Pensavate di esservi liberati di mé?
Ricordate che L'ERBA CATTIVA NON MUORE MAI!!!![]()
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Più passa il tempo e più mi rendo conto che Berlusconi ha ragione nell'accusare lo strapotere paralizzante che i sindacati detengono nel nostro paese. Essi, sono dei conservatori anti-riformisti del tutto organici alla sinistra. Una povera coalizione di centro-destra alla guida del paese, ha un solo modo per accontentare CGIL CISL e UIL: LEVARSI DALLE PALLE!!!


che provino tale tesi, se ne sono susseguiti parecchi nel corso di questa e di altre legislature.
TRA GLI ULTIMI IN ORDINE DI TEMPO (Venerdì 8 Aprile 2005)
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Articolo tratto da "L'Indipendente" di Giordano Bruno Guerri
Politiche fiscali. L'ostruzionismo dei sindacati
Il necessario patto sociale
Roberto Maroni, ministro del Welfare, ha avanzato una proposta, nell'incontro con le parti sociali, che sembra in grado di quadrare il cerchio delle diverse impostazioni di politica fiscale che agitano le maggioranza. In sostanza Maroni pensa che le risorse per la riduzione dell'imposizione fiscale debbano essere dirottate dall'Irpef, che colpisce i redditi personali, alla tassazione sul lavoro. Intervenendo sui contributi Inail e sull'Irap, la tassa sulle imprese concepita malamente da Vincenzo Visco da essere oggi censurata dall'Unione europea, si otterrebbe una riduzione fiscale che avrebbe effetto sui redditi di circa 21 milioni di lavoratori, dipendenti ed autonomi, e sul costo del lavoro per le imprese. La maggiore disponibilità di reddito dovrebbe rilanciare i consumi, la riduzione di costi, la produttività e quindi la possibilità per le merci italiane di competere meglio sul mercato globale.
Berlusconi potrebbe convincersi a spostare l'asse della riduzione fiscale, se si dimostrasse che l'effetto avrebbe una maggiore probabilità di rilanciare l'economia. La condizione perché questo accada, però, non è nelle mani del governo. Infatti la riduzione del costo del lavoro, del cosiddetto cuneo fiscale, è effettiva solo alla condizione che i sindacati non ne approfittino per chiedere aumenti salariali che annullerebbero l'effetto positivo per le aziende e quindi per la competitività.
Per ragionare sulla linea proposta da Maroni, in sostanza, è necessario un patto sociale che coinvolga tutte le parti. Dalle confederazioni, però, non è venuto alcun segnale incoraggiante. Finche si tratta di protestare per la crisi di competitività i sindacati sono in prima linea, quando dovrebbero assumersi le responsabilità per garantire il risultato di interventi concreti volti a questo scopo, cambiano argomento. Infatti invece di rispondere nel merito hanno chiesto il rinnovo dei contratti pubblici, sostenendo che il governo deve prima presentare un piano complessivo. Tutte scuse per non impegnarsi...
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... sull'argomento ho scritto piu' di una volta ... riassumendo ... io sostengo che i Sindacati sono diventati delle consorterie (non di lavoratori) ma di funzionari che manovrano questi poveri lavoratori come merce di scambio .... sono diventati dei fasci corporativi come quelli che il Duce sparse in tutto il Regno .. ma che non riusci' mai ad organizzare come queste moderne corporazioni settarie .... insomma siamo peggio che ai tempi del "fascio" ... per quattro anni, con i loro funzionari al governo, non hanno piu' fatto uno sciopero, ora, organizzati in corporazioni, fanno scioperare quei bischeri sciolti che ancora credono in essi, tutt i giorni, anche quando il Governo riduce loro le tasse o li chiama al tavolo della concertazione .... basta solo uno sternuto di Berlusconi che subito bloccano l'autostrada del Sole ....
[mid]http://www.fmboschetto.it/musica/flintstones.mid[/mid]


qualche minuto fa su La7 si parlava di una proposta di riduzione fiscale, da parte di Mario Monti, uguale a quella di Maroni. In giro si dice che Monti sarà ministro del governo Prodi. Chi sa se i sindacati cambieranno idea sulla proposta, ora che lo dice Monti...


