
Originariamente Scritto da
Alessandro.83
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(EDITORIALE | 28/09/2007) - RICCARDO LUNA
E io lo ripeto anche oggi. Calma, siamo forti. Non abbiamo nessun interesse a gridare allo scandalo, a trasformare le partite in una guerra di nervi con i nostri eroi pronti a scattare al primo fischio sospetto. Se si gioca al calcio, la Roma può battere chiunque. Altrimenti i primi ad avere un alibi per eventuali insuccessi saranno proprio i giocatori. Che per questo motivo saranno meno risoluti, meno convinti dei propri mezzi, più arrendevoli. In una parola, perdenti. Dire come ha fatto a caldo Taddei mercoledì notte, che "giochiamo contro l'arbitro" è sbagliato. Non meno delle valutazioni strambe del signor Bergonzi nello stadio di Firenze. La Roma nella sua storia ha giocato tante volte contro gli arbitri.Sono così tante che se una volta provassimo a metterle in fila non basterebbe un libro. Calciopoli ci ha spiegato che non erano solo fantasmi quelli che vedevamo in campo. Ricordo quel disgraziatissimo Roma-Juve del marzo 2005, quello delle cento telefonate di Moggi alla terna arbitrale. Il giorno dopo noi e non altri titolammo "LADRI", ed avevamo ragione. Ma, anche con il nostro piccolissimo contributo, quel sistema è caduto: oggi non viviamo in paradiso, per carità, i dirigenti non sono i migliori del mondo. Ma il vice presidente vicario della Lega calcio è Rosella Sensi, mentre per la prima volta la Juve non è rappresentata nel consiglio di Lega e in quello della Federcalcio: i presidenti dei piccoli club di A infatti si sono coalizzati e hanno trombato Cobolli Gigli. Questo giornale, e non altri, la mattina dopo ha esultato in prima pagina (sebbene la Roma avesse sostenuto la candidatura bianconera per una questione di opportunità), dicendo che la Juve fuori dal Palazzo era una garanzia per tutti. E così è. Dire che c'è un complotto degli arbitri contro la Roma, vuol dire considerare Rosella Sensi una inetta, una che sta lì a scaldare la sedia mentre le sfilano l'argenteria sotto il naso: e invece la figlia del presidente è la nostra prima garanzia, non di avere favori, che non vogliamo, ma di giocare in un campionato giusto. Come io spero sia quello in corso.
Su questo punto c'è però un equivoco che va eliminato se non vogliamo rendere l'aria irrespirabile continuando a strillare che "la Roma è furiosa".
Un campionato giusto non è un campionato senza errori degli arbitri. Gli arbitri sbagliano e Bergonzi a Firenze ha sbagliato più volte ai nostri danni. Ma anche Vucinic ha sbagliato un paio di gol, anche Doni una uscita fatale, anche Pizarro un passaggio cruciale, anche Ferrari la scivolata del rigore. Hanno sbagliato perché nella vita si sbaglia. Tutti, arbitri compresi. Anzi, soprattutto questi arbitri giovani o di scarsa personalità che emergono come sopravvissuti dal terremoto di Calciopoli. Ma gli errori non sono solo contro di noi. Applicando il linguaggio del tempo di Moggi, il Milan a Palermo è stato scippato: vuol dire che c'è un complotto contro Galliani? Suvvia.
E poi, a volte, qualche decisione sbagliata ci favorisce. Ma quelle non contano, non servono a far scemare la presunta furia di un dirigente accorto e sensibile come Bruno Conti. Domenica scorsa per esempio all'Olimpico Morganti ha sbagliato a convalidare il primo bellissimo gol di Totti, in fuorigioco per una frazione di secondo immortalata dalle telecamere. Ci ha favorito, quell'errore di Morganti, ha dato il via alla rimonta che stava per darci la vittoria. Perché mentalmente dobbiamo ricordare quell'arbitraggio solo per il (legittimo ma fiscale) controfallo del pareggio?
La risposta è evidente: per sentirci vittime, perché lo siamo stati per davvero una vita, perché se ti rompi un braccio per un po' hai paura anche solo quando qualcuno te lo sfiora. Senti dolore al pensiero. E quindi la reazione allarmata del tifoso dopo queste due partite è comprensibile: è un riflesso condizionato, ma è sbagliato. E fa un danno alla Roma chi soffia sul fuoco in cerca di facili consensi. E' lo stesso meccanismo che scattò in estate quando vennero compilati i calendari: anche lì la Roma veniva fatta passare come "furiosa" e le scelte casuali di un computer erano definite "vergogna senza fine" solo perché la Roma aveva una partenza in salita (ed un arrivo in discesa, però).
In nessun campionato europeo si discute mai il calendario: citammo decine di esempi, come il Real Madrid che aveva avuto un sorteggio simile a quello della Roma senza fare un fiato. Sono passate cinque giornate, e in testa ai campionati di Italia e Spagna ci sono proprio Roma e Real Madrid. Se avessimo avuto un calendario facile dove saremmo arrivati?
La verità è che non si possono vincere tutte le partite, per quanto forte sia la tua squadra, per quanto bene giochi ogni volta. Non si può perché il calcio è spesso deciso da episodi assolutamente casuali e su quelli costruiamo i nostri giudizi universali, inappellabili. La Roma non prende gol nelle prime tre partite? Perché ha una difesa impenetrabile, diciamo tutti, dimenticando il palo e la traversa concessi al Palermo e le due occasioni che si è mangiato il Siena. La Roma prende quattro gol in due partite? Perché Doni non è un portiere all'altezza, lo stesso celebrato come il miglior numero 1 del mondo fino a sette giorni fa (del resto nessuno ha vinto tre coppe in 4 mesi come il brasiliano, quello, sì è un fatto).
Se non ci fosse questa componente di passione irrazionale, forse il calcio perderebbe molto del suo fascino. Eppure io credo che dovremmo aggiungere alla passionalità un ingrediente fondamentale: la sportività. Che latita ovunque. Se la tua squadra gioca male e vince viene applaudita lo stesso, se fa un partitone e perde si fa il processo al portiere o all'attaccante come sta accadendo in queste ore.
E invece io questa Roma la applaudo senza riserve. Perché gioca da dio, perché ha coraggio, perché ha personalità, perché quando l'arbitro fischia la fine se non abbiamo vinto i nostri sono dispiaciuti mentre gli avversari esultano per lo scampato pericolo. Perché non si scoraggia mai, perché se l'arbitro sbaglia De Rossi lo consola, perché non è vero che è furiosa ma ha il sorriso di Spalletti, fiero dei suoi ragazzi con la maglia zuppa di sudore e mille giocate negli occhi. Ed ha la grande consapevolezza essere forte, più forte di errori ed episodi.