Era il 20 ottobre del 1984, e Craxì torno di corsa da Londra per vararlo in gran fretta, dopo che tre pretori di assalto avevano oscurato le tre reti televisive del Cavaliere. Si sa come andò: lui aggirava la legge trasmettendo su tutto il territorio nazionale, e il governo salvò le tre reti e cambiò per sempre il sistema televisivo italiano con quel decreto legge, aprendo ufficialmente la stagione berlusconiana. Pertini lo firmò. Anzi, firmò anche il bis, varato nel dicembre dello stesso anno. A quei tempi, infatti, c'era ancora il Parlamento, e con esso le battaglie parlamentari, l'ostruzionismo e i franchi tiratori. Così il primo decreto non superò l'esame della Camera per la fiera opposizione della sinistra democristiana, allora capeggiata da De Mita. Craxi dunque lo ripresentò (dopo essere sceso a patti con De Mita e il Pci sulla Rai e la Rete3) e Pertini lo rifirmò.
Quel decreto si rivelò poi incostituzionale, perché la Consulta lo bocciò nel 1988.
Se ricordo queste vicende non è certo per sostenere che Pertini non fosse un buon presidente, o non fosse una personalità di assoluta indipendenza e fiera di esserlo, o non conoscesse e amasse la Costituzione. Anzi, la rispettò anche in quella circostanza. Lo ricordo perché nel leggere le cronache dell'epoca non mi sono mai imbattuto in una campagna politica o mediatica tesa a ottenere che Pertini non firmasse. Il Capo dello Stato non fu affatto tra i protagonisti politici di quella vicenda politicamente così drammatica e devisiva. E non lo fu perché non lo doveva essere.
Invece, ai tempi nostri, Napolitano è costantemente sotto la pressione di chi pretende che firmi o che non firmi, decreti del governo e anche leggi del parlamento, per ragioni politiche. Nel giro di una settimana, prima il decreto salva liste (che, come abbiamo visto, non ne ha salvato nemmeno una); poi la legge sul legittimo impedimento, e da ultimo le disposizioni in materia di lavoro che prevedono la possibilità di ricorrere all'arbitrato invece che al giudice. Ieri il Quirinale ha risposto molto piccato a Repubblica che aveva anticipato la sua decisione di non firmare. Nessuna decisione è stata presa - è stata la replica - ma soprattutto il Capo dello Stato «respinge ogni condizionamento che si tenda ad esercitare anche attraverso scoop giornalistici».
Si capisce che Napolitano è molto infastidito da questa nuova pratica. Le pressioni su di lui rischiano infatti di renderlo paradossalmente meno libero di esercitare la sua funzione in totale autonomia, perché la caricano di valenze politiche. Se Napolitano decide di firmare, qualcuno dirà che ha ceduto al governo; se decide di no, qualcuno dirà che ha ceduto all'opposizione.
Ma bisogna anche domandarsi perché oggi si chieda a Napolitano ciò che neanche lontanamente si sarebbe chiesto ieri a un Pertini. Poiché i poteri del presidente della Repubblica non sono cambiati, né è cambiata l'autorevolezza e l'indipendenza degli uomini chiamati a ricoprire quella magistratura, bisogna dedurne che ciò che è cambiato è tutto il resto. È cambiato cioè il regime parlamentare, perché i poteri dell'esecutivo combinati con il ricorso costante alla decretazione d'urgenza e al voto di fiducia e con la nomina invece che l'elezione dei parlamentari, lo stanno trasformando sempre più in un presidenzialismo strisciante costruito sulla figura di Berlusconi, cui una parte dell'opposizione non sa contrapporre altro che la pressione su Napolitano perché lui costruisca su se stesso un presidenzialismo altrettanto strisciante ma contrapposto a quello di Berlusconi.
In sostanza si chiede a Napolitano di forzare o tradire la Costituzione per salvare la Costituzione, cosa che uno che ha giurato sulla Costituzione proprio non può fare.
La soluzione ai problemi evidenti e gravi della nostra democrazia non si troveranno dunque sul Colle. Chi ha a cuore la democrazia parlamentare deve dunque occuparsi di altro. Per esempio di battaglie parlamentari, perché l'opposizione non può limitarsi a dichiarare incostituzionale ogni provvedimento del governo e a chiedere al Quirinale di bocciarlo di conseguenza. E dovrebbe avvertire la necessità e l'urgenza di riforme costituzionali, perché è l'assenza di regole adatte al mondo nuovo della Seconda Repubblica a rendere più forte chi le regole tende a violarle, e più debole chi si batte per farle rispettare.
Il Riformista




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