... intanto hanno istituzionalizzato il miracolo dei pani e dei pesci di evangelica memoria ... come ? ... moltiplicando per tre tutti i seggioloni ... tre segretari di qui ... tre segretari di la' ... tre consigli ... tre parlamentini ... e cosi' via ... naturalmente il tutto con i soldi dei bischeri sciolti .... e nascondono la testa sotto la sabbia se qualcuno parla di "unire" tutte queste poltrone ... pur parteggiando per l'Unione ...
Proprio ieri leggevo, sulla rassegna stampa sindacale, che in una regione italiana (faccio grazie dei nomi e delle localita') si ringraziava l'azione di un sindacalista segretario della camera confederale di una provincia ... e si diceva che in quella provincia a quel sindacato erano iscritti ben 15.000 tra lavoratori e pensionati .... ora, ipotizzando che ogni lavoratore dia, a quel sindacato, 100 euro all'anno, a quel Segretario Confederale entrano in cassa circa 1.500.000 euri all'anno .... cioe' circa 3 miliardi di vecchie lire .... ecco gli iscritti farebbero bene, una buona volta, a chiedere di vedere i conti di quel sindacato per capire dove va a infognarsi un cosi' grande fiume di danaro ...
In considerazione del centinaio di provincie italiane ... ce ne sarebbe d'avanzo per salvare il bilancio della Fiat che invece, costoro, vogliono appioppare sulle nostre spalle .... secondo la logica dello statalismo che ha "rovinato" il tessuto economico del Paese.
Per quanto riguarda la defiscalizzazione ... con la solita demagogia dicono che se le tasse le abbassa Berlusconi lo fa per favorire i piduisti e le sue aziende ... se invece lo dovesse fare Prodi (non credo proprio perche' in passato ha dimostrato l'esatto contrario) ... sarebbe una meritoria azione in favore delle classi lavoratrici ... ed una vittoria della classe operaia ... semplice no ?


Cgil, Cisl e Uil sono indignati, ...
Cgil, Cisl e Uil sono indignati, preoccupati, basiti perché l'Italia naviga a vista, perde colpi, naufraga nella globalizzazione (addirittura, secondo il presidente degli Industriali, Luca Cordero di Montezemolo, sarebbe un'altra Argentina) e intanto il governo che cosa fa? Parla di tutt'altro, litiga, ricomincia con i soliti riti, con i giochetti, con i teatrini, con i siparietti triti e ritriti della vecchia politica. Uno spettacolo indecoroso, intollerabile, secondo i leader sindacali, che non hanno quasi più parole per attaccare l'esecutivo. Guglielmo Epifani, leader della Cgil, scuote il capo: «La cosa che colpisce è la distanza tra questi riti, questi giochi e la situazione gravissima del Paese. Per questo chi ha la responsabilità se la assumesse». Che è poi quanto dice anche Savino Pezzotta, leader della Cisl: «Siamo preoccupati per la situazione economica a rischio di emergenza, su cui c'è poco dibattito, poca attenzione, si discute sempre di altro. I redditi perdono sempre più valore: è questo che preoccupa i sindacati». Pezzotta lancia la sua proposta di una «grande coalizione sociale» contro la crisi della politica tradizionale. Insomma, mentre la Cdl litiga e si divide, il Paese affonda nell'indifferenza - pare dire il leader della Cgil - della stampa nazionale. Infatti, ecco Epifani: «Nei giornali stranieri, l'Italia viene dipinta come un Paese sempre più inaffidabile e in crisi. L'industria perde colpi, la precarietà dilaga, i contratti pubblici sono fermi, i conti pubblici sono sotto sorveglianza europea». Bisogna reagire. Pezzotta ha le sue idee che spiega così: «Il modello politico attuale è in crisi. Avvitato su se stesso "vince" ma non governa, "scollato" com'è dai veri problemi di cui soffre il Paese. Ed in questo contesto, per il sindacato, è difficile agire per sollecitare quelle "politiche di anticipo", quelle politiche programmatorie che servirebbero a garantire il futuro economico del paese. Serve dunque una svolta, una grande coalizione sociale in grado di sfidare la politica». Una filosofia, un invito, quello lanciato dalla Cisl, sostanzialmente condiviso dalla Cgil, che però non pensa ad una coalizione né vuole sentire parlare di nuovi patti: «Tra Paese reale e politica la distanza è profonda. Il Paese è in una situazione difficilissima. Tocca al sindacato indicare una politica di cambiamento. Se poi nel percorso incontriamo anche le imprese, il volontariato, gli enti locali, ben vengano», spiega il leader Epifani. Un sì, ma con alcuni distinguo anche dalla Uil. Il parere di Adriano Musi: «Purché non si traduca in un rilancio del sindacato in un'ottica politica, perché non ci candidiamo ad essere soggetti politici». Ma Pezzotta è e resta un sindacalista. Infatti pungola il governo soprattutto sul fronte economico: «Come al solito si parla d'altro. Intanto la gente va in cassa integrazione e perde potere d'acquisto».


