Se la sinistra discute di liberismo, è un bene per il paese? Le reazioni suscitate dalla pubblicazione del librello di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, “Il liberismo è di sinistra”, lascerebbero intendere che almeno alcuni settori della destra si sentano scippati di quello che percepiscono come un loro cavallo di battaglia. In realtà, l’evoluzione del dibattito interno al centrosinistra (italiano ma non solo) è la conseguenza di una serie di eventi che hanno avuto portata storica, dal crollo del muro alla rivoluzione mercatista di Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Il fatto che il futuro leader del Partito democratico, Walter Veltroni, abbia preso una serie di posizioni urticanti per la sinistra tradizionale – tanto che Oliviero Diliberto ha lamentato una “volta a destra” – è semmai segno di un ritorno in fase della politica con la società.
Ha colto il punto, sull’Occidentale, a.p., scrivendo : “Una fase politica di consenso largo, che riallinei le alleanze alle strategie di riforma e metta in corrispondenza i fronti politici con i campi ideologici, assume oggi un duplice significato: può fungere da premessa a un nuovo sistema di rapporti fra i soggetti politici e quindi, in sequenza, a un riordino istituzionale; può agire come presupposto per una stagione di riforme volta a incidere su inefficienze legate a interessi radicati e ad aggiornare l’economia in vista di una competizione internazionale che diventa sempre più acuta. Può essere calcolata di conseguenza come una polizza di assicurazione per i futuri vincitori bipolari: da un lato indica uno sfondo condiviso entro il quale si sviluppa l’azione di governo limitando i margini per un’interpretazione ostruzionista e distruttiva del ruolo di oppositore; dall’altro segna il perimetro di una comunità di intenti che può estendersi anche agli attori collaterali del sistema politico (media, grandi imprese, élites amministrative)”.
Torniamo, dunque, ad Alesina e Giavazzi: dicendo che il liberismo è di sinistra, essi non ragionano secondo le coordinate della geografia partitica: giocano una sfida che si svolge tutta nel mondo delle policies. Quando scrivono che “concorrenza, riforme e merito dovrebbero essere le nuove bandiere della sinistra”, i due prof. non sono così ingenui da pensare che quelle parole riscaldino il cuore dei rifondaroli: piuttosto, confezionano una nuova idea di sinistra. Nell’epoca della globalizzazione una società giusta, nel senso caro a chi si ritiene di sinistra, è per loro una società di mercato. Le politiche liberiste, dunque, sono per loro di sinistra per tre ragioni. In primo luogo, “creare vera concorrenza riduce prezzi e tariffe ed evita che i privilegi si tramandino di padre in figlio”; secondariamente, “liberalizzare il mercato favorirebbe il merito e non le rendite”; infine, “una maggiore concorrenza riduce le barriere all’entrata e consente a nuovi imprenditori di entrare nel mercato aumentando la produttività del sistema e riducendo le rendite”. In questo quadro, vanno considerate di sinistra la meritocrazia, le liberalizzazioni, le riforme del mercato del lavoro, i tagli alla spesa pubblica e le privatizzazioni (“uno Stato proprietario è un pessimo regolatore”).
In breve, le politiche liberiste contribuiscono a ridurre la povertà in misura più efficace e giusta. In un contesto competitivo possono anche aumentare le diseguaglianze ma, aggiungono gli autori, questo di per sé non dovrebbe preoccupare, dacché sconfiggere l’indigenza è più importante che impedire l’opulenza. Del resto, efficienza economica a parte, sul piano morale è difficile sostenere che un paese in cui la distanza tra ricchi e poveri è ampia sia preferibile a un paese in cui tutti sono egualmente poveri, tanto più che in un mondo liberista non solo l’ascensore sociale funziona, ma soprattutto il livello dei redditi tende a essere più alto pure per chi sta in fondo.
Sono due, piuttosto, le critiche a cui Alesina e Giavazzi si espongono. La prima è di trascurare il pilastro liberista per antonomasia: la questione fiscale. Anzi, essi si dichiarano favorevoli a “una tassazione progressiva ma efficiente, cioè che non disincentivi a lavorare, produrre e investire”. Si tratta di un argomento scivoloso, perché un fisco progressivo è per definizione un’ipoteca contro gli aumenti di reddito per chi si trovi a ridosso di un salto di scaglione. Forse il punto avrebbe meritato un maggiore approfondimento. Il secondo limite del loro ragionamento è di raffigurarsi la politica come qualcosa di diverso da quello che é. Per loro, i liberisti dovrebbero essere delle specie di cavalieri della tavola rotonda che hanno a cuore il puro interesse generale e, rappresentando tutti (i consumatori), finiscono per non rappresentare nessuno. Le cose stanno diversamente: non esiste una politica buona e candida contrapposta a una politica cattiva e puttanesca. La politica, essendo la prosecuzione della guerra con altri mezzi, è una cosa cruda e violenta e amorale, nella quale tutti, quasi sempre onestamente o addirittura inconsapevolmente, sono portatori di interessi.
La sfida dei liberisti, quindi, è coalizzare non solo l’interesse diffuso dei consumatori, ma anche quello concentratissimo di coloro, e sono tanti, che dalle liberalizzazioni hanno qualcosa da guadagnare. Difficilmente la vendita dei farmaci da banco sarebbe stata liberalizzata, in Italia, senza il convinto supporto della grande distribuzione. E il fatto che le cose siano andate così non rende meno utile, giusto o importante quel che si è fatto.
Quella di Alesina e Giavazzi è, comunque, un’operazione culturale di altissimo livello. Perché abbatte i tradizionali steccati di schieramento, in un paese dove il dibattito politico somiglia sempre più a un derby che a una discussione sulle cose. Perché, dicendo che un’Italia liberista sarebbe un paese più equo, dicono anche che l’Italia prodiana è un paese iniquo (“è stupefacente come una palese redistribuzione da figli e nipoti a genitori e nonni sia stata fatta passare come una conquista di sinistra”, scrivono sulla controriforma delle pensioni). Terminato il libro, il lettore si convince che il liberismo è di sinistra? No, perché neppure gli autori in fondo lo pensano: riconoscono che vi sono liberisti in ambo gli schieramenti e che contano poco di qua e di là. Quel che resta è che il liberismo è di tutti: il problema è che nessuno se lo piglia.
Carlo Stagnaro
http://www.loccidentale.it/node/7036


Rispondi Citando



