricavandone da ciò un doppio danno; da un lato, già sono sprovvisti di tutele e cioè di redditi sicuri e sufficienti, dall’altro, come
se non bastasse, sono i soli ad essere davvero penalizzati dai successivi rincari. Questa spirale doppiamente espropriatrice nei confronti della ‘seconda società’ non colpisce più esclusivamente quest’ultima; non siamo più ai tempi del ’77 quando la ‘seconda società’ era composta da poche decine di migliaia di studenti poveri ed inquieti. La ‘seconda società’ si è allargata a dismisura negli ultimi anni al punto che la crisi sociale di trent’anni fa sembra acqua e sapone rispetto a quella che viviamo attualmente. Ormai la ‘seconda società’ si sta estendendo a milioni di persone e di famiglie, anche di famiglie inserite nel sistema produttivo e lavorativo e che fino a qualche anno fa si ritenevano ben posizionate nella scala sociale e dei redditi.
Quindi, tornare a parlare di ‘seconda società’ non solo non è affatto un anacronismo per politici o intellettuali radicali, ma è una intuizione di assoluta attualità. C’è di più; se parliamo di ‘seconda società’ non lo facciamo certo solo per difendere nobilmente i più poveri ed emarginati; non è solo un interesse particolaristico, per quanto nobile, a muoverci, ma la convinzione che la dimenticata ‘seconda società’ è portatrice di un
interesse generale. Alla parola d’ordine sindacalista “Siccome aumentano i prezzi, recuperiamo il potere di acquisto aumentando i salari”, noi azionisti (o neoazionisti) ne contrapponiamo un’altra che fa davvero gli interessi non solo della ‘seconda società’, ma anche dei lavoratori; anzi, ad essere precisi, di tutto il popolo italiano indistintamente,a parte gli speculatori. La nostra ricetta è diversa ed inedita; “Salari fermi e stabili, prezzi giù”. Solo così metteremo finalmente fine alla infinita spirale prezzi-salari, solo così riusciremo a salvaguardare il potere d’acquisto degli italiani soprattutto dei lavoratori e ancor più dei ‘non garantiti’, che sono ormai milioni. Non c’è altra via e speriamo che il governo di centrosinistra e la stessa sinistra tradizionale lo capiscano una volta per tutte. Se le finanze statali sono in crisi spaventosa, se il sistema capitalistico è in crisi e preferisce delocalizzare oppure tenere bassi i salari avvalendosi anche di un esercito lavorativo di riserva costituito dagli immigrati, spesso clandestini, dobbiamo necessariamente pensare ad un modello di società in cui bastino meno soldi per vivere. Alimentare la spirale inflattiva prezzi-salari non ha mai fatto bene al popolo ed ai più deboli. Inoltre, se non fermiamo i rincari dei prezzi, spesso speculativi, proseguendo questo ritmo di rialzi tra non molti anni assisteremo ad un autentico genocidio sociale di masse di nostri connazionali, all’estinzione fisica per fame e stenti della ‘seconda società’ per la quale ogni aumento dei prezzi è vissuto con la crescente disperazione di chi non sa come turare una falla dopo l’altra. Ci vuole a questo punto un deciso cambio di rotta. Governo Prodi, se ci sei batti un colpo. Non avrai più molte occasioni per risalire la china dei consensi.
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