Collocamento familiare
Fra i giovani italiani che trovano un primo lavoro, ben il sessanta per cento lo deve ad un intervento della propria famiglia. Detto in modo diverso: la famiglia, in Italia, è il più efficiente ufficio di collocamento. Questo dato, frutto di una ricerca del Censis, deve poi essere messo in relazione con analoghe ricerche fatte in altri Paesi, dalle quali emerge che le famiglie provano sempre a dare una mano ai propri ragazzi, ma sono assi più efficienti i canali istituzionali di collocamento, o anche solo lo spirito d'iniziativa di chi risponde ad un annuncio sul giornale.
E' sbagliato credere che l'elemento più rilevante, messo in luce dalla ricerca, sia il familismo, o la solidarietà familiare che dir si voglia, molto più importante quel che i numeri raccontano a proposito del mercato.
Prima di tutto risulta evidente che dovendo assumere qualcuno si finisce con il privilegiare l'aspetto relazionale, l'affidabilità personale sulla competenza professionale. Mica si assume solo manovalanza, in Italia, e se uno studio professionale decide di prendere il giovane figlio di un'amico, piuttosto che il più bravo coetaneo è anche perché, nel mercato, non c'è reale concorrenza fra studi professionali. Il continuare a tenere le professioni ingabbiate dentro le armature corporative, con in una mano la mazza degli albi e nell'altra la durlindana delle tariffe, finisce con il rendere tutti, nella media, eguali. Ed allora, dovendosi solo compilare l'ennesimo ricorso alla solita Cassazione, o la milionesima dichiarazione dei redditi, a che vale assumere un individuo ambizioso, per quanto bravo possa essere, mentre già si può accedere al mercato parallelo dei mediocri figli dell'amico?
Non si dirà mai abbastanza che un mercato senza concorrenza è un mercato che seleziona le mezze tacche. E chi, invece, crede che la concorrenza sia solo spietato darwinismo, chi pensa che i nostri giovani laureati in legge abbiano tutti diritto a far l'avvocaticchio, bé, si chieda perché nei fori internazionali gli avvocati italiani scarseggiano.
La seconda cosa messa in evidenza è che un mercato del lavoro troppo ingessato e vincolato è un danno secco per i non garantiti, ivi compresi i non garantiti a causa di una famiglia d'origine che non dispone di un'efficiente ed utile rete d'amicizie. Più libertà di assumere e più libertà di licenziare, meno vincoli e meno costi previdenziali, significano più lavoro e meno precariato. Pretendere garanzie eccessive, difenderle con la corporazione sindacale, significa aumentare la disoccupazione ed il mercato nero.
Il sistema Italia ha fatto un piccolo passo in avanti con la legge Biagi. Il triste è che la nostra sinistra, ovvero quella parte politica che la tradizione vuole più attenta ai bisogni ed ai diritti dei lavoratori, non chiede di migliorarla, ma di abrogarla. E mi punge vaghezza che i loro figli (come quelli degli altri) siano quasi tutti a rinfoltire le fila di quel sessanta per cento di cui parla in Censis.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
3 ottobre 2005
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tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=1533


Biagi ed i giovani
Qualcuno già annuncia che vorrà cambiare la legge Biagi, dal nome del professor Marco, che con vile demenza fu ucciso da quei militanti comunisti che si riconoscono nelle Brigate Rosse. Per la gazzetta ufficiale si chiama legge 30, del 14 febbraio 2003. Invece di abbandonarci al solito dibattito fra sordi, fatto d'affermazioni apodittiche e posizioni di bandiera, guardiamo qualche numero. Nel corso del 2004, secondo quanto reso noto da Confinterim, ovvero dalle agenzie per il lavoro, l'intermediazione ha reso possibile l'instaurazione di 1.060.000 rapporti di lavoro; ha trovato occupazione a 502.000 persone; di queste più della metà sono giovani al di sotto dei ventinove anni; e, cosa da sottolineare, il 35%, più di uno su tre, ha visto trasformarsi il rapporto di lavoro a tempo determinato in rapporto a tempo indeterminato.
Sono le cifre di un successo, l'indicazione che la direzione di marcia è quella giusta. Se qualcuno vuol tornare indietro lo dica, e lo spieghi a quanti sono passati dalla disoccupazione all'occupazione.
Naturalmente, i rapporti di lavoro a tempo determinato non sono la soluzione lavorativa che consente di “sistemarsi”. Hanno ragione quanti ricordano che, con contratti di quel tipo, si fa fatica a progettare il futuro, mettere su famiglia, scommettere su una reale e duratura indipendenza. Ma da questa constatazione si giunge spesso ad una sbagliata conclusione: si deve procedere verso un mercato del lavoro con meno vincoli, con più elasticità, non con più paletti e più rigidità. L'accordo fra socialdemocratici e cristiano sociali, in Germania, stabilisce l'allungamento del periodo di prova, prima dell'assunzione, da sei mesi a due anni, in sindacalese si direbbe la “quadruplicazione del precariato”, ma, appunto, questo è un linguaggio di bandiera, che si rifiuta di fare i conti con la realtà.
Occorre domandarsi quale sia l'alternativa al sistema consentito dalla legge 30: più lavori fissi e senza scadenza o più disoccupazione totale? La seconda. Allora, l'interesse di chi vive con quei contratti è che il mercato del lavoro sia sempre aperto e recettivo, in modo da non tornare a spasso. Al contrario, invece, buona parte del sindacato (oramai composto prevalentemente da pensionati) si sente investito della difesa degli occupati, così arrecando un danno ai disoccupati. E', questa, la radice mentale e culturale del corporativismo e del conservatorismo.
Non bisogna fermarsi, ed andare avanti significa evitare di creare una riserva di “diversi”, cambiare quelle regole che rendono inconciliabile il lavoro temporaneo con i bisogni di una persona. Un esempio: se cresce, ed è un bene, il numero degli occupati, e cresce grazie a quel tipo di contratti, deve cambiare l'atteggiamento con cui si concede un mutuo per rendere possibile l'acquisto di una casa. Creare un fondo di garanzia costa poco, ma permette a molti di quei giovani di posare la prima pietra della loro vita familiare. Occorre andare avanti, avere il coraggio e la lucidità di tenere a mente gli interessi di chi oggi è meno garantito. Fermarsi, ingessare la rigidità sociale, sarebbe un errore dal quale nascerebbero disperazione e ribellione.
Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it
14 novembre 2005
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tratto da "Il Portale di Nuvola Rossa"
http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=1746


Lo sciopero e la banda dei quattro
di Arturo Diaconale
Il senso di un editoriale de “L’Economist” era fin troppo esplicito. “Se Berlusconi preferirà la salva-Previti a vitali riforme economiche, passerà alla storia come l’uomo che ha sprecato una opportunità unica per fini egoistici”. Su questa frase si sono buttati a capofitto i grandi giornali che si definiscono indipendenti del nostro paese. E, “Corriere della sera “ in testa, hanno brandito il settimanale inglese come mazza ferrata per picchiare sulla testa del Cavaliere e del suo governo. La tesi è semplice: per seguire gli interessi personali Berlusconi ha rinunciato a realizzare le riforme e modernizzare il paese. E la conclusione è altrettanto semplice: fuori l’egoista Berlusconi e dentro i suoi oppositori.
Non si tratta di una semplice trovata giornalistica costruita nel circuito City-via Solferino. Si tratta, al contrario, di un preciso programma politico messo a punto da alcune lobby interne ed internazionali e dirette a spianare la strada all’avvento del centro sinistra nel nostro paese. Non a caso, l’inchiesta da cui nasce l’editoriale de “L’Economist” sarà presentata in questi giorni a Milano dal presidente della Bocconi Mario Monti insieme con l’ex ambasciatore Sergio Romano ed al numero uno di Telecom Marco Tronchetti Provera. Per una singolare circostanza, però, l’iniziativa dei massimi rappresentanti della nomenklatura finanziaria, culturale e giornalistica milanese cade in un momento che smonta totalmente le sue basi, il suo impianto e le sue conclusioni.
La “salva-Previti” è diventata la “contro-Previti”. Il numero delle riforme realizzate dal centro destra nel corso dell’attuale legislatura è superiore a quello di tutte le riforme attuate nel nostro paese dagli anni ’80 ad oggi. Ma, più di ogni altro argomento logico o riferimento ad una serie di dati oggettivi, la prova decisiva della totale falsità del messaggio di cui si fa banditrice la banda dei quattro formata da Monti, Romano, Tronchetti Provera e Paolo Mieli, è rappresentata dallo sciopero generale proclamato per venerdì prossimo dalle tre grandi confederazioni sindacali. Chi frena da decenni il processo di innovazione e di modernizzazione del paese? “L’Economist”, a dispetto della propria fama, può anche fingere di non saperlo. Ma la “ banda dei quattro” non lo ignora affatto. A frenare e tentare di bloccare il processo riformatore nel paese non sono i presunti provvedimenti ad personam di Berlusconi, ma è la resistenza delle corporazioni chiuse ed ottuse. Non solo quelle rappresentate dalle confederazioni sindacali, ma anche quelle delle lobby economiche e finanziarie da sempre arroccate a difesa dei privilegi assicurati loro dallo stato assistenziale.